Maurizio Landini: Ho una brutta faccia per bene e il mio modello è Troisi

| 26 Maggio 2015 | Comments (0)

 

 

 

DIFFONDIAMO DAL MENSILE GQ Maggio 2015 QUESTA INTERVISTA DI FRANCESCO MERLO DIFFUSA SUL BLOG www.francescomerlo.it DEL 26 MAGGIO 2015

Che Guevara è un tuo mito romantico? “No. Mi incantano di più la voce di Fiorella Mannoia e la poesia di Roberto Benigni”. E chi sono i tuoi modelli? “ Di Vittorio e Claudio Sabattini, Pierre Carniti e Bruno Trentin, Berlinguer e Ingrao”. Pausa. “E ovviamente Massimo Troisi”. Perché? “ Voleva fare nel cinema quel che io vorrei fare nel sindacato: ridare dignità alla rabbia, all’indignazione, lui con la potenza del riso, io con la potenza del lavoro”.


Farai il partito del lavoro? “No. Io voglio cambiare l’Italia cambiando il sindacato. E non capisco perché più dico che non mi candiderò in politica e più la gente si convince che mi voglio candidare in politica”. Perché in Italia, gli rispondo, hanno tutti cominciato così: mentendo. E cito Berlusconi, Monti, Grillo, ma anche Cofferati e Prodi .”Ma io, con la famosa doppiezza italiana, non c’entro nulla. Dentro la mia testa c’è il sindacato”. E però la tua “coalizione sociale” è un movimento. Hai richiamato in servizio i dimenticati girotondini di Nanni Moretti, gli eterni professionisti del furore. Rischi di bruciare nel solito fuoco fatuo: “Il congresso della Cgil è fra tre anni. Lavoro per quello”.

Si può diventare segretari anche senza congresso? “Quella attuale nel 2010 non fu eletta dal congresso”. Dicono che fai più politica che contratti: “Li sfido a contarli e a trovare un sindacalista che ne ha fatti più di me”.

E Maurizio Landini mi lascia entrare dentro la sua testa di operaio sindacalista che ha il tavolo pieno di libri che non legge. “Me li mandano. E restano qui”. E tu cosa leggi? “ Mi piacciono i gialli. Vázquez Montalbán è il mio preferito. Ma leggo anche gli italiani: Lucarelli per esempio”. Però scrivi.”Perché serve. Ma faccio una grande fatica. E da solo non ce la farei. C’è sempre qualcuno che mi aiuta”. E mi racconta che Carlo Feltrinelli gli ha proposto un altro libro: “Che dici: lo faccio?”. Se serve. Gramsci scrisse che l’operaio ‘è tecnico e filosofo senza saperlo, come il borghese gentiluomo era prosatore’.

E però l’operaio di Landini non è più quello metafisico, il Superuomo della rivoluzione, ma è lo sfigato italiano che rivuole dignità: “Proprio quando il governo cancella i diritti, la maggioranza di quelli che lavorano non ha rappresentanza sindacale. Così come la maggioranza dei votanti non vota”. Ma oggi il sindacato è una macchina burocratica enorme, seimila funzionari solo in Piemonte, ottomila in Emilia… una nomenklatura che a volte difende i privilegi spacciandoli per diritti . “Succede in certi periodi alle grandi organizzazioni di sembrare obsolete, stanche, spente.

Ma se ce l’ha fatta la Chiesa …”. E’ bastato cambiare Papa. “ ‘La corruzione spuzza’, ‘l’economia uccide’ …: sono frasi perfette per le nostre felpe rosse”.Vuoi diventare il Papa Francesco del sindacato? “Non scherziamo con i paragoni”. Credente? “No. Anche se sono cresimato e comunicato, perché mia madre è credente”. Ma l’operaio metalmeccanico non è un morto che cammina? “Dici? Pensi che si possa fare a meno del lavoro? Prendi le auto. Possono farle elettriche, ad acqua o con le ali, ma senza il lavoro non le fanno: tecnici, impiegati, innovatori, lavoratori ai quali vanno restituiti diritti, contratti, spazi di democrazia, qualità di vita”.

L’operaio Landini pensa dunque di essere anche esteticamente “la rivincita del decoro proletario: modestia, solidarietà ma anche indignazione “. Un critico d’arte chiamerebbe questo stile ‘minimalismo caldo’, essenzialità ed eccesso: “il sindacato diventa casa di vetro e si incendia di sole”. Nel suo romanzo di formazione “non ci sono dro¬ghe e rivolte giovanili. Non ho girato il mondo, non parlo le lingue”. Come un Totò emiliano dice: “Ho fatto il militare a Trapani”. E poi: “Non ho tempo per il cinema, non vedo la tv, faccio le ferie a Gabicce perché amo nuotare, ho giocato al calcio da mediano, mi piace la canzone italiana, De Gregori, Zucchero, Ligabue…, e sono attratto dalle belle voci perché mio padre e mio zio cantavano le romanze, ‘la biondina di Voghera / sempre ha in core di quel dì,/ il garzon che alla riviera/ dielle un bacio… e poi fuggì’. Ma io non so cantare. Mio fratello Leonida è molto bravo”.

E le origini umili che forse sono state anche una pena diventano un destino alla Frank Capra: “Guadagno 2300 euro al mese”. E non è un vezzo la maglietta della salute : “Me la impose la mamma perché ero cagionevole e ora, se me la tolgo, mi raffreddo”. La rabbia piace “proprio perché do sui nervi: ho una brutta faccia per bene” che Renzi liquida come fenomeno televisivo “perché sogna una Cgil facile da battere”. Landini in tv non è l’allegro Bertinotti con un portasigari appeso al collo, il cachemire e la erre moscia. “Io giro tutti i canali, vado dove serve, ma non da Vespa”. Gli occhiali di metallo? “Mi accorsi che ero miope perché non leggevo i cartelli in autostrada, ma un medico bizzarro mi disse che era diabete e mi mise a dieta: continuai a non vederci ma ero diventato un figurino”. Il suo nasone alla Bergerac buca lo schermo “per ricordare a Renzi cosa vuole dire la fine delle buone maniere nelle fabbriche, nelle strade, nel conflitto sociale, nell’Italia povera e disperata che senza un orizzonte è Grillo, è Salvini, è il fascismo”.

E’ nato nell’Appenino reggiano a Castelnuovo ne’ Monti, ai piedi della rupe di Bismantova dove Dante immaginò l’Eden: “E infatti oggi sono i luoghi del ‘vivere slow”: i boschi, il Buddismo…”. Landini, che in tv è furioso come l’Orlando, torna lento e gentile solo a San Polo d’Enza, a due passi dal castello di Matilde di Canossa dove si umiliò Enrico IV: “Tutte le settimane anche io vado a Canossa”. Dalla moglie, che ha sposato nel 1998, e lavora in Comune. Ma Landini non vuole che se ne scriva neppure il nome di battesimo: “E’ un patto tra di noi. Lei vuol restare fuori”. E anche questa illusione è “decoro proletario”. Figli? “Non ne abbiamo fatti” risponde con una punta di imbarazzo. Animali? “Due cani”. La casa di San Polo? “E’ di mia moglie. Quella di Roma, dove lei non viene mai, è della Fiom”. E precisa con ironia: “l’appartamento del segretario”. Ostenta per la ricchezza lo stesso fastidio che mostrò Massimo Troisi quando, premiato a Taormina per ‘Ricomincio da tre’, disse che tutto era meraviglioso, che l’albergo era stupendo, che la gente era interessantissima, ‘però qui non esistono i poveri, qui i poveri stanno bene!’.

I poveri stanno bene? “Stanno bene se lavorano, se possono andare all’ufficio di collocamento come ai tempi dei diritti”. Come ai tempi di papà? “Papà toglieva i tronchi dalle strade, mamma stava in casa, e ogni tanto andava a fare le pulizie da qualche parte. C’erano già tantissimi operai in quei paesetti dell’Appennino reggiano, e a dieci anni eravamo uomini fatti: maneschi, sboccati, insolenti e … comunisti. Noi eravamo in cinque: tre maschi e due gemelle. Il più grande, che ne ha 12 più di me, ora è in pensione e fa il volontario alla Croce Verde. Il più giovane,Leonida, lavora in un supermercato con un contratto a termine. Una sorella ha aperto un bar. Io sono il quarto”. Quei paesi, mi racconta “ erano gruppi di case. Noi siamo arrivati in pianura seguendo il lavoro di mio padre.

Da lui, che è morto l’anno scorso, ho imparato la dignità del lavoro e il valore della lotta partigiana. Anche la casa di mia madre, a Monte Piano, era un rifugio di partigiani. Sono pronto a tutti i cambiamenti: ma dalla guerra partigiana non mi schioda nessuno.” Scuole? “Ho smesso a 15 anni. Ero stato promosso al terzo di Ragioneria, ma a casa non c’erano soldi”. Avevi lavorato anche da bimbo? “ Sì, apprendista fabbro dal marito di mia sorella”. Si impara più lavorando o andando a scuola ? “I bimbi devono andare a scuola . E la scuola deve insegnare la dignità del lavoro”.

 

Category: Lavoro e Sindacato, Politica

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About Maurizio Landini: Maurizio Landini è nato a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, nel 1961. È stato prima funzionario e poi Segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. Successivamente, è stato Segretario generale della Fiom dell’Emilia Romagna, quindi di quella di Bologna. Nel 2005 è entrato a far parte dell’apparato politico della Fiom nazionale e dal giugno 2010 è Segretario nazionale della Fiom, succedendo a Gianni Rinaldini. Ha scritto, con Giancarlo Feliziani, Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo. La Fiat, il sindacato, la sinistra assente (Bompiani, 2011). La sua storia personale e professionale è stata raccontata in Nei panni degli operai. Maurizio Landini e 110 anni di Fiom (e di Fiat) del giornalista Massimo Franchi (Fuori onda, 2011). «Inchiesta» ha pubblicato numerose sue interviste e interventi.

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