Antonio Mattioli: «Lavoro e illegalità in Emilia Romagna»

| 12 Febbraio 2012 | Comments (0)

 

Il segretario della Cgil Emilia Romagna Antonio Mattioli, intervistato da Eloisa Betti, affronta il tema dell’illegalità in questa regione, dalle cooperative che applicano il contratto UNCI alla presenza della ‘ndrangheta e della mafia rumena, e come vi siano stretti collegamenti tra art. 8 e queste situazioni.

 

D.: Per iniziare, vorrei che sulla base della tua esperienza sindacale tracciassi un quadro del problema delle cooperative spurie in Emilia-Romagna.

 

Mattioli: Ti faccio un quadro veloce della situazione in Emilia-Romagna ed anche a livello nazionale, che mi è nota perché in passato sono stato segretario della FLAI nazionale. Nonostante io considerassi questa regione una delle più tranquille sul fronte dell’illegalità, ho riscontrato in realtà che la condizione nelle filiere emiliano-romagnole è preoccupante. Già da qualche anno erano presenti condizioni in alcuni settori (parlo dell’edilizia e degli appalti) che evidenziavano la penetrazione di organizzazioni di carattere criminale. I due settori più interessati dal problema erano l’agricoltura e l’edilizia. In provincia di Parma, già nel 2001-2002, si parlava dei Casalesi per quanto riguardava le infrastrutture di carattere locale e non solo (Tav) e i cantieri edili, con annessi e connessi, con effetti devastanti sui lavoratori: lavoratori in nero, sotto-retribuiti senza l’applicazione del contratto nazionale, con tutto quello che ne consegue. La penetrazione della criminalità, nel settore edile in particolare, è una condizione che ho riscontrato in tutta l’Emilia da Piacenza a Rimini, anche a Modena e Bologna, sebbene per quest’ultima non abbia elementi di riscontro tali che possano confermare quanto detto. Esiste un tratto riconoscibile che caratterizza il “fenomeno”: la presenza in diversi settori (alimentare, edile, anche metalmeccanico sebbene in misura minore) di finanziarie di dubbia provenienza e rappresentate da prestanome che sono subentrate nelle singole società garantendo l’indebitamento delle stesse, che secondo noi erano e sono finanziarie “di copertura”, le cosiddette “lavatrici” della delinquenza organizzata. L’esperienza maturata in modo indiretto con la crisi della Parmalat, quando sul territorio ho riscontrato che diverse aziende in crisi venivano di colpo risanate grazie ad interventi di finanziarie “anomale”, che le rilanciavano per rimetterle sul mercato e venderle, è una dimostrazione di quanto sto affermando. Questo “fenomeno” l’abbiamo poi rivisto nella gestione del caporalato in agricoltura, molto presente in regione e particolarmente in Romagna. Si è verificato un salto di qualità quando queste società finanziarie hanno contribuito alla costruzione di cooperative “spurie” in tutto il sistema produttivo e dei servizi emiliano-romagnolo: in ultima analisi, queste cooperative spurie sono presenti in tutto il settore della logistica e della distribuzione e non in un comparto specifico. Sono cooperative che nascono dalla sera alla mattina alle quali vengono affidati appalti di importanti committenti: non stiamo quindi parlando di soggetti che sul mercato non contano nulla, ma di marchi importanti, di soggetti che hanno nome e cognome.

Grazie a queste operazioni, (destrutturazione del ciclo produttivo delle imprese di loro proprietà, cessione in appalto fasi di lavorazione oltre che la logistica e infine appaltando alle cooperative queste lavorazioni) si sono create le condizioni perché ci fosse una sfrenata competizione al ribasso sulle condizioni di lavoro anche in questa regione.

Infine, vorrei segnalare tre casi eclatanti che ho vissuto nel 2011 qui in Emilia-Romagna con la CGIL. Da un anno ho questo incarico nella segreteria della CGIL Emilia-Romagna ed ho ritenuto che non potessimo “stare alla finestra a guardare”, lasciando che continuassero a radicarsi condizioni di questo tipo. In questo contesto abbiamo affrontato tre casi emblematici. Il primo, a Reggio-Emilia, è il caso della SNATT-GFE: un’azienda, la SNATT, che si occupa di logistica e distribuzione per i grandi marchi tessili, che aveva dato in appalto la logistica e distribuzione a cooperative (Gfe) che applicavano il contratto UNCI (questo è un contratto nazionale siglato dai sindacati autonomi e da un’associazione cooperativa messa in piedi pochi anni fa, il cui unico obiettivo era quello di creare condizioni lavorative peggiorative rispetto ai contratti nazionali firmati da CGIL, CISL e UIL). Il secondo caso è quello della TNT: le cooperative cui appaltava la logistica applicavano, nel migliore dei casi, il contratto UNCI; altrimenti vigevano regolamenti interni che derogavano ai contratti nazionali in modo inaccettabile, generando così condizioni di lavoro disumane.Il terzo caso emblematico era quello della Melograno, una cooperativa che lavorava per Coop Adriatica a Rimini.

È evidente come, in tutti e tre i casi, siano state sfruttate le condizioni dell’immigrazione per perpetrare un ricatto e far così accettare a quei lavoratori l’inimmaginabile. A Reggio sono gli indiani a farne le spese, a Piacenza (dove ha sede la TNT) gli egiziani, a Rimini le lavoratrici cinesi. Gli immigrati lavoravano in condizioni terribili: salari a 3,5 euro all’ora per 12 ore di lavoro al giorno; e quando non c’era lavoro o i datori di lavoro decidevano che non ci doveva essere, la flessibilità adottata era quella di cacciare a casa i lavoratori senza retribuzione. Quindi condizioni incredibili, inaccettabili per un Paese che si definisce civile. Siamo intervenuti: in GFE e Snatt con una vertenza che è durata 15 mesi ed è terminata con un accordo raggiunto in sede istituzionale che ripristina l’occupazione e l’applicazione del CCNL, a Rimini abbiamo chiuso l’accordo 2 mesi fa e si è ripristinato il rapporto di lavoro per tutte le lavoratrici cinesi con l’applicazione del contratto nazionale anche a Piacenza abbiamo ottenuto lo stesso risultato.

Quello che questi tre casi hanno reso evidente è che in tutta la regione la condizione degli appalti è caratterizzata dalla mancata applicazione contrattuale, da retribuzioni infime, irrisorie e dalla ricattabilità per quanto riguarda i rapporti di lavoro. Questa situazione grava sulle fasce più deboli: in questi casi si tratta degli immigrati, ma cominciano a diffondersi anche tra quei lavoratori che, a causa della crisi, vengono espulsi dai cicli produttivi attraverso la mobilità; questi, a 55 anni, non hanno più la possibilità concreta di essere reimmessi nel ciclo produttivo e non hanno alternativa che essere collocati in questo tipo di realtà. Noi, nel frattempo, stiamo lavorando con la regione affinché si produca una legislazione regionale di tutela, operando su due livelli: il primo è il rapporto con la cooperazione, per definire un protocollo che aiuti il disegno legislativo legato alla responsabilità etica e sociale, all’applicazione del contratto nazionale e al rispetto dei diritti, il secondo è un testo di legge che recepisca il protocollo e che un sistema sanzionatorio, a partire dal riconoscimento degli sgravi e degli incentivi alle imprese, legati alla genuinità dell’appalto, e che diventi uno strumento che “faccia sparire” dal territorio regionale questo tipo di condizioni. Con la regione il confronto è aperto e dovremmo riuscire a chiuderlo entro la fine di quest’anno. Dico “dovremmo” perché, nel frattempo, è intervenuta una “complicazione” causata dall’ultima manovra finanziaria con l’introduzione dell’articolo 8, che certo non ci aiuta. Con la cooperazione, siamo vicini a siglare il protocollo; nella quotidianità, però, continuiamo a rilevare come sul territorio queste realtà siano presenti e radicate e dietro queste realtà c’è la delinquenza organizzata.

 

D.: Dal tuo punto di vista c’è un rischio di deriva verso l’economia illegale, come conseguenza dell’articolo 8 e in che termini?

 

Mattioli: Pur non avendo l’erga-omnes sull’applicazione dei contratti nazionali, è indubbio che rappresentavano un argine rispetto ad una deriva sociale, economica e produttiva, così come la legislazione che fa capo al diritto del lavoro ci permetteva di perseguire l’economia illegale.

Ora l’articolo 8 legalizza quel tipo di condizioni, perché quando si da la possibilità a chiunque di derogare ai contratti nazionali ed alla legislazione vigente (vedi lo statuto dei lavoratori), si da spazio a forme di rappresentanza costituite ad hoc per far passare di tutto e di più sulla testa e la pelle dei lavoratori. Per fare un esempio concreto, alla TNT ci mettono due secondi a costituire un sindacato aziendale ad hoc, che abbia la titolarità per derogare sia al contratto che alla normativa sui licenziamenti. L’articolo 8 è la deriva legalizzata della condizione che ho precedentemente denunciato.

 

D.: E quindi secondo te il rischio della creazione di sindacati di comodo è molto concreto e reale?

Mattioli: Sì, il rischio è reale. Noi, come CGIL, abbiamo assunto una posizione sull’articolo 8 che è quella di ricorrere alla Corte Costituzionale, valutando anche come ultima ratio il ricorso al referendum abrogativo. Con gli strumenti che abbiamo a disposizione, osteggeremo in tutti i modi l’articolo 8. C’è poi un altra strategia che abbiamo deciso di mettere in campo, ovvero di formalizzare con CISL, UIL e Confindustria il fatto che l’articolo 8 non viene recepito dalle parti sociali, confermando il modello di relazioni previsto dall’accordo del 28 giugno. Su questo percorso, cioè sul riconoscimento dell’accordo del 28 Giugno, io personalmente ho un’opinione critica derivata da un giudizio di merito (si introduce la deroga contrattuale come strumento della negoziazione e non si pone il vincolo del voto dei lavoratori per la validazione degli accordi e delle piattaforme dei CCNL) e da un giudizio di metodo legato ai rapporti interni all’organizzazione ed ai rapporti unitari. Il tentativo che stiamo facendo in questi giorni è quello di convenire con CISL, UIL e Confindustria (ma ci sono anche la cooperazione, l’artigianato, la Confapi e una miriade di associazioni di imprese) una posizione comune contro l’articolo 8 della manovra.

A tutt’oggi, tuttavia,la questione è ancora in cantiere. Noi abbiamo bisogno di rilanciare, nell’ambito delle iniziative del post 6 settembre (Sciopero Generale) in occasione della mobilitazione che abbiamo messo in piedi, una reazione in grado di neutralizzare l’art. 8 ed i suoi effetti. Contro questo nefasto progetto, oltre alla mobilitazione, abbiamo iniziato una campagna di assemblee che ci porterà infine alla manifestazione nazionale oltre che a tutte le azioni contrattuali e legali possibili. Di fatto, come è noto, in questa partita contro l’art. 8 siamo soli. Anche i rapporti che abbiamo allacciato con l’opposizione si sono risolti in un’articolazione di posizioni che ci complica la vita.

Se parliamo di opposizione parlamentare ci riferiamo a PD ed IDV ed in Parlamento la partita è giocata in una condizione di debolezza, perché anche dentro al PD una parte dei parlamentari ha già dichiarato che l’articolo 8 va bene (vedi il documento di Fioroni e dei suoi sodali).

Abbiamo tentato di costruire un’alleanza tra la società civile, la CGIL e la politica che su questa partita abbia un’idea comune per far ripartire il Paese; lo abbiamo fatto sulla piattaforma che era alla base dello Sciopero del 6 Settembre e continueremo a farlo anche rispetto alle prossime scadenze, compresa la manifestazione nazionale della Cgil che terremo entro fine anno.

 

D.: Questa situazione di visibilità e presenza sul territorio della criminalità organizzata (come la ’ndrangheta a Sesto San Giovanni) la riscontri anche in Emilia-Romagna?

 

Mattioli: Basta andare a vedere nella bassa reggiana, in tutta la costiera del Po, a Gualtieri e a Brescello, dove ci sono 75 imprese edili in mano ai clan dei cutresi (‘ndrangheta); di queste imprese ci risulta che una sola fatturi regolarmente e lavori in appalti regolari, mentre le altre continuano a rimanere a galla nell’edilizia privata.

Per esempio, è un fatto noto che siano stati trovati appartamenti con 40 persone in una stanza: tutti lavoratori calabresi chiamati a fare gli edili e poi rimandati in Calabria a rotazione. Questo è il sistema: ti do da dormire, tu paghi un posto letto a 400 euro al mese, ti garantisco il mangiare, ti do uno stipendio di 1.200 euro, tu stai qua, poi io do qualcosa alla tua famiglia giù in Calabria e non crei problemi. C’è stata un’indagine sui cantieri della Tav tra Parma, Reggio e Modena, credo nel 2005-2006. È emerso che nei cantieri della Tav c’era una filiera incontrollabile di appalti che arrivava fino al quarto subappalto: in tutti i casi si trattava di appalti ad aziende che avevano la sede legale in Calabria o in Campania.

Poi ci sono altre questioni evidenti che non riguardano solo la ’ndrangheta. Nel campo della ristorazione c’è dappertutto lavoro nero: c’è stato anche un periodo in cui le pizzerie sono state usate per riciclare denaro sporco. Guardando un territorio come Parma e Reggio, si notano delle pizzerie mastodontiche (a partire dai caseggiati) nelle quali sono stati investiti ingenti patrimoni, ma che non hanno un cliente, e che tuttavia stanno in piedi. C’è poi la mafia organizzata rumena che gestisce il caporalato nei frutteti della Romagna; nel tessile-abbigliamento (si pensi ai laboratori clandestini cinesi) la Triade già nel 1995 aveva allungato le mani sui laboratori di Parma e Piacenza e adesso gestisce gli appalti; nell’affaire del Melograno di Rimini era coinvolta la delinquenza organizzata cinese e in quel caso il sindacato ha dovuto collaborare con la polizia.

In questa fase con la regione iniziamo un confronto sul piano triennale per il lavoro dove affronteremo il tema della illegalità nei sistemi produttivi emiliano-romagnoli come una priorità e cercheremo di organizzare una rete di controllo e di condivisione di percorsi per osteggiare la criminalità organizzata. A livello locale abbiamo spesso coinvolto le forze dell’ordine e gli organismi di controllo e solo alcune volte si è incontrato interesse, mente in altri casi non è stato prestato ascolto.

Ci dobbiamo porre l’obbiettivo di far permeare una cultura della legalità; non solo a livello di lavoratori, ma a un livello più “alto” va costruita una rete con le istituzioni locali, con le forze dell’ordine, con il sistema delle imprese. Una sensibilità c’è, ma solo in termini di “reazioni di pancia”, mentre è assente in termini di organizzazione.

 

D.: Che ruolo potrebbero avere, ma – mi viene da dire – non hanno attualmente, i controlli che dovrebbe fare l’ispettorato del lavoro, i cui fondi, come sappiamo, sono stati tagliati?

 

Mattioli: L’intera rete dei controlli era ridotta in condizioni deplorevoli con le manovre fatte negli ultimi dieci anni, non solo hanno tagliato notevolmente le risorse degli ispettorati ma hanno delegato quello che faceva l’ispettorato ad alle istituzioni, a partire dalle province

Con l’ultima manovra l’hanno mortificato ulteriormente la rete dei controlli perché stanno tagliando ancora. Si tenga presente che in alcuni territori la percentuale di controlli è dell’1-2% sul totale delle imprese: considerato che gli ispettorati dovrebbero essere un avamposto della legalità, questo dato dice qual è il suo livello di tenuta. Si sono verificati due processi paralleli che hanno prodotto questa situazione. Da un lato, sono state promulgate norme di liberalizzazione e di deregolamentazione dei rapporti di lavoro, dall’altro norme che hanno condizionato l’azione degli organi di controllo. Mettendo insieme i due aspetti della questione, è chiaro che siamo vicini al disastro: quando io dico tutte queste cose mi rispondono che sono catastrofico, ma in realtà questa è la condizione. E si tenga presente che non c’è un approccio comportamentale che sia omogeneo in tutto il territorio: non sto parlando di nord e sud.

Prima ho fatto l’esempio dell’UNCI. Questo organismo cooperativo, costruito ad hoc per fare le deregolamentazioni contrattuali, è stato attaccato qui [in Emilia-Romagna], così come è stato messo in discussione in Piemonte con un’importante sentenza del tribunale di Torino che ha considerato quel contratto non rispettoso della dignità dei lavoratori, in Lombardia, invece, le nostre strutture hanno fatto accordi per l’applicazione dell’UNCI. C’è un problema anche di contraddizioni interne alla CGIL che va superato.

 

D.: Secondo te si sta verificando uno scambio tra occupazione e condizioni di lavoro?

 

Mattioli: Certamente, noi dobbiamo porre attenzione a questo assunto storico. Io sono preoccupato guardando la mia organizzazione: non parlo di CISL e UIL, che hanno ciascuna il proprio indirizzo e sono distanti da noi. Si sta radicando una cultura, anche dentro la mia organizzazione, che avalla l’idea che l’importante sia lavorare, indipendentemente dalle condizioni di lavoro. Ripeto questo assunto sta iniziando a penetrare dentro le organizzazioni; ci sono territori, strutture, funzionari, che fanno anche accordi per noi insopportabili, non coerenti la nostra idea di lavoro, d’impresa, di diritti, non coerenti con le decisioni che assumiamo. Accordi giustificati dal solo fatto che l’importante è lavorare. Se questa è la cultura che sta penetrando, io sono preoccupato per la mia organizzazione, per il grado di tenuta che ha e per le condizioni che determina l’articolo 8.

 

D.: Questo problema dell’illegalità sta diventando un problema su cui non ci si riflette mai abbastanza?.

Mattioli: Adesso sulla stampa si leggono notizie come gli attacchi alla Camera del lavoro di Manduria, però sono sottaciuti attacchi a compagni e compagne a cui hanno spaccato le gambe (a Bari, a Lecce, a Rosarno, a Eboli), perché comunque hanno fatto da argine all’illegalità: se la sono presa con le persone. Il problema grosso è che dobbiamo creare le condizioni per cui questo non succeda anche qui. Faccio un esempio: quando 15 anni fa abbiamo trovato i laboratori cinesi nel parmense e nel reggiano dove era coinvolta la Triade, in due secondi ho visto sciogliersi come neve al sole la tenuta di alcuni compagni di fronte al rischio dell’intervento della malavita nei loro confronti: si attaccava i sindacalisti che facevano un’azione di contrasto.

 

D.: Quindi un isolamento delle persone singole?

 

Mattioli: Anche nel nostro territorio bisogna recuperare una cultura della legalità che eviti l’isolamento di chi è in prima linea e su questi aspetti è necessario che questa cultura diventi patrimonio dell’intera organizzazione.

 

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Category: Lavoro e Sindacato, Osservatorio Emilia Romagna

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About Eloisa Betti: Eloisa Betti (1981) è assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna e cultrice della materia in Storia del Lavoro (prof. Ignazio Masulli). Fa parte della redazione delle riviste «Inchiesta» e «Inchiestaonline», del Comitato tecnico-scientifico dell’UDI di Bologna e collabora in qualità di ricercatrice con la Fondazione Claudio Sabattini e la Fondazione Argentina Altobelli. Ha collaborato, per conto dell’IRES-CGIL Emilia-Romagna, al progetto di ricerca interdisciplinare “Precarious work” finanziato dalla Commissione Europea (DG “Employment, Social Affairs and Inclusion”). Tra le sue pubblicazioni: Donne e precarietà del lavoro in Italia: alcune serie di dati significativi [in I. Masulli (a cura di) Precarietà del lavoro e società precaria nell’Europa contemporanea, Carocci, 2004]; Mutamenti nei rapporti di lavoro in Italia dalla crisi degli anni ’70 alla flessibilità [InEdition, 2005]; Women’s Working Conditions and Job Precariousness in Historical Perspective. The Case of Italian Industry during the Economic Boom (1958-1963) [in I. Agárdi, B. Waaldijk, C. Salvaterra (a cura di), Making Sense, Crafting History: Practices of Producing Historical Meaning, Plus Pisa University Press, 2010]; Assetti produttivi, condizioni di lavoro e contrattazione aziendale nell’industria bolognese [in L. Baldissara, A. Pepe (a cura di), Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1972), Ediesse, 2010]; Donne e diritti del lavoro tra ricostruzione e anni ’50. L’esperienza bolognese [in M. P. Casalena (a cura di), Luoghi d’Europa. Spazio, genere, memoria, Edizioni Quaderni di Storicamente, 2011].

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