La lotta dei lavoratori indiani in una cooperativa di Reggio Emilia

| 15 Giugno 2011 | Comments (0)

Come  400 lavoratori , quasi tutti di origine indiana, della Cooperativa di facchinaggio GFE (che lavora esclusivamente per la Snattt)  abbiano iniziato lo sciopero della sete e della fame per contrastare le scelte della Snatt che vuole chiudere la GFE e creare due cooperative con altri  lavoratori indiani più accondiscendenti.

A Reggio Emilia i lavoratori indiani della GFE stanno dando vita ad una lotta eccezionale per la sua portata simbolica. La semplice ricostruzione della vicenda permette di capirne l’emblematicità. La GFE era una impresa cooperativa di facchinaggio creata ad hoc (esternalizzata) dalla Snatt, impresa logistica con sede a Campegine (RE). La Snatt risultava essere anche unica committente della GFE. I facchini della GFE, circa 400 lavoratori quasi tutti di origine indiana, erano pagati poco più di 5 euro lordi all’ora ed erano assunti con un contratto da socio-lavoratore. Dopo diversi anni passati in questa condizione, i lavoratori della GFE hanno cominciato, con il sostegno della CGIL, a lottare e scioperare ed esercitando in assemblea il diritto di voto da soci-lavoratori, hanno scelto di passare all’adozione di un contratto collettivo nazionale (firmato da CGIL, CISL e UIL e dalle principali associazioni di categoria del settore). A fronte della decisione presa dai soci-lavoratori della GFE la Snatt ha deciso di interrompere ogni rapporto commerciale con la cooperativa condannandola alla chiusura; subito dopo la stessa Snatt ha creato due nuove imprese cooperative alle quali ha imposto l’applicazione di un contratto collettivo nazionale rinomato per essere un contratto collettivo “posticcio”. Una volta create, le due nuove imprese cooperative hanno cominciato ad assumere lavoratori chiedendo loro di sottoscrivere individualmente un contratto da cui deriverebbero condizioni di lavoro molto simili a quelle che i lavoratori della GFE avevano deciso di cambiare. A quel punto tra i lavoratori della GFE si è determinata una spaccatura: una parte di lavoratori indiani, circa duecento, hanno deciso di sottostare alle nuove condizioni imposte dalla Snatt; altri lavoratori indiani, anche questi circa duecento, hanno deciso che la situazione che si era determinata era inaccettabile, che se avessero piegato la testa probabilmente non sarebbero stati più in grado di rialzarla e hanno costruito una mobilitazione che dura ormai da mesi. E’ dall’autunno del 2010, infatti, che di fronte allo stabilimento della Snatt (che poi è lo stesso luogo dove lavoravano i soci-lavoratori della GFE) i lavoratori indiani organizzano picchetti e azioni di protesta. Recentemente i lavoratori, esasperati da una situazione che non si sblocca, ma evidentemente decisi a proseguire fino alla fine la loro lotta, hanno messo in atto uno sciopero della fame e della sete. L’attenzione dei media locali sulla vicenda ha registrato alti e bassi e stranamente in poche occasioni (una, forse due) la lotta dei lavoratori indiani della GFE ha guadagnato la ribalta nazionale. Eppure la vicenda della GFE presenta diversi aspetti che meritano una riflessione per il loro significato generalizzabile. Questa vicenda è di fatto emblematica non solo del livello di violenza a cui sono giunte le relazioni industriali in questo paese, ma anche della complessità delle relazioni che intercorrono tra forme di protezione e solidarietà che qualcuno definisce “comunitarie” (termine che andrebbe utilizzato con cautela), da una parte, e il conflitto sociale e le forme di protezione e di solidarietà derivanti dalla contrattazione collettiva, dall’altra. Non solo: la vicenda della GFE registra anche la fine del mito del lavoratore immigrato causa dell’abbattimento delle condizioni di lavoro generali e anello debole del conflitto sociale. Conviene procedere con ordine e affrontare una questione per volta.

La capacità della vicenda della GFE di rappresentare lo stato attuale delle relazioni industriali è auto-evidente. Come per altre recenti vicende più famose, alla GFE la dialettica lavoratori/impresa di fatto si è risolta in un diktat di quest’ultima ai primi: o si lavora così (come l’impresa ha deciso) o non si lavora, nessun margine di negoziazione, siete liberi, decidete! Non è un caso che in uno degli articoli usciti su un quotidiano locale nei giorni scorsi la vicenda della GFE sia stata accostata a quelle della FIAT di Pomigliano e Mirafiori. Nella vicenda della GFE, tuttavia, c’è anche un aspetto specifico da considerare: l’ipotesi della delocalizzazione all’estero non sembra mai essere stata presa in considerazione esplicitamente dall’impresa; a questa, infatti, è stata preferita (perché, evidentemente, ritenuta possibile) una delocalizzazione in loco attraverso la creazione di due nuove cooperative. Similmente ai casi di Torino e di Pomigliano, anche per il caso della GFE di Reggio Emilia si sono sprecati gli inviti da parte dei politici locali (di quasi ogni segno) ad accettare le ragioni dell’impresa come condizioni vincolanti per il mantenimento dell’attività produttiva. Ancora una volta è stato messo in scena lo spettacolo tragicomico in cui signori e signore per bene con un reddito annuale di svariate decine (se non centinaia) di migliaia di euro spiegano ad altri signori e signore che, nonostante tutto, conviene accettare di lavorare per 5 euro all’ora, se mai a condizioni peggiori, perché altrimenti potrebbe essere peggio.

Rispetto alla capacità della vicenda della GFE di mettere in luce le complesse relazioni presenti tra forme di protezione e solidarietà “comunitarie”, conflitto sociale e forme di protezione e di solidarietà derivanti dalla contrattazione collettiva, è importante partire col sottolineare un fatto: sia i lavoratori in mobilitazione di fronte ai cancelli, che i lavoratori che hanno accettato le condizioni delle due nuove cooperative sono indiani. Tutto ciò ha sicuramente colpito l’opinione pubblica e infatti molti degli interventi che si sono susseguiti nei mesi scorsi sui quotidiani locali si sono concentrati proprio su questo aspetto. Alcuni commentatori hanno messo in evidenza quanto la coesione comunitaria rappresenti una risorsa di solidarietà e di protezione per gli immigrati e quanto nel caso della GFE l’avvento del conflitto sociale abbia giocato un ruolo dirompente per i rapporti intracomunitari. Tutto ciò, secondo gli stessi commentatori, costituirebbe un valido motivo di preoccupazione per la futura integrazione nella società locale di una parte significativa di immigrati e conseguentemente una ragione per essere prudenti nel supportare una parte piuttosto che un’altra. Va da sé che, secondo coloro che sostengono questa posizione, le ragioni della protesta dei lavoratori della GFE, ovvero la richiesta di adottare un contratto collettivo, sono in qualche misura subordinabili a quello che evidentemente è considerato il valore superiore, ovvero la coesione sociale interna alla comunità. Altri commentatori, invece, partendo proprio dalla spaccatura che si è prodotta tra i lavoratori indiani della GFE e nella comunità di immigrati indiani, hanno sostenuto la priorità del loro “essere lavoratori” più che del “loro possedere la stessa origine geo-culturale” e hanno individuato nella stessa mobilitazione un elemento di emancipazione. La mobilitazione da parte dei lavoratori indiani della GFE per rivendicare l’adozione del contratto collettivo rappresenterebbe, in questa prospettiva, il vero processo di integrazione degli immigrati e il superamento di forme di solidarietà e di protezione comunitarie, considerate forme di coesione pre-moderne. Nonostante la loro radicale diversità, le due visioni descritte sopra presentano alcuni aspetti comuni tra cui il fatto che entrambe pongono le forme di solidarietà e di protezione derivanti dalla contrattazione collettiva in opposizione (o per lo meno in alternativa) alle forme di solidarietà e di protezione comunitarie.

E’ proprio questa opposizione che trovo discutibile. Non sono tra quelli che pensano che la solidarietà comunitaria tra immigrati e la coesione che le comunità degli immigrati sono capaci di esprimere siano forme che ostacolano i processi di integrazione. Il reticolo relazionale degli immigrati e le risorse (materiali e immateriali) che tale reticolo mette a disposizione a coloro che sono situati all’interno (ma anche all’esterno) di esso hanno sempre rappresentato uno strumento di integrazione (intesa come processo di mutua trasformazione tra coloro che sono arrivati in una nuova società e la società stessa). Si tratta, infatti, di una forma, non l’unica evidentemente, di regolazione sociale che permette, tra le tante cose, l’inverarsi di dinamiche di riconoscimento reciproco, di rapporti di fiducia e di relazioni di scambio (e dunque di redistribuzione) di risorse. Naturalmente queste forme di regolazione sociale, quando si presentano sotto forma di reticoli relazionali costruiti sulla base della “provenienza geo-culturale” presentano lati oscuri e meccanismi di inclusione ambigui probabilmente inestinguibili. E’ però innegabile che la costruzione e il consolidamento di tali reticoli relazionali tra gli immigrati può avere ripercussioni positive sulla coesione sociale e, dunque, effetti benefici su tutta la popolazione (immigrata e non) che vive su un territorio. Sono altresì convinto che il contratto collettivo rappresenti una fonte di protezione collettiva e di solidarietà altra rispetto a quelle tipiche delle società tradizionali (la famiglia, il clan, la casta, la comunità, ecc …), ma credo anche che sia proprio la protezione e la solidarietà derivante dal contratto collettivo che, arginando i processi di individualizzazione disassociativa (ma non i processi di soggettivizzazione, che sono cosa ben diversa) emergenti dalla secolarizzazione delle società tradizionali, crea le condizioni per la rimodulazione delle istituzioni di regolazione sociale arcaiche e per la sopravvivenza delle loro funzioni coesive. Se si distrugge o si nega l’esistenza di un livello di regolazione sociale moderna come quella rappresentata dal contratto collettivo, tutto il resto, come la materia a cui d’improvviso viene a mancare la forza di gravità, esplode sotto la pressione delle spinte centrifughe dei processi di individualizzazione disassociativa. A differenza delle interpretazioni riportate sopra, quindi, credo che assumere le due diverse forme di solidarietà e di protezione e di regolazione sociale necessariamente in opposizione non sia corretto e che proprio la vicenda della GFE ne sia la dimostrazione.

Chiunque abbia avuto modo di conoscere da vicino la lotta dei lavoratori indiani, infatti, si è reso conto di quanto peso abbiano avuto nella costruzione delle iniziative di mobilitazione i rapporti di solidarietà derivanti dall’esistenza di un reticolo relazionale a base geo-culturale. Lo stesso fatto che la mobilitazione portata avanti da questi lavoratori sia durata per tanto tempo è stato reso possibile proprio da quelle risorse materiali e immateriali rese disponibili dalla rete di relazioni che loro stessi sono stati capaci di costruire e in cui loro stessi sono situati. Per stessa ammissione dei sindacalisti della CGIL (unica organizzazione sindacale che ha sostenuto i lavoratori in lotta), il solo supporto fornito dal sindacato non sarebbe stato sufficiente a far resistere questi lavoratori per tanto tempo.

Ancor più significativo è il fatto che i lavoratori indiani della GFE si sono mobilitati di fronte alla negazione da parte dell’impresa della regolazione sociale moderna per eccellenza, quella tra capitale e lavoro, la cui massima espressione è il contratto collettivo. Ma ritenere che tale moderna forma di regolazione sociale non c’entri con i processi di coesione sociale interni alle comunità degli immigrati o addirittura risulti essere in opposizione con essi rappresenta un azzardo privo di fondamento. Tutto ciò i lavoratori indiani della GFE che stanno protestando davanti ai cancelli lo hanno capito bene e, anzi, lo hanno pagato sulla loro pelle. L’opposizione da parte della Snatt al fatto che alla GFE fosse applicato un contratto collettivo e quindi all’instaurazione di una moderna regolazione sociale ha prodotto a cascata, a dimostrarne la centralità nella costruzione di processi di coesione sociale, anche la messa in discussione di altri livelli regolativi compreso quello comunitario. Infatti, se di fronte allo stabilimento i lavoratori in lotta sono tutti indiani, sono tutti indiani anche coloro (o almeno una parte di coloro) che hanno deciso di accettare le nuove condizioni imposte dall’impresa, di firmare il nuovo contratto e di entrare dentro lo stabilimento. In breve: la coesione sociale e la condivisione di risorse materiali e immateriali derivanti dalla stessa origine geo-culturale, dalla stessa comunità, dalla stessa famiglia, dai rapporti di vicinato o dalla residenza in uno stesso territorio sono state travolte dallo tzunami rappresentato dalla rottura della regolazione tra capitale e lavoro.

Infine, rispetto a ciò che la vicenda della GFE esprime in termini di demitizzazione della figura dell’immigrato come causa dell’abbattimento delle generali condizioni di lavoro, credo che i lavoratori della GFE rappresentino un punto di non ritorno per quell’idea dura a morire che vede i lavoratori immigrati in più o meno diretta competizione con i lavoratori italiani e restii ad ingaggiare un conflitto per migliorare le condizioni di lavoro e di vita. In questo caso sono proprio gli immigrati a non accettare il radicale peggioramento delle condizioni di lavoro (a partire dalla retribuzione oraria), sono gli immigrati a non accettare che un lavoratore, di qualsiasi nazionalità esso sia, non possa avere diverse condizioni di lavoro (e di vita) rispetto ai propri colleghi; mentre gli italiani (mi si perdoni la generalizzazione) tutt’al più sembrano stare alla finestra a guardare, accettando rassegnati l’inevitabilità del processo di disassociazione della società; sono gli immigrati con i loro corpi, “l’unica cosa che gli è rimasta” (parole loro), a tentare di bloccare un processo che, nessuno si illuda, è pervasivo e non riguarda solo una parte dei lavoratori, ma piuttosto i lavoratori di questo paese nel loro complesso. Quasi che gli immigrati, che qualcuno definisce “corpi estranei”, si siano presi l’ingrato compito di svolgere il ruolo di “anticorpi” rispetto ad un germe che ha attaccato tutto l’organismo sociale.

La lotta dei lavoratori indiani della GFE è stata vissuta tanto dai media quanto dalle istituzioni locali e dai partiti di sinistra, con qualche rara eccezione, come una normale vertenza collettiva. L’impressione è che il portato simbolico di questa vicenda non sia stato colto a pieno nemmeno da chi è stato vicino ai lavoratori indiani in lotta. La stessa CGIL, pur avendo il merito di essere stato (ed essere ancora) l’unico sindacato che si è mobilitato insieme ai lavoratori della GFE fornendogli anche un supporto materiale, sembra non avere compreso a pieno il significato di questa vicenda. Forse però non è troppo tardi. In ogni caso coloro che durante questi mesi hanno evitato di assumere una posizione netta a sostegno alle ragioni dei lavoratori mobilitati, in futuro saranno in forte imbarazzo quando parleranno di coesione sociale, di integrazione degli immigrati, di solidarietà comunitaria e di comunità; e i primi a non capire di cosa stiano parlando saranno proprio quegli stessi lavoratori indiani, perché si interrogheranno sui motivi per cui nel momento in cui tutto ciò era sotto attacco, nessuno ha fatto niente e addirittura qualcuno ha soffiato sul fuoco.

[Questo intervento è stato pubblicato in Inchiesta 172, 2011]

Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio Emilia Romagna

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About Matteo Rinaldini: Matteo Rinaldini. È ricercatore non strutturato (assegnista di ricerca) all’Università di Modena e Reggio Emilia. Presso la facoltà di Scienze della Comunicazione e dell’Economia dell’Università di Modena e Reggio Emilia svolge attività di ricerca e didattica su tematiche economiche, sociali e organizzative. Da diversi anni collabora con l’IRES Emilia Romagna per cui è responsabile dell’area di ricerca sull’immigrazione. Scrive su Sbilanciamoci e "Inchiesta"

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