Enrico Pugliese: Il Jobs act contro il Mezzogiorno. E’ urgente un piano di intervento

| 1 Ottobre 2015 | Comments (0)

 

 

L’anticipazione della presentazione del Rapporto Svimez  sulla situazione economica del Mezzogiorno avvenuta in piena estata ha avuto, al contrario degli anni scorsi , una discreta eco nel Paese. In passato infatti il Rapporto  veniva sostanzialmente ignorato dal potere politico e dalla grande stampa. E l’indifferenza cresceva in rapporto alla gravità della situazione denunciata degli esperti: situazione  espressa in primo luogo da tassi crescenti di disoccupazione, soprattutto giovanile, e dalle concentrazione estrema del fenomeno nelle regioni meridionali. Naturalmente le tematiche affrontate dal Rapporto non si sono mai  limitate  alla descrizione o alla denuncia della gravità della situazione – dall’aumento sistematico ormai da un decennio della disoccupazione e  della fuoriuscita dal mercato del lavoro, alla persistente alta incidenza della povertà relativa e assoluta, al cambiamento nella struttura della popolazione che ha fatto giustamente parlare di ‘catastrofe demografica’ – ma hanno sempre riguardato anche le cause dei fenomeni: una sistematica carenza di investimenti pubblici e privati, una crescente povertà delle strutture industriali con cessazione anche di attività e una assenza di politiche di sviluppo industriale e in generale di sviluppo  dell’economia locale.

Purtroppo la maggiore attenzione di cui ha goduto l’anticipazione del Rapporto non ha portato in generale a significative riflessioni o a una qualche forma di impegno del governo in carica. Al contrario le prese di posizioni governative hanno evitato di entrare nel merito dell’analisi e delle proposte della Svimez  – che sottolinea come l’aumento del divario tra Nord e Sud  e  la concentrazione  degli investimenti pubblici fuori dal Mezzogiorno  siano frutto di  decisioni politiche  con rilevanti implicazioni in  termini di diseguaglianza sociale oltre che territoriale. Per altro la risposta irritata del governo   si è riferita non tanto alla Svimez  e al suo contributo  quanto ai pochi giornalisti e intellettuali che hanno mostrato di prendere sul serio la questione, scegliendo  di spostare la partita sul circo mediatico e presentando il lavoro  della Svimez  come una  sorta di denuncia per partito preso, una ennesima espressione di  paralizzante pessimismo, insomma come il solito lamento dei meridionali. Purtroppo alle irritate reazioni governative si è affiancato un coro di opinionisti di diversa formazione e  competenza che, pur dopo aver valutato in generale positivamente l’analisi, ha provveduto a spiegare che i meridionali devono cambiare atteggiamento, assumersi le proprie responsabilità e così via di seguito, senza alcuna attenzione  alle scelte discriminatorie in materia di politica economica.

L’esistenza di problemi strutturali dell’economia, dell’impoverimento delle risorse per mancanza di investimenti e di un qualche indirizzo di politica economica non sembra essere in agenda. E nel frattempo la disoccupazione meridionale aumenta  mentre  l’unico sbocco sembra essere quello dell’emigrazione.

In questo isolamento si è trovata la Svimez (vera Vox clamans in deserto) negli ultimi dieci o quindici anni. Ma ora la situazione è arrivata a livelli davvero insopportabili. E per  questo che appare stupefacente l’orientamento governativo volto ad esorcizzare il problema e a garantire ricette miracolose più che  ad affrontarlo.

C’è da dire tuttavia che negli anni scorsi non tutti sono stati  concordi nel negare l’esistenza o nel  sottovalutare le cause strutturali dei problemi, in primo luogo della disoccupazione e in generale del mercato del lavoro. Così ad esempio la Cgil  qualche anno addietro aveva lanciato il suo ambizioso ‘Piano per il lavoro‘. Si trattava di una proposta di interventi in materia di politica economica espansiva con indicazione di investimenti in diversi settori che avrebbe implicato un indirizzo della spesa e in generale della politica economica. Esso non voleva essere solo uno sforzo analitico a dimostrazione che esistono alternative possibili economicamente nell’indirizzo della spesa pubblica bensì  una proposta al governo, un progetto operativo per lo sviluppo economico e occupazionale quale contenuto di una strategia e di azioni rivendicative. La proposta fu ignorata dal governo Monti in carica all’epoca in cui fu formulata e da quello successivo guidato da Letta, che non si posero grossi problemi in materia di sviluppo economico e occupazionale.

Ma ben più grave è stato il comportamento e l’atteggiamento del governo Renzi. Ignorando patentemente l’importante iniziativa sindacale, lancia una  proposta di legge sul lavoro per la quale viene usata  la stravagante denominazione di Jobs act (Legge sul lavoro) che pretende di rappresentare un vero e proprio piano per l’occupazione: un piano  che però non ha niente a che vedere con quello della Cgil. Emerge presto dai discorsi di Renzi, che pure promette grandi sviluppi dell’occupazione, che la sostanza del ‘piano’, dell’act per dirla con lui, che propone (e che ora è legge dello stato) consiste in primo luogo in un nuovo, peggiorativo, quadro delle relazioni sindacali: di un intervento che si basa tutto sulla presunta capacità di promozione dell’occupazione da parte degli interventi di flessibilizzazione del mercato del lavoro.

Lo strano nome dato all’insieme dei suoi provvedimenti da Renzi deriva dal fatto che la presidenza Obama, qualche anno prima dell’iniziativa del governo italiano, aveva fatto approvare un importante legge finanziata con una cifra davvero enorme che in generale nei documenti del partito democratico (ma anche nella stampa americana) va sotto il nome di  ‘Obama’s Jobs act’. Ma già a una prima lettura comparativa dei testi dei due provvedimenti –  il Jobs act vero americano e il Jobs act finto di Renzi – risultano evidenti differenze enormi non solo nelle materie trattate ma anche e soprattutto nel modo di concepire  gli interventi necessari per incrementare l’occupazione. La legge italiana ha come punto centrale tematiche di relazioni sindacali, in particolare i criteri di riduzione delle misure di protezione all’impiego: tematiche che nel Jobs act di Obama non sono proprio trattate. Al contrario il Jobs act di Obama si  basa anche e soprattutto su massicci investimenti pubblici che vanno dal finanziamento del sistema educativo (cioè soprattutto ai soldi per costruire e rinnovare scuole)  a lavori pubblici: tematiche che sono assolutamente ignorate nella legge italiana che punta tutto sulla flessibilità. Insomma, al contrario della  brutta copia prodotta dal governo italiano, il jobs act vero, quello americano, è basato su investimenti e quindi di un azione diretta sulla domanda di lavoro per far crescere così realisticamente l’occupazione. Così nell’America ultraliberista si affrontano (con successo) i problema dell’occupazione con interventi sulla domanda di lavoro e sulla promozione degli investimenti mentre in Italia ci si illude che l’occupazione possa aumentare prolungando, come da decreto Poletti, all’infinito i contratti precari. E forse questo spiega le innumerevoli sviste e gaffes del Ministro sui numeri relativi agli incrementi dell’occupazione che il Jobs act avrebbe determinato.

Ma altri nessi legano ancora la problematica del Mezzogiorno e le manovre del Jobs act per quel che riguarda il Mezzogiorno. Il carattere dualistico dell’economia italiana soprattutto per quel che riguarda il mercato del lavoro  e la struttura dell’occupazione sono assolutamente fuori dall’ottica del Jobs act: le complessità sfuggono agli autori di manovre economiche  frutto di  ideologie liberiste. L’intero impianto del jobs act è basato su di una versione all’italiana della tesi dell’ ‘Insider-ousider’. Gli insiders sono quelli che una volta da noi si chiamavano garantiti. Sulla base di questa tesi il potere contrattuale e la protezione legislativa accordati ai ‘garantiti’, le vituperate norme di protezione dell’impiego, riducono la libertà delle imprese e i loro margini di profitto riducendo la possibilità di nuovi investimenti e  nuova occupazione. Rendendo più facili i licenziamenti  e prorogando i contratti che istituzionalizzano la precarietà, e magari grazie all’aiuto di qualche incentivo finanziario alle imprese –  secondo questa tesi –  l’occupazione non potrà che aumentare.

E’ una visione astratta che prescinde totalmente dalla situazione del Mezzogiorno. I problemi economici e sociali di queste regioni  hanno carattere strutturale: si tratta di problemi di povertà e crisi dell’apparato produttivo, problemi connessi al dualismo territoriale nel nostro paese, problemi dovuti alla carenza di investimenti pubblici e privati. Insomma si tratta di problemi rispetto ai quali ulteriori iniezioni di flessibilità, quali sono quelli proposti e magnificati da Renzi e dai suoi mentori, possono fare ben poco. Con una disoccupazione meridionale superiore al 20%, con una disoccupazione giovanile meridionale (15-24 anni ) pari ai due terzi delle forze di lavoro nella stessa fascia di età, la proposta del piano  di Renzi e i dei suoi, tutta basata sulla flessibilità, sembra venire da un altro mondo.

E per quel che riguarda i contributi, lauti, alle imprese che assumeranno  va ricordato che le imprese capaci di usufruirne stanno proprio nelle aree dove meno grave è la disoccupazione, cioè fuori dal Mezzogiorno. E’ vero che questo incentivo in linea teorica può produrre qualche occupato stabile in più nel breve periodo  (nella fase iniziale): e questo – ancorché non ai livelli sognati da Poletti – sta già avvenendo. Contributi alle imprese per nuove assunzioni o stabilizzazioni (relative, per altro, come è noto) hanno sempre avuto nel breve periodo effetti positivi sull’occupazione. Ma ciò come sottolineano molti economisti, e come in generale la storia insegna,  dura fin quando durano i finanziamenti, poi in generale l’effetto finisce in mancanza di altri stimoli.

In conclusione è evidente che il nuovo quadro di gestione del mercato del lavoro non favorisce in alcun modo il Mezzogiorno. C’è necessità di cambiare rotta rispetto a investimenti pubblici e privati, a indirizzi infrastrutturali e anche di un qualche piano di intervento straordinario, per il lavoro, il reddito e la formazione dei giovani, soprattutto di quelli che con una definizione colpevolizzante vengono definiti ‘neet’ e che rappresentano la più vasta componente della disoccupazione italiana. Per loro il Jobs act nei fatti non propone altro che l’emigrazione.

 

Questo intervento è stato pubblicato su Rassegna sindacale

 

 

 

 

Category: Lavoro e Sindacato, Migrazioni, Osservatorio Sud Italia

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About Enrico Pugliese: Enrico Pugliese (1942) è professore ordinario di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell'Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l'analisi del funzionamento del mercato del lavoro e la condizione delle fasce deboli dell'offerta di lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Si è occupato, inoltre, dello studio dei sistemi di welfare, con particolare attenzione al caso italiano e all'analisi delle politiche sociali. Tra le sue pubblicazioni recenti: L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006); Il lavoro (con Enzo Mingione, Carocci, 2010); L'esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010); La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, 2011).

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