Maurizio Landini: Il lavoro prende la parola (è ora di scegliere)

| 18 Luglio 2012 | Comments (0)

E’ uscito su Inchiesta l’intervento fino adesso non pubblicato di Maurizio Landini, Segretario Generale della Fiom, che ha aperto con questa relazione l’incontro pubblico tenuto a Roma il  9 giugno, incontro organizzato dalla Fiom che ha invitato ad intervenire le principali componenti politiche del centro-sinistra.

 

Credo che quella di oggi sia una giornata importante, nella quale devono prevalere i contenuti: cosa si fa, quali interessi si vogliono rappresentare, quali soluzioni si debbono mettere in campo per uscire da una situazione difficilissima.

La dico come l’ha detta un amico della Fiom – un sindacalista che è stato anche segretario generale della Cgil – Antonio Pizzinato che, ragionando su quello che sta succedendo, giudica questa fase peggiore di quella degli anni Cinquanta. Ovvero, siamo dentro a un quadro sociale, economico e del lavoro in cui i peggioramenti che si stanno determinando sia sul piano della condizione di vita, sia sul piano dei diritti di contrattazione e delle libertà delle persone che lavorano non hanno precedenti.

A livello europeo, la costruzione di un’unione che si è limitata alla moneta oggi rischia, secondo noi, di mettere in discussione non solo l’euro, ma la tenuta e la coesione democratica dell’Europa e dei paesi che la compongono. E c’è il rischio molto concreto che questa crisi sia usata per deregolamentare lo Stato sociale, i diritti nel lavoro e il sistema democratico anche nel nostro paese.

Noi lanciamo un allarme: il sistema industriale – e quindi il sistema manifatturiero – è a rischio e i livelli di disoccupazione sono a un punto tale in Italia e in Europa che deve diventare una emergenza nazionale il creare lavoro, l’impedire i licenziamenti, il redistribuire il lavoro che c’è dando, in particolare, una prospettiva alle giovani generazioni.

Facciamo questa iniziativa proprio per riaffermare il nostro carattere di  sindacato autonomo e indipendente e vorrei chiarire che l’indipendenza non è indifferenza. L’indipendenza per noi vuol dire essere un sindacato che ha una sua idea, ha un suo progetto che costruisce assieme alle persone che rappresenta. Essere autonomi ed indipendenti vuol dire pensare che ci si può confrontare alla pari con le forze politiche, con le imprese, con i governi. Poi si può essere d’accordo o meno, ma non c’è sudditanza, c’è la rivendicazione di avere una pari dignità e per questo vi ringraziamo tutti per aver accettato di essere qui oggi a discutere con noi, sapendo perfettamente che se la discussione vuole essere sincera – e di questo abbiamo bisogno – esistono anche punti di vista diversi su cui confrontarsi e discutere.

La mia relazione introduttiva non ha l’ambizione di essere un progetto complessivo di questioni, ma sarà l’elenco di una serie di punti,  di questioni che in questi anni le lavoratrici e i lavoratori che noi rappresentiamo hanno vissuto in prima persona.

Noi, tra l’altro, proprio perché siamo un sindacato, oltre all’importante iniziativa di oggi, abbiamo proposto ai metalmeccanici di mobilitarsi. Per la prossima settimana, ad esempio, il 13, il 14 e il 15 ci saranno iniziative e scioperi nei territori e in particolare il 14 saremo a Roma sotto il ministero dello Sviluppo economico e poi al Parlamento, perché non c’è una politica industriale e perché non siamo d’accordo con i provvedimenti che il Governo sta prendendo sul mercato del lavoro, ma anche perché vogliamo difendere la democrazia e riconquistare un vero contratto nazionale. Pensiamo che il conflitto, la possibilità di esprimere punti di vista diversi, e anche di usare strumenti di lotta democratici per poter cambiare le scelte del Governo e realizzare dei cambiamenti, sono elementi che vanno difesi e che vanno valorizzati in quanto tali. Noi vediamo che è in atto un attacco e un tentativo di distruzione della nostra bella Costituzione, perché i diritti sociali, i diritti politici e i diritti civili sono oggi sotto un attacco senza precedenti.

E a proposito di crisi della democrazia, noi sentiamo che c’è sempre di più anche per il sindacato, per essere onesti, e non solo per le forze politiche, una crisi di rappresentanza. Le persone si fidano sempre meno e io trovo che se il 50% non va a votare o vota per partiti o movimenti che possano non piacere, è sbagliato etichettare semplicemente tutto questo come antipolitica.

Se, infine, dovesse prevalere un tale orientamento, secondo noi, sarebbe un errore che equivale a non capire quello che sta succedendo; c’è una domanda di partecipazione, ma soprattutto, a me pare che sia questo il punto, c’è bisogno di ricostruire una fiducia, le persone debbono fidarsi di chi li rappresenta, e chi li rappresenta deve fare quello che dice, mantenere  gli impegni che ha preso o il mandato che ha ricevuto.

Io credo che questo sia un nodo importante, perché trovo che in tutto questo ci sia qualche contraddizione che rischia di allargare la sfiducia verso le istituzioni e la politica. Fatemela dire così: non si può da un lato dire che adesso la nuova politica del governo si basa sul merito e poi nominare presidente della Rai il vicepresidente della Banca d’Italia.

Ci sono delle cose sulle quali le persone non puoi prenderle in giro, e questo io credo sia un punto di partenza per ricostruire la fiducia, poi si può essere d’accordo o no, si possono avere idee diverse, ma se si rompe questo filo, e noi siamo al limite della rottura, c’è il rischio – questo sì – di pericolose spinte verso l’autoritarismo, non verso l’estensione della democrazia.

 

1. Il caso Fiat , lo Statuto dei lavoratori e l’unità sindacale

Quello che è successo alla Fiat è – secondo noi – un caso emblematico.

Ricordo, due anni fa, quando ci veniva spiegato che Pomigliano sarebbe stato un caso unico, eccezionale, irripetibile e che non sarebbe stato esteso ad altre realtà. Credo che qualsiasi persona di buon senso, dopo due anni, deve fare i conti con il fatto che lì è iniziato uno “sbrego” – come direbbe il Professor Romagnoli – della Costituzione nel nostro paese che non ha precedenti e noi oggi siamo di fronte al fatto che la Fiat non solo è uscita dal Ccnl e viola i principi costituzionali, ma se ne sta andando dall’Italia, perché continua a non investire, e a chiudere stabilimenti nel nostro Paese. Noi non possiamo permetterci che il sistema industriale del nostro Paese vada in rovina perché vorrebbe dire centinaia di migliaia di posti di lavoro che saltano e un arretramento sociale, morale ed economico.

Tutto questo sta avvenendo nel silenzio della politica e delle istituzioni. Pensavamo che cambiando governo sarebbero potute cambiare delle cose, invece ci siamo trovati di fronte a un’affermazione fatta da Monti che, dopo avere incontrato il dottor Marchionne, ha detto che un’azienda può investire dove gli pare. E l’interesse di questo paese chi lo assume? Solo noi dobbiamo essere quelli che pagano l’interesse generale quando c’è da pagare le tasse? Non è interesse generale del paese la difesa del sistema industriale, del lavoro e dell’occupazione?

Ci sono altri due aspetti: la Fiat sta violando i principi della nostra Costituzione.

Il tribunale di Modena ha dichiarato che c’è un’illegittimità costituzionale nell’applicare l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori come fa la Fiat per escludere la Fiom e impedire ai lavoratori e alle lavoratrici iscritti alla Fiom di godere delle libertà e dei diritti sindacali. Ciò è in contrasto con gli art. 2, 3 e 39 della nostra Costituzione.

Siamo addirittura al fatto che la Fiat, dove perde le cause, applica delle ritorsioni. A Termoli, ad esempio, dove ha perso una causa con la Fiom, sta dicendo che ai nostri iscritti applica solo il contratto nazionale e non più gli altri trattamenti economici: se sei iscritto alla Fiom hai un calo dello stipendio di 2, 3, 400 euro perché non ti pagano i turni, le maggiorazioni dei turni ed altri premi aziendali.

Consentitemi di dire una cosa un po’ polemicamente, quando due anni fa si è discusso del referendum-ricatto alla Fiat di Pomigliano e di Mirafiori, in tanti hanno detto: “Se fossi un operaio voterei sì”.

Di fronte al fatto che stanno avvenendo queste cose da Termoli a venire in su, fate fare a me un esercizio: se io fossi un parlamentare, adesso starei dalla parte di quei lavoratori, se fosse necessario farei un fondo di solidarietà per quei lavoratori e porrei il problema di fare una legge sulla rappresentanza, perché altrimenti la democrazia rischia di essere un guscio vuoto.

Io penso, allora, che qui c’è un tema di fondo, ed è una prima richiesta che noi mettiamo sul tavolo: c’è bisogno di una legge sulla rappresentanza e di garantire la libertà di ogni cittadino lavoratore.

Garantire una corretta applicazione dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, può essere da subito un punto d’intervento del Parlamento. Ma serve un passaggio, c’è bisogno di una legge sulla rappresentanza che nell’applicare l’articolo 39 della Costituzione e nell’assumere il problema della certificazione e della misurazione della rappresentanza previsto dall’accordo interconfederale del 28 giugno, faccia diventare un diritto in capo alle lavoratrici ed ai lavoratori il poter eleggere i propri delegati, potersi scegliere il proprio sindacato e poter votare gli accordi liberamente senza ricatto per farli diventare validi. E, accanto alla legge sulla rappresentanza, noi chiediamo che venga cancellato l’articolo 8 della manovra bis del governo precedente, perché quando in un paese si fa passare l’idea che si può, nelle fabbriche, derogare dai contratti e addirittura dalle leggi, noi siamo di fronte alla messa in discussione della Costituzione del nostro paese.

L’unità sindacale è un bene per i lavoratori. Anzi, mi permetto di dire che l’unità sindacale è innanzitutto un diritto delle persone che lavorano, e proprio perché oggi c’è una evidente divisione sindacale la soluzione non è fare degli appelli ad andare d’accordo. Io penso che, se si vuole riaprire un percorso – e noi lo vogliamo fare – affinché l’unità sindacale torni a essere un diritto dei lavoratori, è la democrazia lo strumento che può permettere di tenere assieme anche idee diverse, e la legge sulla rappresentanza è il diritto dei lavoratori di scegliersi il proprio sindacato e di poter votare gli accordi anche quando ci sono idee diverse tra i sindacati. Impedire gli accordi separati è importante, perché altrimenti sapete che cosa sta succedendo? Che sono le imprese a scegliere il sindacato che gli conviene di più, come ha fatto la Fiat inventandosi dei sindacati che non esistevano un minuto prima, facendogli firmare gli accordi, applicandoli a tutti gli altri e poi dicendo che se qualcuno non è d’accordo deve dimostrare eventualmente di avere la forza di farlo.

C’è poi un problema che riguarda le tutele e i diritti nel lavoro. Come è noto, noi non esprimiamo un giudizio positivo sui provvedimenti che il governo sta presentando, e che sono stati già approvati dal Senato. Noi pensiamo che bisognerebbe fare alcune cose. Innanzitutto il lavoro precario va ridotto; quello che noi rileviamo è che siamo di fronte quasi a una istituzionalizzazione delle 46 forme di lavoro precario che in questo paese sono state messe in campo. Combattere il lavoro precario vuol dire fare almeno due cose: la prima è ridurre e cancellare delle forme inutili, dal lavoro a chiamata ad altre forme che non hanno diritto – secondo noi – di esistere. Ma dall’altra bisogna introdurre un principio – e lo dobbiamo fare come sindacato nei contratti, se ci riusciamo, ma deve esser fatto anche come legge – che è l’applicazione di un articolo della Costituzione e cioè che a parità di lavoro e a parità di mansione deve corrispondere parità di diritti e parità di salario. Questo è un punto decisivo perché altrimenti noi siamo alla frantumazione, alla divisione, alla concorrenza e alla competizione tra persone che lavorano e questo porta poi le imprese non a giocare sulla qualità, sugli investimenti, sull’intelligenza delle persone, ma a puntare sulla riduzione dei diritti e sullo sfruttamento, facendo arretrare ancora di più il nostro paese.

 

2. Donne, ammortizzatori sociali, riforma pensioni, Art.18

C’è poi un altro problema, e faccio così autocritica, per il fatto che oggi qui ad esempio – lo dico io per primo – tra le persone che parleranno non ci sarà nessuna donna, visto che l’unica donna che avevamo contattato per ragione di salute, non può essere presente. Questa difficoltà ad assumere la rappresentanza di genere è un problema che riguarda anche la nostra Organizzazione, e lo dico in modo critico perché se ci si ragiona noi siamo di fronte al fatto che le donne dentro ai processi in atto pagano ancora di più le discriminazioni e le differenze salariali e non solo stanno aumentando nei luoghi di lavoro.

Poi c’è bisogno di una riforma vera degli ammortizzatori sociali. Si può estendere la cassa integrazione a tutti se tutti pagano i contributi come attualmente avviene nelle imprese con più di 15 dipendenti e pensiamo anche che, come si sta facendo in Europa, un tema da discutere è quello di introdurre forme di reddito di cittadinanza, sia per garantire il diritto allo studio, sia per ridurre la ricattabilità di chi fa lavori precari e in questo modo favorisce chi vuole o può cambiare lavoro.

Dico anche che le modifiche che stanno venendo avanti sull’articolo 18, non sono accettabili. Noi pensiamo che c’è uno svuotamento di quella norma di civiltà, nonostante tutti gli sforzi che sono stati fatti e le discussioni che ci sono state. Noi continuiamo a considerare che c’è uno svuotamento del principio del reintegro, perché se può succedere – mentre fino a oggi non era possibile – che ad un lavoratore che sia riconosciuto di essere stato ingiustamente licenziato, anziché essere reintegrato nel posto di lavoro, può essere ingiustamente licenziato e indennizzato con un po’ di soldi, ma il reintegro nel suo posto di lavoro non ce l’ha, questo è un arretramento che non possiamo accettare, perché vuol dire – come ha detto il professor Umberto Romagnoli – mettere in discussione l’idea stessa dello Statuto, che quando è stato realizzato negli anni Settanta voleva garantire un doppio diritto di cittadinanza. Quello di una persona che è un cittadino anche in fabbrica e può esprimere il suo pensiero, può esprimere le sue idee senza preoccupazione, ma ha anche il diritto di poter scegliere di fare il delegato sindacale, di impegnarsi nel sindacato, di essere un iscritto, senza bisogno di correre il rischio di essere licenziato o cacciato fuori dalla fabbrica, e se è un diritto di civiltà io credo che va difeso e mi permetto di dire che va esteso a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori.

C’è poi un problema che riguarda la riforma delle pensioni. Qui c’è stata una logica di tagli, e io penso che avere alzato l’età pensionabile, come è stato fatto, non ha ragioni di bilancio che la possono sostenere.

La cosa che noi chiediamo è che si modifichi quella che non è una riforma, perché alzare l’età pensionabile è una cosa contro i giovani, vuol dire aumentare la disoccupazione giovanile. Ridurre l’età pensionabile e tenere conto dei lavori che ognuno fa è possibile: se non ho capito male, ad esempio, in Francia nel programma di Hollande si cominciano a fare cose di questa natura. E noi qui vorremmo porre almeno tre questioni: la prima riguarda il fatto che i lavori non sono tutti uguali e, vorrei essere chiaro, non sto ponendo il problema di tornare ai lavori usuranti. Questa idea per cui si può prescindere dal tipo di lavoro che si fa è sbagliata. Penso non solo al metalmeccanico, ma penso all’infermiere che fa i turni di notte in ospedale, penso alla maestra che deve gestire i bambini in un asilo ecc.

I lavori non sono uguali, consentitemi la battuta: non è uguale fare il professore universitario o fare un lavoro di questo genere e siccome si parla di aspettativa di vita bisogna evitare di farla diventare una tassa sulla vita, bisogna tenere conto che le aspettative di vita sono proprio diverse rispetto al lavoro che si fa. Questo, quindi, è un elemento di giustizia che va introdotto dentro la riforma.

Secondo: un sistema solo contributivo, che in Europa non esiste, rischia di penalizzare i giovani. Se non ricordo male, con il governo Prodi – allora si fece un accordo – c’era un impegno che era stato condiviso da tutti, dalle organizzazioni sindacali e dalle altre parti, che non è mai stato realizzato e che diceva che in ogni caso non poteva esserci nessuna pensione pubblica inferiore al 60% della retribuzione che il lavoratore percepiva lavorando.

Io chiedo, allora, che si riparta da quel punto perché oggi con questo sistema contributivo noi siamo di fronte al fatto che tanti giovani precari tra 40/45 anni, se un giorno andranno in pensione, bene che gli andrà percepiranno una pensione non superiore al 40% della loro retribuzione. Cioè siamo di fronte al fatto che la pensione pubblica non è più in grado di garantire una dignitosa sopravvivenza alle persone. Così occorre garantire il potere di acquisto delle pensioni. E va sanata la ferita dei cosiddetti esodati, perchè è inaccettabile che migliaia di persone si trovino nella situazione di aver perso il lavoro e non poter più giungere alla pensione.

La terza questione è relativa alle pensioni integrative, riguardo le quali vogliamo fare anche una proposta. In Italia c’è Cometa, il fondo dei metalmeccanici che è il più grande fondo di pensione integrativa d’Europa per numero di addetti e per quantità di soldi che vengono investiti. Io ho chiesto alcuni dati e il vicepresidente di Cometa mi ha spiegato che in Italia ci sono 100 miliardi di euro investiti in fondi pensionistici, di cui 25 in fondi negoziali. La domanda che ho posto, perché è di questo che vorrei discutere, è: quei soldi, che sono soldi dei lavoratori e delle imprese, dove vengono investiti per garantire una rendita a chi lavora? E il dato italiano è abbastanza preoccupante: il 70% dei soldi dei lavoratori per garantirgli la loro pensione viene investito in titoli di Stato stranieri o in fondi azionari stranieri, cioè fuori dall’Italia. Non è un paradosso? E stiamo parlando di miliardi, non di noccioline. E allora, da questo punto di vista, non avrebbe senso se il governo con le parti sociali e istitutive dei fondi facessero un accordo, dove l’impegno diventa che quei soldi – che sono soldi dei lavoratori o del Tfr – vengano investiti per migliorare il bilancio del nostro paese, ma soprattutto per incentivare gli investimenti, l’innovazione, ecc.. Ad esempio, c’è da ricostruire i territori della provincia di Modena e Ferrara dopo il terremoto, c’è da risistemare il nostro paese: non ci sarebbe la possibilità – garantendo un rendimento certo, senza speculazioni, a quei soldi – utilizzare quelle risorse per rilanciare la nostra economia e il nostro sistema industriale.

Come vedete si può essere d’accordo o no, ma non è vero che non esistono alternative al semplice taglio delle pensioni, al semplice taglio dello Stato sociale o semplicemente all’aumento indiscriminato della tassazione, bisogna fare delle scelte. Mi rendo conto che quelli che gestiscono questi fondi, assicurazioni e vari e quindi certi poteri forti non sarebbero contenti, però il punto è proprio questo: cambiare questa situazione vuol dire rappresentare interessi diversi da quelli che in questi anni – attraverso la finanza e la speculazione – hanno fatto i loro interessi.

 

3. Un nuovo modello di sviluppo e di legalità

C’è un problema che riguarda un nuovo modello di sviluppo e la critica che noi facciamo è che finora non si è interventi sulle ragioni che hanno prodotto questa crisi, lo dico a titoli per non essere lungo.

Primo: c’è una redistribuzione della ricchezza a danno del lavoro dipendente e dei pensionati che non ha precedenti. C’è poco da girarci intorno, secondo noi bisogna istituire una patrimoniale. I grandi patrimoni, le grandi ricchezza devono cominciare a pagare e a ridare indietro una parte dei soldi che hanno avuto, pagati da noi con le nostre tasse e con altre cose. Occorre una lotta all’evasione fiscale seria; occorre che ci sia una riduzione del carico fiscale dei lavoratori, penso in alcuni casi anche delle imprese, soprattutto se investono, soprattutto se usano energie rinnovabili, se inquinano meno, se si pongono un problema anche di nuovo modello sociale e penso soprattutto che bisogna ripristinare una progressività, perché questo è un principio costituzionale importantissimo e cioè chi più prende più deve pagare. Perché se si mette in discussione questo elemento ci si pone di fronte in realtà a un arretramento e non penso che la strada giusta sia quella di continuare ad alzare le tasse, come sta avvenendo adesso, a cominciare dall’Iva, fino a tassazioni improprie anche sulla prima casa, perché da un certo punto di vista il ragionamento di una patrimoniale vera, come in giro per l’Europa si sta facendo, e, alla luce di quella che è la situazione nel nostro paese (e i dati si conoscono, la Banca d’Italia li sa, le banche sanno quali sono le situazioni patrimoniali in questo paese) credo che ci siano le condizioni per produrre un contributo reale.

C’è poi il problema di intervenire sulla finanza, i paradisi fiscali, il ruolo delle banche che non possono più essere sia commerciali che di altra natura, la tassazione delle rendite finanziarie, che sono tutti – secondo me – temi che devono essere affrontati con adeguati interventi.

Si può dire che c’è da fare su questo una discussione europea, allora facciamola, allora facciamo in modo che questo diventi una battaglia anche per un’altra Europa.

Il problema della legalità. La dico in modo secco: ormai pezzi interi dell’economia reale sono in mano alla malavita organizzata e se ci pensate un attimo proprio la frantumazione dei processi lavorativi, il sistema degli appalti, ha determinato questa cosa, aumenti della politica del massimo ribasso. Quando in un cantiere, navale o edile, sotto lo stesso tetto lavorano persone che hanno contratti diversi, che a volte non si sa che contratti hanno, forme di lavoro precario, siamo di fronte a una frantumazione dei diritti e una distorsione della competizione che ha permesso in tanti casi delle infiltrazioni di criminalità organizzata. Non è un caso che le indagini che cominciano in Calabria si concludono con gli arresti in Emilia-Romagna, in Lombardia o in Veneto, perché è evidente che ormai c’è un processo di questa natura. Lo dico anche in modo autocritico, perché anche il sindacato deve fare di più, ma penso che questo sia un tema che dobbiamo essere in grado di mettere al centro anche sul piano politico.

 

4. Per creare nuovi posti del lavoro e difendere gli esistenti

Penso poi che ci sia un altro problema. Se si vogliono creare nuovi posti di lavoro o difendere quelli che ci sono, credo che anche qui bisogna inventarsi delle cose; si parla a volte di modello tedesco o di altri modelli, ma una delle cose di cui si parla poco è che se lì i livelli di disoccupazione sono più bassi, se nella crisi hanno tenuto meglio è perché qualche anno fa, quando ci sono stati i primi segnali di crisi, hanno ridotto gli orari di lavoro; in molti casi alla Volkswagen e da altre parti hanno portato a 32-33 ore gli orari di lavoro proprio per redistribuire il lavoro, per impedire i licenziamenti, per non disperdere competenze. Credo che sia tornato il tempo della riduzione d’orario e della redistribuzione del lavoro. È assurdo avere leggi che defiscalizzano lo straordinario e non avere una legge che, invece, defiscalizza la riduzione di orario se difende l’occupazione, se redistribuisce il lavoro che c’è, e io credo che questo sia un altro tema che noi ci dobbiamo porre e che una legislazione in questo quadro aiuterebbe ad affrontare il problema.

E in questo quadro naturalmente c’è una questione che riguarda il Mezzogiorno e l’ambiente. Il Mezzogiorno paga due volte: i dati indicano un peggioramento consistente di questa parte del Paese, e quindi è necessario avere anche politiche che vadano in questa direzione dentro un’idea di investimento che parta proprio anche dalle fondamenta, dall’istruzione, dalle scuole, dalle infrastrutture e che costruisca le condizioni perché anche il Mezzogiorno, utilizzando le sue competenze, le sue capacità, si possa sviluppare e crescere.

Il problema ambientale, per brevità rimanendo sull’analisi e sulle proposte da noi avanzate nella Conferenza sul Mezzogiorno svolta a Napoli lo scorso novembre, la dico in maniera secca, ed è anche questa una critica o un ragionamento che anche il sindacato si deve fare. Per tanti anni, forse per troppi, abbiamo pensato che lo sviluppo fosse una cosa che doveva andare avanti sempre, non ci siano preoccupati se quello che producevamo inquinava, se non era riciclabile.

Penso che qui davvero ci sia una svolta culturale che o la facciamo tutti assieme – università, istituzioni, forze politiche e sindacali – perché riguarda sia elementi di fondo, ma anche i comportamenti individuali e collettivi, o non riusciremo a compierla. Bisogna, secondo noi, aprire una discussione su cosa si produce, perché si produce, con quale sostenibilità ambientale, e lo dico perché fare una cosa di questo genere esplicita un fatto: la Fiat fa quello che fa, ma avete sentito discutere di un piano della mobilità nel nostro paese? Avete mai sentito qualcuno suggerire che il nuovo prodotto è la mobilità? Allora non bisogna solo discutere di come si costruiscono i mezzi, ma di come si spostano le persone, come si costruiscono le città, come si ragiona in una direzione di questo genere. Viviamo in un paese che è una penisola, e tanti ci chiedono in Europa perché non utilizziamo il mare per trasportare merci e persone. E addirittura noi andiamo nella direzione opposta. Ad esempio, per non parlare solo di Fiat, cito il caso di Finmeccanica. Finmeccanica oggi fa lavorare ancora più gente di Fiat, i cui dipendenti come è noto sono quasi tutti in cassa integrazione. Finmeccanica è un’azienda al 30% pubblica, e adesso sta dicendo che vuole mantenere solo le produzioni militari e che vuole vendere quasi tutte le produzioni civili che ha, quelli che costruiscono i treni ed autobus, l’Ansaldo energia – che è una delle aziende più avanzate sul piano della ricerca di nuove tecnologie, l’Ansaldo sistemi – che sul piano del segnalamento è uno dei leader mondiali, ecc.. Noi siamo di fronte al fatto che l’azienda pubblica per eccellenza, anziché insieme al governo avere un piano industriale per utilizzare le competenze tecnologiche e professionali vuole svendere – regalandoli a gruppi stranieri – i pezzi più importanti del sistema industriale di questo paese e questo è un processo che va fermato e invertito.

 

5. L’Europa le riforme da fare

Vado verso la conclusione e riguardo l’argomento Europa, in questo contesto, mi limito a osservare che bisogna fare un bilancio: dopo 20 anni di un’Europa fondata solo sulla moneta senza avere lavorato per costruire una Europa vera, sociale e del lavoro, fondata su regole fiscali comuni, l’Europa rischia semplicemente di esplodere. Io non sono tra quelli che sarebbero contenti se l’Italia uscisse dall’euro. Forse sbaglierò, ma continuo a pensare che ci sarebbe il rischio di pagare un prezzo troppo alto per le persone che noi rappresentiamo se tale questione non si affronta in modo diverso, ma è indubbio che la situazione come oggi è rischia di esplodere anche se noi non lo vogliamo.

Ci sono, allora, delle scelte da fare perché le cose che non funzionano sono che la finanza fa quello che gli pare, ma allora bisogna intervenire, ci vuole un nuovo intervento pubblico e ci vuole anche una nuova forma democratica che estenda davvero le forme di democrazia e di partecipazione in Europa.

Penso che sia un errore avere accettato e votato il pareggio di bilancio, credo che sia un errore votare il patto di stabilità perché mai come adesso penso che ci sia bisogno anche di un intervento pubblico per affrontare questa situazione e definire un nuovo modello sociale.

Concludo affrontando sinteticamente  gli ultimi due punti.

Il primo riguarda la riforma della scuola. Dopo la Gelmini speravo che venisse qualcosa di meglio; devo essere sincero e quando si parla di merito, così come se ne sta parlando adesso – non che io sia contrario al merito – mi chiedo: con dei tassi che io non conoscevo neanche, dove si dice che la mobilità sociale – cioè cosa succede a un figlio di un operaio – si sta abbassando sempre di più, ma di che cosa stiamo parlando? Chi è il lavoratore dipendente che con quello che sta succedendo si può permettere di far studiare suo figlio? E si va a dire che si premia il merito, il genio della classe? Il problema dello Stato non dovrebbe essere quello di garantire a tutti il diritto allo studio? Allora sì che c’è un elemento in cui possono emergere le condizioni di merito di cui abbiamo bisogno.

Proprio per questo penso che le questioni della democrazia, del lavoro, della giustizia sociale, dell’Europa devono costruire la base di un progetto alternativo di un altro punto di vista, ed è il problema che poniamo qui, lo dico perché sia chiaro, noi – come Fiom – pensiamo che uno dei problemi di questo paese, ma anche dell’Europa, è che in questi anni il lavoro è stato poco rappresentato dalla politica.

Mentre il mercato, la finanza e le imprese in molti casi sono diventati l’interesse generale del paese. Noi pensiamo sia venuto il momento di cambiare in questa direzione. O si passa a rappresentare il lavoro quale interesse generale e si valorizza chi produce la ricchezza o si rischia una vera frattura sociale e democratica.

Noi poniamo queste questioni e chiediamo delle risposte. Non vogliamo metterci a discutere di questioni che non ci riguardano, ma vogliamo discutere dei contenuti e del programma, vogliamo capire se davvero si può – dopo anni – costruire una alternativa culturale, di idee, democratica, di partecipazione a Berlusconi, ma mi permetto di dire anche alle politiche portate avanti in questi mesi dal governo Monti che non ci vedono d’accordo.

A volte penso che dire che siamo in crisi sia troppo poco, non renda l’idea, perché dà quasi l’idea che passata la nottata si esce dalla crisi. No, siamo di fronte a qualche cosa di più profondo, allora è necessario avviare una fase quasi costituente che – a partire dalla nostra Costituzione, dalla democrazia – chieda alle persone di partecipare per provare a cambiare, ma bisogna sapere che ci si mette tutti in gioco. Ci si mette in gioco nel senso che la democrazia si sa alla fine come funziona: bisogna mettere le persone nelle condizioni di partecipare, di scegliere, e io questa domanda la sento nel paese, e c’è bisogno di essere all’altezza di cogliere e rappresentare questa domanda.

Questi sono alcuni punti che a noi stanno particolarmente a cuore perché è quello che stiamo vivendo in questo periodo e perché è quello che ci dicono le lavoratrici e i lavoratori. Tutto sommato, questi sono stati anni molto difficili per noi, in tanti hanno pensato che non ce l’avremmo fatta, che ci saremmo divisi al nostro interno, che i lavoratori forse ci avrebbero abbandonato: non è così. Laddove si vota, la Fiom aumenta i consensi, alla Fiat – nonostante tutto quello che l’azienda sta facendo – c’è una tenuta, per il coraggio e la dignità di quelle lavoratrici e di quei lavoratori.

Se questo è avvenuto non è perché c’è qualcuno più sveglio e più intelligente, ma è per la nostra pratica e per aver costruito un rapporto, per aver fatto della democrazia e del rapporto con le persone non uno slogan, ma la nostra pratica quotidiana. E in democrazia può anche capitare che se le persone pensano delle cose diverse da te, tu assieme a loro devi tener conto di quello e costruire un’alternativa. Quando la gente vota, giudica quello che hai fatto e se per caso non funziona ci vuole l’umiltà di essere insieme a loro e anche di cambiare idea se è necessario.

Questo è quello che abbiamo di fronte. Io lo dico da sindacalista e non voglio fare altro, ma a me pare che questa domanda oggi è la domanda che viene dal paese, e mi auguro davvero che sia possibile rispondere e cambiare, innanzitutto perché ne hanno bisogno le lavoratrici e i lavoratori, quelli che sostengono questo paese non solo con le loro tasse, ma con la loro intelligenza, con la loro dignità e capacità di andare avanti.

Category: Lavoro e Sindacato

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About Maurizio Landini: Maurizio Landini è nato a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, nel 1961. È stato prima funzionario e poi Segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. Successivamente, è stato Segretario generale della Fiom dell’Emilia Romagna, quindi di quella di Bologna. Nel 2005 è entrato a far parte dell’apparato politico della Fiom nazionale e dal giugno 2010 è Segretario nazionale della Fiom, succedendo a Gianni Rinaldini. Ha scritto, con Giancarlo Feliziani, Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo. La Fiat, il sindacato, la sinistra assente (Bompiani, 2011). La sua storia personale e professionale è stata raccontata in Nei panni degli operai. Maurizio Landini e 110 anni di Fiom (e di Fiat) del giornalista Massimo Franchi (Fuori onda, 2011). «Inchiesta» ha pubblicato numerose sue interviste e interventi.

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