Vittorio Capecchi, Mario Agostinelli: In morte di Giorgio Galli

| 3 Gennaio 2021 | Comments (0)

 

Giorgio Galli è morto a 92 anni a Milano il 27 dicembre 2020

1.Vittorio Capecchi: Ricordo di Giorgio Galli al Mulino negli anni ’60

Con Giorgio ho scritto insieme per il Mulino Il comportamento elettorale in Italia: una indagine ecologica sulle elezioni  in Italia tra il 1946 e il 1963 (Il Mulino 1968) e i ricordi di Giorgio sono tutti legati a Il Mulino degli anni ’60. Era Il Mulino di Pedrazzi, Evangelisti, Raimondi, Matteucci, Melandri e Giorgio Galli ne faceva parte attiva. Giorgio aveva pubblicato con il Mulino nel 1966 Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia e si discuteva  animatamente degli scenari che si stavano aprendo nella politica italiana. Di Giorgio ricordo in quel periodo di cinquanta anni fa due tratti : la sua gentilezza e passione politica unita a una  spettacolare memoria (memorabile fu all’epoca una sua discussione con Sartori che Giorgio sconfisse citando a memoria un interminabile lista di sottosegretari della DC). Poi negli anni 70 lasciai la rivista Il Mulino (la foto in alto è quasi una foto di addio) per fondare Inchiesta nel gennaio del 1971 e Giorgio andò a ricoprire la cattedra di Scienza delle dottrine politiche alla statale di Milano) scrivendo libri importanti sul terrorismo ma anche sulla storia del terzo Reich e sulla teoria delle coincidenze. Tra le tante cose non fatte c’è anche questo non aver rivisto Giorgio per riprendere un’amicizia mai interrotta.

 

2. Mario Agostinelli: In morte di Giorgio Galli

Un ricordo tra il personale e il politico-sindacale della figura di Giorgio Galli, politologo milanese scomparso in questa coda del 2020.

Giorgio Galli è stato tra i milanesi più colti, attivi, carichi di affetto umano e passione politica che il Paese abbia potuto apprezzare, nonostante il suo riserbo e la misura con cui sapeva criticamente anticipare i dirompenti cambiamenti che avremmo dovuto affrontare, fino a culminare in questa fase di tormentata transizione.  

L’amore di Francesca l’avrà ben confortato anche in questa ultima fase di presenza “sveglia” e lucida tra noi: un tempo in cui non è stato più possibile – almeno per me “fuori zona” – avere con loro frequentazioni dirette. Porto così a lei questo mio ricordo, lungo di più di cinquant’anni, dato che la presenza di Giorgio e Francesca ha rinfrancato e spesso rischiarato molti passaggi della mia esperienza umana, politica e sociale ed è stata ricambiata dalla stima – mia e di Bruna – fino alla confidenza con loro ed i loro interessi più intensamente coltivati.

Ancora al Ginnasio, con padre bergamasco, rigorosamente improntato ad un pluralismo che escludeva il PCI, venivo sollecitato a leggere e discutere le note di due politologi di valore: tal Ricciardetto – pseudonimo per un reazionario e ultra-filoatlantico patrocinatore delle maggioranze silenziose – e tal Giorgio Galli, sobrio ma documentatissimo commentatore di dati e eventi sociali, già proteso a cogliere quel vento laico, socialista e di sinistra, che avrebbe di lì a poco soffiato sulla politica e sull’intera società italiana. Scoprirò ben presto che il primo era preistoria resistente e che il secondo avrebbe seguito da vicino, anche nelle ansie e nelle generosità straordinarie e misteriose, quel periodo irripetibile che – col ’68-69 – avrebbe indotto anche un ricercatore da poco laureato a trasferire il suo tempo nelle sedi sindacali, inondate da tute blu che tornavano a scuola con le 150 ore. In quelle aule così insolite, Galli era citato con affetto e per l’autorevolezza e il rigore scientifico con cui annunciava, preoccupato, un’incipiente crisi della democrazia, che oggi esplode e precipita in tutto il pianeta. 

Giorgio ha scritto e lavorato con intensità in quegli anni ’70-80 così importanti, spesso in solitudine e con tesi originali anche su questioni drammatiche come il terrorismo rosso e le stragi fasciste, dettate dalla consapevolezza che la cronaca e la vulgata andassero indagate più a fondo e che il nostro Paese fosse al centro di disegni nascosti, che ne minavano l’impianto democratico e l’ossatura costituzionale.

Come a flash, più avanti, lo ricordo con gratitudine nel 1997, quando la mia richiesta di un suo contributo prestigioso in preparazione del Congresso della CGIL Lombardia, mi ripaga di una sua lezione profonda e innovativa sul ruolo del sindacato e sulle tradizioni solidali presenti nella storia e nella cultura della nostra regione, ferita dall’onda leghista. Era l’occasione per presentare una documentazione multimediale ritenuta allora rivoluzionaria (un CD-ROM interattivo con il software e l’abbonamento gratis ad Internet distribuito in 70.0000 copie nei luoghi di lavoro!), rivolta alle lavoratrici e ai lavoratori che passavano dal ciclostile alla tastiera del computer. Giorgio ne era lietissimo e mostrava tutta la sua soddisfazione per un’organizzazione di massa che si dotava con preveggenza di strumenti di partecipazione adeguati alla rivoluzione digitale già in corso.

Più avanti, una sorpresa: Giorgio è tra i più profondi studiosi dei legami tra le culture rese marginali dalla svolta scientifica del XVII secolo o tra la cultura dei circoli più rivoluzionari del XX secolo e le dottrine politiche che occupano lo spazio dell’ufficialità e della ricerca storica. Che esoterismo e politica potessero destare l’interesse e la passione di un politologo di tal calibro nemmeno l’immaginavo. E nemmeno potevo aspettarmi che fosse sostenitore della fuoriuscita dalla tradizione newtoniana con cui si identifica lo sviluppo quantitativo dell’Occidente e una interpretazione non più meccanicistica e determinista del mondo e della società, in base alle teorie rivoluzionarie che la fisica e la biologia hanno introdotto dall’inizio del ‘900. In fondo anticipa con una sua originalità perfino la svolta di Francesco.

Nacquero scambi che finirono col convergere sulla necessità di rendere popolare un salto culturale e scientifico (anche partendo da una revisione della scarsità di contenuti interdisciplinari dentro l’organizzazione degli studi), utilizzando gli strumenti cultural-tecnologici che ne sono derivati, e di “sottrarre alla gestione di cinquecento multinazionali, le più importanti delle sessantatremila sparse per il pianeta, l’interpretazione del mondo che non è quello che viene fatto apparire, da quando, con la rivoluzione relativistica e quantistica,  la conoscenza è aumentata in modo esponenziale e sofisticato, ma non trasmesso nella sua essenzialità ed implicazioni sociali e ambientali ai cittadini.  Mentre, purtroppo, la politica istituzionale e dei partiti non ha tenuto minimamente il passo”. Sono sue le parole qui riportate, che fanno da commento ad un libro, che lui ha arricchito di una postfazione. 

In cui aggiunge con un certo rammarico che “a sinistra si giudica negativamente un potere concentrato in poche mani, ma non ci si attrezza per modificarlo, da quando la democrazia rappresentativa è stata di fatto vanificata da quel medesimo processo di crescita esponenziale e sofisticata della conoscenza, processo opposto a quello ipotizzato dallo stesso illuminismo, che abbinava allo sviluppo della conoscenza quello, convergente, della democrazia e della rappresentanza”. 

Sono intuizioni come queste che, assieme ad una vita straordinaria, ci fanno capire quanto Giorgio fosse ancora necessario. 

28 dicembre 2020

 

 

 

 

 

 

Category: Editoriali, Libri e librerie, Politica

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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