Tiziano Rinaldini: Il problema politico

| 6 Novembre 2012 | Comments (0)

 

 

Questo testo è stato pubblicato in “Inchiesta” 177, luglio-settembre 2012 pp 19-24

Gli ultimi sviluppi della vicenda Fiat possono esserci d’aiuto nel tentare di fare chiarezza su un piano più generale sullo stato delle cose e sul limite con cui fare i conti se si vuole superare la sostanziale subalternità che in rapporto alla crisi investe largamente l’azione e il pensiero di sinistra o anche solo democratico (ben che vada) l’interesse ad una presenza reale del settore auto in Italia, con pesanti ulteriori conseguenze sui suoi stabilimenti e sulla filiera che gravita intorno alla produzione automobilistica. Gli effetti sono aggravati dalla presenza in Italia della Fiat come unico produttore. Il risultato è che in nessun altro paese europeo si producono così poche auto rispetto a quelle che si acquistano, e, mentre si apre il problema di una prospettiva per la mobilità non più centralmente riferita al prodotto auto così come tradizionalmente inteso, rischiamo (con il decisivo concorso di Marchionne) di essere estromessi dalle competenze produttive e progettuali necessarie per impostare un futuro diverso sullo stesso terreno della mobilità. Tutto ciò poteva essere visto da tempo. Non si può dire che, a ben vedere, lo stesso Marchionne più di tanto lo avesse tenuto nascosto. La Fiom lo aveva denunciato da tempo, ed anche alcuni commentatori seri (non tanti per la verità). Ora però si è determinato un allarme largamente condiviso (a partire dalle stesse centrali sindacali), con denunce, critiche e prese di distanza da Marchionne. Questo è un fatto positivo, anche se il ritardo ci mette di fronte ad una situazione molto compromessa e già costruita al punto tale da rendere molto arduo un credibile recupero. Generalmente però si è sorvolato sul fatto che Marchionne a partire dal 2008 è stato il pioniere di un radicale attacco alla possibilità che i processi delle imprese di fronte alla crisi siano affrontati nel rispetto dei diritti dei lavoratori e delle stesse libertà sindacali. Marchionne ha imposto relazioni industriali fondate sulla inammissibilità nell’impresa di punti di vista diversi da quelli unilateralmente definiti e decisi dalle imprese, sino all’estromissione (dalle agibilità e dalle relazioni) di qualsiasi organizzazione che non accetti questa preventiva sottomissione ad una dimensione “gialla” e aziendalistica, comprensiva della lesione dei diritti costituzionali e contrattuali dei lavoratori e lavoratrici (persone?). Una operazione che neanche negli anni ’50 del secolo scorso fu portata così a fondo. Molti di coloro che in queste settimane criticano o attaccano Marchionne trascurano questo aspetto decisivo. E’ stato questo il danno strutturale che rende oggi possibile la beffa sullo sviluppo della Fiat in Italia. Il danno prima ed ora la beffa, e non il contrario come pure ho trovato recentemente titolato in un quotidiano certamente di sinistra.

E’ così possibile fantasticare da parte de l’Unità su “Cgil, Cisl, Uil uniti contro la Fiat”, ed è possibile ad Angeletti fare dichiarazioni furbeggianti (se la Fiat non porta avanti il progetto Italia gli accordi liberticidi non sono più validi), cercando così di distinguersi da Bonanni, complice a prescindere. Il quadro attuale della critica alla Fiat invece che essere utilizzato come occasione per vedere e denunciare la questione decisiva di partenza si affida di nuovo mani e piedi a promesse di sviluppo, come se fosse possibile considerare scambiabili diritti democratici fondanti con promesse affidate ad un potere unilaterale che dovrebbe mantenerle. Se poi accadesse qualche transitorio successo dell’impresa, tutto sarebbe condivisibile? Pur sapendo di esagerare, vorrei ricordare che nazismo e fascismo si affermarono anche grazie a parziali e contingenti successi economici e di sviluppo a fronte della crisi allora in corso, ma nessun vero antifascista e democratico pensò di cambiare idea sulla natura di quel sistema e, pur in assenza di alternative a breve, rinunciare a denunciarlo e combatterlo. Le considerazioni sulla Fiat con cui avvio questo mio contributo consentono di cogliere su una concreta vicenda di queste settimane il riscontro della situazione generale che mi accingo a descrivere e si prestano, come all’inizio accennato, a introdurre il tentativo di mettere a fuoco il punto dirimente (di qua o di là) a cui questa situazione ci riporta per qualsiasi ipotesi di governo o di opposizione e per qualsiasi tentativo di riformulare il problema ella rappresentanza, politica o sindacale che sia.

Si susseguono analisi della crisi con tentativi di delinearne la natura e le prospettive e di indicare proposte per percorsi di risposta. Inoltre, sempre più spesso nell’ultima fase del dibattito politico e culturale, viene richiamato il tema del lavoro e della sua dignità con allarmate denuncie delle condizioni in cui versa (nel lavoro e nella ricerca di lavoro). E’ una sensibilità probabilmente destinata ad accentuarsi nella fase pre-elettorale. Sui vari piani coinvolti (dalle politiche economiche e finanziarie a quelle di politica industriale e politica sociale) vi sono anche contributi utili ed importanti per costruire alternative all’esistente. Ciò che vorrei però richiamare è un dato di realtà che mi pare richieda un indispensabile chiarimento per capire come si intenda rapportarsi con il lavoro. E’ evidente che il modello sociale ed economico che si è affermato nega che il capitalismo (l’economia) possa essere sottoposto a vincoli (vincoli, non variabili subordinate) sociali fondamentali, a partire innanzitutto da quelli riferiti alla dimensione in cui il capitale esercita il tentativo di dominare il lavoro. Si tratta della negazione della soggettività dei lavoratori e delle lavoratrici (dell’uomo e della donna nel lavoro e nella ricerca di lavoro) se non quando possa essere ridotta (e quindi negata) a fattore tra i fattori, merce fra le merci (nella disvelatrice innocenza del linguaggio si suole definire ormai comunemente il lavoro come capitale o risorsa).

La condizione per fare ciò è impedire che non il lavoro genericamente inteso, ma i lavoratori e le lavoratrici (attraverso la coalizione e la pratica del conflitto) possano sostenere ed esercitare qui ed ora un proprio punto di vista sull’interesse generale, legittimo, almeno tanto quanto quello che pretende di rappresentare il capitale. Solo una concreta e praticabile dialettica sociale sottrae il problema dell’interesse generale ad una manipolazione ideologica, intimidatoria ed autoritaria. Non è difficile cogliere in questa negazione della soggettività dei lavoratori e delle lavoratrici la natura omogenea più profonda dei processi di cosiddetta globalizzazione che si sono affermati nel mondo e in Italia dagli anni 80 del secolo scorso ad oggi. E’ anche evidente che la crisi attuale è (sempre nella stessa direzione) occasione di accelerazione ed ulteriore radicalizzazione.

Tutto si è venuto strutturando sia attraverso un processo materiale di ridefinizione, riorganizzazione e ristrutturazione del ciclo di valorizzazione del capitale, sia attraverso una progressiva e sempre più accelerata offensiva di distruzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici (occupati e no) sul piano contrattuale e drammaticamente sul piano legislativo. Il risultato è lo schiacciamento del lavoratore e della lavoratrice, quando sono occupati, costretti ad identificarsi con la specifica situazione lavorativa/imprenditoriale in cui sono di volta in volta inseriti, in guerra con altre situazioni, anche se parti della stessa impresa. Uno schiacciamento equivalente si produce per chi è alla ricerca di lavoro o è in condizioni di particolare precarietà o si trova in una situazione di lavoro individualizzato pseudo imprenditoriale (che alcuni incredibilmente definiscono “lavoratori indipendenti” con anche qui un’innocenza di linguaggio disvelatrice dei livelli di egemonia culturale che si sono affermati).

In questo quadro lo strumento fondamentale della contrattazione collettiva per affermare solidarietà ed autonomia qui ed ora viene di fatto espulso dalla dinamica sociale delle relazioni tra capitale e lavoro, e gli stessi accordi (non più accordi quindi) sono resi possibili e ammessi solo se semplicemente accompagnano e registrano un unico indiscutibile interesse a cui fare riferimento. In conclusione l’uomo e la donna nella dimensione del lavoro vengono considerati socialmente e politicamente subalterni, annullati. Da questo punto di vista la relazione tra capitale e lavoro presenta oggi (pur con le ovviamente evidenti differenze dell’involucro che la contiene) caratteristiche di fondo equivalenti alla situazione precedente alla nascita e al percorso del movimento operaio e all’apertura del problema di una democrazia moderna di massa.

L’Europa reale è stata costruita su questa base verso un’omologazione al modello anglosassone delle relazioni sociali ed in specifico a quello americano, che a sua volta si è ulteriormente degradato. Obama o non Obama. Il nostro paese, al di là dei diversi governi e anche delle intenzioni dichiarate, ha visto un omogeneo attuarsi di questa tendenza, con una drastica accelerazione con l’ultimo governo Berlusconi e l’attuale governo Monti. Voglio sottolineare che ciò appare particolarmente grave alla luce del quadro da cui in Italia si partiva influenzato dagli avanzamenti sul piano sociale e democratico realizzati in particolare negli anni 60 e 70 del secolo scorso.

Per meglio chiarire quanto è avvenuto è indispensabile ricordare che i processi descritti non si sono limitati a costruire condizioni di modifica con un momentaneo arretramento per i lavoratori e per la loro possibilità di ricostruirsi una capacità di azione collettiva e solidale. Ciò che è stato strutturato, non a caso su tutti i piani compreso quello legislativo, è un intreccio tra politiche economiche, contrattazione e diritti sociali e sindacali tale da espellere dalla legittimità delle relazioni sociali la possibilità per i lavoratori di poter essere protagonisti di un recupero di una loro forza di coalizione autonoma e solidale. Le stesse organizzazioni sindacali sono indotte a tentare di salvaguardarsi rendendosi organicamente complici, tanto più se rinunciano a modificare radicalmente in senso democratico il loro rapporto con i lavoratori e restano chiuse in una logica tradizionale di salvaguardia dell’organizzazione come valore in sé. Diversamente vengono estromesse dal sistema. Le vicende sindacali di questi anni e attuali danno ampio riscontro di ciò, nel nostro paese a livello globale. Il dato generale della crisi viene utilizzato per nascondere ciò che si viene determinando strutturalmente per il futuro. Mentre si presentano gravissime situazioni di crisi di imprese, settori e territori, si procede (tanto più nelle imprese che all’interno della crisi vanno bene) a strutturare le relazioni industriali su basi radicalmente aziendalistiche (sul terreno retributivo, sulla condizione di lavoro, sulla formazione, sull’ingresso dei giovani, sui problemi sociali rispetto ai bisogni sempre più privi di una copertura universalistica e solidale.

Il sindacato sempre più spesso assiste ininfluente o complice, con ampie coperture e omertà da parte del mondo politico e culturale. Basti qui accennare che proprio in questi giorni è all’opera il tavolo attivato dal Governo per un patto sulla produttività che porti a strutturare l’utilizzo della leva fiscale per incentivare dinamiche retributive aziendali che spingano i lavoratori a fare più ore di lavoro quando lo chiede l’azienda mentre fuori aumenta la disoccupazione, e ad investire quote di salario per risposte corporative sui problemi sociali mentre si abbassa la copertura dello stato sociale. Non dovrebbe essere necessario spiegare che vengono così unite e svuotate sempre più di valore le conquiste che con il contratto nazionale dovrebbe riguardare tutti, a partire dagli stessi aumenti salariali di cui i lavoratori abbiano diritto sulla base dell’orario normale di lavoro.

La domanda che a questo punto voglio rendere esplicita è se, ferma restando la condizione che ho descritto, si possa ritenere possibile intervenire sulla crisi in modo autonomo e alternativo a quanto viene determinato dai poteri oggi dominanti e da quanto eventualmente scaturisce dalle contraddizioni a loro interne. Oppure, per quanto si abbiano buone intenzioni, se non si resti di fatto nel campo di consigli senza forza propria che “lorsignori” di volta in volta possono eventualmente fare propri in ragione delle convenienze comunque tutte interne all’attuale modello sociale ed economico.

La mia opinione è evidente. Diversamente sarebbe come ritenere che si possa iniziare ad impostare una costruzione di alternative dando come scontato che nel frattempo nel cuore dell’attività di produzione della ricchezza sociale venga ammesso un solo potere ordinatore, unilaterale. Qualsiasi tentativo di aggirare o anche rinviare questo problema ricostruendo teorie e pratiche che fondino altrove processi di alternativa, fermo restando il quadro di negazione prima descritto, è destinato a non incidere più di tanto, non andando oltre nel migliore dei casi a, pur auspicabili, utili e rilevanti manifestazioni di opposizione. In altri casi questi tentativi vengono manipolati nell’attuale dinamica delle rappresentanze per veicolare percorsi di accettazione del sistema così com’è. Inoltre, alla luce dei percorsi del 900 e degli esiti a cui si è pervenuti, non credo si possa contare sulla ripetizione di un passato (passato). Sarebbe la ripetizione caricaturale di uno schema (che pure ha avuto una sua efficacia e nobiltà storica) per cui la richiamata negazione poteva essere per l’intanto accettata in funzione della fiducia in una rappresentanza esterna che, prima o poi, in una dimensione politico statuale, avrebbe rovesciato la situazione.

Nella versione attuale la traduzione produrrebbe una presenza impotente di soggetti politici di testimonianza oppure la ricerca del voto per rappresentanze che senza vincolarsi alla messa in discussione qui ed ora della negazione di una dialettica sociale democratica, si offrono come il meno peggio. Anche questi esiti, a ben vedere, sono coerenti con un processo di omologazione al sistema americano. Infine appaiono del tutto elusivi nel fare i conti con la realtà i tentativi di aggirare il problema democratico descritto sostituendolo con il tema della “democrazia economica” con proposte che accentuano l’identificazione/annullamento del lavoratore con la specifica attività economica in cui è inserito e con le “fortune o sfortune” della stessa. Se queste mie considerazioni hanno un senso, la condizione dirimente e discriminante, di partenza, per le attuali dinamiche sociali, politiche e sindacali, è la costruzione e conquista di un quadro democratico, anche sullo stesso piano statuale e legislativo, che renda possibile ai lavoratori e alle lavoratrici (dentro e di fronte al lavoro) l’esercizio di un ruolo autonomo di soggetto collettivo, e cioè di potenziale soggetto sociale in campo.

Onde evitare fraintendimenti, il quadro democratico a cui riferirsi richiede l’affermazione di un insieme di diritti degli uomini e delle donne all’interno e intorno al rapporto con il lavoro che consenta loro di non essere schiacciati sulle fortune di questa economia e quindi di poter sottrarsi all’obbligo di sottostare a decisioni dettate da contingenti situazioni aziendali o di settore, e di potersi sottrarre a condizioni che rompano le basi fondamentali di diritti solidali e di libertà, e cioè vincoli sociali su cui possano contare tutte le persone davanti al problema del lavoro (vincoli che rappresentano la condizione verso la realizzazione della cittadinanza). Mi riferisco ad un insieme di diritti che intervengano sulla attuale condizione sociale dotando ogni uomo e donna di una base non scambiabile, né derogabile nelle specifiche situazioni. Chiarito il concetto ovviamente occorre misurarsi con un contenuto che vi corrisponda, e, per favorirne la comprensione, elenco alcuni dei principali temi a cui riferirsi: forme di reddito che recuperino alla cittadinanza chi si trova ad esserne escluso; interventi positivi all’attuale arbitrarietà del mercato del lavoro; la non licenziabilità senza giusta causa; le agibilità democratiche nei luoghi di lavoro; il problema di una retribuzione al di sotto della quale non si possa scendere; il diritto di sciopero; il diritto di una formazione non solo se riferita all’esigenza unilaterale per l’impresa e del punto di vista di questa economia.

Nel contempo si tratta di considerare parte indivisibile del quadro richiamato la definizione (sulla base quindi di diritti non scambiabili) di regole, anche legislative, che favoriscano una contrattazione collettiva di cui i lavoratori siano titolari e responsabili; con percorsi di partecipazione e quindi l’esercizio vincolante del voto sulle rivendicazioni e sugli accordi, tanto più per decidere su posizioni diverse. In sintesi si tratta di considerare centrale la definizione e affermazione di un insieme di diritti e regole democratiche che valorizzino la possibilità degli uomini e delle donne all’interno e di fronte al lavoro di esercitare coalizione solidale, contrattazione collettiva e conflitto sociale, controbilanciando il radicae ricatto a cui sono sottoposti con la chiusura in un recinto aziendalistico e di isolamento individuale (la condizione cioè da cui si è partiti nell’800). Senza queste condizioni non esiste alcuna possibilità di recupero di relazioni industriali (e relazioni sindacali) in una prospettiva democratica.

E’ una dimensione di scelta del tutto opposta a quella che è stata realizzata in questi anni in Italia e in Europa. Non sono accettabili equivoci e tatticismi per qualunque rappresentanza (nel porsi sia sul piano partitico che sindacale) rispetto al dovere di esplicitare l’assunzione di questa scelta come radicalmente alternativa rispetto a quanto realizzatosi in questi anni. Sul piano della stessa rappresentanza sindacale è solo in questa prospettiva che può trovare futuro un’organizzazione che voglia tentare di rappresentare un’idea confederale del lavoro e degli interessi dei lavoratori, autonoma dai partiti e dal capitale, non complice o succube, ne che si illuda di rappresentare il mondo del lavoro ridotto a frantumi assunto e condiviso nella sua frantumazione. Da questo punto di vista paiono sostanzialmente elusivi i tentativi di ricondurre questi problemi ad una dimensione fattizia tra le parti sociali, così come l’illusione di rispondere al problema della valutazione della rappresentanza sindacale esclusivamente richiamando gli iscritti che ciascuna organizzazione dichiara o il conteggio di elezioni parapolitiche. Sono ovviamente consapevole che il quadro di conquiste democratiche indicato non è sufficiente per definire una progettualità di trasformazione dell’esistente che possa tentare di proporsi ricercando partecipazione, consenso e credibilità.

Sono necessarie anche altre proposte, progetti e obiettivi su altri terreni. Per la verità sono già presenti a questo proposito idee e contributi sui vari terreni. Per stare ad un esempio non casuale, la non rimessa in discussione e denuncia del fiscal compact aprirebbe un’evidente incompatibilità con la credibilità delle scelte qui richiamate. Altri sono da costruire, anche su temi che sono significativamente assenti. Basta pensare al silenzio da cui è circondato il tema della riduzione d’orario e della divisione sociale del lavoro con la preoccupante tendenza ad accettare la separazione del lavoro tra lavori creativi e lavori esecutivi, indipendenti e dipendenti, cognitivi e manifatturieri.

Rispetto alle altre questioni, non si tratta quindi di collocare sul piano temporale il problema qui evocato come un prima e un dopo. Il punto su cui è necessario ricercare grande chiarezza è se si considera centrale e dirimente rispetto alla credibilità dell’insieme l’assunzione dell’obiettivo della conquista del quadro democratico prima descritto (il nucleo centrale oggi e non domani, della stessa questione della democrazia) e come ciò sia alla base di qualsiasi reinizio. Non quindi un punto tra gli altri, magari da rinviare a tempi migliori e intanto pensare ad altre cose ritenute più a portata di mano.

Senza la chiara e impegnativa assunzione di questo punto di vista confesso una crescente insofferenza verso propositi, idee e contributi pur importanti, ma quasi mai organizzati intorno a questo nodo centrale e prioritario nel senso ora richiamato. A me pare che qualsiasi possibilità di risposta alla crisi sia nei fatti priva di autonomia e credibilità se alla base non c’è un rilancio della democrazia fondato sul piano sociale su un quadro di diritti, regole e pratiche democratiche che valorizzino non compassionevolmente il lavoro, ma la capacità dei lavoratori e delle lavoratrici di poter essere soggetto collettivo per un altro punto di vista interno ed autonomo dei meccanismi del sistema a cui è inevitabilmente ricondotta di volta in volta l’impresa e l’attività economica nel sistema di mercato capitalistico.

A ben vedere è nella negazione di questo il nodo centrale della sempre più evidente crisi della democrazia (il divorzio tra capitalismo e democrazia), che con preoccupazione è ormai elemento di angosciata riflessione anche di settori culturali tutt’altro che anticapitalistici. Solo una democrazia che trae la sua sostanza da una riconosciuta e accettata dialettica sociale è in grado di favorire strade per il futuro alternative a quelle attuali con le incombenti drammatiche prospettive che lasciano intravedere. In questo senso è oggi relativamente discriminante una dichiarazione di principio (un credo?) anticapitalistico o meno (è troppo facile e poco significativo cavarsela così); di ben più pregnante significato è l’assunzione della scelta di una sfida democratica radicale a partire dal piano sociale. Nella fase attuale quindi questo è il problema politico, non un problema politico riducibile ad una sommatoria tra altri problemi e tanto meno ad un tema prevalentemente sindacale.

Tra le responsabilità di gran parte del sindacato e della CGIL (non certo della FIOM) c’è quella di non aver operato perché fosse assunta questa consapevolezza, restando invece in una dimensione di ricerca di protezioni politiche esterne ad un ambito sindacale tradizionale, e cioè riservato alle organizzazioni chiuse in se stesse. Mondo politico e mondo culturale a loro volta hanno prevalentemente continuato a guardare le vicende contrattuali e il nodo del sindacato come tema sostanzialmente collaterale sulla base di supreme convenienze politiche (e cioè politiciste). E’ significativa in questo senso l’apparente superficialità con cui le vicende delle divisioni dei sindacati vengono vissute come pura negatività, e non anche come risorsa per capire che l’unità sindacale del futuro potrà realizzarsi e avrà un significato interessante se viene vincolata all’esercizio del diritto dei lavoratori, non più quindi come bene sequestrato dalle organizzazioni.

Nell’avviare la parte conclusiva di questa riflessione, è opportuno chiarire che non mi sfugge il carattere oggi largamente minoritario sul piano culturale e politico del punto di vista esposto. Concorre inoltre alla consapevolezza delle difficoltà da affrontare, il fatto che la dimensione a cui riferirsi non può essere racchiusa in quella nazionale. Uno degli effetti strutturali dell’attuale globalizzazione è stata proprio la messa in crisi della dimensione nazionale come il luogo di ricostruzione degli equilibri tra democrazia e capitalismo, come era avvenuto nella fase storica precedente (equilibri che, nell’affermarsi pur parzialmente, furono profondamente segnati da un nazionalismo traversale).

La chiusura in quella dimensione oggi apre solo prospettive ancora più autoritarie sul piano sociale, politico e culturale, comunque regressive. E’ quindi la dimensione europea il luogo intermedio a cui doversi riferire, ma solo se non assunta (come per lo più accade) come alibi per coprire proprie responsabilità nello smantellamento di ciò che nella nostra realtà nazionale (forse più che in altri paesi europei) ci darebbe la possibilità di essere tra i principali protagonisti per una costruzione europea alternativa sul piano dei diritti e della democrazia a partire dalla loro traduzione sulla questione sociale. Quindi, sono evidenti le difficoltà di partenza, ma con altrettanta evidenza a me pare sia questo il passaggio da cui si possa reiniziare un percorso in grado di recuperare credibilmente il pur vasto sentimento oppositivo che percorre il mondo attuale e aprire strade per alternative. Senza questo passaggio si resta al di qua, e non è neanche vero che si possa utilmente ragionare eludendolo e intanto muovendosi su altro. Non mancano le occasioni. La stessa battaglia referendaria che si è avviata, può esserlo. E’ una occasione straordinaria se viene concepita non solo come il tentativo di annullare alcuni dei più gravi ed odiosi interventi legislativi degli ultimi anni sui diritti dei lavoratori e di libertà sindacale, ma anche e soprattutto come possibilità di rimettere al centro del tema della crisi della politica il tema di diritti e di regole democratiche nel lavoro e sul piano sociale.

In conclusione, forse, nonostante tutto, la realtà attuale (vista anche alla luce dell’esperienza storica che ci sta alle spalle) finalmente ci consente, e ci obbliga a misurare la nostra capacità di fare i conti con problemi rimasti sinora storicamente irrisolti sul rapporto tra la politica e il soggetto sociale, e riaprire su basi nuove un percorso per il movimento operaio e per la democrazia moderna di massa.

 

 

 

Category: Lavoro e Sindacato

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About Tiziano Rinaldini: Tiziano Rinaldini è nato nel 1947 a Reggio Emilia. Ha partecipato alla Fgci e alla Sezione comunista universitaria di Bologna negli anni '60. È entrato nella Fiom a partire dal 1970, prima a Reggio Emilia e poi a Varese. Dal 1976 al 1981 è stato responsabile del settore auto della Fiom nazionale. Dal 1982 ha partecipato al Cres e all'Ires ER. Dal 1986 al 1989 ha fatto parte della Cgil ER nel settore trasporti e dal 1989 al 1995 ha fatto parte della segreteria della Cgil regionale ER. Dal 1995 al 2000 ha fatto parte della segreteria nazionale dei chimici. Attualmente fa parte dell'apparato Cgil ER. Ha scritto numerosi saggi e interventi per «Il Manifesto», «Alternative per il socialismo» e «Inchiesta».

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