Matteo Rinaldini: Nuovi processi di razionalizzazione organizzativa e trasformazioni del lavoro

| 2 Aprile 2014 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da “Inchiesta” gennaio-marzo 2014

Le trasformazioni del lavoro e delle sue condizioni avvenute negli ultimi decenni sono al centro di un esteso dibattito e occupano una posizione centrale nelle riflessioni che si sono sviluppate all’interno di diverse aree disciplinari e campi di studio. Spesso però si sono dati per scontati alcuni assunti a partire dai quali è nata una discussione segnata e orientata fin dal suo principio.

La costruzione di reti inter-organizzative (o inter-imprenditoriali) più orizzontali rispetto al passato, l’appiattimento della gerarchia e la de-burocratizzazione delle strutture dell’impresa, la de-standardizzazione dei processi di lavoro e la flessibilizzazione funzionale delle attività lavorative sarebbero, secondo quella che è possibile definire la “narrazione dominante”, i processi di razionalizzazione organizzativa che qualificano il modello di produzione che da un certo punto in poi si sarebbe affermato. Tali processi richiederebbero, sempre secondo la “narrazione dominante”, un aumento dell’autonomia dei lavoratori e un loro maggior coinvolgimento nei processi decisionali, lo sviluppo delle competenze, la crescita del cosiddetto “lavoro cognitivo” a discapito di quello cosiddetto “materiale” e la valorizzazione delle soggettività dei lavoratori.

Anche le posizioni critiche che in questi anni hanno messo a fuoco le contraddizioni e le ricadute negative in termini di condizioni di vita e di lavoro generate dal modello di produzione così come è stato descritto sopra, hanno spesso assunto quest’ultimo come egemone o in ineluttabile espansione.

Sono poche le voci, sia nel dibattito pubblico che in quello scientifico, che hanno messo in discussione l’effettiva estensione dei processi di razionalizzazione organizzativa soprascritti. Ancora più rare sono le voci di dissenso relative alle caratteristiche dell’attuale modello di produzione e dei rispettivi processi di razionalizzazione che lo informerebbero. L’attuale modello di produzione, secondo quella che si potrebbe definire la “narrazione eretica”, sarebbe caratterizzata da processi di concentrazione (del potere decisionale) senza centralizzazione (delle strutture produttive) (Harrison 1997; Garibaldo 2012; Bellofiore 2012), rimodulazione (e non erosione) delle strutture gerarchiche e burocratiche (Casey 2004) e ri-standardizzazione dei processi di lavoro[1]. Da qui la messa in discussione del fatto che i tratti salienti dell’attuale trasformazione del lavoro organizzato sarebbero costituiti dalla richiesta da parte delle imprese di un reale aumento dell’autonomia dei lavoratori, di una loro maggior partecipazione nei processi decisionali, di uno sviluppo delle loro competenze e della valorizzazione del “lavoro cognitivo” e delle soggettività dei lavoratori. Ma queste voci di dissenso sugli assunti della “narrazione dominante” sono state spesso accusate (soprattutto in Italia) di mancata comprensione del “nuovo che avanza” e, nel peggiore dei casi, espulse dall’arena culturale e politica in cui ha luogo il confronto sulle tematiche del lavoro organizzato o, nel migliore dei casi, sopportate ma comunque marginalizzate.

 

La questione tecnologica

A ben vedere alla base degli assunti della “narrazione dominante” sta, intra alias, anche uno specifico determinismo tecnologico di lontane origini che ha esercitato e continua ad esercitare una forte egemonia su larga parte del pensiero sociale e organizzativo (e che ha anche influenzato e continua ad influenzare trasversalmente la riflessione e la prassi politica). Non c’è manuale di organizzazione aziendale, di gestione delle risorse umane o di comportamento organizzativo (ma anche di sociologia economica) che non metta in stretta relazione la recente trasformazione tecnologica, in particolare l’avvento dell’informatica e della tecnologia della comunicazione (ICT), con le trasformazioni dell’impresa e del lavoro organizzato[2]. Se i manuali più raffinati lasciano spazio all’interpretazione della relazione tra trasformazione tecnologica e trasformazione dell’impresa e del lavoro organizzato, altri manuali, decisamente più grezzi (forse per esigenza di sintesi, ma quanti danni fa la sintesi quando avviene a discapito della complessità!) instaurano una relazione rigidamente causale tra il primo fattore e i due successivi. Il fatto paradossale (e che meriterebbe una riflessione a parte) è che nell’epoca della celebrazione della soggettività (altro leit motiv oggi largamente presente all’interno della disciplina organizzativa) e dell’affermazione di quello che si pone come un contro sapere-potere soggettivista all’interno del campo disciplinare organizzativo (alternativo cioè alle prospettive funzionaliste dell’organizzazione), è diffuso e sempre più a-criticamente condiviso e legittimato uno specifico determinismo tecnologico secondo il quale le attuali trasformazioni dell’impresa e del lavoro organizzato, declinate nei processi di cui si è scritto sopra, risulterebbero essere il frutto dello sviluppo delle ICT. In altri termini, si sostiene, la nascita, la diffusione e l’impiego delle ICT di fatto determinerebbe una riconfigurazione organizzativa e inter-organizzativa delle imprese orientata all’appiattimento della gerarchia e alla de-burocratizzazione, de-standardizzazione e flessibilizzazione funzionale dei processi di lavoro; lo stesso tipo di tecnologia e la razionalizzazione organizzativa generatasi, inoltre, richiederebbero l’aumento dell’autonomia e della partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali e la disponibilità di competenze elevate, complesse ed eterogenee.

La questione tecnologica, dunque, risulta essere un pilastro portante dell’attuale riflessione sulle attuali trasformazioni dell’impresa e del lavoro. Nonostante risulti legittimo rigettare la dimensione deterministica con cui la tecnologia è trattata nelle prospettive mainstream, a chi scrive non pare comunque ragionevole ignorare il ruolo che la tecnologia ricopre rispetto agli attuali processi di razionalizzazione organizzativa e di trasformazione delle condizioni di lavoro. Tanto meno sembra ragionevole considerare la tecnologia solamente un prodotto dei rapporti di potere estranei agli specifici processi organizzativi in cui la tecnologia è adottata. In entrambi i casi, infatti, si giungerebbe inevitabilmente ad una soluzione di “reificazione tecnologica” che ridurrebbe a passività gli attori (tutti gli attori) coinvolti nei processi organizzativi.

Nel problematizzare il nesso tra tecnologia, razionalità organizzativa e condizioni di lavoro, non si intende, quindi, sostenere che la tecnologia abbia un ruolo marginale all’interno del processo organizzativo, né che l’adozione della tecnologia non apra spazi di possibilità di cambiamento, ma piuttosto che le conseguenze (sull’organizzazione e sul lavoro) che l’introduzione di una tecnologia determina non siano né scontate, né unicamente e semplicisticamente riconducibili ad essa. Coerentemente a tutto ciò è utile ai fini analitici assumere la definizione di tecnologia data da Masino (Masino 2011) sulla base della proposta teorica di Maggi (TAO) (Maggi 1990, 2011). La tecnologia per Masino è definita razionalità tecnica, ovvero la logica ritenuta più adeguata a connettere l’azione alle sue finalità (Masino 2011). Si noti che la tecnologia, in questa accezione, non è rappresentata necessariamente dalla presenza di un artefatto (materiale o immateriale), ma, essendo razionalità tecnica, assume un significato più vasto e comprensivo ovvero quello di “azione strumentale” (Ibidem). Come tale, quindi, la tecnologia è scelta (decisa e agita) nella sua progettazione, ma anche nella sua adozione (o integrazione) e nel suo uso nel processo organizzativo (Masino 2011; Brodner 1999). Il riferimento a questa accezione permette, quindi, di non considerare la tecnologia come reificazione (a priori o a posteriori) e di depurarla dal carattere deterministico; e allo stesso tempo di integrarla pienamente all’interno del processo organizzativo e di metterla in competizione con tutto il complesso delle altre azioni che lo informano.

 

Il Caso Ognibene

Il caso della Ognibene che si presenta nelle pagine successive ha la capacità di mettere in discussione alcuni degli assunti di quella che è stata definita la “narrazione dominante” rispetto agli attuali processi di razionalizzazione organizzativa. Ciò che rende questo caso particolarmente interessante e significativo rispetto a tutto ciò che è stato scritto sopra è proprio la recente introduzione alla Ognibene di un artefatto tecnologico informatico (un software di integrazione inter-aziendale) per implementare un importante cambiamento organizzativo in grado di garantire all’impresa un vantaggio competitivo sul mercato. In altri termini il caso della Ognibene si presenta come un caso “disturbante” per la “narrazione dominante” capace di incrinare il pilastro portante della narrazione stessa, ovvero il determinismo tecnologico.

Infatti, già la sola descrizione dei cambiamenti organizzativi che sono avvenuti in questi ultimi anni alla Ognibene contribuiscono, come si capirà, a mettere in dubbio che i tratti salienti dell’attuale modello di produzione siano processi di razionalizzazione organizzativa orientati all’orizzontalità delle reti inter-imprenditoriali, alla de-burocratizzazione delle strutture d’impresa, alla de-standardizzazione dei processi di lavoro ecc … Attualmente, vista la fase di studio (o preparazione dello studio, sarebbe meglio dire) a cui si è potuti giungere, è possibile spingersi fino alla sola descrizione di alcuni cambiamenti organizzativi avvenuti alla Ognibene. Tuttavia è ragionevole pensare che anche l’organizzazione del lavoro e le condizioni di lavoro siano cambiate in una direzione diversa da quella ipotizzata dalla “narrazione dominante”. Soprattutto su questi ultimi aspetti sarebbe necessario impostare specifici percorsi di studio. Naturalmente essendo un caso di studio non è possibile compiere sulla base di questo generalizzazioni statisticamente significative. Tuttavia dalle informazioni raccolte fino ad ora il caso della Ognibene sembra ben rappresentare il settore dell’automotive in Italia (e non solo), in quanto, secondo diversi esperti e osservatori, all’interno del settore gli stessi processi sarebbero in atto da una decina d’anni.

La Ognibene è una impresa di medio-piccole dimensioni che produce componentistica nel settore dell’automotive. Da diversi anni la Ognibene produce componenti per una importante OEM (Original Equipment Manufacturer). Non è possibile considerare la Ognibene una impresa mono-committente, ma di certo l’OEM occupa una posizione particolarmente importante tra i suoi clienti. Non a caso recentemente la Ognibene ha introdotto e implementato un software che permette di accentuare l’integrazione con l’OEM. Si tratta di una sorta di intranet che mette in connessione clienti e fornitori invece che reparti di una stessa azienda. Nel caso specifico il software rende possibile all’OEM trasmettere informazioni direttamente alla produzione della Ognibene. In altri termini le linee di produzione della Ognibene sono in diretto contatto con l’OEM e la programmazione della produzione sulle linee (la quantità, la qualità, i tempi e le modalità) avviene periodicamente senza passare per il canale commerciale. Nel caso specifico la OEM ha richiesto alla Ognibene, affinché possa mantenere e consolidare il ruolo di fornitore, di applicare il WCM.  Non a caso la OEM in questione ha ridotto al minimo il controllo di qualità in entrata poiché esercita un controllo diretto sulla quantità e qualità della produzione del fornitore. Ovviamente la Ognibene a sua volta ha mantenuto un sistema di controllo e monitoraggio rispetto alle commesse provenienti dalla OEM, ma tale sistema non prevede una fase di negoziazione da parte della funzione commerciale come invece avveniva prima dell’introduzione del software e soprattutto tale controllo si accompagna ad una cessione di sovranità rispetto alla gestione del processo.

L’introduzione (la scelta di progettazione, di adozione e d’uso) di questo specifico artefatto tecnologico (il software e i terminali necessari al suo funzionamento) ha determinato delle modifiche non solo a livello di macrostruttura e di integrazione intra-organizzativa. Anche solo da ciò che si è scritto sopra è evidente, infatti, che è l’intero processo organizzativo (dunque anche il livello meso e micro) della Ognibene ad avere subito trasformazioni. Ad esempio, stando alle informazioni che attualmente si è riusciti a raccogliere, a seguito dell’introduzione di questa modalità di integrazione tra la OEM e la Ognibene, la funzione commerciale (e i rispettivi addetti) di questa ultima ha modificato le sue funzioni essendosi ridotte le occasioni di negoziazione con la committenza. Fatta eccezione per importanti variazioni della domanda, la OEM, infatti, bypassa il canale commerciale e instaura un rapporto diretto con l’ufficio programmazione della produzione. In altri termini, una importante unità organizzativa dell’impresa, la funzione commerciale, si trova nella condizione di essere in qualche misura ri-funzionalizzata e questo non può che avere conseguenze sulla sua integrazione con il resto dell’organizzazione e sulle mansioni e i compiti dei suoi addetti (ovvero, si potrebbe anche dire, sul processo organizzativo nel suo complesso). Allo stesso tempo le mansioni degli addetti dell’ufficio programmazione della produzione della Ognibene prevedono l’adozione e l’uso del nuovo artefatto tecnologico (il nuovo software e i terminali attraverso cui l’OEM istruisce il programma di produzione di linea) e si determina così un ulteriore cambiamento all’interno del processo organizzativo (a livello micro e meso). D’altra parte l’introduzione dell’artefatto tecnologico in questione cambia anche la regolazione del lavoro degli operai di linea, non solo per l’introduzione di tempi e metodi diversi dai precedenti (i quali, tuttavia, sarebbero potuti essere introdotti a prescindere dalle specifiche scelte di progettazione, d’utilizzo e d’uso del software in questione), ma anche per il fatto che tale cambiamento ha reso possibile delocalizzare un polo (e che polo!) del processo decisionale relativo alla regolazione del lavoro, cambiando radicalmente le condizioni attraverso cui gli operai di linea possono affermare la loro autonomia (intesa come capacità di regolazione il proprio lavoro, regolazione autonoma inevitabilmente in competizione con regolazioni altre).

 

Alcune riflessioni provvisorie sul caso Ognibene

Il caso Ognibene, quindi, presenta caratteristiche difficilmente riconducibili alla “narrazione dominante” a partire dalla problematizzazione dell’equazione per la quale la crescita dell’impiego di ICT determinerebbe processi di razionalizzazione organizzativa orientati alla costruzione di reti inter-organizzative orizzontali, alla de-burocratizzazione delle strutture d’impresa e alla de-standardizzazione e flessibilizzazione funzionale dei processi di lavoro.

La configurazione inter-organizzativa che emerge non sembra indicare che la Ognibene sia inserita in una rete inter-imprenditoriale orizzontale, ma al contrario in una rete caratterizzata da un processo di concentrazione di potere decisionale presso la OEM. La tecnologia naturalmente non ha determinato questa configurazione, ma non sembrano esserci dubbi sul fatto che l’abbia resa possibile e che le sue scelte di progettazione, d’adozione e d’utilizzo siano state orientate verso questo obbiettivo. Stando così le cose, si può sostenere che si sia verificato un processo di de-burocratizzazione delle strutture d’impresa e di appiattimento della gerarchia? Ovviamente questo aspetto andrebbe ulteriormente approfondito, ma è del tutto legittimo prevedere che più che processi di de-gerarchizzazione e de-burocratizzazione delle strutture dell’impresa alla Ognibene si siano verificati processi di rimodulazione della gerarchia e della burocrazia e che tali processi di rimodulazione per essere colti a pieno costringono l’analista ad abbracciare un campo che oltrepassa i confini aziendali (mettendo in rilievo, tra le altre cose, l’inadeguatezza di buona parte degli strumenti analitici oggi largamente diffusi all’interno della disciplina organizzativa). Rispetto invece ai supposti processi di de-standardizzazione è evidente che per una larga parte del processo organizzativo la standardizzazione, lungi dall’essere diminuita, è stata mantenuta ed estesa attraverso l’introduzione del WCM.

A fronte di questi processi di razionalizzazione quali sono, dunque, le trasformazioni del lavoro e delle sue condizioni? La questione dovrebbe essere approfondita con ricerche ad hoc e sviscerata nelle sue diverse dimensioni. Per tutto ciò che si è scritto sopra, tuttavia, è difficile ritenere che i cambiamenti che sono intervenuti abbiano determinato un aumento dell’autonomia dei lavoratori e un loro maggior coinvolgimento nei processi decisionali, se non altro perché oggi più di prima i processi decisionali si articolano, anche per le scelte di progettazione, d’utilizzo e d’uso della tecnologia introdotta, su un arco spazio-temporale e su una struttura gerarchica che rende più difficili negoziazioni e affermazioni di autonomia. E tali condizioni non sembrano essere presenti solo in produzione, ma sembrano essersi estese anche ai livelli dell’impresa che fino a ieri parevano essere più protetti. In questo quadro lo sviluppo delle competenze e la crescita del lavoro cosiddetto “cognitivo”, la tanto declamata “valorizzazione delle soggettività” non si combina necessariamente con l’aumento dell’autonomia e della capacità di negoziazione dei lavoratori. Su tutto ciò, a prescindere dai risultati empirici che potrebbe fornire lo sviluppo di questo studio di caso, sarebbe necessario continuare la riflessione.

 

Bibliografia

 

Bellofiore R. (2012), La crisi globale. L’Europa, l’euro, la sinistra, Asterios editore, Trieste;

Brodner P. (1999) ,“Information Tecnology at Work”, paper presentato in occasione della Conferenza “Bringing Materiality Back into Management”, DTU Copenhagen (DK), Ottobre 21-23, 1999;

Casey C. (2004), “Bureaucracy Re-enchanted? Spirit, Experts and Authority in Organizations”, Organization, Vol. 11(1): 59–79;

Garibaldo F. (2012), “The social roots of the democratic crisis of the EU and the role of Trade Unions”, in Graibaldo F., Baglion M., Casey C. e Telljohann V. (a cura di), Workers, Citizens, Governance. Socio-Cultural Innovation at Work, Peter lang, Frankfurt;

Harrison B. (1997), Lean and Mean: Why Large Corporations Will Continue to Dominate the Global Economy, Guilford press, New York;

Maggi B. (1990), Razionalità e benessere. Studio interdisciplinare dell’organizzazione, ETAS, Milano:

Maggi B. (2011), “Teoria dell’agire organizzativo”, ”, in Maggi B. (a cura di), Interpretare l’agire: una sfida teorica, Carocci, Roma;

Masino G. (2011), “La tecnologia come razionalità tecnica”, in Maggi B. (a cura di), Interpretare l’agire: una sfida teorica, Carocci, Roma;

Ritzer G. (1997), Il Mondo alla McDonald’s, Il Mulino, Bologna.

 


[1] Rispetto alla questione della ri-standardizzazione dei processi di lavoro esiste una vasta letteratura. Molti studiosi, inoltre, sostengono che uno dei tratti peculiari degli attuali processi di razionalizzazione dei processi di lavoro è l’estensione dell’applicazione dei principi dell’organizzazione scientifica del lavoro. Questi studiosi, tra i quali Ritzer (1997) è solo il più conosciuto, tendono a rifiutare, quindi, la definizione di post-fordismo per riferirsi alla fase attuale e ritengono più corretta la definizione di neo-taylorismo.

[2] I riferimenti bibliografici in questo caso sarebbero molti e qualsiasi tipo di rassegna rischierebbe di non essere esaustiva.

 

Category: Lavoro e Sindacato

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About Matteo Rinaldini: Matteo Rinaldini. È ricercatore non strutturato (assegnista di ricerca) all’Università di Modena e Reggio Emilia. Presso la facoltà di Scienze della Comunicazione e dell’Economia dell’Università di Modena e Reggio Emilia svolge attività di ricerca e didattica su tematiche economiche, sociali e organizzative. Da diversi anni collabora con l’IRES Emilia Romagna per cui è responsabile dell’area di ricerca sull’immigrazione. Scrive su Sbilanciamoci e "Inchiesta"

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