Tommaso Cerusici: Per la “coalizione dei poveri”

| 21 Marzo 2013 | Comments (0)

 

 


Spunti di riflessione a partire dal libro Rivolta o barbarie di Francesco Raparelli.

 

Deve essere chiaro che la complessità del quadro non si affronta in maniera individuale ma c’è bisogno della ricostruzione della coalizione, bisogna cioè riaprire una fase di contrattazione collettiva, rilanciare la solidarietà. Che non è una cosa astratta; solidarietà deriva da solidum, deve essere una cosa concreta, precisa, il riconoscimento dell’altro come parte di sé, la coscienza che abbiamo una comune condizione e che per superarla bisogna farlo insieme, collettivamente.E la coalizione è anche quella che determina condizioni nuove per la forza lavoro, perché oltre a rappresentare un altissimo livello di socialità, porta ad attutire fortemente quegli elementi soggettivi di angoscia e tensione presenti nel lavoro odierno, apre la possibilità di superarli.Afferma che è possibile modificare il sistema.

Claudio Sabattini, Restaurazione italiana.

 

A partire dalla categoria di “debito” Raparelli ricorda come sia proprio quest’ultimo ad innervare le nuove forme della governamentalità neoliberale. Una sorta di nuova accumulazione originaria su scala globale, che, da un lato, impone sempre più sacrifici a molti e, dall’altro, consente l’accumulazione di ricchezze smisurate per pochi. Siamo infatti di fronte ad una nuova stagione del saccheggio, nella quale a venir espropriati e “recintati” (le nuove enclosures di marxiana memoria) sono i commons. Per commons non dobbiamo intendere solo terra, acqua, aria, cioè quegli elementi naturali che sempre più sono al centro di spregiudicate privatizzazioni e saccheggi, ma anche e soprattutto le vecchie istituzioni del welfare (quello europeo nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale e dal patto keynesiano) piuttosto che le pubblic utilities (trasporti, servizi locali, rete idrica, etc.).

Tutto questo produce povertà. Sembra ovvio, ma proprio da qui parte la scommessa politica che Raparelli prova a delineare con il suo lavoro. Non una povertà della rassegnazione, ma una povertà attiva ed agente, una povertà costituente.

I lavoratori poveri (working poors) e le masse di giovani altamente scolarizzati rappresentano un nuovo orizzonte della povertà: esistono ma non hanno reddito sufficiente per sopravvivere, prospettive di migliorare la propria condizione, un futuro degno di questo nome. La governance neoliberale sa che sono una bomba pronta ad esplodere (a tale proposito si noti l’importante contributo di Guy Standing Precari. La nuova classe esplosiva, edito da Il Mulino), ma all’interno delle politiche del pareggio di bilancio, dei sacrifici, dello “stringere la cinghia” non c’è posto per loro. La fine del modello sociale fordista/keynesiano e il venir meno della preponderanza del capitalismo produttivo su quello della finanza e della rendita li ha messi ai margini: precarietà, disoccupazione, frustrazione sono il loro futuro.

È proprio qui che si colloca Raparelli, che molti di noi hanno conosciuto nelle facoltà occupate, nelle piazze studentesche e operaie, nelle tante assemblee di movimento. Raparelli non si arrende all’espropriazione della ricchezza da parte di un capitale sempre più parassitario: è il lavoro vivo che produce la ricchezza – egli afferma – e questa ricchezza deve ritornare in mano a chi la produce.

Rivolta o barbarie è un libro sulle coalizioni, o meglio sul diritto di tutte e tutti a coalizzarsi, di trovarsi tra simili e di provare a rovesciare questa comune condizione di povertà crescente. Si tratta di una coalizione tra quelli che Raparelli chiama i “naufraghi dell’utopia neoliberale”: questa potenziale classe in divenire si innerva sulla capacità del lavoro vivo di sfuggire alla sussunzione del capitale. Essa è composta tanto dalla nuova forza lavoro cognitiva oggi declassata (ne sanno qualcosa i milioni di precari giovani e meno giovani e le migliaia di studenti che hanno riempito le piazze negli ultimi anni) quanto dalle componenti operaie tradizionali e del lavoro dipendente che vedono costantemente erosi il salario, i diritti nei luoghi di lavoro e assistono quasi impotenti, se non per alcune significative anomalie, all’esaurirsi del welfare state figlio del dopoguerra e alla fine della contrattazione collettiva. In questo scenario, non tutti sono rimasti a guardare: a partire dall’autunno del 2010 la Fiom e i movimenti studenteschi hanno provato a raccogliere questa sfida. Nel corso della grande manifestazione del 16 ottobre 2010, convocata dalla Fiom a Roma contro il “modello Marchionne”, in tantissimi tra studenti, precari, attivisti di movimento, popolo dei referendum sui beni comuni, giovani e meno giovani hanno risposto a quell’appello e sono scesi in piazza. Per un “attimo” è sembrato che dopo due anni di movimento universitario e medio, contro le riforme Gelmini e Aprea, si potesse creare una saldatura, un “comune”, una coalizione tra soggetti diversi. Uniti contro la crisi è stata questa scommessa. Due anni fa si ragionava di “unità” mentre oggi di “coalizioni”: si tratta di due impostazioni differenti delle quali, Raparelli, tramite le categorie di singolarità/molteplicità (di deleuziana memoria), ci fornisce un ampia spiegazione. Entrambe, però, necessitano della produzione di lotte, maggioritarie e che abbiano la capacità di ascoltarsi e confrontarsi tra loro. Di federarsi in qualche modo.

Raparelli ci propone alcuni assi di ragionamento, a partire dai quali dare vita alla “coalizione dei poveri”:

  1. Ripartire dallo scontro capitale-lavoro, con uno sguardo attento più alla materialità delle lotte che si producono nei territori piuttosto che a programmi già elaborati da sapienti avanguardie o alle prediche dei “sacerdoti” del neospontaneismo dei riots globali. Se nel primo caso, quello di sociologi da tastiera, il rischio è la totale separatezza tra teoria e prassi, nel secondo caso, quello dei tifosi delle rivolte, la campagna delatoria a seguito dei riots londinesi dell’estate 2011 e il dibattito sugli arresti in differita e sul divieto di manifestare, a seguito del 15 ottobre romano, dovrebbero insegnarci qualcosa.

  2. Va messa al centro la difesa del welfare (quello che non è stato ancora completamente smantellato) ma contemporaneamente va affermata la costruzione di una nuova istituzionalità (che in più di una occasione abbiamo definito autonoma e del comune) che sappia liberare l’istruzione, la sanità, i servizi, etc. dai lacci sia delle speculazioni private che dall’incapacità (ormai conclamata) del pubblico di difenderne il senso, la qualità e l’importanza per la vita di milioni di persone.

  3. Bisogna rimettere al centro una politica di forte e radicale ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta. Reddito minimo garantito, tassazione patrimoniale devono riequilibrare il peso della speculazione finanziaria e della rendita: fonti di immensi patrimoni per pochi e vera e propria sciagura per un ceto medio ormai pauperizzato e prossimo alla scomparsa, nelle forme in cui l’abbiamo conosciuto dal dopoguerra in poi.

  4. Lo spazio europeo è lo spazio fondamentale in cui si gioca questa battaglia. Non potrebbe essere altrimenti. Populismi, nazionalismi e provincialismi da “piccolo è bello” non fanno altro che disinnescare la potenzialità di un divenire europeo e globale delle lotte, unico contraltare alla dittatura della finanza internazionale e alle politiche di austerity. Mai come oggi Francoforte (Bce, banche d’affari, grandi corporations finanziarie) e Bruxelles (Parlamento e Commissione europea) sono i luoghi nei quali la “coalizione dei poveri” deve andare a riappropriarsi di quanto gli è stato sottratto ed affermare le ragioni di una nuova costituente sociale europea. “Espropriare gli espropriatori” diceva Marx e ci ricorda Raparelli.

Questi i punti di un “programma anticapitalista”, che nasce non da qualche velleitaria volontà di ritorno a ideologie passate, o dalla ricerca di un comodo “ghetto” minoritario nel quale sentirsi a posto con la propria coscienza, ma che si sviluppa dalla constatazione che è ormai definitivamente tramontata la “funzione progressiva e propulsiva del capitalismo”. In questo senso “programma anticapitalista” mi convince: non nella vacuità, nella mitologia e nel recinto ghettizzante della testimonianza, ma nella potenzialità del divenire delle lotte e nella materialità delle contraddizioni aperte. Quello che mi interessa qui sottolineare è che il capitalismo neoliberista ha fallito e non è più sostenibile socialmente, economicamente, ambientalmente, culturalmente e per la vita di miliardi di persone. In tal senso concordo con l’autore: un programma (sempre in divenire e legato alla produzione delle lotte) per la “coalizione dei poveri” o per una nuova costituente europea, non può non richiedere una radicale alternativa sociale e politica alla miseria del presente. L’importante ora è mettersi in moto, perché la vita che ci consegna questo modello economico è indegna per la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta.

Per farlo, come ci ricorda Raparelli, bisogna coalizzarsi. E qui sta alla volontà di tutti provarci.

Innanzi tutto bisogna incontrarsi. Bisogna moltiplicare i momenti di incontro e di confronto tra soggettività in lotta e per fare questo abbiamo bisogno di luoghi e di spazi adatti. Ho qui usato il termine soggettività perché il soggetto, che informa la soggettività, rimanda direttamente ad un attributo fondamentale: la facoltà di scegliere! La coalizione è una scelta, si sceglie di stare insieme per produrre un cambiamento. Un cambiamento è sempre un campo aperto, nel quale cioè lo scambio è multidirezionale e non unidirezionale. Nella coalizione le soggettività, volenti o nolenti, si ibridano: nascono saperi comuni, passioni comuni, relazioni e confronti di idee. Avviene insomma uno scambio. Quelli che ci servono sono infatti saperi comuni che si pongano in contrapposizione ai saperi universali, scolastici, sempre pronti ad innalzare barriere e confini. Serve un sapere nuovo, fatto di nozioni comuni che riesca a far dialogare la difesa del contratto nazionale di lavoro con la richiesta di un reddito minimo garantito, la richiesta di una formazione di qualità con la difesa dei diritti nel lavoro e questi ultimi con la riconversione produttiva ed ecologica.

Mi si dirà: ma tu così forzi il senso del “fare coalizione”. Lo so e lo faccio appositamente, rispondo io. Perché quello a cui voglio tendere, incontrandomi con un operaio cassintegrato, un precario di una cooperativa sociale, un laureando senza alcuna prospettiva di futuro nel mercato del lavoro o con un attivista di movimento, non è altro che la costruzione di un “comune”, che passa per il riconoscimento che nelle nostre vite c’è un comune orizzonte di povertà. Se poi questo si chiama “coalizione” o “unità”, poco importa. L’importante è farlo e qui sta la responsabilità in primis di chi, di fronte a questa crisi, è già collettivamente organizzato per essere meno solo. Un iscritto alla Fiom, un attivista dei centri sociali, uno studente dei collettivi universitari è meno solo. Da qui si riparte: far sentire anche gli altri (che lo scelgono, senza verità portate dall’esterno) meno soli. Io sono convinto che in tantissimi abbiano bisogno di coalizzarsi perché da soli non ce la fanno. Le soggettività organizzate non sono un peso, sono un surplus di disponibilità che vanno messe al servizio di chi oggi emigra perché non ha un futuro lavorativo, si arrampica su un tetto o su una gru per essere almeno visto, si toglie la vita perché vede tutto buio da troppo tempo. Lo sciopero generale del novembre 2011 (il primo dal 1946 negli Usa) indetto da Occupy Oackland e che ha visto la partecipazione massiccia di insegnanti, impiegati, portuali e lavoratori dei trasporti e la generalizzazione dello sciopero, da parte degli studenti medi e dei movimenti, del 14 novembre 2012 (indetto a livello europeo dalla Confederazione dei sindacati europei) mi sembrano ottime suggestioni dalle quali partire.

In questi ultimi trent’anni ci hanno abituato a pensare che non esistevano altre ragioni e altre necessità oltre a quelle dell’impresa e del capitale. Oggi ce ne accorgiamo in maniera più significativa perché è lo stesso capitale ad essersi fatto ancora più spietato ed aggressivo: la finanziarizzazione dell’economia da un lato e l’austerità e l’indebitamento dall’altro, lo rendono palese. In fin dei conti, forse con meno coraggio nel definirci anticapitalisti (come ricorda Raparelli), ce ne eravamo sempre accorti, almeno sin da quando riempivamo le piazze e le strade di Genova nel luglio del 2001. È dalla fine degli anni Settanta (do you remember Mr. Reagan and Mrs. Thatcher?) che le ragioni di chi lavora (e dei poveri) sono state costrette al silenzio, sono state annullate, sono scomparse dal confronto pubblico. Chiariamoci: non sono un “lavorista” e non lo sono improvvisamente diventato. Contemporaneamente però non mi sento un ultrà del reddito incondizionato, o meglio, non penso che la richiesta del reddito minimo garantito (claim di fondamentale importanza per fasce crescenti di popolazione e punto centrale del “programma per la coalizione dei poveri”) c’entri poco con l’idea di “liberazione dal lavoro salariato” che molti autorevoli pensatori del marxismo eretico hanno elaborato nel corso dei Gloriosi Settanta. Soprattutto oggi, all’interno di una catastrofe come la crisi globale che stiamo vivendo, la richiesta di reddito va letta come la volontà di vivere una vita degna di questo nome: il reddito di cittadinanza sta alla composizione precaria come il welfare state novecentesco stava al lavoratore fordista. Oggi abbiamo una nuova e stimolante opportunità: tenere insieme la battaglia sul salario con quella per il reddito di cittadinanza.

Per cosa ci coalizziamo? Per affermare una alterità, una irriducibile alterità verso questo capitalismo arraffone e violento. Per affermare che la vita è più importante del profitto, che la democrazia non può sottostare ai diktat della finanza, che milioni di poveri hanno diritto al futuro.

Raparelli compie un passo ulteriore e, nella decostruzione delle categorie di pubblico e privato, afferma una nuova “democrazia del comune”, una “democrazia delle molteplicità” contrapposta allo sfruttamento e all’impoverimento capitalistico. Mi sembra un’ottima suggestione, pur sapendo di trovarci di fronte non alla “forma politica finalmente scoperta” di marxiana memoria, ma piuttosto alla contraddittorietà del divenire dei movimenti. Occupy Wall Street, gli indignados spagnoli, sono stati e sono degli esperimenti importanti ma, come tali, non vanno né mitizzati né tanto meno scimmiottati ad altre latitudini. La democraticità delle pratiche, la costruzione di nuovi pezzi di welfare dal basso e la capacità di essere maggioritari in ampi strati della società non possono farci dimenticare che in Usa Obama è stato riconfermato (fra l’altro catalizzando su di sé tutte le attenzioni di una intensa e lunga campagna elettorale), che in Spagna ha vinto il popolare Rajoy (aiutato anche dall’astensionismo promosso dagli stessi idignados) e che la famosa lettera di Draghi e Trichet detta ancora la linea del rigore, tanto in Italia quanto in altri paesi europei. Non è un caso se gli indignados sono passati da una forma di accampata pubblica e di massa ad un lavoro più virale nei quartieri: sportelli legali, comitati anti-sfratto, mense e ambulatori autogestiti permettono di svolgere un lavoro quotidiano di sedimentazione organizzativa, una risposta concreta alla crisi e alla povertà crescente. Permettono insomma, pur essendo meno visibili sui mezzi di comunicazione mainstream, di costruire e praticare una alternativa concreta qui ed ora. Anche questa mi sembra un’importante suggestione da tenere in considerazione.

E’ dunque necessaria, per chiunque scelga di coalizzarsi, la costruzione di una alternativa sociale e politica. Su questo voglio essere molto chiaro: io, come Raparelli, parlo di una alternativa al sistema neoliberista che, dopo aver prodotto la crisi, pretende ora di risolverla a suo vantaggio. Si tratta dunque di una alternativa complessiva ad un modello sociale che produce povertà crescente per ampi strati di popolazione. Raparelli la chiama “la democrazia del 99 per cento, cioè del comunismo”. Anche qui il dibattito sui nomi da dare alle cose mi interessa poco. Quello che mi interessa affermare è una radicale alterità all’esistente. Affermare una democrazia dei beni comuni, costruire un nuovo welfare, pretendere una ridistribuzione della ricchezza dalla finanza al lavoro vivo, affermare le ragioni di chi lavora, sono oggi elementi rivoluzionari, soprattutto in un contesto nel quale, ancora una volta, ad essere affermate da tecnocrati, politici, finanzieri, sono le sole ragioni dell’impresa e del profitto, una guerra di tutti contro tutti nella quale solo i più meritevoli e docili potranno un giorno emergere. Come si scardina tutto ciò? Come si fa a tradurre questi claims in realtà ed affermare così una reale alternativa? Come si vince insomma? A mio avviso, il primo passo è sicuramente cominciare a lottare. Ma penso che siano molteplici le strade da percorrere e numerosi i tentativi da mettere in campo: naturalmente sto parlando di tutte le strade che non vogliano consapevolmente chiudersi nei rassicuranti recinti della testimonianza minoritaria o dell’estetismo delle fughe in avanti (perché tanto poi le masse ci seguiranno, si diceva una volta). Oggi democrazia e capitalismo non vanno più d’accordo, ci ricorda Raparelli, citando l’esempio della proposta di referendum greco sull’accettazione o meno delle politiche di austerità (subito ritirata) o il caso della nomina dall’alto di Monti a guardiano dello spread e della credibilità (leggi solvibilità) internazionale del nostro paese. Bene, questo mi sembra un altro importante elemento da tenere in considerazione.

Laddove è la stessa democrazia liberale ad essere entrata in collisione con gli interessi di un capitale non più disponibile a scendere a patti (nemmeno con i docili parlamenti europei), perché non provare ad utilizzare a “nostro” vantaggio, a vantaggio dei poveri, le stesse contraddizioni generate dal capitale? Del resto è quello che sul piano sociale proviamo a fare quotidianamente. Certamente non ho la soluzione, ma mi sembra ovvio che un piano di trasformazione basato esclusivamente sulla logica del palazzo perderebbe inevitabilmente anche il più minimo connotato di alternativa sistemica, per attestarsi semplicemente su un dato di alternanza di governo. A tutto questo si somma un piano della rappresentanza nazionale sempre più delegittimato sia dall’alto (dalle istituzioni finanziarie) che dal basso (dalla cosiddetta antipolitica). Sicuramente la ripresa di un piano europeo delle lotte contro l’impoverimento crescente e la dittatura del capitale sulle nostre vite, potrebbe aiutarci a fare chiarezza: è ora che anche da Bruxelles arrivino risposte e che, soprattutto, ci venga detto da che parte si sta. Con “la democrazia del 99 per cento” o con “i signori della moneta”?

 

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About Tommaso Cerusici: Tommaso Cerusici. Nel luglio del 2009 si laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna con una tesi dal titolo “L’esperienza delle Tute Bianche in Italia (1994-2001): i documenti, i dibattiti, le voci dei protagonisti”. Nel marzo del 2013 consegue la laurea magistrale in Storia all’Università di Bologna con una tesi dal titolo “L’esperienza di Claudio Sabattini nelle lotte studentesche e operaie del ’68-’69 e nel movimento no global: pensiero e militanza di un sindacalista Fiom”. Attualmente è uno studente del Master in "Comunicazione storica" presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Bologna. Da sempre attivo nei movimenti sociali e studenteschi, ha collaborato con l’emittente radiofonica bolognese Radio Kairos 105.85FM e con il sito di comunicazione Globalproject.info. E' attivista del centro sociale Tpo di Bologna e collabora con la Fondazione "Claudio Sabattini". Fa parte della redazione operativa della rivista "Inchiesta"

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