Michele De Palma: FCA, storia di una gioiosa macchina da guerra totale

| 7 Ottobre 2015 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo dal numero di settembre di Alternative per il socialismo questo intervento di Michele De Palma

 

Il 13 dicembre del 2011 con la firma del del Contratto Collettivo Specifico di Lavoro dei sindacati presenti negli stabilimenti FCA e CNH, fatta eccezione per la Fiom, l’amministratore delegato e la proprietà pensavano di aver finalmente e definitivamente chiuso una storia e di averne già scritta una nuova. Quando dico chiuso con una storia, non mi riferisco evidentemente solo ai cancelli chiusi alla Fiom, alle discriminazioni nei confronti dei suoi delegati e iscritti, ai licenziamenti che a Melfi preannunciavano quello che di li a poco sarebbe stata la cancellazione della contrattazione e della negoziazione di tutti i metalmeccanici in fabbrica. Per chi ancora oggi  avesse dei dubbi sulla struttura ideologica dell’intesa scritta dal managment di FCA e sottoscritta dai “sindacalisti complici”, l’espressione è dell’ex segretario generale della Cisl Bonanni, bisogna che perda un po’ del proprio tempo nel leggere una recente pubblicazione del responsabile delle relazioni industriali di allora Paolo Rebaudengo dal titolo “Nuove regole in fabbrica”. Il libro se lo si prende come un romanzo giallo, escluse le iperbole di un importante dirigente a fine carriera, descrive quello che nell’intenzione del suo autore è il delitto perfetto. Nessun dettaglio è lasciato al caso nella costruzione, a partire dalla necessità di compierlo, una specie di obbligo inevitabile dato dalla ineluttabilità del corso dei tempi e della volontà della vittima di non rendersi conto che non adeguandosi avrebbe firmato la propria stessa condanna. Insomma traspare con un malcelato senso di onnipotenza la determinazione ad essere l’unico autore della storia futura. Questo è il punto su cui verte tutta la vicenda contrattuale e le sue conseguenze in FCA ma come vedremo oltre i suoi confini. Del resto è lo stesso ex responsabile delle relazioni sindacali in Fiat a dichiarare nella overture dell’opera, che nel caso della scrittura del CCSL e della cancellazione di tutta la contrattazione esistente sino ad allora, siamo dinnanzi non semplicemente ad una vicenda aziendale ma ad un punto d’inizio di una nuova storia. É vero, anche se diversamente dall’autore, non credo che il finale sia stato già scritto.

In tanti, dal sindacato alla politica, hanno ritenuto in buona o cattiva fede che il 13 dicembre del 2011 non è accaduto nulla di più che un accordo separato. Il giorno seguente tutto sarebbe tornato nella normalità, ma come tutti sappiamo non è stato così. Nonostante l’evidenza c’è chi semplicemente ha rimosso il “caso Fiat”, dalla direzione nazionale della CGIL alla sinistra in tutte le sue sfumature, spenti i riflettori hanno preferito alleggerire il carico dei problemi semplicemente pensando di aver dato quello che ognuno poteva: dalla firma tecnica al “se fossi un operaio voterei si” al referendum fino a “Marchionne come Valletta e Romiti”, la storia è sempre la stessa che si ripete. No, i fatti dimostrano che non è così. In molti hanno pensato che la Fiom avesse drammatizzato la situazione per cercare consensi alle proprie posizioni, un errore, perché non cogliendo la potenza di pensiero e organizzazione espressa dalla direzione aziendale e la ricoluzione aziendale. Altro errore è stato non comprendere che l’effetto della politica aziendale della Fca avrebbe contaminato man mano gli stabilimenti, messo in crisi il sistema delle relazioni sindacali con l’uscita dal Contratto Nazionale di categoria, ma sarebbe andato oltre investendo consolidate prassi delle relazioni sindacali. Lo scambio che venne proposto alle organizzazioni sindacali è chiaro: a fronte della cancellazione della libertà dei lavoratori ad essere e fare sindacato con la contrattazione democratica, ci sarebbe stato il riconoscimento dei sindacalisti nella sola amministrazione della fabbrica. perché il governo doveva passare saldamente nelle mani dell’impresa. Gli atti spiegano più di mille saggi e tante chiacchiere: Pomigliano e Mirafiori sono stati due stabilimenti in cui l’azienda ha provato a imporre il “contratto Fiat” e ad ottenere il plebiscito dei lavoratori che non è arrivato con il referendum ricatto. Come vedremo anche in seguito, il managment di FCA, non vuole imporre solo una nuova disciplina, ma vuole conquistare “testa e cuore” di quelli che nelle lettere dell’amministratore delegato non sono più dipendenti, operai e impiegati, ma collaboratori e negli ultimi accordi sottoscritti, più semplicemente persone. FCA sembra far proprio quel detto che sostiene “in amore e in guerra tutto è lecito”, infatti usa tutte le armi a propria disposizione per sedurre i lavoratori e al tempo stesso farli sentire parte di un mondo in guerra con altri.

È lo stesso amministratore delegato a dichiarare che la propria multinazionale è in guerra con le altre, quindi operai e impiegati sono soldati che non possono che eseguire ordini. A conferma di questa deduzione c’è la cronologia degli atti: dal processo di rieducazione di Pomigliano alle ragioni addotte dall’azienda per giustificare il licenziamento di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Fca pensa a se stessa come una “gioiosa macchina da guerra globale” che non può permettersi dissensi e insubordinazioni. A Pomigliano il percorso cominciato anni prima prevedeva la formattazione dello stabilimento attraverso corsi dedicati alla “mentalità” di stabilimento e di gruppo, molto tempo prima del referendum. L’altro stabilimento “giovane e indisciplinato” è quello di Melfi: dopo la primavera dei 21 giorni, l’azienda era costretta a negoziare spesso con i delegati della Fiom per via del consenso che di cui godevano tra i lavoratori. I licenziamento dei tre delegati della Fiom attribuendogli il reato di sabotaggio è la’apertura di uno scontro generale. L’obiettivo è l’esercizio del diritto di sciopero perché nella nuova fabbrica del World Class Manifactouring e della Lean Production non c’è posto per il passaggio dal dissenso al conflitto, per la democrazia perché tutto è giocato su un rapporto quasi immediato tra i desideri del cliente e la produzione. WCM e LP non sono adottati in via eccezionale in FCA,  molte multinazionali adottano questi sistemi, ma l’interpretazione e applicazione hanno versioni molto diverse tra di loro.

Con la nascita di FCA il processo di ottimizzazione e razionalizzazione nell’integrazione di Fiat e Chrysler ha visto il managment investire nella innovazione di processo produttivo per standardizzare i costi attraverso una riduzione del numero delle piattaforme e rendendole compatibili tra gli stabilimenti italiani ed europei e quelli americani. Un ulteriore economizzazione è data dall’introduzione del sistema Ergo Uas, che cancellando il famoso accordo ’71 su tempi e carichi di lavoro, recupera tempo a valore e riduce manodopera.

Il processo aveva un unico obiettivo: ridurre i costi e rendere FCA un unico mondo indipendentemente dal Pese in cui opera, una specie di extraterritorialità riconosciuta addirittura dalla Legge attraverso l’art.8 sulla derogabilità delle Leggi e dei Contratti. L’obiettivo è un solo sistema di regole, una sola mentalità. Per avviare questo processo di uniformante e lineare, c’è bisogno di uno shock iniziale che faccia dimenticare il passato e metta in uno stato di necessità, l’occasione è data dalla crisi. I metalmeccanici italiani e statunitensi hanno in comune nella loro storia recente del gruppo più di quanto uno possa immaginare. Per entrambe le forze lavoro il managment ha usato la crisi per negoziare senza che i lavoratori avessero forza da immettere nella contrattazione. Chrysler era quasi fallita e Fiat, che era quasi fallita quando Marchionne è diventato amministratore delegato, vedeva le maestranze in cassa integrazione e lo stabilimento di Termini Imerese avviato alla chiusura insieme alla Irisbus. Il ricatto è stata la cifra del negoziato con l’UAW e con i sindacati italiani. Sembra quasi di sentire il ritornello che è riecheggiato nella testa “vuoi lavorare? Si? Le condizioni le detto io, altrimenti tutti tutti a casa”. In uno schema di questo tipo non c’è spazio per la contrattazione, ma nel ragionamento dell’azienda è inaccettabile che quello spazio possa riaprirsi in futuro, quando magari il ricatto della chiusura non è la pistola con il colpo in canna posata sul tavolo negoziale. Per questo a differenza che negli Usa, in Italia c’era bisogno di istituire un nuovo sistema di regole che usasse le ambiguità della Legge e le compiacenze di Governi e legislatore per impedire che in futuro potesse determinarsi ancora una volta il problema del negoziato. Un amministratore delegato nei tempi odierni non può avere come variabile da dover gestire con gli azionisti e la proprietà qualcos’altro oltre l’andamento del mercato del prodotto e quello azionario. In altre parole il lavoro è una variabile dipendente degli altri due che il managment deve poter manovrare liberamente e senza impedimenti, ma soprattutto in tempi brevi e certi. Nel sistema statunitense questo è possibile perché il sistema prevede che oltre allo scontro nel rinnovo del contratto di gruppo (fondamentalmente sul salario) il resto del tempo non prevede frizioni, ma anzi un ruolo attivo della Unions per prevenire e ammorbidire eventuali conflitti essendo il sindacato non generale ma aziendale.

In Italia il “contratto Fiat” è una svolta epocale nei metalmeccanici e non solo perché oltre a intervenire sulla organizzazione del  lavoro e sul salario in modo unilaterale, cancella la possibilità del sindacato di poter, cambiati i rapporti di forza, contrattare con l’azienda a partire dal punto di vista dei lavoratori. Infatti, le successive intese firmate hanno visto i lavoratori ridotti spettatori. Ma alla direzione aziendale non basta la non opposizione, basti pensare che nell’ultimo rinnovo siglato il diritto di indizione di sciopero dei delegati è sottoposto ad un principio di maggioranza sulla totalità della RSA nominata dai sindacati firmatari negli stabilimenti, ma di un ruolo attivo dei sindacati nel consenso verso le scelte aziendali.

A tal proposito è impressionante analizzare i comportamenti e la conseguente comunicazione di un sindacato come la Fim Cisl. L’intesa Fca è stata il salto in una nuova dimensione: un sindacato di governo e d’impresa. Non credo sia stata una scelta opportunistica, magari per qualcuno si, ma una scelta di futuro dettata da una valutazione: con la globalizzazione non è possibile un sindacato diverso da quello americano. È impressionante come la direzione sindacale della Fim, più che di tutte le altre organizzazioni sindacali compreso il Fismic, riversi esclusivamente sulla Fiom la sua iniziativa di conflitto. Sembra aver sostituito definitivamente le controparti naturali (imprese e governo) con la Fiom perché sembra aver assunto il paradigma dell’essere il motore tra i lavoratori della “gioiosa macchina da guerra”. L’immagine di un segretario generale che sfila tra le linee in uno stabilimento con uno stuolo di delegati accompagnati dalla direzione aziendale al posto di tenere una assemblea è rappresentativo della svolta. Ma del resto nel corso di questi anni spesso nella contesa legale con Fca, le altre organizzazioni sindacali hanno testimoniato contro la Fiom e i suoi delegati.

Dal 2010 ad oggi i tentativi dell’azienda di chiudere il cerchio in modo definitivo non si sono mai fermati, è incredibile come nel più grande gruppo industriale privato nel nostro Paese si sia consumato ripetutamente il tentativo di annichilire la dialettica democratica tra lavoratori e impresa nella totale assenza di una vera discussione su dove il nostro Paese volesse andare. Scelte dure e difficile erano tutte sulle spalle di delegati e iscritti di una sola organizzazione sindacale messa al centro di una azione di delegittimazione cominciata in FCA e proseguita altrove.

La Fiom è il punto di uno scontro molto più grande che potremmo riassumere in una domanda: chi fa la storia? Può sembrare una iperbole ma dalla risposta a questa domanda dipende tutto il resto, se la legittimità a decidere è quella dell’amministratore delegato che deve dar conto ai suoi interessi, quelli del mercato e quelli della proprietà la storia di cosa produrre, come in che tempi e con quale salario è completamente sua e con il tempo conquista del consenso e infine della legittimità sociale a poter decidere. Questo conferisce un ruolo quasi assoluto sociale e politico al noto uno percento più ricco, perché legittimato da un processo di ineluttabilità del primato dell’amministratore delegato, del banchiere o del trader, ammesso che oggi si possa ancora distinguere tra i ruoli.

Fca è in Europa una interprete radicale di questo scenario, ma il delitto perfetto dell’omicidio della democrazia e della indipendenza dei lavoratori in fabbrica ha trovato un intoppo: l’ostinata scelta della Fiom di non scambiare il privilegio di essere riconosciuta come sindacato con il diritto ad esercitare la funzione di sindacato.

Per questa ragione la conseguenza delle scelte aziendali è stata orientata a cancellare l’anomalia nel sistema, come? Nel silenzio dal 2011 ai giorni nostri la direzione aziendale ha impedito ai lavoratori di sapere che la Fiom esistesse ancora, impedendo il diritto di assemblea, non riconoscendo i delegati, non facendo più le trattenute sindacali, solo per citare alcune delle azioni messe in atto per dimostrare che la Fiom era stata cancellata. Inoltre, per non lasciare spazi a interpretazioni a Pomigliano con un gioco di scatole cinesi ha tentato di “rieducare” i lavoratori lasciando fuori quelli iscritti alla Fiom. Le sentenza della Corte Costituzionale e dei Tribunali hanno permesso alla Fiom di rientare in fabbrica, ma non di superare il regime di apartheid riservatogli dall’azienda.

Oggi permane un doppio diritto di cittadinanza in Fca, da un lato chi ha firmato il CCSL gode del trattamento di miglior favore dell’azienda, dall’altro chi non ha firmato è discriminato ma la verità è che l’azienda vuole dimostrare che il sindacato non esiste più e comunque non conviene che ci sia, tanto ci pensa esse stessa in un rapporto uno a uno con ogni singolo lavoratore.

 

1. Il nuovo modello di organizzazione delle relazioni industriali

Il nuovo modello di organizzazione delle relazioni industriali prevede il potenziamento del ruolo dei team leader, nati con l’ingresso del WCM. I team leader, uno ogni sei dipendenti in produzione, sono sempre più il tramite, tra le scelte aziendali e i lavoratori. Sembra che il ruolo di consenso che sindacati e delegati firmatari avrebbero dovuto portare all’azienda non trovando riscontro oggettivo fa decidere all’azienda di muoversi in proprio. Emblematico è il caso del percorso che ha portato Fim, Uilm, Fismic e Uglm a “rinnovare” il “contratto Fiat” escludendo la Fiom dal tavolo nonostante le sentenze. I sindacati firmatari sostengono di aver contrattato per nove mesi prima di giungere al rush finale, ma in tutto questo tempo i lavoratori sono stati tenuti fuori anche dalla minima conoscenza delle richieste e degli incontri tenuti. I lavoratori sono stati informati unicamente dalle assemblee tenute dalla Fiom che oltre ad aver sottoposto al voto il mandato per presentare la “carta rivendicativa” ha tenuto un costante confronto con essi. Il vuoto lasciato dagli altri sindacati è stato riempito dalla direzione aziendale che attraverso i team leader informava e cercava di costruire il consenso ad ulteriori passaggi “storici”.

L’accordo che ha già superato il ruolo delle rappresentanze sindacali unitarie e ha reintrodotto i delegati d’azienda chiusi in una burocrazia di commissioni che li tiene lontani dai problemi veri, vede un ulteriore e conclusivo elemento di immobilismo dei rappresentanti dei lavoratori attraverso il criterio di maggioranza per l’indizione dello sciopero (per esempio se c’è un problema al montaggio a decidere sulla possibilità di aprire il conflitto sono chiamati i delegati dei capi e dei quadri). Ma i passaggi “storici” sono almeno tre.

Il primo riguarda il salario: nonostante in Fca con l’introduzione del CCSL i lavoratori hanno già una paga base più bassa dei loro colleghi a cui si applica il Contratto nazionale, l’intesa fino alla fine del 2018 non menziona aumenti contrattuali sui minimi tabellari, ma struttura un salario completamente variabile sulla base degli obiettivi decisi dalla direzione aziendale. Questa scelta dell’azienda accordata dai sindacati firmatari consegna nelle mani del managment l’autorità salariale: in parole povere le performance sul mercato e gli obiettivi del WCM sono il paradigma che stabilisce le quantità salariali a prescindere dai bisogni e dalla volontà dei lavoratori. Tutto questo non trova giustificazione nei numeri: dal 1990 al 2014 l’incidenza del costo del lavoro sulla ricchezza generata passa dal 76,2% al 55%, mentre i dividendi per gli azionisti passano dal 5% al 9%.

Il secondo chiude il cerchio sulla totale disponibilità dei lavoratori alle esigenze aziendali con i 20 turni senza aumento delle squadre al lavoro e senza riduzione d’orario. Nella disponibilità dell’azienda c’è quindi un vero e proprio “menù alla carte” che permette la massima flessibilità dell’uso degli impianti come nessuno stabilimento delle auto in Europa. Questo significa che nel vecchio continente Fca può giocare con i propri competitor la totale flessibilità della manodopera come elemento competitivo rospetto ad altri fattori come l’innovazione di prodotto. A conferma di quanto sostenuto la direzione di qualsiasi stabilimento senza consultare i lavoratori o i sindacati può passare dalla cassa integrazione allo straordinario comandato, ai 12 turni (comprensivi del sabato), ai 18 (tre turni per sei giorni settimana) fino ai 20 turni su sette giorni comprensivi della domenica. Tutte le inefficienze organizzative e della filiera della componentistica sono completamente scaricate sui lavoratori.

Il terzo fattore di cambiamento epocale è nell’organizzazione del lavoro. Il WCM e la promozione del ruolo dei team leader è un investimento secco dell’azienda sul rapporto diretto con i lavoratori. Mentre la Fiom oggi può contare su un numero di delegati determinati dalla Legge 300 e ciascun rappresentante ha a disposizione otto ore in un mese. Concretamente con il rinnovo del CCSL il punto di vista della Fiom si è confrontato in stabilimento con i preposti aziendali, i team leader e i delegati dei sindacati firmatari.

Nonostante l’unilateralismo aziendale, le azioni di sostegno dei sindacati firmatari, le “simpatie” politiche di cui l’amministratore delegato può godere la situazione in fabbrica non è di unanimismo nei confronti delle scelte compiute, anzi man mano che l’azione le gale e sindacale va avanti negli stabilimenti Fca e Cnh si può riscontrare un dissenso rispetto al modello voluto dall’azienda e condiviso dai sindacati.

 

2. Il voto dei delegati per la salute e sicurezza

Il dato più significativo è quello che in questi mesi stiamo registrando con il voto dei delegati per la salute e la sicurezza: per la prima volta dopo la chiusura dei cancelli alla Fiom i lavoratori hanno potuto votare nel segreto dell’urna senza che il sindacato dei metalmeccanici della Cgil possa essere escluso. Aldilà delle stesse aspettative il voto, ancora in corso premia chi ha proposto una alternativa al modello voluto dall’amministratore delegato. La Fiom è il primo sindacato con il 35,6% dei consensi mentre siamo ormai a due terzi della consultazione e con una buona partecipazione alle elezioni, ad oggi sono stati coinvolti 52.230 dipendenti – 32.833 operai, 19.497 impiegati, hanno votato in 36.617, pari al 70,1%. La novità di poter tornare a trovare sulla scheda elettorale il simbolo della Fiom ha finalmente ridato la possibilità ai metalmeccanici di mandare un segnale chiaro all’azienda e ai sindacati firmatari. Del resto le assemblee, che la Fiom ha potuto tenere solo nell’ultimo anno, sono state partecipatissime, mentre le altre organizzazioni sindacali procedevano con incontri escludenti la Fiom per offrire ai lavoratori i risultati della trattativa sul rinnovo del CCSL. Il risultato è questa scelta non ha pagato, anche perché a non aver pagato è stato l’accordo siglato con l’azienda in pieno svolgimento delle elezioni. L’esito a settembre vede la Fiom con 12.838 voti (35,8%), Fim 7.375 (20,6%), Uilm 6.022 (16,8%), Fismic 5.542 (15,5%), Associazione quadri e capi Fiat 3.154 (8,8%), Uglm 908 (2,5%). Mentre i delegati per la salute e la sicurezza eletti sono così ripartiti: Fiom 82, Fim 42, Uilm 30, Fismic 26, Aqcf 16, Uglm 5. La Fiom è il primo sindacato in 27 stabilimenti su 43 – supera il 50% e ha la maggioranza assoluta in 12 siti ed è al secondo posto in altri 11.

Scomponendo per gruppi il risultato scopriamo che in Fca-auto la partecipazione dei lavoratori è stata mediamente più alta che in Cnh e Magneti Marelli, 25.907 votanti su 35.193 dipendenti, cioè il 73,6% degli aventi diritto; in Cnh la partecipazione “scende” al 63,6% e in Magneti Marelli al 60%.

Anche in Fca-auto la Fiom prevale sulle altre sigle con 8.061 voti, pari al 31,8% e sui 24 stabilimenti in cui si è votato è al primo posto in 13; tra essi le fabbriche motori di Termoli, Pratola Serra e Ferrara, la Ferrari di Maranello, lo stabilmento di Atessa val di Sangro, la Comau di Grugliasco e Mirafiori Powertrain per citare i siti più importanti. In Cnh la Fiom ottiene complessivamente 3.339 voti, pari al 41,2% ed è il primo sindacato in 8 stabilimenti su 12, tra i quali i tre più importanti, le Iveco di Torino, Brescia e Suzzara. Negli stabilimenti Magneti Marelli, infine, la Fiom ha la maggioranza assoluta (59,5%) raccogliendo 2.452 voti su 4.111 e vince in sei stabilimenti su sette.

Una novità è data anche dalla composizione professionale del voto. Il peso della Fiom cresce tra gli  impiegati: su 16 stabilimenti in cui la Fiom non è il primo sindacato ben 11 sono prevalentemente (o completamente) composti da impiegati. Ed inoltre la Fiom prevale alla Comau di Grugliasco, alla costruzione stampi di Mirafiori e alla Magneti Marelli (ex Weber) di Bologna, tutti stabilimenti in cui ci sono più impiegati che operai, ma i dati significativi che conferma una tendenza sono gli Enti centrali di Mirafiori dove i metalmeccanici della Cgil raccolgono il 26,3% dei voti, secondi solo all’Assoquadri e capi Fiat (che lì gioca in casa con il 46,5%), staccando di parecchie lunghezze Fim, Uilm e Fismic, ed un ottimo risultato è stato raggiunto anche agli Enti centrali di Pomigliano e Cnh Fpt. Questo risultato tra gli impiegati si somma a quello straordinario tra gli operai: su 28 stabilimenti a prevalenza (o totale presenza) operaia in cui si è votato finora la Fiom prevale in 23 casi; secondo un’analisi della Quinta Lega Fiom di Mirafiori, ad esempio, nel complesso degli stabilimenti torinesi di Fca la Fiom raccoglie il 43% del voto operaio.

Tra le cinque fabbriche “operaie” in cui la Fiom non prevale spicca Pomigliano, dove è solo quarta con il 15,7%, ma questo risultato seppur non in scia sui numeri, non lo si può considerare che positivo vista la specificità del caso, non soltanto per lo scientifico setaccio messo in atto dall’azienda al momento del travaso da FGA a FIP, ma anche perché durante il voto sui monitor aziendali venivano proiettati video che chiedevano di dare continuità ai lavoratori con le immagini delle manifestazioni per il sì durante il referendum aziendale sul contratto. Il caso-Pomigliano, infine, meriterebbe di essere studiato a fondo, anche in prospettiva futura, perché è il punto più avanzato di sperimentazione del “sindacato unico” visto che è stato l’unico stabilimento dove il materiale elettorale era comune tra i sindacati firmatari pur presentando liste separate.

Sindacato unico che torna spesso nelle dichiarazioni dell’amministratore delegato Sergio Marchionne e del Presidente del Consiglio. Gli altri sindacati possono vantare pochi successi: la Fim vince solo a Pomigliano e alla piccole Officine Brennero di Trento, mentre va parecchio male negli stabilimenti del nord, in particolare nell’area torinese, dove quasi scompare (come agli Enti centrali e alla Powertrain di Mirafiori, dove raccoglie dal 6 al 9%); anche la Uilm è il primo sindacato in soli due stabilimenti e seconda per una manciata di voti a Pomigliano; il Fismic prevale in due situazioni di Torino (costruzione sperimentali e logistica di Mirafiori), mentre Assoquadri si presenta e raccoglie consensi esclusivamente dove è preponderante la presenza di impiegati e quadri. Infine, risulta interessante il confronto tra le organizzazioni confederali, mettendo a confronto i dati di Fim, Fiom, Uilm, il risultato sarebbe questo: Fiom 48,93%, Fim 28,11%, Uilm 22,95%. Alla fine del percorso di consultazione mancano ancora stabilimenti importanti come Melfi, Cassino, carrozzerie di Mirafiori e Maserati di Grugliasco, le Cnh di Lecce e Foggia, dove vedremo se la tendenza che finora indica la Fiom come il sindacato più rappresentativo in Fca-Cnh verrà confermata o modificata.

3. Una considerazione basata su i dati

Una considerazione credo che alla luce dei dati si possa fare: il modello delle “nuove regole” e della “nuova fabbrica” in cui la complicità del sindacato con l’impresa crea consenso assoluto non trova riscontro effettivo. Cuore e testa dei metalmeccanici continua a battere e pensare che ci sia bisogno di sindacato autonomo e indipendente che contratti collettivamente la prestazione e il salario. Questa considerazione troverà spazio nel managment? Si può pensare di di “governare” gli stabilimenti escludendo e discriminando il sindacato più rappresentativo? Si pensa ancora che il WCM e i Team Leader possano di fatto soppiantare la democrazia e la rappresentanza eletta dai lavoratori? Nel momento in cui le istituzioni e le imprese subiscono il fascino dell’amministratore delegato con il maglioncino e pensano ad una estensione del modello i numeri in fabbrica dicono che c’è bisogno di scegliere altre strade perché sotto la coltre dell’unanimismo cresce una pratica e una idea di sindacato, ancora fragile, che innova e fa i conti con la durezza dello scontro imposto. A questa considerazioni non si può non aggiungere che la disponibilità alle forme classiche e utili del conflitto della maggioranza dei lavoratori, complice la crisi, ha difficoltà a trovare spazio e consenso. Gli scioperi meglio riusciti sono stati quelli sul microclima, sulle condizioni di lavoro, ma ad oggi, complice un clima aziendale, sociale e politico ci si confronta con un senso diffuso di paura. Anche per questa ragione il voto ha premiato la coerenza, ma è un investimento su un vero e proprio capitale di fiducia. Il voto alla Fiom, nel caso delle elezioni Rls – e, forse, anche per buona parte del voto per le Rsu – è, contemporaneamente, sia una delega in positivo (il riconoscimento di un ruolo possibile) che in negativo (la critica all’azienda e ai suoi metodi). Si cerca forza nelle urne anche per compensare la debolezza in fabbrica: è significativo che in stabilimenti dove sono falliti scioperi sulle condizioni di lavoro e sulla turnistica, su quegli stessi contenuti la Fiom abbia fatto il pieno dei voti come a Termoli e alla Sevel. Un po’ per gli stessi motivi si delega molto più volentieri attraverso il voto mentre il tesseramento è già più impegnativo.

Tutto quello che ho potuto scrivere sino ad ora, cioè della esistenza ancora e nonostante tutto, di una dialettica tra visioni diverse della fabbrica, della società, dell’economia, del mondo è possibile per una sola ragione. Una ragione che se dovessimo guardarla con gli occhiali scuri delle subculture prodottesi nella globalizzazione, fa una certa impressione. La ragione è nei metalmeccanici della Fiom che non si sono fatti sedurre, intimidire e mettere in un angolo come una riserva indiana in cui preservare la “razza”. Non è stato e non sarà facile, i metalmeccanici della Fiom non hanno potuto attingere forza, solidarietà, sostegno dalla Cgil, dal principale partito del centro sinistra oggi al Governo, dai media nonostante costituzionalisti e cultori del diritto avvertivano del cambiamento profondo rappresentato da Fca nella società italiana. In Fca è stato toccato il grado zero. I metalmeccanici della Fiom hanno dimostrato di avere la forza di resistere, fuori e dentro gli stabilimenti, ora è il tempo di avviare un processo di rigenerazione del fare e essere sindacato. La controparte ha la forza di orientare, influenzare tutti i campi: dagli stabilimenti alla politica, dalla finanza ai media.

Colonizzare testa e cuore spezzando i legami fuori dalla fabbrica oltre che dentro, ne ha la necessità per crearne di nuovi. Fca è un valore, una appartenenza, una possibilità di non finire risucchiato nell’anonimato e nella crisi. Il tentativo è la messa a valore dell’intelligenza e dei sentimenti oltre che della forza fisica in un sistema perfetto in cui il sindacato se non è partecipativo delle scelte dell’impresa è una anomalia che danneggia il sowftware e quindi mette a rischio l’occupazione stessa. Per questa ragione c’è bisogno di varcare i confini del sindacalismo per come lo abbiamo conosciuto e praticato in questi anni. Un sindacato che non è in grado di sentirsi e poi essere alla pari con la controparte non è un sindacato. Ma per sentire ed essere liberi di contrattare e negoziare c’è bisogno di condividere una visione con i lavoratori. Una visione non è una suggestione, ma maturare un punto di vista autonomo in grado di promuovere coalizione e mutualismo tra le persone. La crisi ha offerto nelle mani della controparte due armi: la forza del ricatto e quella dell’esempio, l’esempio del vincente; ma ha innescato anche una richiesta di sindacato nel suo senso etimologico, vecchie e nuove forme di organizzazione dei lavoratori sono e saranno in grado di rispondere a questa domanda? E’ l’interrogativo ossessivo con cui ogni giorno  la Fiom si confronta in Fca.

 

 

 

 

Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio internazionale

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About Michele De Palma: Michele De Palma è il coordinatore Fiom nazionale della Fca (ex Fiat). Ha scritto su "Inchiesta " gennaio-marzo 2015 un articolo dal titolo " Da Pomigliano la sfida FCA (ex Fiat). Da dove tutto inizia sempre".

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