Ivan Franceschini: Lavoro e diritti in Cina

| 12 Dicembre 2016 | Comments (0)

 

 

Questo testo è l’introduzione al volume Lavoro e diritti in Cina: Politiche sul lavoro e attivismo operaio nella fabbrica del mondo di Ivan Franceschini, recentemente pubblicato da Il Mulino.

È ormai un secolo che la questione dei diritti dei lavoratori definisce l’immagine globale della Cina. Già nel 1919 la prima conferenza dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) raccomandava alle autorità cinesi di adottare una legislazione sociale, una richiesta motivata più dal desiderio di proteggere i lavoratori occidentali dalla competizione di una forza lavoro a basso costo, che non da ragioni umanitarie [Van Der Sprenkel 1983]. Oggi come allora, interessi domestici dei paesi sviluppati continuano a orientare il dibattito globale sulla Cina, con innumerevoli voci di politici e sindacalisti che si levano a condannare il governo di Pechino tanto per il regime di sfruttamento diffuso nelle fabbriche cinesi, quanto per le conseguenze di questo «dumping sociale» sul benessere dei lavoratori occidentali. Di recente poi, con l’aumento degli investimenti cinesi all’estero, nuovi timori si sono aggiunti alle vecchie paure, soprattutto in quei casi in cui gli acquirenti cinesi hanno imposto tagli alle tutele del lavoro come condizione per l’acquisto.

Le dinamiche della globalizzazione e il crescente ruolo del capitale cinese all’estero rendono ancora più urgente una miglior comprensione della realtà del lavoro in Cina. A questo fine, è necessario superare alcuni stereotipi consolidati, primo fra tutti l’idea che in Cina la questione dei diritti dei lavoratori sia un tabù. Di fatto, negli ultimi due decenni, le autorità cinesi hanno promosso un forte discorso sulla legalità e sui diritti sul lavoro. A differenza dell’epoca maoista, quando ai dipendenti statali venivano paternalisticamente riconosciuti dei benefici legati al proprio status di «padroni dello Stato» (zhurenweng), il nuovo discorso si articola in termini di «diritti» (quanli) definiti da un corpo sempre più complesso di leggi e regolamenti. Il diritto del lavoro cinese è basato su una Legge sul Lavoro entrata in vigore nel 1995, cui negli ultimi anni si sono aggiunti altri testi fondamentali quali una Legge sui Contratti di Lavoro, una Legge sulla Mediazione e l’Arbitrato delle Dispute sul Lavoro e una Legge sulla Sicurezza Sociale.

La stesura di queste leggi è stata accompagnata da dibattiti che, lungi dal limitarsi alle élite politiche e accademiche, hanno coinvolto un pubblico più generale. Sfruttando il proprio controllo sui media, il Partito-Stato ha incoraggiato l’opinione pubblica a inviare critiche e commenti alle varie bozze di legge. In queste consultazioni, non solo sono emerse forti contraddizioni tra gruppi d’interesse quali il sindacato ufficiale, le autorità locali e le camere di commercio straniere, ma anche i lavoratori sono riusciti a dare un proprio contributo, esprimendo le ragioni della propria insoddisfazione attraverso scioperi e proteste. Come conciliare dunque una tale vivacità con una realtà in cui i lavoratori sono sistematicamente sfruttati? E come interpretare l’impegno delle autorità cinesi nel promuovere un discorso sui diritti sul lavoro?

Per rispondere a queste domande, è importante considerare il diritto del lavoro cinese nel suo complesso. Da un punto di vista prettamente giuridico, la legislazione lavoristica cinese è stata lodata per una copertura dei diritti individuali che non avrebbe nulla da invidiare alla pratica europea. Allo stesso tempo, però, è stata oggetto di aspre critiche per le mancanze nella tutela dei diritti collettivi – in particolare in materia di libertà di associazione, diritto di sciopero e contrattazione collettiva – e per la debolezza dei meccanismi che dovrebbero assicurarne l’applicazione. Tuttavia, se questo rivela una chiara volontà delle autorità cinesi di minare alla base lo sviluppo di una solidarietà di classe tra i lavoratori, un’analisi del diritto del lavoro cinese non può esimersi dal prendere in considerazione il discorso politico più generale del Partito-Stato e la realtà sociale cui questo messaggio di legalità si rivolge.

Sin dall’inizio del decennio scorso, le autorità cinesi hanno promosso un discorso ufficiale sulla necessità di instaurare «rapporti di lavoro armoniosi» (hexie laodong guanxi). In questo, alcuni hanno letto un «progetto egemonico» finalizzato a governare il lavoro post-socialista. Come hanno scritto Hui e Chan, l’idea di una «società armoniosa» (hexie shehui) è finalizzata a «mitigare il crescente fermento operaio e assicurare l’acquiescenza dei lavoratori allo sviluppo capitalistico nel Paese. Si tratta di più che semplice retorica politica: concessioni materiali vengono date alla classe operaia mentre la sua lotta si intensifica» [Hui e Chan 2012, 156]. In quest’ottica, il diritto del lavoro cinese si rivela funzionale a mantenere le richieste del movimento dei lavoratori entro limiti accettabili per le autorità, fissando i paletti dell’arena del dibattito. Eppure, se è così, come interpretare il crescente attivismo dei lavoratori cinesi? Si tratta di un «risveglio dei diritti» (quanli de juexing) che starebbe avendo luogo nelle coscienze dei lavoratori, come tanti giornalisti e accademici hanno scritto negli ultimi anni?

Il concetto gramsciano di «egemonia» è indubbiamente utile per comprendere il discorso sul lavoro delle autorità cinesi. Secondo Gramsci, lo Stato si servirebbe di due strumenti per esercitare il proprio potere: la coercizione e l’egemonia culturale, stabilita attraverso la creazione di un sistema di valori morali, politici e culturali condivisi tramite strutture ideologiche e istituzioni quali i partiti, le scuole, la Chiesa. Nelle sue parole:

L’esercizio «normale» dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare, è caratterizzato dalla combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai cosiddetti organi dell’opinione pubblica – giornali e associazioni – i quali, perciò, in certe situazioni, vengono moltiplicati artificiosamente. [Gramsci 2014, 1638]

Sebbene il sistema politico cinese non sia certo un regime parlamentare, queste parole ben si attagliano alla realtà della Cina di oggi. Se il Partito-Stato cinese non ha mai esitato a ricorrere alla violenza per prevenire l’emergere di un movimento dei lavoratori organizzato e indipendente, la legittimità del PCC si basa su strumenti ben più sofisticati che non la semplice forza bruta. In quest’ottica, il diritto del lavoro e il concomitante discorso sull’armonia nelle relazioni industriali si configurano chiaramente come un tentativo di stabilire un’egemonia culturale sui lavoratori. Per comprendere ciò, è importante ricordare come, a dispetto di tutte le consultazioni popolari, la legislazione cinese sul lavoro rimanga il frutto di un processo legislativo dominato dal Partito-Stato e come il dibattito pubblico sul lavoro in Cina sia pressoché monopolizzato da attori sottoposti a uno stretto controllo da parte della classe politica, quali il sindacato ufficiale, le università e i media.

Eppure, questa tesi egemonica sottovaluta come il Partito-Stato nel legiferare debba tenere conto degli interessi di attori sociali con agende molto differenti, i quali esercitano una sostanziale influenza sull’esito del processo legislativo. Ad esempio, la comunità imprenditoriale straniera negli ultimi anni non ha esitato a prospettare alle autorità cinesi una «fuga degli investimenti» qualora norme indesiderate fossero state approvate.  Ugualmente, il crescente attivismo dei lavoratori cinesi, seppur generalmente motivato da problemi interni alle singole aziende, ha spinto le autorità ad adottare politiche favorevoli al lavoro onde prevenire un’escalation delle controversie. Questo secondo punto richiede però una precisazione. Il proliferare di proteste operaie non necessariamente segnala una crisi del tentativo egemonico del Partito-Stato. L’idea di un «risveglio dei diritti» che starebbe avendo luogo tra i migranti cinesi infatti assume che l’attivismo operaio sia il risultato naturale di un’azione autonoma dei lavoratori e sottovaluta l’apporto del discorso ufficiale sulla maniera in cui questi ultimi definiscono le proprie aspettative e rivendicazioni.

Questo libro propone un’alternativa al dualismo concettuale che vede da un lato un’«egemonia» definita da un Partito-Stato ritenuto in grado di esercitare un pieno controllo sul dibattito pubblico, e dall’altro un «risveglio» operaio che deriverebbe dall’emergere spontaneo di una consapevolezza di classe tra i lavoratori cinesi. Per criticare questa visione manichea, descriverò come le interazioni tra le parti sociali in Cina determinino un discorso e una pratica dei diritti sul lavoro dominate sì dall’alto, ma caratterizzate anche dalla ricerca di un «consenso» che va ben oltre la semplice apparenza. Come ha scritto Tomba, «consenso» nel contesto cinese si riferisce «all’esistenza di uno spazio in cui la contrattazione tra Stato e società e all’interno della società stessa è resa possibile attraverso istituzioni formalizzate, pratiche di routine e confini discorsivi. È un’arena di interazione politica tra Stato, individui e attori privati o locali in cui i discorsi egemonici dello Stato fungono da confini, ma in cui si permette ai conflitti di emergere – e emergono» [Tomba 2014, 169]. Nell’analizzare come questo concetto si applica al campo delle politiche sul lavoro, mi soffermerò su quattro attori fondamentali: il Partito-Stato, il sindacato ufficiale, le organizzazioni non governative (ONG) del lavoro e i lavoratori.

Nel primo capitolo, affronterò il ruolo del Partito-Stato nel definire il linguaggio e i confini del dibattito nel campo del lavoro. Attraverso una panoramica storica sullo sviluppo del mercato del lavoro in Cina e un’analisi delle conseguenze delle riforme sull’identità di classe dei lavoratori cinesi, racconterò il processo che ha portato le autorità cinesi ad adottare una legislazione sul lavoro. Entrando poi nello specifico, descriverò i dibattiti che hanno accompagnato l’adozione della Legge sui Contratti di Lavoro e l’affossamento di due regolamenti locali sulla contrattazione collettiva, mostrando come il Partito-Stato nella propria opera legislativa sia costretto a bilanciare interessi molto diversi. Per concludere, illustrerò alcune nuove tendenze del mercato del lavoro che in futuro potrebbero cambiare i rapporti di forza tra gli attori delle relazioni industriali.

 

Nel secondo capitolo, esaminerò il divario tra il discorso e la pratica dei diritti in Cina. Nella prima parte, illustrerò il processo ufficiale di risoluzione delle dispute sul lavoro, mostrando come negli ultimi anni il Partito-Stato abbia scelto di promuovere con forza meccanismi informali quali la mediazione, a dispetto di istituzioni legali come i comitati arbitrali e le corti. Nella seconda, delineerò il problema della rappresentanza dei lavoratori, esponendo i limiti dei vari intermediari che dovrebbero facilitare l’accesso dei lavoratori alla giustizia, dai centri sindacali di assistenza legale agli studi legali privati, dagli «avvocati scalzi» agli attivisti del lavoro. Nella terza, delineerò brevemente le strategie extra-legali di mobilitazione, quali il ricorso ai media e gli scioperi. Infine, mi soffermerò sui due casi «ordinari» di una disputa individuale dovuta a un infortunio sul lavoro e una mobilitazione collettiva legata alla rilocazione di una fabbrica.

Nel terzo capitolo, presenterò il ruolo dell’unico sindacato la cui esistenza è permessa in Cina, la Federazione Nazionale dei Sindacati Cinesi (FNSC), un colosso che oggi sulla carta conta oltre 280 milioni di membri. Dopo aver descritto le radici leniniste di quest’organizzazione, creata negli anni Venti come «cinghia di trasmissione» tra il Partito Comunista Cinese (PCC) e i lavoratori, effettuerò alcune ricognizioni nella storia dei rapporti tra FNSC e PCC. In particolare, mi soffermerò su tre scontri tra la dirigenza del sindacato e quella del Partito, avvenuti rispettivamente nel 1951, 1956 e 1989. In questo modo, non solo delineerò una storia del sindacato nella Repubblica Popolare Cinese (RPC), ma dimostrerò anche come sotto ogni evidenza di totale sudditanza esista comunque il potenziale per una «conversione istituzionale» che potrebbe portare a un sindacalismo più deciso. Per prevenire ciò, negli ultimi due decenni il Partito-Stato ha rafforzato la propria presa sul sindacato, ma allo stesso tempo ha garantito alla dirigenza sindacale una posizione privilegiata nel processo di stesura di leggi e regolamenti sul lavoro.

Nel quarto capitolo, mi occuperò della società civile cinese, in particolare delle cosiddette ONG del lavoro. Se queste organizzazioni – molte delle quali sono fondate da ex-lavoratori – in genere sono percepite come attori importanti nel promuovere riforme legislative e sollevare richieste di giustizia sociale, in questo capitolo sosterrò che si tratta di entità deboli e scoordinate, in larga parte ancorate al discorso ufficiale sui diritti del Partito-Stato e incapaci di esercitare una reale influenza a livello politico. Attraverso un’analisi delle relazioni con il Partito-Stato, il sindacato, i lavoratori e i donatori internazionali, metterò in luce come le ONG del lavoro cinesi siano limitate da una mancanza di «capitale sociale» dovuta tanto all’ostilità delle autorità, quanto alla difficoltà di stabilire un rapporto di fiducia con i lavoratori. Alla luce di queste carenze, sosterrò che queste organizzazioni sono ancora ben lungi dal costituire una reale sfida al sindacalismo ufficiale. Questo a dispetto del fatto che negli ultimi anni un gruppo ristretto di attivisti abbia iniziato a inserirsi attivamente in scioperi e proteste per promuovere la contrattazione collettiva.

Infine, nel quinto capitolo analizzerò come i lavoratori cinesi percepiscono la legislazione sul lavoro. Sebbene negli ultimi anni molto sia stato scritto sul «risveglio dei diritti» dei lavoratori cinesi, pochi studi quantitativi si sono soffermati sul rapporto tra discorso ufficiale sul lavoro e aspettative dei lavoratori. Sullo sfondo dei dibattiti teorici su «consapevolezza delle regole» e «consapevolezza dei diritti», in questo capitolo presenterò i risultati di un’indagine condotta tra il 2012 e il 2015 su un campione di 1.379 lavoratori impiegati in nove imprese metalmeccaniche italiane in tre città cinesi (Shenzhen, Yangzhou e Chongqing). Nella prima parte descriverò il divario tra realtà e aspettative dei lavoratori in materia di salari e orari di lavoro; nella seconda, verificherò il livello di conoscenza dei lavoratori di alcuni aspetti specifici della legislazione sul lavoro; nella terza, considererò la fiducia dei lavoratori nei confronti della capacità della legge di tutelarli. In questo modo, dimostrerò come i lavoratori cinesi mantengano un atteggiamento di «illusione disinformata» nei confronti del discorso ufficiale sui diritti, vale a dire una relativa fiducia nella legge, unita a una sostanziale ignoranza sui contenuti specifici della legislazione stessa.

Questo volume è il frutto di un decennio di ricerca sul campo, a partire dal 2006, quando ho ottenuto una borsa di studio per frequentare corsi di diritto del lavoro presso l’Università del Popolo di Pechino. Da allora, oltre a dedicarmi alla ricerca accademica, ho avuto occasione di lavorare a stretto contatto con attivisti del lavoro e con istituzioni internazionali nella realizzazione di vari progetti finalizzati ad assistere lavoratori migranti in difficoltà. È stata un’esperienza allo stesso tempo entusiasmante e frustrante: entusiasmante per la natura del lavoro stesso, che mi ha portato a contatto con realtà che altrimenti sarebbero rimaste ben al di fuori della mia portata e con individui controversi, ma di indubbio carattere; frustrante per i limiti imposti non solo dalla diffidenza e dalla repressione delle autorità, ma anche dall’ottusità di tante persone che strumentalizzano le lotte dei lavoratori cinesi per fama, visibilità o guadagno. Eppure, quando oggi ripenso ai dieci anni trascorsi, gli aspetti positivi prevalgono e non posso che ritenermi fortunato di essere stato testimone di questo momento storico nella «fabbrica del mondo».

 

Category: Lavoro e Sindacato, Libri e librerie, Osservatorio Cina

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About Ivan Franceschini: Ivan Franceschini. Ha conseguito il Dottorato in Lingue, culture e società presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Oggi è Marie Curie Fellow presso l'Australian Centre on China in the World (Camberra) con un progetto di ricerca sul lavoro cinese in prospettiva globale. Ha vissuto iim Cina dal 2006 e poi in Cambogia per un anno e mezzo. Ha pubblicato nel 2009 Cronache dalle fornaci cinesi (Cafoscarina). Nel 2010 ha curato Germogli di società civile in Cina (Brioschi) insieme a Renzo Cavalieri. Nel 2012 ha scritto il libro Cina.net Post dalla Cina del nuovo millennio, Edizioni O barra O. Nel 2015 ha curato il rapporto Made in China 2014 per conto dell'Iscos Cisl. Sempre nel 2015 ha curato e tradotto l'il libro di Lu Xun, Fuga sulla luna e altre antiche storie rinarrate, Edizioni ObarraO , Milano, 2015

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