Guglielmo Meardi: I sindacati dei paesi dell’Europa centro-orientale

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

5. Pubblichiamo integralmente gli atti del seminario C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro? organizzato dalla Fondazione Claudio Sabattini e tenuto a Roma il 5 aprile 2013. La numerazione degli interventi corrisponde all’ordine in cui sono stati fatti.

 

Guardare ai Paesi cosiddetti dell’Est, o meglio, dei Paesi dell’Europa centro-orientale, è utile non per motivi puramente informativi, ma per proporre una riflessione per il Sindacato europeo, in quanto i Paesi dell’Europa centro-orientale sono stati negli ultimi 20 anni un laboratorio per un modello socioeconomico diverso all’interno dell’Europa che prevede, tra le altre cose, la debolezza del Sindacato.

Per questo trascurare i Paesi dell’Europa centro-orientale, in quanto non particolarmente forti dal punto di vista geopolitico è un errore per il Sindacato, perché quello che succede in un laboratorio può poi avere degli effetti al di là del laboratorio, come si vede oggi nei paesi occidentali. Senza entrare nel dettaglio dei numeri (per dettagli mi permetto di rimandare al mio Social Failures of EU Enlargement, Routledge 2012, e al più succinto pezzo apparso su Emilia Romagna Europa nr 10, 2012), la situazione sindacale nei Paesi dell’Europa centro-orientale è peggiore rispetto a quella dei Paesi occidentali. Se guardiamo i dati sulla forza sindacale, i Paesi che stanno peggio in Europa sono quasi sempre Polonia, Ungheria, Slovacchia e gli altri Paesi dell’Europa centrale: la sindacalizzazione è più bassa, e soprattutto la copertura della contrattazione collettiva è molto più bassa rispetto all’Europa occidentale.

Non solo: sugli scioperi, anche se i dati non sono molto affidabili, per quello che possono raccontarci, indicano che ci sono molti meno scioperi in Europa centro-orientale che in Europa occidentale, in quanto il diritto di sciopero è sottoposto a delle limitazioni legali ed anche perché i Sindacati non hanno sufficiente forza di mobilitazione, In poche parole, sono in una situazione in cui hanno pochi iscritti, rischiano di contrattare per pochi lavoratori e non hanno la forza di mobilitazione per cambiare una situazione negativa.

Questa debolezza, in gran parte e per molto tempo, è stata spiegata sulla base del passato: nei Paesi comunisti non c’era – alcuni dicono – una vera e propria coscienza di classe, per cui gli operai non sanno chi sono i loro nemici, non sanno quali sono i loro interessi, non sanno cosa sia un Sindacato vero, quindi non hanno ancora Sindacati veri e non riescono a mobilitarsi. Questa è una cosa che ho sentito per molto tempo e c’è una parte di verità, cioè l’ideologia ha un effetto: quando uno per 40 anni ha dovuto vivere in un Paese che si chiamava comunista e che per gli operai non era un granché, ovviamente può essere poi più propenso ad accettare ideologie anticomuniste, antisocialiste ed anche antioperaie.

Ormai siamo però a 24 anni dopo la caduta del comunismo, la maggior parte dei lavoratori oggi nell’Europa centro-orientale hanno iniziato a lavorare dopo la caduta del comunismo, per cui è difficile dire che tutto quello che succede è a causa di quello che era successo nei precedenti 40 anni. In particolare io contesto l’idea che sia tutta colpa dei lavoratori, cioè che questi non capiscano o che siano un pochino stupidi, per cui non si iscrivono al Sindacato perché non sanno capire i propri interessi.

In realtà, io già dai primi anni ’90, quando mi occupavo delle fabbriche della FIAT in Polonia e delle Acciaierie Lucchini a Varsavia, mi sono reso conto che gli operai la consapevolezza della loro situazione l’avevano abbastanza chiara: le lotte che avevano fatto proprio verso la fine degli anni ’80 erano quelle contro il cottimo, che in Europa centrale erano state fatte 20 anni prima, però erano esattamente sugli stessi argomenti, lottavano contro l’arbitrio dei capi, esattamente come si fa in quasi tutto il mondo.

Mi raccontavano anche gli operai delle FIAT in Polonia, a metà degli anni ’90: “Noi abbiamo combattuto per motivi politici e per motivi operai, contro il governo così come contro il capo in fabbrica; sui motivi politici è cambiato tutto, non esiste più l’Unione Sovietica, non esiste più il comunismo, abbiamo il capitalismo, la fabbrica è diventata privata, l’unica cosa che non è cambiata è il capo, contro cui facevamo gli scioperi negli anni ’80, quello non è cambiato e ce l’abbiamo ancora, era stronzo negli anni ’80 e lo è altrettanto negli anni ’90!”.

Non è colpa, quindi, della mentalità degli operai in quanto, in qualche modo, psicologicamente incapaci di capire l’importanza del Sindacato. Il problema è in una forma di capitalismo che lascia poco spazio ai Sindacati, in un modello che è stato introdotto con più forza in quei Paesi, in quanto mancava una capacità economica nazionale di investire in modo diverso rispetto a quello che può procurare l’investimento straniero privato. Come risultato, la forza negoziale dei lavoratori è molto più bassa, e non per colpa dei lavoratori.

Nel momento in cui questi Paesi sono entrati nell’Unione Europea, sono entrati in contatto con i modelli sindacali e sociali dell’Europa occidentale, e la situazione avrebbe potuto migliorare. Gli economisti dicono che ormai il mondo è piatto, per cui tutti possono competere allo stesso livello, tutti hanno le stesse chances, quindi l’allargamento dell’Unione Europea avrebbe dovuto dare delle chances ai nuovi Paesi dell’Unione Europea per svilupparsi economicamente e socialmente.

Quello che è successo, in realtà, è che nonostante ci sia stato nei primi anni, dopo l’allargamento, un’ottima crescita economica nei Paesi centro-orientali, dal punto di vista sociale il divario con l’Europa occidentale non è diminuito, come veniva raccontato dalla Commissione Europea o dai vari governi sia occidentali che orientali. Dal punto di vista sociale il divario è anzi aumentato, cioè quasi tutti i dati mostrano che la sindacalizzazione, che cala un po’ dappertutto in Europa, nell’Europa centro-orientale è ancora più rapida. Lo stesso è per la contrattazione la cui copertura, invece di aumentare a livelli occidentali, continua a calare. Persino sugli incidenti mortali sul lavoro, il divario tra est e Ovest invece di ridursi aumenta.

Il precariato, cosa molto interessante, aumenta. Il Paese che aveva il più alto numero di precari in Unione Europea fino a due anni fa era la Spagna, ma dall’anno scorso è la Polonia. Spesso gli economisti ci raccontano che il precariato è a causa del mercato del lavoro rigido, dei Sindacati troppo forti, per cui per lavorare bisogna utilizzare altre forme perché il mercato del lavoro, il diritto del lavoro non permette la flessibilità di cui la gente ha bisogno.

Questo ragionamento non funziona nell’Europa centro-orientale perché lì c’è la flessibilità, ma oltre a questa c’è anche il precariato, cioè i datori di lavoro non si accontentano della flessibilità generale, ma cercano anche la possibilità di dividere la propria forza lavoro ed avere sempre qualcuno che è più flessibile degli altri. Da un sistema in cui, per dirla con Orwell, tutti erano uguali, ma alcuni erano più uguali degli altri, sono passati a un sistema dove tutti sono precari, ma alcuni sono più precari degli altri.

Neppure sulle politiche sociali c’è stata convergenza. Tra la spesa sociale nei Paesi dell’Europa centro-orientale e quelli occidentali, il divario è aumentato negli ultimi anni, il che ha provocato un aumento della povertà, soprattutto tra i giovani. Mentre la povertà degli anziani è relativamente bassa nei Paesi dell’Europa centro-orientale, in quanto le generazioni precedenti hanno beneficiato del sistema precedente, i giovani che entrano nel mercato dl lavoro oggi non hanno nessuna copertura, nessun servizio sociale o nessuna politica sociale che possa aiutarli.

Ci sono alcuni effetti positivi dell’ingresso nell’UE, non tutto è negativo: parte della legislazione è migliorata, le pari opportunità tra uomini e donne in particolare, ciò nonostante il divario è aumentato. E questo non è solo un problema per quei Paesi, ma è diventato un problema anche per l’Unione Europea. Nel 2004 avvengono due cose: Prodi viene rimpiazzato da Barroso come leader della Commissione Europea, e c’è l’allargamento dell’Unione Europea.

Queste due cose, apparentemente indipendenti l’una dall’altra, in realtà non si possono capire se non messe insieme, cioè l’indirizzo della Commissione Europea dal 2004 è stato molto diverso, e più neoliberale, rispetto a quello di prima. Questo non vuol dire che sia colpa dei nuovi Paesi membri, ma non si capisce perché l’allargamento sia stato così antisociale se non si guarda a Barroso e non si capisce Barroso se non si guarda all’allargamento dell’Unione Europea ed il fatto che 10 Paesi dell’Unione Europea abbiano orientamenti molto più neoliberali rispetto a quelli occidentali.

Persino la Slovenia, che era prima considerata come un Paese corporativo, in realtà dopo il 2004 ha abbandonato il corporativismo. La Slovenia aveva dal punto di vista sociale uno dei migliori modelli europei: assenza di povertà, copertura della contrattazione, Sindacati relativamente forti, etc., ma è stata costretta dalla Commissione Europea a liberalizzare, a privatizzare, ora è in crisi e rischia di divenire il prossimo Paese sotto controllo della Troika.

Questi Paesi, quindi, sono stati un laboratorio per nuovi modelli sociali. Dal punto di vista economico la cosa è andata abbastanza bene per un certo periodo. Quindi il motivo puramente economico che alcuni Sindacati europei usano per difendere il proprio ruolo, cioè che i Sindacati sono utili per l’economia, come si sente spesso in Germania, “i Sindacati aumentano la produttività”, ebbene, questo ragionamento funziona fino ad un certo punto. Come ho riscontrato personalmente nelle mie ricerche, le fabbriche tedesche nell’Europa centro-orientale riescono ad avere livelli di produttività più alti addirittura delle fabbriche tedesche, pur non avendo la parte sociale che – ci era stato raccontato – era essenziale per il modello tedesco. Ricordo che visitavo la fabbrica della Volkswagen in Polonia, a Polkowice, quando quella fabbrica superò per produttività e per qualità le fabbriche tedesche, e ovviamente i polacchi erano tutti contenti perché non amano tantissimo i tedeschi, ma il fatto interessante è che non si può utilizzare solo l’argomento economico per difendere il Sindacato. Nelle riflessioni di Sabattini c’era proprio questa idea di indipendenza: non si può difendere il Sindacato solo all’interno di un discorso più generale sulla competitività, secondo cui il Sindacato va bene solo quando migliora la competitività, ma esso deve avere dei principi indipendenti dagli interessi economici aziendali o nazionali.

Quello che è successo, infatti, è che nonostante risultati inizialmente ottimi sull’economia e la produttività, dal punto di vista sociale e democratico ci sia stata un’involuzione: la povertà dei giovani che è aumentata, il precariato che è aumentato, e una democrazia non funziona, nel senso che la partecipazione alle elezioni è al 50% o addirittura al di sotto del 50%, i partiti populisti aumentano un po’ dappertutto e, in generale, le questioni sociali ed economiche che dovrebbero essere centrali non sono trattate dal sistema politico, esso parla di altro, generalmente di problemi culturali.

In aggiunta sono state create delle istituzioni tripartite di corporativismo nazionale, sotto consiglio sia dell’Organizzazione Internazionali del Lavoro, sia dell’Unione Europea, ma ancora peggio che non in Europa queste istituzioni sono state puramente illusorie, cioè forme di corporativismo del tutto senza effetti per i lavoratori. E anche su questo punto la riflessione di Sabattini risulta valida e attuale. Con la crisi in molti Paesi dell’Europa centro-orientale, esattamente in quei Paesi che fino al 2008 venivamo citati regolarmente dalla Banca Europea e dall’Unione Europea come il modello di liberalismo che tutti dovevano seguire, come ad esempio la Lettonia o la Slovacchia, la Romania o la Bulgaria, sono crollati in modo ancora peggiore rispetto ai Paesi occidentali, soprattutto in Bulgaria al momento c’è una situazione disastrosa, ma anche la Lettonia ha avuto un crollo del 20% del PIL.

L’austerità che è stata imposta ai Paesi centro-orientali è peggiore rispetto a quella della Grecia e di Cipro e viene utilizzata come modello. Come viene ripetuto dal Fondo Monetario internazionale: “La Lettonia l’ha fatto, ha tagliato molto più della Grecia, perché i greci non vogliono farlo? Dovrebbero poterlo fare!”, quello che non si dice è che la Lettonia è un Paese di 2 milioni e mezzo di abitanti, e che il 20% della popolazione in età lavorativa ha lasciato la Lettonia; quindi utilizzare il modello della Lettonia per tutta l’Europa meridionale vuol dire che un quinto dei lavoratori greci, portoghesi, spagnoli dovrebbero emigrare – non so dove.

Trascurare quello che sta succedendo nell’Europa centro-orientale e non capirlo vuol dire, poi, rischiare di passare attraverso le stesse esperienze in modo ancora peggiore. Ci sono delle reazioni sindacali. i Sindacati in realtà esistono e fanno qualcosa: ci sono stati scioperi in aumento, casi di organizzazione di nuovi gruppi di lavoro, manifestazioni molto importanti recentemente in Repubblica Ceca, in Ungheria e in Romania, un’attività politica più efficiente in Slovacchia, in Polonia hanno raccolto due milioni di firme per un referendum sulla riforma pensionistica, hanno organizzato uno sciopero generale in Slesia. Ciò nonostante ci vuole ovviamente ancora molto per poter ribaltare la situazione.

Le lezioni per noi sono queste: se uno guarda la FIAT, ad esempio, il fatto che negli anni ’90 i modelli di riorganizzazione del lavoro fossero sperimentati in particolare nelle fabbriche polacche e che abbiamo funzionato bene in quelle ha voluto dire, poi, che le stesse cose sono state imposte ad Ovest e che le fabbriche sono state poste in concorrenza diretta fra di loro. L’austerità che viene sperimentata in Lettonia, è poi imposta negli altri Paesi. La liberalizzazione del mercato del lavoro, anche se lì, in realtà, non ha funzionato, nel senso che ancora più che a Ovest si vede come la riforma del mercato del lavoro peggiori le condizioni di lavoro, ma non migliori i tassi di impiego, viene poi estesa a Ovest: le stesse riforme del mercato del lavoro, gli stessi modelli di tassazione e riforma del welfare.

Dal punto di vista sindacale la relazione tra Est e Ovest è un po’ emblematica rispetto al tema della differenza tra insider e outsider, ovvero il rischio che il Sindacato venga visto come organizzazione che protegge quelli che stanno relativamente bene, quindi anche responsabile della situazione di chi sta peggio. Questo punto di vista, che è sempre più diffuso in quasi tutti i Paesi europei, si può anche applicare a livello europeo. In realtà i Sindacati occidentali hanno evitato la tentazione di escludere i Paesi dell’Europa centro-orientale, di resistere all’allargamento dell’Unione Europea o resistere alla libertà di movimento dei lavoratori nell’Unione Europea, quindi non hanno attuato delle politiche difensive di barriera.

Questa è una tentazione forte, ma sarebbe stato un errore pensare che semplicemente ricreando un muro di Berlino si potesse evitare di pensare a quello che poteva succedere.

In realtà, quindi, i Sindacati non sono stati degli insider. Se guardiamo a tutti i problemi di dualizzazione, sia a livello internazionale che a livello di Paese, quello che si nota non è tanto il fatto che i Sindacati abbiano difeso troppo gli insider ed causato il problema degli outsider, ma caso mai l’opposto: non è la forza sindacale che causa la dualizzazione, ma è la debolezza sindacale che la causa e questo è successo all’interno dei Paesi centro-orientali ed a livello dell’Unione Europea. Cioè i Sindacati sono stati aperti, ma non forti abbastanza dal controllare i processi a livello europeo.

Questo si vede sul tema della migrazione: i Sindacati non hanno contrastato l’immigrazione, hanno provato nella maggior parte dei casi ad organizzare gli immigrati, a difenderne i diritti. Il problema è che l’impegno non è stato sempre sufficiente a far fronte ai problemi. Se si guarda gli atipici, i Sindacati hanno provato a difenderli, ma spesso a seconda dei Paesi non sono stati forti abbastanza.

Rispetto a quello che diceva Sabattini, dunque, per reagire alla situazione attuale serve l’indipendenza. I Paesi centro-orientali, ancora più dell’Irlanda, ben descritta da Roland Erne, mostrano che subordinare l’attività sindacale all’idea della competitività può funzionare per un paio di anni, nel senso che può attirare investimenti stranieri, ma crea dei problemi sociali, crea una vulnerabilità economica peggiore di quella occidentale, anche all’interno di fabbriche che hanno avuto successo: alla FIAT in questo momento stanno tagliando più posti in Polonia che non in Italia. Alla SIEMENS lo stesso, hanno ridotto nella fabbrica di Praga, non in quella della Germania, perché il lavoro lì ha meno garanzie e difese nel momento della crisi.

Per gli economisti come Thomas Friedman nel “New York Times”, il mondo è piatto. In realtà non è piatto, l’Unione Europea non è diventata piatta, non ha creato più pari opportunità per tutti e in realtà il mondo è molto inclinato ed ha dei crepacci, sempre più crepacci. E’ particolarmente importante che il Sindacato non rimanga isolato tra i crepacci, incapace di creare ponti tra varie parti dell’Europa o varie parti del mondo del lavoro, altrimenti rischia di essere superato da altri movimenti e di rimanere a difendere quello che si può all’interno dei crepacci, ma lasciando altre parti d’Europa e del mondo del lavoro perdersi senza rappresentanza.

 

 

 

 

Category: Fondazione Claudio Sabattini, Lavoro e Sindacato, Osservatorio Europa

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