Domenico Carrieri: La crisi delle relazioni industriali

| 22 Aprile 2012 | Comments (0)

 

 

 

Domenico Carrieri è docente all’Università di Teramo e coordina i Quaderni di Rassegna sindacale

Ho cercato di capire quello di cui si è discusso ieri e mi pare di avvertire un clima che mi sento di condividere, da ‘fine di un’epoca’.Mi sento di condividere nel senso che questo è ciò che balza agli occhi sotto il primo aspetto di cui vorrei parlare che riguarda gli assetti contrattuali e le relazioni industriali.

Fino a poco tempo fa la maggioranza degli studiosi che faceva analisi comparative aveva una grande fiducia sulla tenuta delle istituzioni nazionali, delle istituzioni di regolazione del lavoro, di regolazione contrattuale nei paesi dell’Europa occidentale.

Questa fiducia portava a dire che c’è una forte resistenza di queste istituzioni che proteggeva chi più, chi meno, gran parte di questi paesi dagli effetti della globalizzazione e della flessibilità, dagli imperativi dei mercati globali.

Credo che la novità sia che il clima è cambiato anche tra gli studiosi : tra quelli che fino a poco tempo fa avevano sostenuto questa tesi incomincia a delinearsi l’idea che, queste istituzioni, o sono state erose o sono state deregolamentate o svolgono funzioni in parte differenti da quelle per cui erano nate . Quindi in realtà c’è una situazione che ha determinato una minore tutela del lavoro e un indebolimento della capacità del sistema di relazioni industriali di assicurare all’insieme del mondo del lavoro e delle imprese un quadro regolativo forte e certo.

Dobbiamo dire “fine di un’epoca” nel senso che queste istituzioni che sono state costruite faticosamente anche da movimenti sindacali nella fase della crescita fordista, oggi vanno ripensate, non più forse solo difese come si immaginava fino a poco tempo fa : ma appunto vanno ripensate e ricostruite.

Questo non significa che tutta questa discussione sulla varietà dei capitalismi non abbia dei fondamenti, che non manchino delle differenze, insomma che in alcuni paesi si registrino situazioni migliori rispetto ad altre e così via. Però ci sono sicuramente due indici rilevanti a larga scala. Uno è che anche quando i contratti nazionali restano formalmente l’architrave del sistema molto spesso sono svuotati di effettivi poteri regolativi.

Il secondo indice consiste nel fenomeno di una riduzione inedita della copertura contrattuale in modo drammatico in Germania, in modo meno sensibile in altri paesi. Certo in molti paesi questa riduzione di copertura – questo riguarda anche l’Italia per quanto i nostri dati sono sempre piuttosto incerti, ballerini – è dovuto alla grande area di lavoro flessibile, discontinuo e precario di cui poi non sempre la quantificazione e il perimetro sono ben delineati.

Però diciamo che, queste istituzioni tradizionali anche quando formalmente godono di buona salute così come molti analisti dicevano fino a poco tempo fa, svolgono la loro funzione in modo più ridotto e meno efficace.

Aggiungo nello stesso tempo che non mi convince del tutto la tesi, che qui prima è stata evocata, di Baccaro e Lowell in un saggio molto interessante che è appena stato pubblicato, da “Quaderni di Rassegna sindacale” che si assisterebbe ad una convergenza dei diversi sistemi verso un decentramento sregolato : che è anche la tesi che mi è sembrato di cogliere nelle considerazioni avanzate da Francesco Garibaldo rispetto all’evoluzione italiana.

Non perché non sussistano alcuni di questi elementi. Tanto alcuni dati empirici relativi ai paesi analizzati da Baccaro e Lowell, che sono Gran Bretagna, Francia, Svezia, Germania e Italia, sia segnali inquietanti appunto rispetto alla stessa Italia. Ma la ragione è che in realtà questa tendenza continua ad essere contrastata, non è una tendenza che si afferma in modo così lineare e irresistibile.

Continua ad essere in campo un’azione di contrasto. Io penso che da questo punto di vista valga la pena di utilizzare – questo è un modellino e come tutti i modellini è discutibile- il fatto che sia stato registrato uno slittamento nel corso degli ultimi 15 anni dal decentramento centralizzato che costituiva l’asse prevalente nei sistemi contrattuali verso un decentramento tendenzialmente più deregolato, più forte. Ma fin qui ha prevalso, parlo dell’Europa occidentale – per i paesi dell’Europa orientale non mi avventuro in tipologie -, salvo che in Gran Bretagna, ha prevalso finora un decentramento più orientato in senso controllato e organizzato.

Forti tentativi però di andare nella direzione diversa, quella di un decentramento sregolato in cui cioè la contrattazione aziendale ha poteri molto più forti non controbilanciati da regole nazionali, da contrappesi più generali, noi li vediamo atto in molti paesi. Sono i tentativi che Garibaldo ci ha mostrato con chiarezza in relazione alle scelte del governo Berlusconi e del ministro del lavoro Sacconi. In altri termini il famoso articolo 8 va considerato come l’idealtipo di questa idea della disorganizzazione o forse addirittura destrutturazione totale del sistema contrattuale.

Questo è il primo punto.

Il secondo punto riguarda il destino della rappresentanza sindacale. Fino a poco tempo fa si diceva che si verifica una riduzione nella sindacalizzazione – ma dovremmo parlare anche degli andamenti delle adesioni alle associazioni datoriali – però si manteneva la rappresentanza dei sindacati.

Le due cose non sono necessariamente correlate; un caso che veniva citato sempre era appunto quello tedesco. in Germania non è mai stata alta la sindacalizzazione, molto più alta che adesso ma non altissima come a livello scandinavo, però non era messo in dubbio che il sindacato tedesco avesse una capacità pervasiva nel mondo del lavoro.

Proprio il caso tedesco ci dice che il vero nodo sta investendo non solo la Germania ma gran parte dei paesi europei, anche paradossalmente quelli che hanno una sindacalizzazione ancora elevata. Ed esso si riferisce alla rappresentanza di tutte le facce del lavoro : questa capacità di rappresentare l’ insieme nel mondo del lavoro si trova in molte realtà ad un punto di svolta negativo.

Quindi i sindacati sono minacciati nello svolgimento della funzione di soggetti, noi italiani diremmo “generali”, gli inglesi direbbero “encompassing”, caratterizzati dalla capacità di includere l’intero mondo del lavoro nelle sue diverse articolazioni all’interno delle azioni di tutela, di rappresentanza, di promozione di diritti.

Questa è la vera sfida che attraversa ormai con nettezza i paesi europei. Tra l’altro è una sfida che ha trovato anche in Italia traduttori e teorizzatori nella sfera politica. Non solo negli orientamenti già vividamente evocati di Sacconi, ma nella stessa logica con cui si è mosso l’attuale governo e il suo ministro del lavoro il sindacato è stato considerato come un soggetto ‘parziale ‘ . Questa significa mettere in discussione quella che era davvero la peculiarità della presenza sindacale nelle istituzioni , cioè di rappresentare non dei pezzi sparsi e casuali, ma un’idea di insieme del mondo del lavoro e di bisogni condivisi.

In realtà abbiamo non solo una riduzione della sindacalizzazione di cui parlano molto diversi sindacati. I quali sono attenti non al recupero della rappresentanza – concetto più vasto ed evanescente – ma fanno proposte e campagne per aumentare la sindacalizzazione. Non hanno tutti i torti visto che tra le due dimensioni esiste una correlazione. Non hanno tutti i torti anche perché, diversamente da quello che molti pensano non va data per scontata la riduzione della sindacalizzazione. Alcune ricerche empiriche mostrano che in Italia, come in altri paesi, esistono margini per incrementare gli iscritti. in effetti viene misurata e individuata una quota più o meno ampia di lavoratori, che dichiara la disponibilità ad iscriversi a determinate condizioni.

Il problema allora si sposta sulla carenza di quelle azioni e di quella capacità di aggregazione eccetera che sono in grado di far passare questa disponibilità da latente ad effettiva.

I sindacati parlano poco di rappresentanza e sono più attenti anche per ragioni finanziarie, per ragioni di autoriproduzione dell’organizzazione ovviamente alla sindacalizzazione in quanto tale. Questo vale non solo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti , dove una delle ragioni della nascita della seconda Confederazione Change to win è proprio dovuta all’esigenza di rilanciare la presenza incisiva del movimento sindacale anche attraverso la crescita progressiva del numero degli iscritti specie nei servizi.

Però il dato di fatto, e qui veniamo al terzo aspetto, è che la riduzione della rappresentanza viene percepita utilizzata dagli altri interlocutori sociali e dalle controparti soprattutto in sistemi come il nostro, dove non essendoci un forte quadro di regole del gioco formali e legali, molto si basava si basava sul riconoscimento reciproco tra gli attori. Se un attore diventa più debole, l’altro attore tende ad aggirarlo, a non riconoscerlo più, a comportarsi in modo differente. E’ successo anche in Germania ( con il fenomeno dell’uscita strumentale a fini contrattuali delle imprese dalle organizzazioni datoriali ), in una realtà in cui il sistema di regole è molto più strutturato e giuridificato, figuriamoci in Italia dove le regole erano più fragili! Questo aspetto lo possiamo misurare in modo sintomatico non solo attraverso i mutamenti nell’atteggiamento delle controparti private, ma anche in quello degli attori pubblici e i governi . Infatti non dimentichiamoci che una delle ragioni della forza dei sindacati è consistita nel riconoscimento pubblico e nell’ammissione di questi soggetti a fare parte di tavoli di decisione congiunta variamente denominata, e che noi in Italia abbiamo chiamato come concertazione.

Negli anni della crisi, a partire dal 2007/8 dove, secondo i nostri modelli, le nostre immagini precedenti, l’aumento dei problemi avrebbe dovuto essere affrontato con un incremento di cooperazione tra gli attori, invece in ambito europeo abbiamo assistito ad uno scenario diverso e cioè ad una riduzione degli spazi di concertazione. Baccaro ha scritto un saggio, un paio di anni fa, in cui sostiene una forte resistenza delle istituzioni ‘corporatiste’ fondate sul rapporto privilegiato tra i governi e le grandi organizzazioni di rappresentanza . Ma in realtà, al di là dei pochi cantori più o meno nostalgici, non vengono registrati grandi esempi recenti di politiche di concertazione e di patti sociali in paesi europei significativi. Proprio negli anni in cui avrebbero dovuto essere prese decisioni comuni invece abbiamo assistito alla crescita di decisioni unilaterali del governo. Mediante cui gli esecutivi sono intervenuti su materie molto sensibili per il mondo del lavoro, soprattutto nel settore pubblico ma non solo, con congelamenti e, in molti casi con tagli dei salari . Mettendo in atto operazioni anche pesanti, che però prescindevano dalla contrattazione tra le parti e che si risolvevano in una imposizione unilaterale da parte dei governi.

Di questo rivolgimento abbiamo avuto anche una versione italiana, di questo cambiamento di passo abbiamo avuto dei sensori. Tanto che ha preso corpo una corrente di studiosi (e non solo) che già da qualche tempo sostiene che la concertazione ha il grande costo di essere troppo lenta e di produrre decisioni di mediazione ( e non tagli netti). Quindi per queste due ragioni bisognerebbe ricorrere al mercato come fattore decisionale, in quanto il mercato ( o una forte gerarchia) decidono in modo più rapido e netto.

Esiste anche un surrogato di questa posizione, che è poi quella affermata anche nei mesi scorsi durante l’azione del governo Monti: una opzione sostenuta soprattutto da economisti ma anche da qualche sociologo come Ferrera, che ha spezzato delle lance e le ha spezzate male, secondo me, su questo tema e in questa direzione.

Il fondamento, l’idea di fondo si basa sulla petizione che i problemi siano risolti dalla capacità di decidere per decreto dei governi; in questo caso – preciso – il decreto non significa tradurre le scelte in decreto legge, significa decidere drasticamente e in modo gerarchico . Magari ascoltando – ’ come è stato fatto – confrontandosi, convocando gli attori sociali, ma senza arrivare a condividere con loro né il processo decisionale né le responsabilità della sua attuazione.

Abbiamo così assistito ad una fase, durata qualche mese, di difficile decodifica, di trattativa-non trattativa un po’ incomprensibile ; in cui non si capiva qual’era il percorso e il punto d’arrivo rispetto alla riforma del mercato del lavoro . Mentre in realtà prendeva corpo la tentazione del governo di decidere da solo pensando – questo qualcuno lo diceva con chiarezza – di ricavare per questa via dei benefici da parte dei mercati, che avrebbero approvato queste decisioni senza i sindacati, o che comunque le decisioni assunte in questo modo sarebbero risultate più nette e più capaci di produrre consenso sociale.

Io mi limito a constatare, perché adesso la discussione sarebbe lunga, però che detta operazione è stata condotta in modo un po’ presuntuoso e con effetti diversi da quelli immaginati e soprattutto propagandati . Il punto di arrivo attuale con la quale ci si scontra è ben diverso: nessun attore rilevante è d’accordo con quello che ha fatto il governo, ne’ gli attori politici, ne’ gli attori sociali . Infatti non appena il governo ha scelto di non arrivare a sottoscrivere un Protocollo comune , perché nessun documento sarebbe stato firmato ( e dunque ‘blindato’), si è avviata una ricorsa alla differenziazione . Non si sono sfilati solo quelli che non erano d’accordo o erano perplessi, ma anche gli altri soggetti sono stati indotti a smaccarsi e a differenziarsi.

In questo momento non sappiamo quale tipo di esito effettivamente conseguirà questo processo decisionale. Forse si è dato luogo – grazie al ruolo attivo di mediazione del Pd – ad un qualche protagonismo della rappresentanza politica. Nell’insieme però non mi pare di vedere effetti importanti o fenomeni sociali entusiasmanti come prodotto di questa rinuncia alla concertazione.

Che cosa può fare il sindacato in questo scenario ?

Un primo filone convincente incarna – come sostiene Roland Erne – il rilancio della democrazia dei diritti sociali su scala europea. Io penso che quella sia la strada maestra, non so se solo dentro e attraverso le istituzioni europee, oppure con processi più ampi a scala transnazionale. Non c’è dubbio che oggi porre l’obiettivo di un compromesso sociale più duraturo, il quale abbia al centro la stabilità del lavoro e i diritti, significa sempre più dover ragionare e agire su scala sovranazionale.

Sempre Baccaro e Lowell nell’articolo già citato ritengono che il compromesso storico, il compromesso socialdemocratico dell’epoca keynesiana, spesso enfatizzato, in realtà sia stato di breve durata e troppo fragile.

Io ero convinto – però bisogna vedere da dove viene datato l’inizio della storia – che quella fase era durata molto ed aveva costituito un tornante importante della regolazione delle economie contemporanee. Invece forse hanno ragione loro: si è trattato di una parentesi dentro una tendenza di lungo periodo del capitalismo, ad essere disorganizzato, in quanto resta faticosa l’impresa di disciplinarlo, regolarlo, organizzarlo.

Questa dovrebbe ancora essere la strada maestra per sindacati ( e le sinistre): provare a temperare e regolare il capitalismo mediante una forte iniezione di diritti sociali e di ‘demercificazione’ di diversi ambiti di vita .

Allo stato però prevalgono ancora le strade delle ricerche nazionali, spesso differenti e sparpagliate tra loro , all’interno di ciascun movimento sindacale nazionale.

Proviamo ad effettuare una rassegna dei diversi filoni e posizioni: una rassegna probabilmente non esaustiva .

L’ approccio prevalente , che contiene diversi rivoli , si rintraccia dentro perimetri difensivi o adattivi, o addirittura nostalgici di vecchie fasi e di usurate modalità d’azione.

Per esempio dentro questa casella rientrano categorie come quella elaborata qualche anno da Pierre Rosanvallon , che aveva parlato del sindacato ‘agenzia’. Mettendo l’accento sull’idea di un sindacato gestore che assicura ai lavoratori la possibilità di fornire un pacchetto di supporti e di servizi, mettendo tra parentesi ( senza eliminarla) la funzione di azione collettiva e contrattuale. Per parafrasare le tesi di Guido Baglioni, studioso autorevole e vicino al mondo cislino, che di questo slittamento si è molto occupato anche con accenni simpatetici, in questa chiave si tratta di dare vita ad un sindacalismo senza enfasi, dal prevalente profilo tecnico e pragmatico. Quindi un’opzione differente da quella coltivata in Italia , e che continua ad occupare uno spazio non secondario della scena , di un sindacalismo ‘politico’ e dotato di una visione di prospettiva, che dunque tende a non accontentarsi di meri aggiustamenti . Un sindacalismo che in certi casi può aiutare la costruzione di una coalizione sociale, e che può arrivare a svolgere una funzione anche di surroga o di aiuto rispetto alla sfera politica, in virtù della caduta di presenza e di legittimazione dei partiti politici.

Anche questa di una maggiore proiezione nello spazio politico costituisce una declinazione verso la quale alcuni sindacati sono tentati. Forse dovremmo parlare anche di pezzi di sindacati : da noi si caratterizza in questa chiave il caso, che resta da approfondire e da studiare , dei connotati ambiziosi assunti , dalla Fiom che sempre di più si pone come un soggetto distinto dalle altre organizzazioni (inclusa la stessa Cgil).

Un altro percorso che trova proseliti (e che può integrare qualcuna delle vocazioni già ricordate ) consiste nella sottolineatura delle potenzialità dell’aziendalizzazione, costituita intorno al fondamento che i lavoratori possono essere meglio organizzati se hanno un interesse da difendere o da promuovere nell’ ambito di una specifica area produttiva .

Questa è una strada che alcuni pompano molto, leggendovi anche grandi potenzialità nel contrasto della globalizzazione. E’ il caso dell’UAW, il sindacato americano dell’automobile. E forse essa si attaglia ad alcune grandi imprese in condizioni particolari. Non appare come una soluzione persuasiva e di portata ampia in un mondo produttivo frammentato in cui sono diffuse tante imprese di servizi e di piccole dimensioni. Inoltre molti dubbi restano sulla sua efficacia e portata, se si tiene conto della evidente rinuncia a giocare un ruolo attraverso strumenti di ricomposizione più vasta, come sono stati i contratti nazionali e l’azione nella sfera istituzionale.

Resta dunque in piedi l’interrogativo di fondo. Nel nuovo contesto produttivo che cosa dovrebbero fare i sindacati dei paesi avanzati per essere sempre soggetti generali – confederali e a largo spettro – e non soggetti parziali?

Io penso che a tutti si ponga un problema di radicamento nel territorio, di vicinanza al lavoro che cambia , come peraltro è già accaduto alle origini storiche del movimento sindacale.

Quando è nato il movimento sindacale è nato soprattutto in modo diretto, spontaneo, auto organizzato.

Dobbiamo aggiungere anche una parola chiave, sempre più indispensabile nella fase attuale , che è quella della democrazia : in altri termini attraverso quali modalità i sindacati riescono a far partecipare e decidere i lavoratori nel loro insieme e non solo gli iscritti, intorno al loro destino.

Io penso, per esempio che la relativa migliore salute che il sindacato italiano ha vantato in diverse fasi recenti sia da attribuire anche al fatto che le nostre organizzazioni hanno sperimentato in modo non lineare, non sempre chiaro e regolato, – ma hanno promosso e praticato – meccanismi di democrazia partecipativa più ampi, più coinvolgenti rispetto ad altri movimenti sindacali (come quelli nordici o gli stessi tedeschi) : i quali invece hanno pensato che, tutto sommato, o perché avevano tanti iscritti o perché erano chiusi dentro alle proprie roccaforti, non era indispensabile fare ricorso a questi meccanismi .

Quindi una carta da valorizzare è il territorio con innesti di democrazia partecipativa . Ma resta sempre sullo sfondo la vera discussione : il sindacato può essere un sindacato ‘generale’ o ‘politico’ se è un sindacato che eroga in prevalenza assistenza tecnica e servizi?

Oppure il sindacato se vuole essere un soggetto che conta nella sfera pubblica, che ha un peso e un’influenza verso le istituzioni, deve possedere altre dotazioni e svolgere funzioni più ricche ?

Penso che questa alla fine sia la vera differenza di fondo tra le opzioni in gioco, ed anche all’interno del nostro movimento sindacale tra le diverse culture che lo compongono. La linea di demarcazione si rintraccia tra chi pensa che il problema consista in una buona, ma ordinaria amministrazione della vita burocratica interna, e quanti ritengono che invece il sindacato, non debba rifugiarsi nella routine : in questo senso non dico che esso debba un soggetto solo identitario o capace di dare emozioni, ma sicuramente deve avere una visione del futuro e una visione soprattutto del futuro del lavoro. Continuo a pensare che questo orientamento a non accontentarsi faccia ancora la differenza.

 

 


Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio Europa

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