Maurizio Landini intervistato da Tommaso Cerusici: Pandemia, contrattazione, Europa. Quale futuro per il sindacato?

| 4 Novembre 2020 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da “Inchiesta” 209 Luglio-settembrer 2010 con il titolo Pandemia, contrattazione, Europa. Quale futuro per il sindacato? l’Intervista a Maurizio Landini fatta a cura di Tommaso Cerusici il 16 settembre 2020. Maurizio Landini è Segretario generale della CGIL . Tommaso Cerusici lavora nella  Fondazione Claudio Sabattini. Ha organizzato l’archivio della Fondazione e sta lavorando agli archivi della CdLT di Reggio Emilia e della FIOM nazionale.

 

 

TOMMASO CERUSICI Vorrei partire dalla vicenda del rinnovo dei contratti nazionali di lavoro, una partita aperta e che riguarda milioni di lavoratori in tutto il Paese. A che punto siamo?

MAURIZIO LANDINI Sì. Sono circa 10 milioni le persone coinvolte nel rinnovo dei contratti, sia pubblici (dalla scuola, ai ministeri, alle regioni, agli enti locali), sia privati (quasi tutti i settori e le categorie). Oggi il punto vero è l’esistenza stessa e la qualificazione dei contratti nazionali. Perché in questa fase di cambiamento ci sono sul tavolo sia temi normativi, ad esempio come si regolano il lavoro a distanza, la formazione, gli orari di lavoro, sia questioni che riguardano la difesa e possibilmente l’aumento del valore reale dei salari.

Ciò a cui stiamo assistendo in queste settimane è però una difficoltà concreta a realizzare questi contratti. La vicenda più emblematica, aperta oggi, è quella del contratto della sanità privata. Sono 12 anni che quel contratto è scaduto. A giugno era stata raggiunta una pre-intesa, che però non sta avendo il consenso delle associazioni interessate e che quindi non danno il mandato a firmare. E siccome tra le due grandi associazioni una risponde direttamente a Confindustria, io penso che ci stiamo trovando di fatto ad un blocco. Per noi i lavoratori della sanità, che sia privata o pubblica, devono avere gli stessi diritti e le stesse condizioni. Quell’ipotesi di contratto dava una risposta positiva a questo punto: a stesso lavoro, stesso contratto e stessi diritti. Non firmare il contratto vuol dire impedire che questo si realizzi.

Abbiamo poi alcune vertenze, come quella degli alimentaristi – che è la più evidente – in cui si è determinata una frattura all’interno delle associazioni d’impresa. La Confindustria ha preso le distanze da quelle associazioni che hanno deciso di firmare, contestando il fatto che quei contratti erogherebbero troppi soldi, andrebbero oltre l’inflazione, redistribuirebbero anche produttività realizzata nel settore e che, dal loro punto di vista, questo metterebbe in discussione il “Patto della Fabbrica” del 2018. Se questa posizione – che poi ha portato anche al blocco del contratto del legno, e vedremo nelle prossime settimane le trattative aperte sia nel settore metalmeccanico, che nel chimico, che nei cartai, nei grafici e nelle telecomunicazioni – diventasse la posizione ufficiale di Confindustria noi rischieremmo di essere di fronte ad un vero e proprio blocco dei contratti e, addirittura, assisteremmo alla messa in discussione dell’autonomia delle categorie. Perché non è mai successo nelle relazioni sindacali di questo Paese che le confederazioni si sostituissero alle associazioni di categoria sul rinnovo dei contratti. Non è un caso che il contratto nazionale ha una sua storia, delle sue regole, delle sue dinamiche e gli accordi interconfederali sono sempre stati un quadro di riferimento dentro a cui ogni singola categoria era poi in grado di adattare quelle che erano le norme, i diritti, i salari, che vedono già adesso delle diversità settore per settore e categoria per categoria.

TOMMASO CERUSICI Mi stai descrivendo un quadro di relazioni complicate con la controparte. La cosiddetta crisi della rappresentanza ha investito anche i corpi intermedi e le associazioni datoriali?

MAURIZIO LANDINI In questi anni sono aumentati i contratti pirata, la frammentazione non solo del lavoro ma anche contrattuale e io penso che si ponga la necessità di arrivare ad una legge sulla rappresentanza, che dia validità erga omnes ai contratti, perché è il momento di misurare la rappresentanza di chi firma, siano essi i datori di lavoro o i sindacati. Questo vorrebbe dire che non si garantirebbero solo i trattamenti economici ma verrebbero sanciti anche i diritti e gli aspetti normativi comuni a tutti, dalle ferie, all’orario, alla malattia, agli infortuni, alla formazione, al TFR, al welfare integrativo. Noi, assieme a Cisl e Uil, abbiamo anche chiesto al Governo – finora senza ottenerlo – che si sperimentino, almeno per questa fase straordinaria, gli aumenti salariali dei contratti nazionali con un trattamento fiscale agevolato. Così come oggi se si fa un contratto aziendale su un premio di risultato si paga solo il 10% al fisco, io penso che sarebbe utile, per i prossimi 24-36 mesi, fare una cosa analoga anche per gli aumenti che vengono dati nei contratti nazionali. Questo avrebbe un doppio significato: quello di aumentare i salari netti dei lavoratori e quello di aumentare i consumi, che porterebbe poi anche ad un maggiore recupero dell’IVA. È dimostrato che il 70-80% degli aumenti dei contratti nazionali vengono spesi nei consumi. Parlare oggi del rinnovo del contratto per 10 milioni di persone e essere in grado di aumentare i salari significa anche mettere in campo una di ripresa dell’economia. Ma ci vuole il coraggio di una scelta politica. E noi chiediamo con forza che questo provvedimento venga messo in campo, tanto più se ragioniamo di una riforma fiscale nel nostro Paese.

TOMMASO CERUSICI Vedi un ulteriore indebolimento, rispetto all’importanza e al ruolo dei contratti nazionali, anche sul fronte politico e di governo?

MAURIZIO LANDINI Mettere oggi in discussione i contratti nazionali è per noi inaccettabile perché vorrebbe dire far passare un’idea di aziendalizzazione di tutte le relazioni sindacali. Ed è sotto gli occhi di tutti che la nostra storia contrattuale ha certe caratteristiche perché ha due livelli: la contrattazione aziendale e il contratto nazionale. Se tu cancelli il contratto nazionale, la stessa contrattazione aziendale cambia di significato. Non è più quella integrativa, che adatta o coglie le specificità, ma diventa quella che sostituisce tutto. Siccome il grosso del nostro tessuto produttivo è fatto di piccole e medie imprese e siccome la contrattazione di secondo livello, negli ultimi vent’anni, è rimasta pressoché inalterata e riguarda non più del 20-30% delle imprese, è chiaro che se si sostituisce o si incentiva la contrattazione aziendale a discapito del contratto nazionale ciò significa abbassare i diritti e le tutele dei lavoratori. In questa fase, rafforzare i contratti nazionali e legarli anche al sistema di incentivi che vengono dati alle imprese permette di mettere l’accento su due aspetti: 1) affrontare il tema degli appalti e del rispetto della clausola sociale, cancellando i contratti pirata, cioè quelle forme di abbassamento dei diritti e di competitività sregolata; 2) legare eventuali aiuti che lo Stato dà alle imprese all’applicazione dei contratti nazionali di lavoro, facendo così emergere il lavoro nero e sommerso.

Rinnovare oggi i contratti nazionali non significa semplicemente dare un po’ di soldi ai lavoratori ma vuol dire affermare un sistema di relazioni sindacali che, per quanto ci riguarda, è quello dell’Accordo interconfederale del 2018. La Confindustria sta dando un’interpretazione di quell’accordo che non rispecchia quanto c’è scritto. Ad oggi però le divisioni stanno avvenendo più nel fronte imprenditoriale, mentre c’è una sostanziale tenuta delle organizzazioni sindacali.

TOMMASO CERUSICI Negli scorsi mesi avevi molto insistito sulla necessità di mettere in campo, come sindacato, una contrattazione maggiormente inclusiva, che riunifichi un lavoro sempre più frammentato e precarizzato, a partire proprio dai luoghi di lavoro.

MAURIZIO LANDINI Certo. Lo stiamo facendo nelle piattaforme contrattuali che si stanno presentando, ad esempio nella piattaforma alimentare che propone anche il diritto alla rappresentanza della comunità aziendale. È chiaro che il contratto nazionale può essere lo strumento che tutela e dà rappresentanza a tutte le forme di lavoro che sono dentro lo stesso sito produttivo. Mettere in discussione il fatto che possano esistere diritti comuni significa continuare a sfruttare la precarietà. Poi noi siamo i primi a dire che ci sono troppi contratti nazionali di lavoro, non solo quelli pirata. Dentro le singole categorie, alla luce dei processi di cambiamento nelle filiere, c’è un tema anche di

unificazione dei contratti. Questo però lo si può fare solo in un’ottica di rafforzamento del contratto nazionale.

TOMMASO CERUSICI In queste settimane si sta discutendo molto – a partire dalla proposta dei tedeschi della IG Metall nel settore automotive – della riduzione dell’orario di lavoro. Pensi che questo tema vada nella giusta direzione?

MAURIZIO LANDINI La posizione della Cgil indica come strategia quella della riduzione generalizzata degli orari di lavoro a parità di salario, dicendo nello stesso tempo che la riduzione deve essere sì generalizzata ma deve anche tenere conto del tipo di lavoro che si fa, della sua pesantezza, del settore. È fuori dubbio che il tema dell’orario e più in generale quello di una diversa articolazione del tempo di lavoro, è qualcosa con cui fare i conti. A maggior ragione dopo questa pandemia, con l’esplosione del lavoro a distanza e con l’accelerazione che la tecnologia sta imponendo, modificando i processi produttivi. Non solo a un maggior utilizzo degli impianti deve corrispondere una riduzione degli orari di lavoro, ma credo si ponga anche un tema nuovo rispetto all’attività formativa, che deve diventare un diritto permanente delle persone in tutto l’arco della vita lavorativa. Io penso che una parte consistente di lavoro sia fatto oggi da attività di studio e formazione. Questo ci porta, allora, a ragionare di una riduzione indiretta dell’orario di lavoro: nelle 40 ore settimanali dovremmo prevedere almeno 2-3 ore in cui si è pagati non perché si produce qualcosa, ma perché si studia e ci si aggiorna.

TOMMASO CERUSICI E chi si trova invece con un salario basso proprio perché magari ha un lavoro part-time imposto dal datore di lavoro?

MAURIZIO LANDINI Non a caso in Germania stanno discutendo di lavorare sulle quattro giornate settimanali proprio nel settore dell’auto, settore tradizionalmente forte e altamente sindacalizzato. Noi dobbiamo avere anche grande attenzione al fatto che nel nostro Paese, negli ultimi anni, si sono introdotte forme di riduzione di orario e quindi di riduzione di salario, perché il part-time involontario, che è la forma più diffusa in alcuni settori come il commercio e il turismo, ha aumentato il numero di persone che, non per scelta ma per obbligo, fanno 20-24 ore settimanali. E una parte di queste persone vorrebbe aumentare il proprio orario per aumentare il salario. Questo è certamente un tema che si pone in modo nuovo per i sindacati, insieme al cambiamento digitale. Perché è indubbio che c’è un aumento dell’efficienza e della produttività delle imprese e bisogna pensare a come si ridistribuisce il lavoro e come si tutela l’occupazione. Uno dei temi che stiamo ponendo al Governo – e anche in questo caso si rischia di aprire una discussione con Confindustria – è come si riformano gli ammortizzatori sociali e che tipo di politiche attive del lavoro mettiamo in campo. Perché noi siamo d’accordo che eventualmente gli ammortizzatori sociali – dai contratti di solidarietà alla cassa integrazione – debbano avere anche un obbligo di attività di formazione ma oggi Confindustria sta teorizzando una riforma degli ammortizzatori sociali che vuole mettere in capo all’azienda la scelta di decidere se usare la cassa o se licenziare subito i lavoratori. Dietro alla discussione sul blocco dei licenziamenti in questi mesi – che per fortuna il Governo ha adottato e noi siamo riusciti ad ottenere – c’è l’idea che la riorganizzazione, prodotta dal cambiamento digitale, avvenga attraverso una dura fase di licenziamenti. Confindustria sta ponendo due temi: non solo il superamento dei contratti nazionali e il cambiamento del contenuto della contrattazione ma sta chiedendo anche una libertà di licenziamento e di scaricare questo tema sulla collettività, parlando di politiche attive e di centri per l’impiego che addirittura dovrebbero essere privatizzati. A quel punto avremmo le aziende che licenziano e i privati che prendono soldi per capire come ricollocare i licenziati, senza passare né per contratti di solidarietà né per la cassa integrazione. Messa così mi pare evidente che non esista più nessuna responsabilità sociale ed economica da parte dell’impresa.

TOMMASO CERUSICI In questi mesi di pandemia, a partire dalla messa in sicurezza dei luoghi di lavoro, c’è stato un confronto serrato con il Governo. Come valuti il lavoro svolto? E pensi che una cabina di regia Governo – parti sociali vada replicata anche per altre grandi questioni strategiche?

MAURIZIO LANDINI Io credo che vada riconosciuto che questo Governo – il cosiddetto “Conte II” – fin dalla sua nascita, nel settembre dello scorso anno, ha prodotto un cambiamento, perché nel rapporto con le parti sociali e con le organizzazioni sindacali ha riaperto un dialogo, un confronto e una discussione. Lo dico perché alcune cose che oggi sono andate in porto erano state conquistate dalle organizzazioni sindacali, nel confronto con il Governo, nella legge di bilancio dello scorso anno: penso alla riduzione del cuneo fiscale che è entrata in vigore a luglio per i redditi fino a 40mila euro, penso al superamento del superticket che è entrato in vigore il 1 settembre. Quelle cose non le ha regalate nessuno ma sono state frutto di una discussione in cui si è posto il tema di una riforma fiscale, in cui si è affermato che bisognava smettere di tagliare lo stato sociale e bisognava, invece, cominciare ad invertire la tendenza.

Dopodiché io penso che quello che la pandemia ha prodotto sia un cambiamento molto forte, perché da un lato ha fatto emergere tutte le diseguaglianze, anzi le ha fatte esplodere ancora di più, dall’altra, dal punto di vista delle politiche europee, sta aprendo una possibilità di cambiamento che fino a qualche mese fa non c’era.

TOMMASO CERUSICI Ti riferisci all’inversione di rotta rispetto all’austerity? Mi pare di capire che non avresti particolari dubbi se accettare o meno i soldi del Recovery Fund.

MAURIZIO LANDINI Quello dell’accettare o meno gli aiuti europei è un dibattito senza senso. Certo che vanno accettati! Alle condizioni poste, saremmo degli scellerati a dire di no. L’Europa di fronte alla pandemia ha messo in discussione il patto di stabilità e quindi ha messo in discussione la base delle politiche di austerità degli ultimi anni. Non le ha superate, ma ad oggi le ha bloccate. E si è aperta una discussione che ha avuto il merito di mettere in campo il primo vero atto di solidarietà da quando l’Unione Europea è nata, cioè lo stanziamento di tantissimi soldi. Una sorta di Eurobond, dati secondo logiche differenziali di necessità. Per l’Italia vengono messi a disposizione 209 miliardi e per la Germania –ad esempio – solo 30. È la prima volta che avviene una cosa del genere e sicuramente ciò apre una possibilità di vera politica europea che costruisca non solo solidarietà ma anche investimenti nello stato sociale, nella tutela dell’ambiente, nell’estensione governata delle tecnologie, nella tutela e nell’investimento sul lavoro. Credo che questa sia la vera partita politica e sindacale aperta. Certo non è scontato l’esito, perché ci sono idee diverse in campo – anche a livello europeo – e da questo punto di vista diventa molto importante non solo quello che è stato fatto durante l’emergenza ma anche quello che verrà fatto da qui in avanti. Oggi si sta giocando il futuro dei prossimi 5-10 anni del nostro Paese e dell’Europa. Che Paese avremo? Che Europa avremo? Si uscirà davvero dalle logiche dell’austerità? Queste sono le domande che dobbiamo porci, oggi non domani.

TOMMASO CERUSICI Veniamo al “Protocollo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro”: una conquista importante, giunta in un momento molto complicato dell’emergenza sanitaria. Si può dire che sulla salute e la sicurezza la mobilitazione dei lavoratori ha raggiunto l’obiettivo?

MAURIZIO LANDINI Certo. È stato grazie al lavoro di Cgil, Cisl e Uil e alla mobilitazione dei lavoratori – addirittura fino allo sciopero – se l’Italia è l’unico Paese in cui i protocolli di sicurezza sono diventati legge dello Stato. Così come se si è arrivati al blocco dei licenziamenti per legge e ad istituire ammortizzatori sociali e indennità per tutte le forme di lavoro, anche quelle precarie, mettendo all’angolo le logiche di austerità. Noi in questa fase stiamo chiedendo al Governo di discutere con le parti sociali, e quindi anche con i sindacati, come vengono spesi questi 209 miliardi di euro. Noi diciamo che c’è sia un problema di metodo, perché bisogna definire le priorità, non si può avere cinquecento diversi progetti e serve secondo noi una regia centrale. E c’è un problema di merito che riguarda la democrazia, il coinvolgimento delle persone, perché processi di questa natura li fai sul territorio, nei comuni e nelle regioni. Non sta più in piedi avere 21 politiche industriali, sanitarie o scolastiche diverse a seconda della regione. L’autonomia regionale deve valorizzare le capacità che ci sono ma dentro un quadro nazionale ed europeo. In questo senso noi indichiamo delle priorità molto precise: la sanità e lo stato sociale con specifici interventi sul territorio; la scuola e la formazione con l’obbligo scolastico fino a 18 anni, l’estensione degli asili nido, il diritto permanente alla formazione, gli investimenti nella manutenzione scolastica, un diverso rapporto con l’università e il superamento del numero chiuso nelle professioni sanitarie. Io credo che la pandemia debba insegnarci che non è sufficiente tornare a prima, noi dobbiamo cambiare radicalmente il modello di sviluppo che ci ha condotto fin qui.

La discussione sull’utilizzo dei fondi europei va anche accompagnata ad una serie di riforme: la riforma del fisco e la lotta all’evasione fiscale, la riforma degli ammortizzatori sociali, una legislazione di sostegno ai contratti nazionali e una legislazione sulla rappresentanza, una riforma contro la precarietà e che estenda i diritti, la riforma della scuola e una politica industriale degna di questo nome, in cui si riapra anche – finalmente oserei dire – una discussione sul ruolo dello Stato.

TOMMASO CERUSICI Su questo punto, pensi ad uno Stato che intervenga direttamente nell’economia?

MAURIZIO LANDINI Noi diciamo che oggi il mercato da solo non è in grado di compiere un cambiamento di questa natura e che lo Stato deve intervenire, orientare, condizionare le priorità. Noi non pensiamo ad uno Stato che si sostituisca alle imprese, ma ad uno Stato che crei una nuova cultura imprenditoriale e che intervenga in alcuni settori strategici. I più grandi gruppi italiani sono pubblici, quindi noi pensiamo che – ad esempio – Cassa Depositi e Prestiti debba svolgere un ruolo. Servirebbe un soggetto che coordini le attività dei grandi gruppi pubblici, in particolare con una centralità del Mezzogiorno. Le diseguaglianze vanno affrontate e non solo nel Mezzogiorno come luogo fisico, ma nei tanti Mezzogiorni d’Italia, che sono le aree interne del Paese o le aree periferiche delle grandi città. Ad esempio, se ragioniamo di digitale, noi oggi dobbiamo avere tutto il Paese connesso. Nel dopoguerra per far sì che la rete telefonica arrivasse anche in cima al monte dove c’era un solo residente – che se fosse stato per il mercato privato non si sarebbe mai fatto perché considerato non redditizio – si rese pubblica la rete, decidendo che era un investimento strategico. Oggi arrivare ad avere una rete pubblica di fibra ottica è decisivo.

TOMMASO CERUSICI Che Europa vedi di fronte a te? Pensi che siamo davvero di fronte ad un cambio di paradigma delle politiche europee di austerità, che hanno tristemente caratterizzato gli ultimi anni?

MAURIZIO LANDINI Io credo che il cosiddetto sovranismo abbia trovato le sue ragioni in una globalizzazione senza regole, che ha messo in competizione le persone e le nazioni tra di loro. È singolare che i paesi dell’est, penso all’Ungheria, che sono quelli che hanno fruito delle delocalizzazioni, sono oggi quelli che per difendere ciò che lì è stato portato costruiscono muri contro le nazioni vicine. Se penso più in generale alle ragioni che hanno portato alla vittoria di Trump, di Bolsonaro, di Johnson si tratta di risposte sovraniste ad un processo di globalizzazione che ha precarizzato il lavoro. Io penso allora che quello che sta succedendo in Europa ha una certa importanza. Fino a qualche anno fa ci spiegavano che tagliavano le pensioni perché ce lo chiedeva l’Europa, si tagliava la sanità perché ce lo chiedeva l’Europa, stessa cosa sul blocco dei contratti… oggi il messaggio che arriva è che l’Europa non solo non ci chiede di tagliare ma ci sta dando soldi, chiedendo di investirli in una certa direzione.

TOMMASO CERUSICI Dal punto di vista sindacale, sempre a livello europeo, quali decisioni sono state assunte? Si è riuscito a mantenere un fronte compatto o sono emerse le stesse divisioni che ben conosciamo?

MAURIZIO LANDINI Sicuramente si è riusciti a svolgere un ruolo in questa fase perché tutta la Confederazione Europea dei Sindacati – e non è stato facile, c’è stata una discussione al nostro interno – è arrivata a dire che ci volevano gli Eurobond e un provvedimento che poi la UE ha preso. Quindi, nel nostro piccolo, il ruolo che abbiamo giocato, sia in Italia che in Europa, è stato importante ed è la prima volta che il sindacato è riuscito ad andare oltre la posizione politica dei Governi dei singoli paesi. Sapendo che in Europa questa divisione attraversa tutti gli schieramenti politici. Ci sono anche alcuni paesi a guida socialista – penso a quelli del Nord – che erano contro il provvedimento che poi fortunatamente è stato preso. Io credo che mai come adesso il sindacato debba avere una visione generale, ripartendo però dalle condizioni del lavoro. Il sovranismo si batte se si afferma una politica europea comune, una rete comune di diritti, un sistema fiscale comune. Io credo che questo sia il terreno su cui noi dobbiamo batterci e – lo dico in modo molto esplicito – non è scontato l’esito. Siamo in una fase in cui c’è un conflitto aperto, sia sociale che politico. Se queste scelte che l’Europa sta facendo porteranno davvero al superamento delle politiche di austerità e del patto di stabilità, quindi a nuove regole e a un nuovo sistema, sarà tutto da vedere. Sicuramente il ruolo che possiamo giocare come sindacato è quello di intervenire con forza su come spendere i 209 miliardi, su che tipo di scelte, di investimenti e di politiche industriali si metteranno in campo. Se si investe sullo stato sociale oppure no, se si cambia il modello di sviluppo oppure no, se si riduce la precarietà o no, dipende anche da noi, da quello che saremo capaci – anche con la mobilitazione – di mettere in campo. Anche nell’ottica di una ricomposizione della rappresentanza politica del lavoro, che in questi anni si è tragicamente frantumata.

TOMMASO CERUSICI Mi sembra di capire che consideri il Recovery Fund un po’ come – passami il termine – l’ultimo appello per il nostro Paese, non solo per garantire una ripresa economica ma anche per provare ad invertire anni di politiche neoliberiste sbagliate. È così?

MAURIZIO LANDINI Il nostro Paese si troverà nei prossimi anni a dover fare i conti con una quantità di risorse di un’entità tale di cui non si è mai potuto disporre prima, perché ai 209 miliardi del Recovery Fund si aggiungono i fondi europei 2020-27, a cui si aggiungono i fondi per la coesione territoriale, a cui si aggiungono i fondi SURE per gli ammortizzatori sociali, a cui – in linea teorica – potrebbe aggiungersi anche il MES per la sanità… stiamo parlando complessivamente di centinaia di miliardi da spendere nei prossimi 4 o 5 anni. E se non si spendono bene poi non possiamo dare la colpa all’Europa! E a seconda di come li spendi non solo puoi o meno rilanciare il Paese ma puoi anche affermare un determinato modello sociale europeo oppure no. Questa io credo sia la battaglia politica e sociale che il movimento sindacale deve portare avanti, il movimento sindacale tutto, a livello nazionale ed europeo.

TOMMASO CERUSICI Serviva una terribile emergenza sanitaria globale per rimettere al centro del dibattito pubblico – penso alla comunicazione e alla politica – il lavoro e i lavoratori come soggetti attivi?

MAURIZIO LANDINI Credo che con la pandemia sia stata messa in discussione l’idea che il lavoro non serve più, che il lavoro è sparito, che il lavoro manuale non esiste più, che il lavoro delle persone si supera. Penso proprio che questo luogo comune la pandemia lo abbia spazzato via. Oggi siamo di fronte al fatto che sono diventati essenziali lavori che venivano considerati inesistenti, sfruttati e sottopagati. Anche quelli che erano invisibili sono diventati improvvisamente visibili e addirittura essenziali: i riders, la logistica, i lavoratori della filiera agricola e alimentare. Io credo che noi dobbiamo dare voce e rappresentanza a questi lavoratori. Abbiamo fatto bene a batterci perché venissero estese le indennità anche a tutte le forme di lavoro. Ad esempio nella cultura e nello spettacolo è stato anche grazie al nostro contributo e alla nostra battaglia se sono emersi una quantità di lavori precari e se ci si è battuti per dare comunque una risposta nell’emergenza.

TOMMASO CERUSICI Negli ultimi mesi è tornato al centro il tema del “pubblico”, a partire dal ruolo svolto dal Servizio Sanitario Nazionale durante l’emergenza Covid19. Pensi che nella testa delle persone ci sia un cambiamento in atto in tal senso?

MAURIZIO LANDINI Sul piano culturale sono emersi due aspetti, secondo me: 1) la domanda e il bisogno di sindacato; 2) è tornato ad avere valore il ruolo pubblico per garantire i diritti, penso alla sanità pubblica e accessibile a tutti, penso alla scuola pubblica. Anche in questo caso, quindi, è emersa la necessità di invertire una tendenza. Sicuramente è arrivato il momento di una riforma del sistema degli ammortizzatori che deve diventare universale, di un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori che dia garanzie e tutele a tutti e, dal punto di vista sindacale, è il momento di allargare le Camere del Lavoro. Noi dobbiamo cogliere quella che è stata l’intuizione fondamentale che ha dato vita alle Camere del Lavoro e cioè dei luoghi in cui tutte le forme di lavoro si ponevano il problema di come mettersi insieme per dare risposte a problemi diversi attraverso una solidarietà di classe. Io penso che oggi, che il lavoro è riemerso in tutto il suo valore e in tutta la sua forza, si debbano trovare strumenti e luoghi per potersi esprimere. Dobbiamo mettere le persone che lavorano nelle condizioni di poter partecipare alla discussione su che cosa si produce, sul perché lo si produce e con quale sostenibilità ambientale. Quando noi diciamo che c’è bisogno di un intervento pubblico è perché un processo di questa natura non può essere gestito solo dal mercato. Io credo che il neoliberismo sia andato in crisi proprio perché agli occhi delle persone ha aumentato le disuguaglianze e la competizione. Oggi è necessario rilanciare l’azione sindacale, ma questo vuol dire anche cambiare l’organizzazione sindacale attraverso la democrazia e la partecipazione dal basso, che poi sono anche la precondizione per costruire una nuova unità sindacale.

TOMMASO CERUSICI L’unità sindacale: altro tema che hai sempre posto con forza.

MAURIZIO LANDINI Certo. Le ragioni dell’unità sono sempre più evidenti. Basti pensare che i tre grandi partiti di massa che ispirarono o diedero in certi casi vita alle tre confederazioni sindacali italiane non esistono più da anni e con loro le grandi ideologie che c’erano dietro. Quali sono oggi le divisioni di appartenenza politica che possono motivare una divisione anche sul piano sindacale? Io penso che sia venuto il momento di riaprire con forza l’idea di andare oltre la semplice unità d’azione tra sindacati – cosa importantissima e che fortunatamente c’è stata nell’ultimo anno e mezzo producendo anche dei risultati, aprendo un nuovo interesse sul sindacato dopo anni di difficoltà e crisi – per ricostruire una vera e nuova unità sindacale, che vuol dire un nuovo soggetto unitario che, per essere tale, deve però essere democratico. Io penso che il punto sia proprio la democrazia e la partecipazione, il dare voce alla rappresentanza non corporativa o di mestiere ma d’interesse generale del mondo del lavoro.

TOMMASO CERUSICI È già a questo punto la discussione tra le organizzazioni sindacali?

MAURIZIO LANDINI Con onestà no, non è questa. Però il punto è tu oggi cosa vuoi fare, non a che punto sei. Come Cgil, cosa siamo disponibili a cambiare? Su cosa siamo disponibili a metterci in discussione per affrontare questo processo? Penso alle due questioni che abbiamo lanciato al Congresso: da un lato il sindacato di strada e dall’altro la contrattazione inclusiva, partivano proprio da questa intuizione rispetto a quello che stava avvenendo. Io credo che la pandemia abbia confermato e accelerato tutto ciò. E se prima avevi del tempo davanti per provare a decidere, ora non è più così. Se nella pandemia abbiamo ridato un significato e una credibilità alle organizzazioni sindacali è perché siamo stati capaci di rispondere alle paure che le persone avevano. Dire che la salute e la sicurezza vengono prima di ogni altra cosa, anche del profitto, ha avuto la forza di rispondere alla giusta paura di ammalarsi da parte dei lavoratori. Esserci battuti per il blocco dei licenziamenti e per l’estensione degli ammortizzatori sociali ha risposto alla paura delle persone di perdere il lavoro e di non sapere come sopravvivere. In questo senso dico che la pandemia ha fatto riemergere una ragione molto profonda rispetto all’esistenza del sindacato, anche di fronte alle nuove tecnologie, un sindacato che deve però saper cambiare, superando le paure, le logiche burocratiche e autoreferenziali. Dobbiamo aprirci ed essere pronti al cambiamento.

 

Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio Europa, Osservatorio internazionale, Ricerca e Innovazione

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About Maurizio Landini: Maurizio Landini è nato a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, nel 1961. È stato prima funzionario e poi Segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. Successivamente, è stato Segretario generale della Fiom dell’Emilia Romagna, quindi di quella di Bologna. Nel 2005 è entrato a far parte dell’apparato politico della Fiom nazionale e dal giugno 2010 è Segretario nazionale della Fiom, succedendo a Gianni Rinaldini. Ha scritto, con Giancarlo Feliziani, Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo. La Fiat, il sindacato, la sinistra assente (Bompiani, 2011). La sua storia personale e professionale è stata raccontata in Nei panni degli operai. Maurizio Landini e 110 anni di Fiom (e di Fiat) del giornalista Massimo Franchi (Fuori onda, 2011). «Inchiesta» ha pubblicato numerose sue interviste e interventi.

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