Paola Giaculli: Germania: Una stagione di lotte tra diritti acquisiti. diritti in bilico e precarietà

| 29 Maggio 2015 | Comments (0)

 

 

 

 

Diffondiamo da “Inchiesta”  aprile-giugno 2015  l’articolo inviato da Berlino il  29 maggio 2015  scritto da  Paola Giaculli (nella foto)

Durante la seduta del 22 maggio al Bundestag la maggioranza di governo della Große Koalition Cdu/Spd ha approvato con 444 voti contro i 126 dell’opposizione di Linke e Verdi (con 16 transfughi Cdu e 1 Spd) e 16 astenuti (tra Cdu, Spd e Verdi), la “Tarifeinheitsgesetz”, la legge per “l’unità contrattuale”, sulla base del principio “un’impresa, un contratto”, a firma del Ministero del lavoro guidato dalla socialdemocratica Andrea Nahles. Si intende così, come auspicato anche dall’organizzazione generale dei sindacati Dgb (6,1 milioni di iscritti) e da alcuni suoi grandi affiliati come la Ig Metall (2,27), risolvere con una forzatura giuridica a favore del sindacato di maggioranza i conflitti tra sindacati all’interno delle imprese. Il Bundesrat, la Camera delle Regioni, aveva già espresso parere favorevole lo scorso febbraio. Con l’entrata in vigore della legge a luglio, in una stessa impresa non sarà ammesso più di un contratto per la stessa categoria di dipendenti, visto che prevarrà, se i sindacati non troveranno un accordo, il principio di maggioranza, che dà diritto al sindacato con più iscritti di trattare con l’azienda per tutti. L’accordo così raggiunto si dovrà applicare all’insieme dei lavoratori di un’impresa, indipendentemente dall’appartenenza sindacale. Si rivede in questo modo una sentenza della Corte costituzionale del 2010 che ammetteva la pluralità di contratti. Secondo l’opposizione politica e numerosi analisti si tratta di un provvedimento di dubbia costituzionalità per le limitazioni implicite al diritto di libera associazione dei lavoratori, e quindi al diritto di sciopero, sanciti dalla costituzione tedesca, con il rischio evidente di una discriminazione generalizzata dei lavoratori. “La legge viola la libertà di associazione dei sindacati, al cui contratto viene tolta validità giuridica” – afferma il giurista Detlef Hensche. “Il legislatore sottrae ai sindacati il diritto di trattare con il datore di lavoro le condizioni di lavoro dei propri aderenti secondo le proprie aspettative e di fissarle in contratti vincolanti. Con la perdita della tutela del contratto viene eliminata l’autonomia contrattuale, una delle funzioni più importanti del sindacato”. Come molti altri osservatori, anche Hensche è dell’avviso che la legge sia stata studiata ad hoc per sbarazzarsi dei sindacati più conflittuali.

In effetti questa ingerenza legislativa nelle vertenze che da qualche tempo animano le relazioni industriali in Germania, pare rivolta a neutralizzare il conflitto, non tanto per timore di paralisi del paese, come nel caso dei frequenti scioperi dei macchinisti e piloti, bensì perché la lotta verte sui diritti fondamentali e sul contratto e, probabilmente, perché mette in discussione un modello affermatosi negli ultimi quindici anni.

Contro la legge si sono schierati, oltre al grande sindacato dei servizi Ver.di (2,04 milioni), membro di Dgb, i sindacati di categoria che più si sentono presi di mira, separatisi negli anni Duemila dal Dgb. Sono minori per numero di iscritti, ma molto ben organizzati come la Gdl, sindacato dei ferrovieri, di maggioranza tra i macchinisti (20.000, per un totale di iscritti pari a 34.000), con il combattivo presidente Claus Weselsky, e il sindacato dei piloti Unione Cockpit che si sono distinti nell’ultimo anno per una serie di agitazioni di lunga durata (fino a sei giorni consecutivi per i macchinisti e quattro per i piloti). La quasi totalità dei mass media ha gridato allo scandalo, qualcuno spingendosi a definire la Germania “il paese degli scioperi” e agitando così lo spauracchio dei paesi dell’Europa del sud, dove secondo l’opinione pubblica è più forte la disponibilità a incrociare le braccia. Però, anche se nel 2015 si è già superato il totale di giorni di sciopero del 2014, il volume delle agitazioni (per giorni e lavoratori coinvolti), secondo l’istituto di sociologia e economia della Fondazione del Dgb Hans Böckler, è rimasto pressoché costante negli ultimi dieci anni.

In particolare nei confronti dei sindacati di ferrovieri e piloti si è scatenata una vera e propria guerra mediatica, con la stessa aggressività e intolleranza usata contro la Grecia e il suo popolo, e dopo la vittoria di Syriza anche contro il suo governo, demonizzando in particolare il ministro delle Finanze Gianis Varoufakis. Tant’è che ironizzando su alcuni toni inferociti, un quotidiano di Berlino, Berliner Zeitung, ha ribattezzato il presidente della Gdl “Gianis Weselsky”, l’altro amato bersaglio da abbattere a colpi di inchiostro. Per non parlare dei piloti, categoria “privilegiata”, le cui rivendicazioni salariali, il mantenimento della possibilità di prepensionamento a 55 anni che Lufthansa vuole portare a 60, e la loro lotta contro le liberalizzazioni in stile low-cost, hanno scatenato un vero e proprio dibattito di invidia sociale. Insieme a questi ultimi hanno annunciato il ricorso contro la legge anche il Dbb (sindacato dipendenti pubblici) di cui è membro la Gdl, e i medici del Marburger Bund, con buone possibilità di successo. Anche su ammissione dello stesso governo, un tribunale del lavoro, se consultato in merito, lo riterrebbe “unverhältnismäßig”, cioè “sproporzionato” e quindi inammissibile, “per un’evidente inapplicabilità” dell’obiettivo che lo sciopero si prefigge, visto che le rivendicazioni del sindacato di maggioranza avrebbero comunque la meglio. L’associazione dei giudici dei tribunali del Lavoro (Bra) intanto fa sapere che stabilire il numero degli iscritti a un sindacato richiederebbe tempi lunghi, mentre la legge suggerisce la via “notarile”. Secondo la parlamentare verde Beate Müller-Gemmeke, c’è da aspettarsi “conflitti e caos”, visto che il governo “non ha un piano su come stabilire con certezza di diritto il numero degli iscritti”.

Nei media si è chiamata in causa “l’irresponsabilità” o “l’egoismo” dei sindacati che “prendono in ostaggio migliaia di viaggiatori e pendolari”, nella maggior parte dei casi senza entrare nel merito delle questioni di fondo, ignorate anche dal governo, nonostante lo Stato sia azionista di maggioranza della Deutsche Bahn (DB), le ferrovie tedesche. Per Weselsky, il nocciolo del conflitto si situa nel forte peggioramento delle condizioni di lavoro in seguito al processo di privatizzazione iniziato nel 1993, con aumento di straordinari e consistente divario salariale tra nord e sud, talvolta pari al 40 percento (con salari di ingresso di 2500 Euro lordi), contro cui la Gdl propone un contratto nazionale con riduzione dell’orario (da 39 a 38 ore), aumenti del 5 percento e infine del diritto a negoziare anche per altre categorie oltre ai macchinisti. Anche il sindacato di maggioranza di queste categorie Evg (totale iscritti 204.000, di cui solo 2.000 macchinisti), membro di Dgb, ha minacciato di scioperare, ma intanto ha raggiunto un accordo con DB (5,1 percento in due anni e una tantum di 1.100 Euro lorde), che si estende anche ai macchinisti, proprio nel giorno (27 maggio) in cui inizia l’arbitrato tra Gdl e DB, per cui Gdl ha sospeso nei giorni precedenti uno sciopero a oltranza, con la mediazione di due politici: per la DB l’ex primo ministro del Brandeburgo Matthias Platzeck (Spd), mentre la Gdl ha chiesto di essere rappresentata da Bodo Ramelow (Linke), attuale presidente della Turingia, ex sindacalista di Ver.di. Qualora uscisse da qui un risultato più vantaggioso per i lavoratori rispetto a quello raggiunto con la Evg, la DB si impegna ad applicarlo a tutti indistintamente.

Queste lotte sono state attraversate dal dibattito sulla nuova legge e si è avuta l’impressione che, con la sua indisponibilità, la DB attendesse il varo della nuova legge per rendere vano il ricorso allo sciopero.

Intanto anche Ver.di, schieratasi fin dall’inizio contro il progetto di legge, si distingue per una serie di mobilitazioni di lavoratori di Amazon, delle poste e insegnanti degli asili pubblici, in sciopero, questi ultimi, a oltranza. Mentre scriviamo sono giunti alla terza settimana di lotta per l’obiettivo di un inquadramento superiore, con conseguente aumento del 10 percento in busta paga, un dilemma per molti comuni in crisi di patto di stabilità. Nel caso delle poste i lavoratori chiedono aumenti del 5,5 percento, una riduzione dell’orario da 38,5 a 36 ore e protestano contro un piano di ristrutturazione per la creazione di 49 agenzie regionali della società affiliata DHL, con conseguenti inquadramenti al ribasso e dumping salariale per tagli in busta paga anche del 20 percento. Per Ver.di la ristrutturazione è un’operazione di puro profitto sulla pelle dei lavoratori visto che la Deutsche Post ha incassato nel 2014 utili pari a ben tre miliardi per la gioia degli azionisti e dell’amministratore delegato Appels, che si è aumentato lo stipendio del 30 percento, per un totale di 9,6 milioni, ora terzo in classifica dei managers tedeschi più retribuiti. Intanto le poste cercano di far fronte alle astensioni dal lavoro con l’impiego di dipendenti pubblici che godono ancora dello status di Beamte, mantenuto dall’epoca precedente alla privatizzazione, ma per questo non possono fare sciopero.

Insieme al sindacato GEW (istruzione) e NGG (industria alimentare e settore alberghiero) Ver.di aveva già promosso contro il progetto di legge una raccolta di firme, fino a oggi circa 90.000. Anche per Frank Bsirske, presidente di Ver.di, la legge attacca il diritto di sciopero. “Un contratto uguale per tutti è un obiettivo giusto per non mettere i lavoratori gli uni contro gli altri”, afferma Bsirske, “ma bisogna perseguirlo con le politiche sindacali”. L’iniziativa della raccolta di firme non è  certamente stata vista di buon occhio dalla Dgb, in particolare dai sindacati dell’industria, primo tra tutti la Ig Metall, favorevoli fin dall’inizio alla legge. Per di più a metà aprile Ig Metall, Ig Bce (settore minerario, chimico, ed energetico), Ig Bau (edili) e il sindacato ferrovie e trasporti Evg hanno stretto un accordo di maggiore collaborazione “per reagire più rapidamente ai cambiamenti nel mondo del lavoro, alle trasformazioni dell’economia e risolvere conflitti tra singoli sindacati”. Peccato che, nonostante il presidente Dgb Reiner Hoffmann abbia assicurato che l’accordo “non intende escludere nessuno”, Ver,di non sia stato neanche invitato, e questo proprio nel momento di aperto contrasto sulla legge. Pare dunque essersi creata una forte spaccatura in particolare tra Ig Metall, Ig Bce da una parte e Ver.di dall’altra che, secondo il quotidiano Süddeutsche Zeitung (16 aprile 2015), rappresenta uno scontro tra due culture diverse: “i primi si concentrano quasi esclusivamente sul lavoro nelle aziende, il secondo invece punta anche a fare opposizione fuori dalle aziende e dalle istituzioni”, ossia a fare opposizione sociale.

La situazione economica ha finora avvantaggiato i settori industriali orientati soprattutto all’export, in cui sopravvive un pezzo di “capitalismo sociale” di stampo tedesco-occidentale, quello cosiddetto renano, che altrimenti è stato smantellato e soppiantato da un modello sociale “competitivo altamente selettivo” (Klaus Dörre, Il miracolo occupazionale tedesco: un modello per l’Europa? 2014). La riduzione della società a terreno di concorrenza “che noi definiamo appropriazione capitalistica del sociale, si basa sull’esproprio della proprietà sociale”, sostiene il sociologo Dörre. Secondo questi “il vecchio capitalismo sociale non esiste più. E chi, come Angelo Bolaffi,[1] ne apprezza l’intatta vitalità e la capacità di adattamento, cade nella trappola di un mito”. Questo modello si poggiava su una società industriale forte e una struttura familiare monoreddito rigorosamente paternalistica in cui servizi erano forniti a tempo pieno e a costo zero dalla donna che restava a casa. In virtù di questo retaggio socio-culturale, i servizi sociali non sono valorizzati e quindi poco retribuiti. Ecco perché la necessità di un cambiamento sociale in questo senso è soprattutto sentita da Ver.di che rappresenta i lavoratori e soprattutto le lavoratrici così numerose in questo settore, che tra l’altro in Germania guadagnano complessivamente il 23 percento in meno dei colleghi maschi. Ma il problema dei bassi salari si fa sempre più acuto anche in altri settori, a causa di un dumping salariale incentivato dalle famigerate riforme Hartz dei governi Schröder (1998-2005), responsabili della mutazione del sistema sociale e della frammentazione del lavoro, in tutte le sue forme precarie, tipica del post-capitalismo sociale. Neanche il settore metallurgico ne è immune: qui un terzo degli addetti sono lavoratori interinali o a progetto, per l’industria automobilistica rispettivamente 100.000 e 250.000 a fronte di 736.000 contratti a tempo indeterminato. Qui a “distinguersi” è in particolare la Bmw, con il picco dello stabilimento di Lipsia per un 30 percento degli addetti a condizioni di lavoro precarie. Anche se la Ig Metall è riuscita negli anni scorsi a far migliorare le condizioni retributive degli interinali del settore, cosa che vale ovviamente solo nelle aziende che applicano il contratto (e comunque c’è sempre la scappatoia del lavoro a progetto), questi complessivamente guadagnano in media un terzo in meno. In seguito alle trasformazioni operate sul lavoro si sono venute così a creare due e più classi di lavoratori. La liberalizzazione non ha incentivato l’occupazione, perché il volume delle ore lavorate è pressoché stabile dal 2000, tra il 1992 e il 2012 è addirittura diminuito del 10 percento, mentre esse vengono ripartite tra molte più persone che lavorano a condizioni precarie. A questo si deve il basso tasso di disoccupazione, oltre che a “trucchi” statistici con cui, per esempio, si escludono i disoccupati di lunga durata.

Nonostante in particolare nel settore metalmeccanico si raggiungano livelli salariali inimmaginabili in Italia, e nonostante alcuni aumenti importanti di salario reale, il livello retributivo dei lavoratori tedeschi al netto dell’inflazione è rimasto invariato dal 2000, mentre il reddito da attività imprenditoriale e il volume patrimoniale sono cresciuti del 60 cento. La Germania si situa al secondo posto nell’Ue dopo la Lituania per espansione del settore a bassi salari (cioè inferiori a due terzi del salario mediano), con il 23 percento dei lavoratori e in particolare delle lavoratrici, a fronte di un 25,4 percento di interinali, a tempo determinato, a progetto e part-time. Sono due milioni e mezzo, il doppio rispetto a dieci anni fa, le persone fino a 65 anni che arrotondano la busta paga con un secondo lavoro, la metà delle quali donne. Neanche l’entrata in vigore quest’anno del salario minimo a 8,50 Euro lordi sembra produrre cambiamenti significativi: infatti in molti casi le aziende riducono l’orario di lavoro, con il risultato di aumentarne l’intensità e quindi lo sfruttamento dei lavoratori. Il tasso di sindacalizzazione è passato dal 35 percento della Germania ovest del 1980 a un complessivo 18 percento nel 2013 (Dörre, 2014). Di fronte all’erosione della forza organizzativa dei sindacati, viene meno l’interesse delle imprese ad organizzarsi, e molte associazioni imprenditoriali, per porre rimedio al calo di iscritti, hanno introdotto un tipo di affiliazione sganciato dal contratto nazionale. Nel 2012 solo il 60 percento dei lavoratori a ovest e il 48 percento a est era coperto da contratto, mentre la percentuale delle aziende in cui si applica un contratto nazionale era addirittura scesa, tra il 1995 e il 2010, a ovest dal 54 al 34 percento, a est dal 28 al 17 percento. Nel settore dei servizi alle imprese questa percentuale è pari al 14 percento a ovest e del 18 cento a est[2].

“Non vi interessa di certo che in un’azienda si applichi un unico contratto“, dice Klaus Ernst vicepresidente del gruppo di Linke al Bundestag rivolgendosi al governo nel dibattito al Bundestag, “perché se davvero lo voleste, dovreste cambiare le regole del lavoro interinale e a progetto, dare più potere ai consigli di fabbrica quando si delocalizza contravvenendo ai contratti, e obbligare al rispetto dei contratti le aziende che non li applicano”.

 

 


[1] L‘autore si riferisce alle tesi riportate da Angelo Bolaffi in „Cuore tedesco“ (2013)

[2] T. Schulten, R. Bispinck, Stabileres Tarifvertragssystem, durch Stärkung der Allgemeinverbindlicherklärung?, Wirtschaftsdienst, 11/2013. Secondo gli autori i motivi del processo di erosione del sistema contrattuale tedesco sono molteplici: cambiamenti strutturali del mercato del lavoro e il forte incremento dell’occupazione precaria, la creazione di nuove strutture imprenditoriali, l’intensificarsi di condizioni di competizione, e il calo della forza organizzativa dei sindacati. “Questi cambiamenti sono avvenuti in forma più o meno simile anche in altri paesi europei, che ciononostante si avvalgono di un sistema contrattuale più stabile e di una maggiore copertura contrattuale. Il carattere peculiare della situazione tedesca consiste soprattutto nel fatto che, a differenza di molti altri paesi europei non esistono provvedimenti politici a sostegno del sistema contrattuale. Questo, in parte, è il risultato storico di una diffusa interpretazione della “autonomia contrattuale”, per cui il governo deve tenersi fuori il più possibile dalle relazioni inerenti alla contrattazione”. Come esempi di diversa pratica vengono citati la Francia, il Belgio e i Paesi Bassi dove l’80-90 percento dei lavoratori è coperto da contratto.

 

Category: Lavoro e Sindacato, Movimenti, Osservatorio Europa

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About Paola Giaculli: Paola Giaculli è nata nel 1961 in Toscana, collabora stabilmente alla rivista online www.cambiailmondo.org e milita a Berlino nella formazione di sinistra Die Linke nata dalle ce­ne­ri del Par­ti­to Co­mu­ni­sta della Ger­ma­nia del­l'E­st, che ha go­ver­na­to la Ger­ma­nia orien­ta­le dal 1949 al 1989. Alle ele­zio­ni par­la­men­ta­ri del 2013 sono stati il terzo par­ti­to in Ger­ma­nia, con l'8,6% dei voti.

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