Enrico Pugliese: Lunga vita alla Lega di Cultura Popolare di Piadena, lunga vita al Micio, lunga vita a Giuseppe

| 9 aprile 2017 | Comments (0)

Intervento di Enrico Pugliese al convegno in occasione del cinquantenario della Lega di Cultura Popolare di Piadena  e della pubblicazione  del libro “Il muro di Piadena” (raccolta di manifesti e volantini della Lega con introduzione-intervista a cura  di Peter Kammerer). Gianfranco Azzali (il Micio) sono stati, con Gianni Bosio, tra i fondatori e ne sono i principali animatori)

Possedendo una piccola parte dei volumi che hanno registrato nel corso degli anni il lavoro politico e culturale della Lega mi sono fatto “un ripasso”. E – leggendo l’intervista introduttiva di Peter Kammer al Micio e a Giuseppe – mi sono venuti diversi pensieri non coordinati tra di loro tranne che per il nesso con l’esistenza e la storia della Lega.

Parto da alcune cose dette nell’intervista. La prima è l’affermazione del Micio da me profondamente condivisa: “dire e non dire non è la stessa cosa”. Naturalmente molto dipende da chi dice. Il diritto a dire è riconosciuto nelle società liberali. Una volta a Londra c’era un posto nel parco cittadino più importante l’ “Hyde park corner” dove c’era sempre qualcuno che in piedi su di uno sgabello parlava mentre una piccola folla stava ad ascoltarlo. Spesso si trattava di gente un po’ matta, ma non sempre.  Ma il Micio non appartiene a questa categoria: il diritto di parola, la sua legittimità gli deriva dalla sua storia – che, per altro, è alla base delle cose che dire. Dire non è inutile perché una traccia resta sempre, perché per dire bisogna riflettere,  perché  qualcuno ti ascolta. Ese nessuno ti ascolta ti aiuta a riflettere sul perché non ascoltano.

E se non ti ascoltano – e mi riferisco proprio a chi scrive e distribuisce i volantini a Piadena –  non è per colpa tua e neanche per l’altrui cattiveria. Il fatto è che la società è cambiata e i nostri interlocutori naturali non ci sono più oppure sono diventati altro.  E noi – cioè la nostra cultura, la nostra esperienza, la nostra comprensione e  capacità di dare uno stimolo alle lotte  – ci siamo formati in un contesto che è drasticamente cambiato nei suoi tratti più importanti (la composizione di classe, per dirne una). Ed è cambiato anche perché  abbiamo (o meglio, il proletariato, i paisan hanno)  un po’ vinto. E sottolineo “un po’”  Intendiamoci: non che non bisognasse vincere. Ma i criteri dello sfruttamento contro i quali si era imparato a lottare, il tipo di specifiche relazioni sociali nei quali i proletari erano inseriti, il carattere delle rivendicazioni da portare avanti  sono cambiati e noi non li conosciamo più tanto. Non ci ‘stiamo più in mezzo’ come prima. Forse è opportuno riconoscere che non siamo più all’altezza. D’altra parte abbiamo (cioè voi di Piadena avete) già dato. E dato davvero tanto.

Sul severo giudizio di Micio sui giovani che cliccano dalla mattina alla sera sono meno d’accordo. I giovani ogni tanto appaiono indifferenti e passivi ma poi si svegliano e si occupano di cose diverse di quelle che noi abbiamo imparato a conoscere nel Novecento. Diverse da quello  che ci ha aiutato a pensare fino ad ora.  Se dovessi indicare  quale è ora il settore  del proletariato più corrispondente a quello dei paisan di un secolo o anche sessant’anni addietro direi che è quello della logistica. Come all’interno del proletariato i Bergamini erano gli ultimi tra gli ultimi, così ora nel nuovo proletariato  multi etnico e multi culturale italiano gli operai della logistica sono gli ultimi.

Le condizioni di lavoro sono orribili, le paghe indecenti e dal punto dei rapporti di lavoro la dipendenza è estrema. Sono alla mercé dei capi e dei padroni con l’aggravante che capi e padroni nella fattispecie sono spesso Cooperative (più o meno false) a volte derivanti dagli ambienti del Sindacato o dai rottami di quello che fu il Partito Comunista. La condizione di isolamento è dunque ovviamente anch’essa paragonabile a quella del Bergamino. È inutile dire che si tratta di stranieri neri o assimilati: anche un rumeno bianco vale nero. E pure questi lottano e avvolte con successo e a volte grazie all’intervento di Sindacati di Base più o meno estremisti. Ed è qui che se uno vuole trova i giovani, giovani militanti, studenti o precari che hanno anche motivo di identificarsi con questi lavoratori. Questi esistono e sono lontani da noi fisicamente e per generazioni ma il loro lavoro ricorda quello della Lega, compreso il tocco eretico del lavoro e il sospetto e a volte anche la diffamazione nei loro confronti da parte della sinistra moderata.

Detto questo passo a un’altra questione: quella della memoria. Per quel che ho potuto osservare nella mia ormai lunga esperienza di vita e nel  mondo che ho frequentato  la  memoria delle lotte, dello sfruttamento  e di come si sono realizzate conquiste sociali non si trasmette da padre in figlio. E non perché ai figli non basta quello che bastava ai padri.  Bensì  – io credo – per altri motivi che hanno a che fare con l’esaurirsi della spinta che aveva portato a quelle lotte e a quelle vittorie ( o a quelle sconfitte) e per i cambiamenti generali del contesto. Ma non tutto si esaurisce  perché dopo il declino di un movimento  – per sconfitta, rivoluzione passiva del capitale o perché sono cambiati i termini della questione – altri movimenti  nascono hanno al centro altre tematiche altre rivendicazioni.

Pensiamo all’America: dopo le vittorie delle lotte operaie degli anni trenta vennero la guerra e poi il maccartismo e la repressione: il sindacato, normalizzato, appoggiò la guerra nel Viet-Nam. Ma intanto già dalla seconda metà degli anni cinquanta un nuovo imponente movimento a composizione giovanile (i giovani, scomparsi, a volte ricompaiono)  con molti figli e pochi padri, si impose in tutto il paese- Un movimento che, soprattutto nella fase iniziale, comportava un grande coraggio da parte dei suoi giovani protagonisti: un movimento nuovo che rivendicava altri diritti portatore di altri valori, che recepiva e aveva al centro. altri bisogni: la pace, il superamento del razzismo e della segregazione.. E solo molti anni dopo l’inizio del movimento una certa saldatura con il movimento operaio si realizzò.

Ma i genitori comunisti o socialisti (più spesso ex- comunisti ed ex-socialisti) dei compagni che in quegli anni a partire dalle Università lottavano per i diritti civili, contro la povertà e l’esclusione  poco si interessavano e poco sapevano di  quello che facevano i figli a parte qualche preoccupazione paterna.  Questa era almeno la mia percezione in quegli anni quando studiavo in America. Di quei genitori che avevano partecipato alle lotte operaie poco sapevo perché i loro figli poco sapevano. Si lottava soprattutto per o con i poveri. Ma poi la parte migliore di quel movimento soprattutto rivolto ai diritti civili e poco alle problematiche operaie cominciò a saldarsi con le aree più avanzate del sindacato o comunque a fare lavoro di base con i vecchi (e soprattutto nuovi) proletari. E fu proprio  in aree lavorative nuove, occupate soprattutto da immigrati (in generale ma non solo) ispanici  avvenne negli ultimi decenni del secolo una rivitalizzazione del sindacato. La memora insomma non era andata dispersa, in qualche modo il filo fu ritrovato. E tanto per dirne una che ci avvicina a Piadena nel ’68 si erano ricominciate a cantare le canzoni del movimento  operaio. E alla fine arrivò Bruce Spingstein, cantore del dolore proletario ascoltato dai giovani

Io non so quale sia l’antidoto alla dispersione della memora. Ma sicuramente esiste e in qualche modo opera. Bisogna chiedere a Portelli. La memoria non è materia mia. Ma so di certo che il vostro lavoro non andrà disperso. Perciò capisco il dispiacere di Giuseppe per l’isolamento in un mondo che appare insensibile alle grandi tragedie umane che accompagnano ad esempio l’immigrazione. Ma è bene ricordare che ci sono altri che “con altri mezzi” in altri luoghi (nelle campagne pugliesi ma anche a Lampedusa e in Sicilia) fanno cose corrispondenti a quelle che ha fatto la Lega.

E’ per questo che è giusto rievocare e festeggiare. Festeggiare perché la festa, la musica, le canzoni raccontano le lotte e i fatti di ieri ma anche di oggi. E anche quando ce la cantiamo fra di noi, intendo tra noi cresciuti e maturati nel secolo scorso, la riflessione sull’esperienza che si è fatta è sempre importante. Ha ragione Edoarda quando si chiede “a che serve il nostro lavoro” temendo che non serva più . Ma “in questi momenti – aggiunge la compagna – dalla Lega ci arrivano delle idee e la curiosità (già mezza morta) si desta”. Il contributo della Lega non consiste solo nelle lotte, ma nell’intera analisi della società che essa ha condotto con strumenti spesso veramente innovativi e pioneristici rispetto per l’epoca. Penso all’uso degli audio visivi, che son riusciti a dare un immagine impressionante delle condizioni sociali e di lavoro dei paesani.

La lega ha saputo anche “confezionare” la memoria. Mi rendo conto la memoria è non confezionabile per la sua stessa natura. Ma vedere quei video, leggere quei documenti e i volantini raccolti nel “Muro di Piadena” ravviva la memoria. Insomma sono passati  cinquanta anni spesi bene dal punto di vista di quel che si è fatto e di quel che si è detto perciò di nuovo lunga vita al Micio e Giuseppe e alla Lega.

 

Category: Guardare indietro per guardare avanti

About Enrico Pugliese: Enrico Pugliese (1942) è professore ordinario di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell'Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l'analisi del funzionamento del mercato del lavoro e la condizione delle fasce deboli dell'offerta di lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Si è occupato, inoltre, dello studio dei sistemi di welfare, con particolare attenzione al caso italiano e all'analisi delle politiche sociali. Tra le sue pubblicazioni recenti: L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006); Il lavoro (con Enzo Mingione, Carocci, 2010); L'esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010); La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, 2011).

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