Marco Capponi: Camminare

| 14 Dicembre 2014 | Comments (0)

 

 

Il quadro che illustra questo racconto è di  Marco Capponi ed ha come  titolo “Grottammare”

 

Enrico aveva deciso di camminare, a lungo, magari senza meta, per liberarsi di tanti pensieri ed assorbire la presenza della natura e delle persone che avrebbe incontrato.

In realtà passeggiava da tempo, incessantemente, su e giù lungo la battigia sentendo la spuma del mare lambirgli i piedi, ora lieve ora più impetuosa.

Ma passeggiare non è esattamente come camminare. E’ andare avanti e indietro, con le persone che si fanno da parte al tuo arrivare e ti salutano alla voce, ti fermano qualche volta per un motteggio e poi ti lasciano andare. Perlopiù le passeggiate lungo la riva erano solitarie, piene di pensieri rivolti a lei. Cosa si erano detti, cosa  avrebbe potuto e dovuto dire lui, come tante altre volte. Pensare, pensare , rimuginare fino alla nausea per esorcizzare, elaborare, dimenticare un volto, una voce, un sorriso. Questo erano state le passeggiate, ed avevano prodotto un risultato desolante, sintetizzato dalla frase “La mia stessa esistenza mi ricorda te”.

Allora basta con questo petrarchesco “solo e pensoso i più deserti campi vo misurando a passi tardi e lenti…”, bisognava uscire da questa aura adolescenziale che andava inesorabilmente diventando nauseabonda.

Voleva camminare, come se dovesse andare da qualche parte, verso la campagna, verso la collina, verso una meta che avrebbe spostato sempre più in là, per sentire nuovi odori, udire nuovi rumori, avvertire altre sensazioni, di calura e di fresco, di quiete e di vento. Una specie di osmosi con un  mondo che non fosse quel mondo che in qualche maniera sentiva di avere riempito di sé.

Non mancavano in tutto ciò riferimenti letterari. In particolare “Lettere dal mio mulino” di Daudet e “Feria d’agosto” .

Quando uscì di casa albeggiava e da laggiù, dove c’era il mare, già un chiarore si protendeva verso tutto il cielo nel quale, ad ovest, brillava ancora qualche stella. Ma lui si diresse dalla parte opposta, girando attorno alla casa ed iniziò a inerpicarsi lungo la strada che saliva costeggiando i piccoli orti. Aveva uno zaino leggero nel quale aveva messo una bottiglietta d’acqua, una banana, e qualche biscotto. Un pasto vero e proprio, se necessario, lo avrebbe fatto in una trattoria o magari avrebbe comprato qualcosa da qualche contadino.

Aiutandosi col suo bastone arrivò alla spianata che sovrastava il paese e nella quale la strada provinciale, asfaltata ed abbastanza ampia, si snodava tra gli ulivi ed i pini. I grilli avevano già cessato il loro canto e l’afa non era ancora tale da essere riempita da quello delle cicale. C’era un odore di resina che faceva da contrappunto a quello del mare lontano, così come il tepore del sole che si stava alzando si opponeva al fresco proveniente dalla vegetazione ombrosa. Era questo insieme dinamico di sensazioni a dargli il senso degli spazi nei quali si muoveva e che sentiva di padroneggiare con una certa sicurezza.

Seguì per un po’ quella strada in leggera salita poi, dopo alcune curve, prese una via più stretta che portava al paese antico.

Questa si fece sempre più ripida ed iniziò ad essere lastricata finché divenne un viottolo con un selciato fatto di bassi scalini che superò facilmente aiutandosi col bastone.

Quando arrivò nella piazzetta chiusa dalle antiche mura sentì l’odore della umidità che da esse trasudava ma anche, in fondo sulla destra, un odore di caffè. Qualcuno stava armeggiando con sedie e tavolini e lui si diresse verso la sorgente di questo odore e di questi rumori. Sotto le suole delle sue scarpe comode percepì la levigatezza della pavimentazione, recentemente rifatta, che faceva un singolare contrasto con le pietre disconnesse del precedente cammino, così come il piano aveva sostituito l’erta della ascesa. Un senso di interruzione di ogni asperità, quasi di acquietamento, segnava il termine di questa prima tappa del suo andare.

Si sedette con cautela su una panca a lui familiare poi disse:

“Mi porta un orzo ed un bicchiere d’acqua per favore?”

“Purtroppo l’orzo ancora non l’abbiamo, è appena aperto”, rispose una voce maschile.

“Magari un decaffeinato allora”.

“Ok, quello si. Scusi ma, come le dicevo, abbiamo appena aperto e molte cose ancora mancano”.

“Come mai avete appena aperto? La stagione è cominciata da un bel po’ ”.

“Già, è vero. Però ho deciso solo da poco di fare questo passo. Ci ho dovuto pensare bene prima di decidermi. E poi avevo tante cose da chiudere lassù”.

“Lassù dove?”

“A Milano. Io sono di qui ma sono stato tanti anni a Milano per lavoro, poi ho anche messo su famiglia”.

“Ah si? E che faceva?”

“Ero in banca, un posto buono, ma i casi della vita sa?”

“Non è in pensione vero? Non mi sembra abbastanza vecchio per questo”.

“No, ho messo da parte qualcosa e mi sono licenziato, ero stufo di quella vita”.

“Un bel rischio, e la famiglia che dice? Si sono trasferiti anche loro?”

“Non ho figli e, se devo essere sincero, mia moglie, anzi la mia ex moglie, è stata una delle cause…”.

“Scusi, non volevo essere indiscreto”.

“Non si preoccupi, non ho niente da nascondere né di cui vergognarmi. Anche se nei paesi sa come vengono viste certe cose”.

“Lo so, lo so anche troppo bene ma, giacché mi permette tanta confidenza, lei ha parlato al plurale, prima. Non è da solo adesso?”

“No, ho conosciuto una persona qui, già da qualche anno, ma eravamo solo amici, amici di infanzia, l’ho ritrovata, diciamo. E così quando sono rimasto solo d’improvviso, ci siamo trovati subito”.

“Bene, una fortuna direi”.

“Certo, andiamo molto d’accordo e spero che questa impresa insieme non ci crei complicazioni”.

“Vedrà che non sarà così, ricominciare insieme, avere degli obiettivi e dei progetti comuni è sempre importante”.

“Si, è vero, speriamo bene”.

La discussione stava prendendo una piega un po’ troppo edificante e non presentava più tanto interesse.

Enrico aveva bevuto il suo decaffeinato, la sua acqua ed era quasi smanioso di riprendere il cammino. Disse solo, per dare una conclusione ed un senso a quell’incontro:

“E cosa prova ad essere di nuovo qui? Come si trova? Tutto è cambiato o tutto è uguale ad allora?” poi aggiunse:

“Anche io, in un certo senso, sono dovuto tornare”.

“Ah si? E come mai?”

“Una lunga storia, magari ne parleremo la prossima volta, ma mi dica di lei piuttosto”.

“Uguale e diverso nello stesso tempo. Certo il paese è quello, molti amici sono sempre qui ma tanto è anche cambiato. Ormai la maggioranza di quelli che circolano sono sconosciuti. Mi fa impressione quanto sconosciuti siano i figli di persone con le quali si è stati tanto in confidenza. E poi tante costruzioni nuove, interi quartieri che hanno occupato lo spazio dove c’era la campagna, ma è logico no?”

“Logico, certamente, ma mi colpisce sempre il pensiero che il paesaggio non tornerà mai più come prima, questa è una pellicola che non si potrà mai riavvolgere”.

Disse questa frase, di una piccola saggezza conclusiva, alzandosi e si avviò, dopo un saluto di rito, verso la parte opposta a quella dalla quale era arrivato.

Proseguendo, la strada continuava mantenendo la stessa altezza sulla collina. Ai suoi lati, alle antiche mura si sostituivano i campi coltivati e, dopo qualche centinaio di metri, una vegetazione folta nella quale, insieme agli onnipresenti pini marittimi, tigli ed acacie diffondevano il loro più dolce profumo. La strada diventava bianca e lui sentì sotto le scarpe lo scricchiolio della polvere e dei sassi. Ancora più avanti doveva esserci una radura, un prato che si protendeva sulla spiaggia sottostante, un luogo che ricordava bene e nel quale tante volte era venuto, da solo o con i suoi amici. Era dopo una piccola curva in discesa, quando la vegetazione d’improvviso si apriva e lui la riconobbe subito. Il sole aveva iniziato a scaldare e lo sentì sul lato destro del corpo. Allora lasciò con cautela il viottolo e si sedette sull’erba. Dal mare veniva una brezza leggera che temperava il calore del sole, l’uomo tirò fuori da piccolo zaino la banana i biscotti e la bottiglietta d’acqua. Mangiò e bevve con calma poi si sdraiò con la faccia rivolta al sole.

Stava bene, si sentiva leggero e sazio nello stesso tempo, piacevolmente stanco. Si mise a pensare a dove si trovava, in un punto in alto che era stato solito osservare dalla riva e dove aveva pensato di costruirsi una piccola casa solitaria, cosa impossibile. Magari in un lontano futuro, si diceva. Adesso che ogni futuro non poteva più essere tanto lontano, pensò che forse esso potesse addirittura finire lì. Una dolce fine, in quel momento di quiete leggera, sarebbe stata anch’essa quietamente leggera nonostante tutto quello che tanti avevano pensato e pensavano per tutta la vita, bastava lasciarsi scivolare verso la luce.

Ma non ne ebbe voglia, non vedeva perché. Quella era una opportunità da riservare per i momenti più duri, il pensiero consolante di avere in ogni caso una carta da giocare, al peggio che andasse, quando non ce l’avrebbe proprio fatta più.

Cullato dalla brezza e dal verso delle cicale si appisolò perdendosi dietro pensieri sempre più vaghi. Ma non si addormentò del tutto, il rombo di un rumoroso insetto, forse un calabrone, lo scosse. Si alzò in piedi ripulendosi istintivamente dai fili d’erba , dalle foglie e, sentendosi rinvigorito, si rimise in cammino. Aveva stabilito di inoltrarsi verso l’interno, salendo ed allontanandosi dal mare, attraverso i  campi coltivati prevalentemente a grano mietuto da poco. Gli venne in mente Alphonse Daudet attraverso la assolata campagna provenzale mentre andava in visita dagli anziani genitori del suo amico nell’episodio “Les vieux”.

Gli avevano detto spesso che era letterario, che faceva della letteratura sulla sua vita. In questo c’era del vero ma rispondeva, tentando l’ironia: “Per fortuna, sono i vantaggi della cultura media”. Allora, giacché c’era, si immerse in quella atmosfera ottocentesca, agevolato dal fatto che  nel suo cammino non aveva ancora incontrato nessun segno di modernità. La strada bianca saliva diritta verso occidente, accompagnata dall’odore delle stoppie e dai rumori della campagna. Il vicino canto ossessivo delle cicale, quello degli uccelli che saltellavano in alto di ramo in ramo, il verso di animali lontani, segnalavano la vastità degli spazi che ora lui stava affrontando dopo aver lasciato quelli scoscesi della costa. Gli venne in mente un’altra immagine ottocentesca legata a dove si trovava. “Buonjour monsieur Courbet” era il titolo di un dipinto del pittore che si era rappresentato, con tutta la sua attrezzatura sulle spalle, mentre incontrava dei viandanti lungo una strada di campagna. Il suo zaino non conteneva cavalletto, colori, pennelli ma quella immagine gli rimase impressa nella memoria per tutto il tempo del suo cammino solitario. Tempo non breve durante il quale assaporò il suo sollievo nel procedere con uno stato d’animo liberato da tutti quei pensieri che, come inanellandosi in una catena, erano soliti produrgli un continuo, seppure moderato, tormento tra una punta e l’altra di improvvise, più lancinanti emozioni. Stava bene, gli sembrava di star bene in modo leggero, del tutto naturale, senza equilibri faticosamente tenuti, senza artifizi psicologici o pietosi autoinganni. Il passato ed il futuro sembravano scomparsi ma sapeva che questa condizione era effimera, transitoria. Nei momenti di maggiore malumore si immaginava come il re Anfortas, condannato perpetuamente ad una sofferenza tenace, perenne e  senza rimedio fino alla liberazione definitiva, dal dolore e dalla vita stessa, donatagli da Parsifal.

Fu distolto da queste sempre più tetre ed un po’ letterarie meditazioni, delle quali lui stesso iniziava a sentire la noia, dal latrato di un cane. Questa volta era vicino, molto vicino, e lo indusse  a fermarsi esitante. Ma una voce lo rassicurò:

“Non fa niente, non ti preoccupare”e poi: “Bull! Buono,  a cuccia!”

Era la voce di un uomo anziano con un accento marcato che rivelava la sua appartenenza alle vecchie generazioni vissute sempre nella campagna interna, verso i paesi della collina.

“E’ sicuro che non fa niente?”

“Sicuro, sicuro. Anzi vieniti a sedere, ti conosco, ti ho visto tante volte in paese, conoscevo bene la buonanima di tuo zio Marcello, il fattore!”

“Ah sì? E’ tanto che è mancato però, era tanto vecchio”.

“Pure io, che ti credi? Anche se un bel po’ di meno”

Poi l’anziano gridò rivolgendosi all’indietro:

“Adelinaaaa, vieni a veder chi ci sta, il nipote del vecchio fattore”.

E, rivolgendosi all’altro in tono confidenziale, aggiunse:

“Me la sono sposata dopo che la mia prima moglie è mancata, è una brava donna, onesta, lavoratrice, mi aiuta tanto”.

Si sentì un grido lontano di risposta, poi silenzio, mentre Enrico si accomodò su una panchina accanto al vecchio.

Questi continuava a borbottare quasi tra sé e sé:

“Il povero signor Marcello era buono, stava tante volte più dalla parte nostra che da quella dei padroni. Quando è morto ero ancora giovane ma me lo ricordo bene. Tu eri un bambino ma ti ho sempre visto e riconosciuto, in paese. Il tempo passa”.

“Eh si”, annuì l’altro come a prendere congedo con una frase conclusiva. Si stava per alzare quando arrivò la donna leggermente trafelata.

“Buongiorno signore”, disse, “ti  ho visto anche io tante volte in paese, abiti vicino alla farmacia”. Poi, accortasi delle intenzioni del viandante, si affrettò ad aggiungere:

“Non te ne vorrai mica andare adesso, e dove vai? E’ ora di pranzo e dove c’è n’è per due ce n’è anche per tre!”

L’uomo fu tentato, non aveva più pensato a dove avrebbe pranzato, tutte le trattorie che conosceva erano lontane e si accorse di avere un discreto appetito. Esagerando una certa esitazione ed un certo imbarazzo, pur presenti, disse:

“Non voglio disturbarvi, non aspettavate certo persone a pranzo”.

Il senso di ospitalità di quella gente di campagna era nota ed i due contadini insistettero.

“Se si accontenta di un piatto di pasta, un po’ di formaggio e fave ed un pezzo di pane nostro”, disse l’anziano che aggiunse: “Ma il vino, quello è speciale, nostro pure quello”.

La donna corse davanti a preparare e i due uomini si avviarono lentamente. Il vecchio procedeva appoggiandosi ad un bastone con apparente fatica.

“Con queste ginocchia non cammino più ma per il resto non mi lagno, riesco a fare tante cose ancora, vecchio come sono”, disse. E poi:

“E’tanto una brava donna, più giovane di me ma neanche troppo, ci si aiuta e ci si fa compagnia. Era vedova senza figli ed era venuta qui ad aiutare la casa. I miei sono lontani e i nipoti non so neppure più dove stanno e che fanno. So solo che sulla terrà non ci vuole stare più nessuno e quando se ne saremo andati non so che succederà, noi intanto tiriamo avanti, che dobbiamo fare?”

Enrico taceva ma pensava a quella semplicità di rapporti, a quella vecchiaia quieta, frutto di una vita dura e forse semplice, senza grandi interrogativi e tormenti. Ma si pentì subito, quasi vergognandosi di questi pensieri frutto di presunzione e superbia, nessuna vita era  così e quello che poteva apparire banale forse era piuttosto frutto di dignità e riserbo.

Mangiarono e parlarono, i due uomini, mentre la donna faceva sentire la sua presenza con brevi osservazioni e sottolineature ai racconti del marito che spaziavano lungo quasi un secolo ricostruendo le vicende di quei luoghi. Bevvero anche e parecchio.

Alla fine il vecchio disse:

“Bisogna che vada a riposare altrimenti non arrivo a sera, se ripassi da queste parti fatti vivo, qui non vediamo quasi mai nessuno.

Enrico rimase un attimo seduto prima di riprendere lo slancio e la donna ne approfittò per dirgli:

“Lo devi perdonare, ha parlato sempre lui, ha raccontato la sua vita, ma quella è, e non ne ha altre. Una vita da lavoratore, da uomo onesto e buono che ha tanto patito anche se adesso tutto sembra ormai passato e tranquillo. Si merita una buona vecchiaia”.

Tacque un attimo poi aggiunse:

“Me la merito pure io. Pure io ho avuto una vita travagliata anche se non la racconto. Noi donne non raccontiamo, a raccontare troppo ci pare come di sciupare qualcosa, siamo abitiate a tenerci le cose dentro”.

“Eh si, in ogni senso”, pensò l’uomo che  cercò di farle il sorriso più largo possibile  e si limitò a dire:

“Grazie signora”.

Poi si incamminò verso la costa, sulla via del ritorno. Aveva pensato di spingersi ancora più oltre verso l’interno, ma si era fatto tardi a non voleva essere sorpreso dal buio. Inoltre il vino gli aveva reso le gambe un po’ molli. Ad altre mete sarebbe arrivato in altre occasioni, aveva deciso di ripetere quella esperienza almeno per un po’ di volte finché non fosse diventata anch’essa una abitudine.

Sentì che si era alzato il vento, cosa rara a quell’ora, temette un temporale e fu preso da una certa agitazione. Non che avesse troppo paura di bagnarsi, in quella stagione non sarebbe stata una tragedia, ma temeva istintivamente da sempre la perturbazione repentina del paesaggio, le improvvise burrasche, antica minaccia per la gente del mare e le famiglie dei  pescatori. Cercò di affrettare il passo più che poté, anche se il vento cadde subito ed il sole mandava ancora un po’ del suo calore. Ma ormai l’equilibrio era rotto e la sua solitudine inerme si era mutata, da fonte di cercata serenità, in senso di insicurezza e fragilità. Questa sensazione lo riportò ai consueti fastidiosi pensieri, alla sua usuale fatica nel governare i suoi impulsi profondi e viscerali, a quel soffrire nel convivere con essi.

Stava quasi per pentirsi di quella escursione che, alla fin fine, lo aveva riportato ancora più acutamente a fare i conti con la sua debolezza dopo l’illusione di poterla dominare placidamente. Lo preoccupava soprattutto il pensiero dei giorni, dei mesi, degli ani a venire, temeva di non uscire da quella condizione penosa, pensava di non avare più il tempo e la energia per mettere una quantità sufficiente di vita tra lui ed una definitiva condizione di una infelicità protesa esclusivamente verso il passato.

Questi cupi pensieri furono interrotti dall’improvviso vociare di un gruppo di persone e subito una delle voci si distinse dicendo:

“Enrico! Che fai qui? Come ci sei arrivato?”

Gli venne allora in mente il gruppo di amici che si trovavano quotidianamente per camminare insieme discutendo e ripercorrendo, per tenersi in forma, i sentieri che avevano iniziato a percorrere fin da ragazzi alla ricerca di frutta o a caccia di cardellini con le fionde. Riconobbe la voce, fu sollevato dal pensiero di questa compagnia familiare e rispose con una certa allegra baldanza:

“Guarda che un po’ ancora ci vedo, molto poco, giusto le cose molto grandi  ma è abbastanza per non cascare di sotto! E poi mi aiuto col bastone come i ciechi a pieno titolo!”

“Sei sempre spiritoso, questo ti aiuta. Ma non mi avevi detto che non saresti più peggiorato? Non sarai mai un cieco a pieno titolo”, lo consolò l’altro mantenendosi sul tono scherzoso.

“Mah, non si sa mai, intanto mi alleno”.

Si aggregò volentieri alla compagnia e se ne stette in silenzio ad ascoltare i loro discorsi, che erano i soliti da decenni.

Era una specie di commedia dell’arte con ruoli assegnati. Sugli argomenti più comuni, la politica, le donne, chi era aggressivo, chi saggio, chi polemicamente controcorrente e tutti recitavano la loro parte con ironia sfottendosi ed arrabbiandosi per finta, soddisfatti dal ritrovare parole consuete in un ambiente consueto. Anche questo era un modo rassicurante di invecchiare.

Quando incontrarono Enrico stavano parlando di donne, dicendo le solite stupidaggini. Tali per chi non avesse conosciuto il senso di quei riti nei quali nessuno diceva davvero quello che pensava e si divertiva a provocare gli altri. Benché l’argomento non fosse il più consono al suo umore Enrico si intruppò in mezzo a loro, sentendosi quasi protetto come quando evitava le posizioni estreme allorché ci si sedeva in gruppo da ragazzini.

“Certo, a noi della nostra generazione ci hanno massacrato”, diceva uno con convinzione “e hanno fatto bene, avevano ragione”

“Ehi amico”, replicò un altro; “non facciamo come i cornuti in crisi che si bastonano da soli, come se non ne avessero avute abbastanza!”

“Tu parla per te”, rise un altro, “non fare il duro, magari va a finire che dici che le donne sono tutte puttane  meno la madre, tanto ci conosciamo”.

Un terzo intervenne con l’aria di chi fa perfino un ragionamento:

“Secondo me le cose funzionavano meglio quando i matrimoni erano combinati, quando ci si sposava per ragioni solide, razionali”.

Se non li avesse conosciuti e non avesse sentito così acuto un bisogno di compagnia Enrico si sarebbe sottratto con una scusa ma fece spallucce tre sé e sé. Tuttavia non poté evitare di pensare alle sue dolorose complicazioni ed al rapporto tra i due anziani contadini che aveva incontrato in precedenza.

Nel procedere, la discussione si svolse lungo i soliti binari mentre lui riprendeva sempre più a lottare con i suoi consueti fantasmi che sembravano ritornare con particolare virulenza, come rinvigoriti da quelle ore di oblio. Stava cominciando quasi a smarrirsi quando inciampò e sarebbe caduto se un amico non lo avesse vigorosamente sostenuto prendendolo sottobraccio.

“Tranquillo Enrico”, gli disse sottovoce, “stai con noi”  e proseguì senza lasciarlo.

Qualcosa si sciolse nell’altro, d’improvviso e si commosse, ma gli occhiali scuri nascosero le lacrime che gli erano, solo per un attimo, spuntate negli occhi.

 

 

 

 

 

 


Category: Fumetti, racconti ecc..

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About Marco Capponi: Marco Capponi nasce a Ripatransone ( A.P.) nel 1944. Laureato in Fisica Generale ha insegnato Fisica alla Facoltà di Ingegneria dell'Università di Bologna ed ha svolto attività scientifiche presso laboratori nazionali ed internazionali tra i quali il CERN di Ginevra, il CEN di Saclay e i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo “l'opinabile vita” con la Bononia University Press. Nel 1912 esce per Marte Editrice “UT”, scritto con la musicista Manuela Liiro. Nel 2014 “Le ragioni del caso e del destino” con la editrice Divinafollia.

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