Tommaso Cerusici: Le lotte dei facchini nel settore della logistica

| 27 marzo 2014 | Comments (0)

 

 

 

Il settore della logistica, che impiega solo a Bologna e provincia circa 7mila persone – ben 450mila a livello nazionale – è in fermento da più di un anno, in particolare per quanto riguarda il mondo delle cooperative e degli appalti.

In merito alla lunga e duratura lotta dei facchini per l’applicazione dei contratti nazionali e, specificatamente al caso bolognese per la riassunzione dei 51 facchini licenziati dal consorzio SGB (subappaltatore di Granarolo), abbiamo già intervistato il Segretario generale della Fiom dell’Emilia Romagna Bruno Papignani (Inchiesta n.180) e il Segretario della Camera del Lavoro di Reggio Emilia Guido Mora (Inchiesta n. 181). Con quest’ultimo, in particolare, abbiamo affrontato la specificità del territorio reggiano e della vertenza GFE, che ha rappresentato uno dei primi casi di emersione del fenomeno dello sfruttamento e dell’illegalità imperante nel settore.

Nel territorio bolognese sono un centinaio le imprese che operano nel comparto della logistica e movimentazione merci e una gran parte di queste (circa i ¾) sono cooperative cosiddette “spurie”, cioè non aderiscono a nessuna delle grandi centrali cooperative (AGCI, Confcooperative, Legacoop) che insieme hanno dato vita all’Alleanza delle Cooperative.

Come denunciato dagli stessi facchini in lotta, molte di queste sono cooperative solo sulla carta, usufruiscono cioè della fiscalità agevolata riservata al settore ma non permettono una reale partecipazione dei lavoratori né per quanto riguarda le decisioni strategiche né all’eventuale divisione degli utili: più che a imprese cooperative assomigliano, insomma, a intermediatori di manodopera a basso costo.

I casi di manifesta illegalità sono tanti e ampiamente documentati negli ultimi mesi: assemblee dei soci convocate a centinaia di chilometri dai luoghi effettivi di lavoro e a orari impossibili, totale mancanza di trasparenza verso i soci lavoratori che – molto spesso – non hanno nemmeno idea dei propri diritti, non applicazione dei contratti, buste paga che prevedono un gran numero di ore di “trasferta” (non soggette a tassazione e inesistenti ai fini previdenziali).

Spesso, per diventare socio lavoratore e quindi per lavorare è richiesta una quota di “partecipazione” alla cooperativa. Si tratta di una vera e propria tassa d’ingresso (anche di alcune migliaia di euro) che il lavoratore stesso difficilmente vedrà tornare nelle sue tasche.

La ricattabilità alla quale i facchini sono sottoposti è amplificata dal fatto che la stragrande maggioranza degli operatori del settore sono migranti extracomunitari, che necessitano quindi del permesso di soggiorno (legato alla presenza di un contratto di lavoro) per poter permanere sul suolo nazionale. Si comprende bene come il meccanismo delle finte trasferte in busta paga – con la risultanza delle poche ore di lavoro che ne consegue – vadano concretamente a mettere in discussione  la possibilità stessa di rinnovo del permesso di soggiorno.

Inoltre si assiste all’utilizzo, da parte di queste cooperative “spurie”, della legge 142 del 2001 che permette di scaricare sui lavoratori tutto il peso della crisi: a seguito di un’assemblea dei soci (ma abbiamo visto che il problema è facilmente aggirabile) la cooperativa può dichiarare lo stato di crisi e decurtare automaticamente la busta paga dei propri soci.

La decurtazione in busta paga del 35% – da un giorno all’altro e senza preavviso – è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso all’interno del consorzio SGB di Bologna (subappaltatore della Granarolo). La battaglia dei facchini è iniziata nella scorsa primavera e ancora non si è conclusa. Dopo i primi blocchi e scioperi, che hanno avuto una grande eco, SGB ha licenziato 51 lavoratori; questo gesto ha comportato la rescissione dell’appalto da parte di Granarolo che però si rifiuta (nonostante un protocollo d’intesa firmato con il Prefetto di Bologna) di reintegrare tutti i 51 lavoratori. Picchetti, manifestazioni, blocchi si sono susseguiti nei mesi scorsi: ad oggi, il nuovo Prefetto ha ottenuto la riapertura del tavolo tra azienda e parti sociali, intanto le mobilitazioni non si arrestano. La strada sembra, forse, più in discesa ma ancora nulla è stato formalmente ottenuto.

Quello della logistica è un segmento da troppo tempo abbandonato dai sindacati confederali. Su questo aspetto penso che le recenti mobilitazioni e, in esse, il protagonismo di nuove sigle del sindacalismo di base (SI Cobas e ADL Cobas) parlino da sole. Al netto dell’inadeguatezza dimostrata dalla stessa Cgil, tutto ciò apre però una serie di problemi, che riguardano non solo l’estensione delle lotte in tale settore ma anche la capacità delle lotte stesse di sedimentare rapporti di forza duraturi, che imprimano una nuova svolta ai diritti e alle tutele sindacali nel mondo della logistica. In tal senso, la diffusa pratica del cambio d’appalto e la “volatilità” di molte di queste cooperative, rischiano di rimettere costantemente in discussione le eventuali conquiste ottenute.

Un primo elemento riguarda proprio l’assenza di solidarietà, interna ed esterna alla composizione di classe, che si è potuto in larga parte riscontrare nel corso delle vertenze. Al netto di meritorie iniziative soggettive – come la campagna di boicottaggio dei prodotti Granarolo – e dello straordinario sforzo di militanza sia dei facchini che dei sindacati di base e delle strutture di movimento solidali – decine di picchetti, blocchi, manifestazioni – non si può certo dire che il tessuto metropolitano bolognese abbia risposto in massa al grido d’aiuto proveniente dai protagonisti di quella vertenza. Certo, ci sono stati diversi cortei e picchetti cui hanno risposto centinaia di compagni e compagne, collettivi, spazi sociali, sindacati di base. Uno sforzo numerico e di militanza comunque straordinario ma che non è riuscito ad andare oltre alle strutture organizzate.

Ciò si è dimostrato un grande limite, riscontrabile sia nell’incapacità dei promotori di quella vertenza di saper estendere la solidarietà e la lotta al tessuto territoriale e sociale intorno a sé, sia per quanto riguarda l’autismo sociale prodotto dalla crisi attuale: si pensa sempre più a se stessi e non si coglie l’opportunità di creare – anche da vertenze specifiche – forme di coalizione sociale che permettano un avanzamento complessivo dei diritti. Non si è riusciti a innestare una nuova azione collettiva e conflittuale a vocazione maggioritaria. Questo, a mio avviso, è un limite non di poco conto ed è un problema che riguarda tutti, nessuno escluso, perché non si può vivere solo di battaglie difensive.

I sindacati confederali, da troppo tempo, hanno scelto di voltare la faccia dall’altro lato e di non confrontarsi realmente con le contraddizioni aperte. Anche qui, sarebbe però troppo semplicistico pensare che, per esempio in casa Cgil, questa scelta sia dovuta semplicemente ad una certa inadeguatezza dell’attuale gruppo dirigente, sia confederale che di categoria.

Certo, quando si sente dire – attraverso la stampa – da un segretario di categoria che “andare azienda per azienda, è come svuotare il mare con un secchiello” significa che, ormai da troppo tempo, si è consapevolmente scelto di alzare bandiera bianca e di rinunciare al ruolo di contrattazione generale del sindacato.

Ciò però fa emergere un problema ben più ampio: com’è possibile che quegli stessi lavoratori delle aziende appaltanti – quindi dipendenti interni, molto spesso indigeni e con contratti a tempo indeterminato – non solidarizzino con chi lavora da anni nei loro magazzini, nel trasporto e nella logistica delle merci che essi stessi producono? Me lo chiedo, banalmente perché si tratta di figure professionale che, sebbene inquadrate diversamente e formalmente dipendenti di aziende esterne, passano fianco a fianco buona parte della giornata lavorativa. Possibile che non si siano innescati rapporti almeno di solidarietà umana tra lavoratori?

La risposta è semplice e tragica al tempo stesso: nella stragrande maggioranza dei casi, no. Questo è avvenuto per diversi motivi: i soci lavoratori delle cooperative appaltatrici sono di solito stranieri, con turni iper-flessibili e con scarsa conoscenza dei propri diritti suoi luoghi di lavoro, dall’altra parte, sono molto spesso gli stessi dipendenti interni alle aziende in questione a richiedere che i lavori più duri, faticosi e con turnazioni notturne vengano appaltati a ditte esterne. Chi se lo è potuto permettere, anche in virtù della sedimentazione delle lotte del passato, ha scaricato verso l’esterno i lavori più massacranti. Al netto di un diffuso individualismo – che spesso sfocia in autismo – non si può certo incolpare i dipendenti interni delle aziende di non voler svolgere lavori massacranti, usuranti e iper-flessibili. L’aspetto sconvolgente è che quasi nessuno – Cgil compresa – sembra essersi interessato delle modalità con le quali le aziende scaricavano il peso di questa sacrosanta rigidità interna sui lavoratori delle cooperative esterne e sul mondo nebuloso degli appalti, subappalti, eccetera.

Si sono rotti i vincoli di solidarietà tra i lavoratori – questa purtroppo è una storia che ha inizio con l’autunno ’80 in Fiat e con il liberismo di Reagan e Thatcher – e il capitale si è ristrutturato per scaricare sul lavoro vivo tutte le contraddizioni aperte. Se così è, allora mi chiedo: a chi dovrebbe spettare, se non a un sindacato generale e confederale, provare a ricostruire quei vincoli di solidarietà interna fra lavoratori e quei vincoli esterni nei confronti del capitale?

La Cgil, a partire dalle categorie direttamente interessate, deve tornare ad essere propulsore di iniziativa e non semplice spettatore; non può trincerarsi dietro alla difesa dello status quo e far finta di non vedere le contraddizioni aperte. È necessario uno sforzo ampio per tentare di ricostruire la filiera produttiva: bisogna rincominciare ad andare nei luoghi di lavoro, non è più possibile – in sede di rinnovo contrattuale – premurarsi solo degli insider e non contemplare l’esistenza del mondo degli appalti e subappalti, che per quella stessa azienda lavora.

Bisogna tentare di ricostruire meccanismi di solidarietà a partire dai luoghi di lavoro. Certo, tutto questo è molto difficile ma, per esempio, non si potrebbe rincominciare a ragionare di contratti di sito – come sta facendo la Camera del Lavoro di Reggio Emilia – tramite i quali tentare di mantenere uniti i vari livelli di contrattazione e di vertenza? Che cosa ha di così spaventoso provare a tenere insieme – magari nella stessa assemblea – i lavoratori delle aziende appaltanti con quelli delle aziende appaltatrici? In fin dei conti, che cos’è la confederalità se non il tentativo ricostruire unità del soggetto lavoro laddove il capitale divide e frammenta?

A mio avviso si tratta dell’unica pratica sindacale possibile per provare a invertire la rotta e per tentare di ricostruire coalizioni sociali ampie, a partire proprio dalle condizioni di chi lavora.

Sempre che non si sia definitivamente abdicato al ruolo stesso del sindacato confederale. Se così fosse, non penso che ci sarebbero molte altre alternative alla completa dismissione della Cgil e all’emergere – per forza di cose – di nuove forme di micro sindacalismo conflittuale, magari a vocazione aziendale o tutt’al più territoriale. Con tutti i danni che ciò comporterebbe per la ricostruzione dell’unità dei lavoratori dipendenti.

Un ulteriore terreno su cui intervenire è quello che riguarda i controlli di legalità nel settore della movimentazione merci e del facchinaggio, in particolare nel mondo delle cooperative cosiddette “spurie”.  In tal senso s’inserisce il progetto di legge regionale “Disposizioni per la promozione della legalità e della responsabilità sociale nei settori dell’autotrasporto, del facchinaggio, della movimentazione merci e dei servizi complementari”. Si tratta di un progetto di legge, su iniziativa della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna, che mira a regolare il settore della logistica e a impedirne lo sfruttamento e l’illegalità attualmente presenti. Le cooperative cosiddette “spurie” attuano, infatti, una vera e propria destabilizzazione del mercato, spinte da una tacita accettazione da parte della committenza  – sia aziende private che cooperative – che, per anni, ha continuato ad affidare appalti con la logica del massimo ribasso.

Non esenti da forti responsabilità sono anche le grandi centrali cooperative, Legacoop in testa. Formalmente esse rivendicano la disponibilità a sottoscrivere protocolli d’intesa, invocano l’intervento delle Forze dell’Ordine e degli uffici preposti ai controlli ma, nella sostanza, ben poco hanno fatto per arginare l’illegalità imperante nel settore. In questo caso, è necessaria una profonda analisi su quello che le grandi cooperative (alcune addirittura quotate in borsa) sono diventate negli ultimi decenni: da strumenti per ridistribuire un lavoro dignitoso e utili a esso collegati, sono ormai diventate niente di più e niente di meno che grandi aziende, più attente agli utili finanziari o alla partecipazione ai mega appalti, piuttosto che agli interessi reali dei propri soci lavoratori o consumatori. Inoltre, come denunciato dallo stesso Guido Mora nel corso della sua intervista, le grandi centrali cooperative fanno ben poco anche per quanto riguarda la formazione e l’informazione dei soci lavoratori rispetto ai loro diritti.

Alle cooperative del settore facchinaggio e movimentazione merci, che utilizzano forza lavoro immigrata e a basso costo, va reso vincolante sottoscrivere e attenersi ai contratti nazionali di categoria. Su questo punto è necessaria la mobilitazione di tutti: in un territorio come quello emiliano romagnolo – ma dovrebbe essere così in tutta Italia – bisogna dire con chiarezza che è intollerabile lavorare in quel modo, senza tutele e garanzie minime. L’illegalità imperante nel settore, perpetrata da queste cooperative “spurie” – che non esito a definire cooperative truffa – deve essere risolta.

Le grandi centrali cooperative devono assumersi le proprie responsabilità e decidere se vogliono essere parte della soluzione o, viceversa, parte del problema. La fiscalità agevolata di cui godono e la loro ragione sociale, stanno lì a ricordarcelo.

Ultimo aspetto che vorrei sottolineare riguarda la genealogia delle lotte in corso, il loro grado di sedimentazione e la capacità che hanno avuto di soggettivare un pezzo consistente (ma certamente non ancora maggioritario) della forza lavoro migrante.

Il facchinaggio – come ricordato in precedenza – è svolto principalmente da lavoratori migranti, tenuti costantemente sotto ricatto dai meccanismi burocratici del rinnovo dei permessi di soggiorno (vedesi Legge Bossi-Fini); di più, la scelta padronale nell’assunzione di queste figure si può spiegare solamente con la volontà di un controllo assoluto sulla forza lavoro: un lavoratore migrante è più ricattabile, è disposto ad accettare ogni tipo di mansione, è abituato a chinare la testa. A tutto questo va anche aggiunto che – come riscontrato in diversi casi – non solo i soci lavoratori delle cooperative della logistica non conoscono i propri diritti ma, molti di loro, non hanno nemmeno dimestichezza con la lingua italiana. Si comprende bene come questo mix di fattori produca un sostanziale isolamento nei confronti degli altri lavoratori indigeni e permetta una maggiore arbitrarietà da parte padronale.

Se questo è lo stato dell’arte della composizione interna al settore della logistica, risulta ancora più evidente come il ruolo del sindacalismo di base sia stato di fondamentale importanza non solo nell’emersione e nella denuncia dei fenomeni di sfruttamento ma anche nell’avvio e nell’organizzazione delle prime forme di lotta. Sono poi le stesse mobilitazioni che stanno producendo – a mio avviso – un discreto salto in avanti all’interno della composizione di classe migrante: dopo tanti anni di annunci e di pochi riscontri materiali, per la prima volta un gruppo di migranti si è realmente soggettivato nella lotta fra capitale e lavoro, ribellandosi allo sfruttamento e all’illegalità imperante in un settore spesso fuori controllo. Ora sta a noi – Cgil compresa – non lasciarli soli, anche perché, forse, abbiamo tutti molto da imparare dalle lotte in corso.

 

 

 

 

Category: Lavoro e Sindacato

About Tommaso Cerusici: Tommaso Cerusici. Nel luglio del 2009 si laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna con una tesi dal titolo “L’esperienza delle Tute Bianche in Italia (1994-2001): i documenti, i dibattiti, le voci dei protagonisti”. Nel marzo del 2013 consegue la laurea magistrale in Storia all’Università di Bologna con una tesi dal titolo “L’esperienza di Claudio Sabattini nelle lotte studentesche e operaie del ’68-’69 e nel movimento no global: pensiero e militanza di un sindacalista Fiom”. Attualmente è uno studente del Master in "Comunicazione storica" presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Bologna. Da sempre attivo nei movimenti sociali e studenteschi, ha collaborato con l’emittente radiofonica bolognese Radio Kairos 105.85FM e con il sito di comunicazione Globalproject.info. E' attivista del centro sociale Tpo di Bologna e collabora con la Fondazione "Claudio Sabattini". Fa parte della redazione operativa della rivista "Inchiesta"

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