Francesco Raparelli: Prove di sindacalizzazione tra gli autonomi. L’esperimento “Coalizione 27 febbraio”

| 9 Luglio 2015 | Comments (0)

 

È senso comune, nella sinistra e nel sindacato italici, confondere lavoro autonomo e impresa, partita Iva ed evasore. Di più: secondo questo senso comune, il lavoro autonomo sarebbe, per sua natura, ricco. Chi non è ricco, ha le spalle coperte dalle rendite familiari o da molto altro. Tutto ciò, almeno da un ventennio, è falso. Con la crisi, dunque da quasi un decennio, questa falsità grida vendetta. E finalmente anche i numeri, le prime inchieste quantitative, cominciano a chiarirlo.

Secondo l’ISFOL, i professionisti autonomi e i freelance che non sono imprenditori e non hanno dipendenti sono 3,5 milioni, e producono il 18% del PIL. Ma è nell’inchiesta svolta recentemente da Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano (per l’associazione Trentin e la FILCAMS-CGIL) che troviamo altri dati importanti: il 57,8% di un campione di 2210 autonomi guadagna fino a 15 mila euro lordi all’anno; il 13,2% tra i 15 e i 20 mila euro, il restante 28,9% più di 20 mila euro. Il pregiudizio, tenace, risponde: no, si tratta di finte partite Iva, di lavoro dipendente mascherato. Vero, ma solo in piccola parte.

Scavando tra i numeri, emerge una verità assai scomoda, tanto per il sindacato quanto per l’auto-percezione del lavoro professionale e della conoscenza: gli autonomi sono componente significativa dei contemporanei working poor. Affermazione che vale per freelance e professionisti atipici, così come per le professioni degli ordini (avvocati, giornalisti, architetti, ecc.), un tempo contraddistinte da redditi alti e prestigio sociale. Non soltanto, infatti, crollano i compensi o aumentano i ritardi nei pagamenti; ad aggravare la situazione ci sono tanto l’accanimento fiscale e previdenziale quanto l’esclusione dal welfare (malattia, ammortizzatori sociali, ecc.). Il mondo degli autonomi, seppur segnato da alti livelli di formazione, si scopre tra i più fragili, economicamente e socialmente.

È fondamentale insistere su un punto, utile per comprendere la novità della “Coalizione 27 febbraio” e della recente cooperazione politica tra le associazioni di professionisti e parasubordinati: la partita Iva stenta riconoscere e ad accettare la sua povertà. Meglio, la sua auto-percezione distingue in maniera grossolana il precario dalla propria condizione lavorativa e di vita. Precarietà, nel pregiudizio del lavoratore autonomo, è condizione troppo generica, semmai riguarda la forza-lavoro poco qualificata. Gli autonomi, quando lavorano poco (e dunque guadagnano poco e niente), sono semplicemente colpiti da «un sistema che non sa premiare il merito», «che non valorizza i talenti», che privilegia rendite e clientele. In un sistema aperto e trasparente, dove ciascuno conta per quello che sa e sa fare, la partita Iva raggiunge la vetta e può fare a meno di diritti e ammortizzatori sociali. Sì, questa balla neoliberale ha segnato per diverse decadi l’antropologia del lavoro autonomo di nuova generazione e dei knowledge workers. Tanto che in questi ultimi anni, nella moltiplicazione delle forme associative, ha prevalso l’agire da piccola lobby, alla ricerca del riconoscimento politico e della partecipazione, spesso marginale, ai tavoli istituzionali.

Con la Grande Depressione, e il processo di «rifeudalizzazione» che l’accompagna (nuove enclosure, polarizzazione senza precedenti della ricchezza, blocco della mobilità sociale, cancellazione degli istituti della rappresentanza democratico-liberale, implementazione delle vessazioni fiscali, ecc.), l’utopia neoliberale vacilla sotto i colpi incessanti della realtà. Non è casuale, infatti, che la forza-lavoro qualificata dei paesi del Sud Europa sia per la maggior parte spinta alla migrazione o, se persevera con le radici, sia costretta ad accettare compensi bassissimi, quando non lavora gratuitamente. Altrettanto, non è casuale che gli ordini professionali stiano tentando di rinnovare i regolamenti interni nel senso di un espulsione di massa dei professionisti poveri dagli ordini stessi. In questo quadro, l’antropologia degli autonomi non può che complicarsi, sicuramente si contamina.

La “Coalizione 27 febbraio” si innesta in questa mutazione. Freelance, professionisti atipici e ordinisti, precari della ricerca e lavoratori parasubordinati del pubblico e del privato, studenti: uno strano ibrido si è messo in cammino da qualche mese per rivendicare equità previdenziale, sostenibilità fiscale, welfare universale. Nel segno della solidarietà tra diversi, un inedito processo di sindacalizzazione dei lavoratori autonomi e della conoscenza sta cominciando a prendere corpo. Innesco della coalizione, gli avvocati, tra i più colpiti dalla riorganizzazione in termini censitari dell’ordine. Ma immediata la combinazione con le altre professioni (parafarmacisti, geometri, architetti, archivisti, ingegneri, ecc.), così come con i precari e gli attivisti che animano lo Sciopero sociale, e i freelance. Dopo la mobilitazione sotto la cassa forense del 27 di febbraio (di qui il nome della coalizione), la “carovana dei diritti” ha portato le istanze di autonomi e precari sotto gli uffici dell’INPS, ottenendo un incontro importante con il neo-presidente Tito Boeri (24 aprile scorso). Pratica privilegiata della mobilitazione, lo Speakers’ Corner, con riferimento per nulla velato alle origini del sindacato americano, quel sindacato che prima di ogni altro organizzò migranti e stagionali.

Alla mobilitazione – che seguirà il 24 giugno sotto il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali – si sta accompagnando un’elaborazione programmatica densa, che richiede non poca fatica. La pretesa di equità previdenziale, ad esempio, insiste su diversi aspetti: la critica radicale al sistema previdenziale contributivo; la riduzione dell’aliquota della Gestione separata (con la Legge Fornero destinata a salire al 33%); l’introduzione di una “pensione minima di cittadinanza”, superiore all’Assegno sociale ora vigente; il taglio alle pensioni d’oro dei dirigenti. Sostenibilità fiscale vuol dire rilancio della progressività impositiva e riduzione degli oneri per chi fattura poco. Welfare universale, neanche a dirlo, sta per estensione degli ammortizzatori sociali al mondo degli autonomi, che ne sono esclusi, ma anche e soprattutto per conquista del diritto alla malattia e di un reddito minimo garantito.

Al momento, la “Coalizione 27 febbraio” è solo un prototipo di nuova sindacalizzazione. La strada è in buona parte da inventare e da percorrere. Ma sarebbe miope non cogliere la forza della novità, soprattutto alla luce della crisi in cui versano i sindacati tradizionali

 

Category: Economia solidale, cooperativa, terzo settore, Lavoro e Sindacato, Movimenti, Precariato

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About Francesco Raparelli: Francesco Raparelli è nato a Roma nel 1978. Laureato in filosofia politica presso l'Università la Sapienza, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Firenze, con una tesi dedicata alla genealogia del concetto di singolarità. Da sempre attivo nei movimenti studenteschi e precari, ha diretto il Centro studi per l'Alternativa comune nato all'interno dell'esperienza politica di Uniti contro la crisi. Tra i fondatori della rete universitaria UniCommon (prima UniRiot), collabora con il mensile Alfabeta2, ha collaborato con il quotidiano il manifesto. Nella primavera del 2012 ha partecipato, come autore e ospite in studio, al nuovo programma televisivo di Sabina Guzzanti Un due tre... Stella. Esc, l'atelier autogestito di San Lorenzo a Roma, è la sua “casa”. Nel 2009, per i titoli di Ponte alle Grazie, ha pubblicato "La lunghezza dell'Onda. Fine della sinistra e nuovi movimenti", mentre è in via di pubblicazione "Rivolta o barbarie. La democrazia del 99 per cento contro i signori della moneta".

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