Matteo Gaddi, Tiziano Rinaldini: Per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici contro le scelte di governo

| 26 Giugno 2016 | Comments (0)

 

Diffondiamo da “Inchiesta” 192, aprile-giugno 2016

 

Fino al 9 luglio la CGIL è fortemente impegnata in una grande iniziativa: la raccolta di firme, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per la presentazione di una proposta di legge per l’introduzione di un nuovo Statuto dei Lavoratori e per tre referendum abrogativi di leggi anti-sociali.

La raccolta di firme è stata preceduta da una intensa fase di consultazione degli iscritti: in ogni luogo di lavoro si sono tenute assemblee per presentare la proposta di legge e i referendum ed ottenere il mandato, da parte dei lavoratori, a proseguire con l’iniziativa. Si è trattato di una grossa novità nella storia della CGIL: sono stati i lavoratori con il loro voto espresso nelle assemblee a decidere cosa fare segnando una importante pratica democratica, di coinvolgimento e partecipazione degli iscritti chiamati ad esprimersi su una scelta strategica che segna un passaggio inedito: è la prima volta, infatti, che la CGIL propone dei referendum abrogativi di leggi che riguardano il mondo del lavoro. Si sono tenute 41mila assemblee nei luoghi di lavoro in occasione delle quali un milione e mezzo di iscritti alla CGIL si sono espressi a favore.

La proposta di legge sul nuovo Statuto dei Lavoratori e i tre referendum abrogativi si tengono strettamente assieme: non sarebbe stato credibile andare nei luoghi di lavoro proponendo un nuovo Statuto senza, al tempo stesso, proporre uno strumento efficace (come i referendum) per “bonificare” il terreno legislativo da quelle norme che in questi anni hanno pesantemente riscritto il diritto del lavoro.

Questi quattro strumenti (la proposta di legge e i tre referendum) riguardano il lavoro sul piano generale, lo attraversano orizzontalmente in tutte le sue attività: manifatturiero, servizi e terziario, da quelle “alte” a quelle “basse”, da quelle manuali a quelle cognitive.

Il fatto che la CGIL ricorra allo strumento referendario significa che l’iniziativa per affermare obiettivi di rafforzamento della solidarietà nel mondo del lavoro e della possibilità dei lavoratori di farsi valere non viene affidata esclusivamente né all’azione contrattuale tra le parti sociali, né a pressioni nei confronti delle forze politiche affinché queste li realizzino nel Governo e nel Parlamento.

Il quadro politico in Italia è assai preoccupante per il mondo del lavoro: ormai da anni ogni intervento legislativo dei vari Governi e  Parlamenti che si sono succeduti ha introdotto pesanti arretramenti sul piano dei diritti dei lavoratori; attualmente il Governo ed il Parlamento (quasi nella sua totalità, con l’eccezione di una piccola pattuglia di deputati di sinistra del tutto marginale) sono impegnati in uno scontro frontale non solo sul terreno del diritto del lavoro, ma anche dell’esistenza di un sindacato autonomo e indipendente.

Sul piano della contrattazione gli spazi sono assai ridotti: Confindustria sta perseguendo molto chiaramente il progetto di svuotare il Contratto Nazionale di lavoro spostando l’asse della contrattazione a livello aziendale; ed anche in questo campo l’intervento del Governo è decisivo poiché attraverso un complesso di misure fiscali si incentiva la contrattazione di secondo livello (cioè a livello di singola impresa).

La Legge di Stabilità per il 2016 ha previsto, in continuità con le leggi finanziarie degli anni precedenti, di confermare gli sgravi fiscali (riduzione del carico fiscale su una parte di stipendio) e contributivi (riduzione dei contributi a carico delle imprese)  a della favore della contrattazione aziendale o territoriale (quindi, i livelli di contrattazione diversi da dal Contratto Nazionale di Categoria). Quindi, con risorse pubbliche, gli ultimi Governi hanno perseguito l’obiettivo di riscrivere il modello contrattuale. Anche l’ultima Finanziaria del Governo Renzi, infatti, ha previsto la tassazione fissa agevolata al 10% dell’IRPEF (imposta sul reddito delle persona fisiche) dei premi di risultato legati ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione (a livello di impresa) previsti dai contratti aziendali o territoriali, nonché la detassazione dei pacchetti di welfare previsti anch’essi dai contratti aziendali. In realtà, più che di welfare aziendale (quello della contrattazione di secondo livello), sarebbe corretto parlare di “aziendalizzazione” e “privatizzazione” di quelle prestazioni sociali che il settore pubblico dovrebbe garantire ma che non è più in grado di fare a causa dei continui tagli alla spesa sociale pubblica.

Si tratta dell’ennesima legge di un lungo corso che, seppur con il ricorso a strumenti diversi, ha inteso indebolire sempre più il Contratto Nazionale per sostituirlo progressivamente con quello di secondo livello. Oltre a questo, nel modello contrattuale del 2009 (firmato da Confindustria con CISL e UIL, ma non con la CGIL) è stato inserito un indicatore (IPCA: indicatore dei prezzi al consumo) il cui andamento predetermina rigidamente la dinamica salariale svuotando, di fatto, il ruolo del sindacato nel contrattare gli aumenti salariali.

Addirittura adesso, nei rinnovi contrattuali, l’intendimento di Confindustria sarebbe quello di superare anche l’IPCA con un meccanismo che sostanzialmente non prevede spazi per la contrattazione salariale: è quanto sta accadendo con il rinnovo dei meccanici che, dopo aver scioperato lo scorso 20 aprile, molto probabilmente lo faranno anche prima dell’estate.

A questi aspetti si aggiunga anche il fatto che la contrattazione sindacale risulta pesantemente condizionata dal quadro internazionale e dall’organizzazione globalizzata della produzione.

Per questo, pur senza rinunciare all’intervento politico e all’iniziativa sindacale contrattuale, la CGIL ha deciso di chiamare in causa direttamente la società civile attraverso la campagna di raccolta firme ed il voto referendario su questioni che attengono a regole, diritti, e criteri di esercizio del lavoro, per cancellare leggi che contribuiscono a rendere i lavoratori (già in una situazione molto difficile come frutto dei processi economici, sociali e politici degli ultimi decenni) ancora più deboli e divisi.

 

1. La Carta dei diritti universali del lavoro.

Viene presentata attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare (uno strumento previsto dalla Costituzione italiana e che necessita di 50mila firme di cittadini per la sua presentazione al Parlamento).

Si tratta di un testo molto corposo, composto da 97 articoli, che si configura come un vero e proprio nuovo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, molto più ampio rispetto a quello approvato dal Parlamento italiano nel 1970.

Lo Statuto del 1970, attualmente in vigore (Legge n. 300) è stato più volte manomesso dagli interventi dei Governi e dei Parlamenti degli ultimi anni che lo hanno pesantemente modificato; esso, inoltre, è un testo di quasi 50 anni fa e che come tale non poteva prendere in esame alcune tipologie di lavoro o contrattuali che si sono affermate nel corso del tempo. La Carta dei Diritti deriva da questa duplice esigenza: ripristinare diritti che in questi anni sono stati attaccati e prevedere un insieme di regole e tutele per situazioni lavorative che si sono manifestate nel corso del tempo e che non potevano essere previste nel 1970.

L’operazione che si propone la CGIL con la Carta dei Diritti è quella di riscrivere il diritto del lavoro secondo i principi della Costituzione, definire un sistema di regole comuni e unificanti per tutti i lavoratori a prescindere dalle loro condizioni contrattuali e professionali, estendere i diritti a chi ne è privo, restituire efficacia e validità alla contrattazione.

L’obiettivo della Carta dei Diritti è quello di stabilire che i diritti in essa definiti si applichino a tutti i lavoratori: subordinati, atipici e autonomi, pubblici e privati, di qualsiasi impresa e luogo di lavoro.

Costruire uno strumento di contrattazione che consenta di “tenere dentro tutti” è uno dei punti più qualificanti per cercare di unificare il mondo del lavoro oggi segmentato e diviso.

Per questo vengono previsti due assi fondamentali: la definizione di diritti universali applicabili a tutti ed il sistema di contrattazione inclusiva.

I diritti fondamentali e universali sono quello al lavoro; ad un lavoro decente e dignitoso; a condizioni di lavoro chiare e trasparenti; ad un compenso equo; alla libertà di espressione; a condizioni ambientali e lavorative sicure; al riposo e alle pari opportunità; all’informazione sulle vicende dell’impresa dove lavorano; alla tutela in caso di recesso e mancato rinnovo di contratti a tempo determinato; al sostegno dei redditi da lavoro; ad una adeguata tutela pensionistica; alla libertà di organizzazione sindacale, di negoziazione, di azione collettiva e di rappresentanza degli interessi del lavoro ecc.

Questa elencazione, nemmeno esaustiva, si è resa necessaria per fare comprendere la vastità degli argomenti trattati nel capitolo della Carta dedicato ai diritti universali.

Altrettanto importante è la seconda “gamba” della Carta: ossia la parte dedicata alla Contrattazione in modo da fornire ai lavoratori uno strumento concreto ed efficace col quale negoziare le regole e le condizioni che riguardano la prestazione di lavoro. Innanzitutto viene affermata l’efficacia della contrattazione collettiva, anche su iniziativa delle Organizzazioni Sindacali che possono proporre una piattaforma contrattuale rispetto alla quale l’Organizzazione delle Imprese non può sottrarsi, ma anzi viene obbligata al confronto con l’apertura della procedura di contrattazione.

Viene inoltre definito un metodo per “pesare” la rappresentatività di ciascun Sindacato (attraverso il numero di iscritti e il numero di voti ottenuti per l’elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie nei luoghi di lavoro); questo “peso” è di fondamentale  importanza per sancire la validità o meno di un Contratto Nazionale: soltanto se verrà sottoscritto da associazioni sindacali che raggiungano complessivamente, un indice di rappresentatività pari almeno al 51%.

Inoltre, dal punto di vista della democrazia e della partecipazione, si prevede che in ogni luogo di lavoro con più di 15 dipendenti si costituiscano le Rappresentanze Unitarie Sindacali (RUS), elette da tutti i lavoratori.

Anche per il Contratto Aziendale si prevede che esso sia valido solo se sottoscritto da RUS con un indice di rappresentatività pari ad almeno il 51%; ma in questo caso si prevede un ulteriore passaggio democratico: cioè il referendum di approvazione al quale partecipano tutti i lavoratori di quell’impresa.

Altri aspetti importanti riguardano il fatto che al Contratto Nazionale (e aziendale) viene riconosciuta efficacia generale, cioè il principio dell’erga omnes che ne sancisce l’applicazione a tutti i lavoratori; la definizione di rapporto comune di lavoro il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e stabile; nonché la riscrittura dell’apprendistato, del contratto a termine, della somministrazione, del lavoro a tempo parziale.

 

2. I tre referendum.

Il referendum è uno strumento di partecipazione popolare previsto dalla Costituzione. Si tratta del referendum abrogativo, quello cioè che si propone di cancellare dall’ordinamento determinate norme. Per poter essere presentato, deve essere sottoscritto da almeno 500mila cittadini.

I referendum proposti dalla CGIL prevedono l’abrogazione delle norme che riguardano le nuove modalità di licenziamento, i voucher e gli appalti.

 

2.1 Referendum sul licenziamento illegittimo.

La formulazione originale del famoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970 prevedeva che, in caso di licenziamento illegittimo, il giudice sentenziasse anche il reintegro nel posto di lavoro del lavoratore ingiustamente licenziato. Si tratta di uno degli articoli più importanti del diritto del lavoro: fissa precise tutele a favore del lavoratore impedendo arbitri e discriminazioni da parte del padrone. Non è un caso che da circa 15 anni a questa parte gli attacchi più feroci della destra economica e politica si siano concentrati proprio su questa “tutela reale” che ha contribuito a rendere meno diseguali i rapporti di forza tra mondo del lavoro e imprese.

L’articolo 18 è stato pesantemente manomesso dalla Legge Monti-Fornero del 2012 (restringendo il più possibile i casi in cui in caso di licenziamento illegittimo si debba dar corso al reintegro del lavoro), ma il colpo definitivo è arrivato con il Jobs Act del Governo Renzi che, per i nuovi assunti con il cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, di fatto cancella qualsiasi possibilità di reintegro.

L’attuale normativa, nel caso in cui un licenziamento venga dichiarato dal Giudice come illegittimo, prevede unicamente  il pagamento di un’indennità economica al lavoratore che va da un minimo di 4 ad un massimo di 24 mensilità, a seconda dell’anzianità del lavoratore.

La CGIL chiede il referendum per il ripristinare il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento disciplinare giudicato illegittimo, estendendolo anche per le aziende sotto i 15 dipendenti , fino a 5 dipendenti.

Nel caso in cui ciò avvenga in un’azienda con meno di 5 addetti, il reintegro non sarà automatico ma a discrezione del giudice.

Il Jobs Act è stato presentato dal Governo Renzi come un provvedimento che, grazie alla flessibilità e ai generosi incentivi alle imprese, avrebbe dovuto far ripartire l’occupazione in Italia. In realtà le uniche due cose certe sono: a) la libertà di licenziamento a favore delle imprese; b) gli incentivi pubblici regalati alle imprese qualora ricorrano al “contratto a tutele crescenti” per i nuovi assunti (si tratta di € 8.060 per ogni lavoratore). Il tasso di disoccupazione (ultimo dato ISTAT disponibile marzo 2016) p all’11,36% con un andamento altalenante che alterna piccoli miglioramenti e a successivi peggioramenti (ma restando sempre sopra l’11% (tra il 2010 e il 2011 era tra il 7 e l’8 %). Mentre il tasso di occupazione è inchiodato attorno al 56%. La leggera risalita avvenuta a partire dal mese di settembre 2013 è anch’essa altalenante e comunque ampiamente insufficiente per aggredire il nodo della disoccupazione.

 

Tav. 1 Tasso di disoccupazione ISTA  in Italia dal 2010 al 2016

 

 

Tav.2 Tasso di occupazione ISTAT in Italia dal 2010 al 2016

 

Il Governo Renzi è solito commentare con entusiasmo i dati sull’occupazione attribuendo al Jobs Act l’aumento dei contratti a tempo indeterminato, ma: a) non è possibile parlare di tempo indeterminato a proposito del Contratto a Tutele Crescenti essendo il licenziamento sempre possibile; b) la maggior parte dei nuovi Contratti a tempo “indeterminato” sono in realtà trasformazioni di contratti a termine per consentire alle imprese di fruire dei vantaggi economici descritti sopra. Anzi su quest’ultimo punto va rimarcato un aspetto: secondo l’INPS sta emergendo una truffa da parte di un alto numero di imprese per ottenere i soldi previsti dal Jobs Act; ci sono imprese che licenziano e immediatamente riassumono gli stessi lavoratori per sfruttare il bonus; inoltre, ad oggi sono state scoperte 700 aziende fittizie con 30 mila finti lavoratori.

Che le imprese fossero interessate soltanto al generoso incentivo di 8.060 € per ogni contratto a tutele crescenti attivato, è dimostrato anche dai recenti dati dell’INPS: nel periodo gennaio-marzo 2016 il totale delle assunzioni è stato pari a 1.188.000, con una riduzione di 176.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-12,9%).

Ma il dato più importante è relativo alla natura di queste assunzioni: i contratti a tempo indeterminato sono diminuiti di ben 162.000 unità rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, con una riduzione pari a -33,4% sul primo trimestre 2015. Secondo l’INPS, questo calo “è da ricondurre al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015 in corrispondenza dell’introduzione degli incentivi legati all’esonero contributivo triennale. Analoghe considerazioni possono essere sviluppate in relazione alla contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-31,4%)”

Quindi è lo stesso Istituto di Previdenza Sociale a riconoscere che le imprese hanno attivato i contratti previsti dal Jobs Act non per stabilizzare i lavoratori, ma soltanto per fruire di soldi pubblici.

Al tempo stesso il precariato non accenna a diminuire: sempre secondo l’INPS “per i contratti a tempo determinato, nel primo trimestre del 2016, si registrano 814.000 assunzioni, una dimensione del tutto analoga a quella degli anni precedenti”.

 

2.2 Referendum sui voucher.

Il voucher è un “buono lavoro”, introdotta in Italia dal 2003, che originariamente serviva per remunerare prestazioni lavorative marginali e occasionali (lavori domestici, piccoli lavori di giardinaggio ecc.) ed era riservato soltanto ad alcune categorie (disoccupati da oltre un anno, casalinghe, studenti ecc.). Nel corso del tempo sia la tipologia di utilizzatori, sia l’ambito di attività in cui è utilizzabile il voucher sono stati progressivamente ampliati fino a raggiungere la completa liberalizzazione con il Governo Renzi. In poche parole, tutti i lavoratori, e per qualsiasi tipo di lavoro svolgano, possono essere retribuiti attraverso i voucher. Addirittura le agenzie interinali lo inseriscono tra le normali modalità di remunerazione.

Innanzitutto va precisato l’aspetto più deleterio del meccanismo dei voucher: non si può parlare di “rapporto di lavoro” in quanto il lavoratore non è coperto da nessun tipo di contratto. Quindi tra datore di lavoro e lavoratore non esiste nessun contratto: semplicemente il lavoratore viene pagato con un ticket.

L’attuale valore nominale di un voucher è di 10€, di questi 7,5 vanno al lavoratore e 2,5 vengono versati come contributi assicurativi e previdenziali (ma non sono assolutamente sufficienti a determinare l’importo minimo di una pensione). Inoltre, come precisato dall’INPS, il voucher non da diritto alle prestazioni a sostegno del reddito come la disoccupazione, la malattia, la maternità ecc.

Il compenso annuale massimo, erogato attraverso i voucher, non deve superare i 5mila €.

A causa della liberalizzazione del loro utilizzo, il numero di voucher è esploso: nel 2008 sono stati utilizzati poco più di 500mila voucher per retribuire circa 24mila persone; nel 2015, invece, i voucher utilizzati sono stati 69 milioni per retribuire oltre un milione di persone. Il loro utilizzo continua a crescere tanto che nel 2015 ne sono stati venduti circa 115 milioni per pagare 1,4 milioni di persone. Siamo passati, quindi, da 24mila a circa 1,4 milioni di persone che vengono retribuite con i voucher.

Sempre più spesso, inoltre, attraverso l’utilizzo dei voucher il lavoratore accetta impieghi barattati al ribasso e vede azzerati i propri diritti con una risibile contribuzione ai fini previdenziali.

I voucher non combattono il lavoro nero, anzi, il loro abuso determina una sommersione anziché un’emersione del lavoro nero e irregolare; per coprire le situazioni di lavoro nero e illegale è sufficiente utilizzare di tanto in tanto un voucher di facciata.

 

2.3 Referendum sugli appalti.

Con questo referendum la CGIL si propone di abrogare le norme che limitano la responsabilità

solidale degli appalti: questo per difendere i diritti dei lavoratori occupati negli appalti e sub appalti coinvolti in processi  di esternalizzazione , assicurando loro tutela dell’occupazione nei casi di cambi d’appalto e contrastando le pratiche di concorrenza sleale assunte da molte imprese.

Il concetto centrale è quello di “responsabilità solidale”: Per responsabilità solidale si intende la situazione in cui due o più soggetti sono obbligati a una medesima prestazione. In questo caso la responsabilità solidale si dovrebbe applicare a tutta la catena dell’appalto: committente, appaltatore, eventuali subappalatatori.

Se si applicasse il principio della responsabilità solidale lungo tutta la catena dell’appalto, dal committente all’ultimo subappaltatore, tutte le imprese della filiera sarebbero costrette a garantire a tutti i lavoratori il medesimo trattamento e gli stessi diritti.

Oggi, invece, il concetto di responsabilità solidale è stato molto limitato, aprendo la strada a trattamenti differenziati e alla perdita di diritti. Quindi, oggi, attraverso gli appalti vengono scaricate sui lavoratori condizioni di sfruttamento e di illegalità.

L’obiettivo è rendere il regime di responsabilità solidale omogeneo, applicabile in favore di tutti i lavoratori a prescindere dal loro rapporto con il datore di lavoro.

 

Questa descrizione conferma che i tre referendum intendono cancellare alcuni degli interventi più significativi realizzati dagli ultimi Governi per indebolire ulteriormente il mondo del lavoro cancellandone diritti fondamentali.

Un filo conduttore di tutti questi interventi, che derivano da una ideologia ben precisa, è quello di negare al mondo del lavoro la sua propria autonomia da affermare in maniera distinta da quella dell’impresa.

Al contrario, si va affermando un orientamento (ampiamente sostenuto da specifiche leggi) che spinge i lavoratori in recinti chiusi di identificazione con la propria impresa, in concorrenza gli uni con gli altri. Addirittura si sta arrivando fino alla stessa aziendalizzazione delle risposte sui problemi dello stato sociale (tagli al welfare universale e sua sostituzione col welfare aziendale).

E infatti l’approdo di questa deriva è quello di cancellare il punto di vista, autonomo, del mondo del lavoro per imporre soltanto come quello dell’impresa, assunto come coincidente con l’interesse generale. Il lavoro è soltanto una merce e il conflitto tra capitale e lavoro è considerato come una patologia, non come fisiologica caratteristica di una società democratica.

Marchionne (CEO di FCA) è stato il più esplicito in questo senso:

Si deve leggere in questo modo il continuo indebolimento quantitativo  qualitativo della contrattazione collettiva spinta su basi e contenuti aziendalistici: anche questo ha prodotto nel tempo una profonda crisi di credibilità delle organizzazioni sindacali di poter tenere concretamente in campo una relazione credibile tra contenuti e risultati dell’azione sindacale e le idee generali di solidarietà, uguaglianza e giustizia sociale nel mondo del lavoro.

Tutto ciò colpisce pesantemente il ruolo e la rilevanza del sindacato ed in particolare della CGIL, che non sarebbe mai esistita senza un’idea generale di solidarietà degli interessi del mondo del lavoro da rappresentare e praticare concretamente.

Deriva proprio da queste considerazioni la scelta referendaria della CGIL per uscire dalla morsa tra l’indebolimento della contrattazione collettiva e l’azione di un Governo proteso al perseguimento di un modello americano di relazioni sociali.

Poiché il quadro della contrattazione e della politica appaiono difficilmente modificabili nel breve periodo, si rendono necessari dall’esterno di questo quadro dei fatti che impongano delle novità che riaprano degli spazi per la difesa dei diritti del lavoro e per una reale contrattazione collettiva a tutti i livelli.

Se questo non avviene, il rischio è che si consolidino sempre di più gli effetti della situazione prima descritta e che continui la caduta di fiducia tra i lavoratori rispetto all’idea di organizzarsi e lottare per le idee di solidarietà e giustizia sociale.

La scelta referendaria della CGIL si misura con questo problema, non accetta di dichiararsi impotente e chiama in causa la società civile per intervenire direttamente su questioni generali di diritti e di difesa del mondo del lavoro.

Questo non significa la rinuncia allo strumento della contrattazione collettiva e all’azione nei confronti del quadro politico, ma semmai con la campagna referendaria si cerca di rafforzare  il tentativo di praticare questi aspetti anche in una fase difficile come questa.

Questa scelta per la CGIL non è stata semplice, non a caso ha trovato pesanti resistenze e vere e proprie opposizioni interne.

Si tratta di pezzi dell’organizzazione che hanno ancora una forte idea di dipendenza del sindacato da dinamiche politico-partitiche, convinte che al sindacato convenga limitarsi a restare in attesa di improbabili future modifiche del quadro politico ed economico.

E’ invece la scelta referendaria della CGIL che, mettendo in campo un ruolo attivo del sindacato, può favorire una ripresa di iniziativa del mondo del lavoro a contrasto della deriva politica e culturale di questi ultimi anni.

La scelta referendaria, inoltre, spinge la stessa organizzazione sindacale a recuperare ruolo e identità nel rapporto coi lavoratori e con il Paese.

La scelta della CGIL, quindi, mettendo al centro la questione del lavoro, della giustizia sociale, della solidarietà, costringe le dinamiche politiche e culturali in corso a fare i conti con la distanza che si è determinata con il sentire dei lavoratori, indotti a ritenerle sempre più ininfluenti rispetto alla loro condizione concreta.

 

 

 

 

 

Category: Lavoro e Sindacato, Politica

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About Tiziano Rinaldini: Tiziano Rinaldini è nato nel 1947 a Reggio Emilia. Ha partecipato alla Fgci e alla Sezione comunista universitaria di Bologna negli anni '60. È entrato nella Fiom a partire dal 1970, prima a Reggio Emilia e poi a Varese. Dal 1976 al 1981 è stato responsabile del settore auto della Fiom nazionale. Dal 1982 ha partecipato al Cres e all'Ires ER. Dal 1986 al 1989 ha fatto parte della Cgil ER nel settore trasporti e dal 1989 al 1995 ha fatto parte della segreteria della Cgil regionale ER. Dal 1995 al 2000 ha fatto parte della segreteria nazionale dei chimici. Attualmente fa parte dell'apparato Cgil ER. Ha scritto numerosi saggi e interventi per «Il Manifesto», «Alternative per il socialismo» e «Inchiesta».

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