Vito Mancuso: Essere santa senza Dio. I primi versi di Alda Merini

| 1 Novembre 2014 | Comments (0)

 

 

Come www.inchiestaonline.it abbiamo il 1 novembre 2014 ricordato Alda Merini (categoria “Arte e poesia”), a cinque anni dalla morte, con la poesia “La sopravvivenza negata”. La ricordiamo anche con questo testo di Vito Mancuso pubblicato su la Repubblica del 1 novembre 2014 con la poesia “Santi e poeti” datata 2 dicembre 1948  e mai pubblicata. Ecco ecco il testo giovanile dell’autrice scomparsa cinque anni fa e il commento fatto da Vito Mancuso.

 

Alda Merini: Santi e poeti (2 dicenbre 1948)

Bisogna essere santi

per essere anche poeti

dal grembo caldo d’ogni nostro gesto,

d’ogni nostra parola che sia sobria,

procederà la lirica perfetta

in modo necessario ed istintivo

Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo

per i vicoli ciechi del cervello

sbriciolati in miriadi di esseri

senza vita durevole e completa;

noi ci perdiamo, avvolte, nel peccato

della disconoscenza di noi stessi.

 

Ma con un gesto calmo della mano

con un guardar “volutamente” buono.

noi ci possiamo sempre ricondurre

sulla strada maestra che lasciammo

e nulla è più fecondo e più stupendo

di questo tempo di conciliazione

 

Da dove nasce quella strana disposizione della mente che porta alcuni esseri umani a valicare il piano della vita ordinaria, afferrati da un bisogno irresistibile di oltrepassare la superficie su cui gli altri si aggirano al sicuro ma che da loro è avvertita come piatta superficialità? Chi viene investito da questa particolare energia si scopre a concepire un nuovo modo di rappresentare le forme e i colori se è pittore, un nuovo modo di articolare i suoni se musicista, un nuovo modo di pensare l’esistenza se filosofo, e un nuovo lessico e nuove connessioni tra le parole se poeta. Ma da dove viene l’energia che accende il fuoco interiore detto ispirazione, creatività, illuminazione, profezia?

L’inedito di Alda Merini qui pubblicato nel quinto anniversario della morte (avvenuta a Milano il 1° novembre 2009) risponde a questa domanda. Intitolato Santi e poeti e datato 2 dicembre 1948, è un testo molto prezioso dal punto di vista biografico in quanto precede la prima pubblicazione dell’autrice che fu la poesia Il gobbo del 22 dicembre 1948. È quindi la prima poesia conosciuta di Alda Merini, allora 17enne essendo nata a Milano il 21 marzo 1931. Ma come mai è rimasta inedita fino a oggi e qual è la sua storia? Dimenticata dall’autrice, venne riscoperta casualmente insieme ad altri due inediti posteriori (uno senza titolo datato 14-3-54, l’altro intitolato Mosè ma senza data) il giorno in cui la Merini ricevette l’amica Marisa Tumicelli nella sua casa sui Navigli e la portò a visitare la soffitta: fu lì che, scorgendo alcuni fogli sparsi sul pavimento, ritrovò questa poesia del tutto dimenticata. Donò i fogli all’amica, la quale li custodì per diversi anni fino a quando li affidò a don Marco Campedelli, sacerdote veronese, burattinaio e liturgista, grande amico e confidente della Merini che lo chiamava affettuosamente “don Chiodo” e a cui dettò un centinaio di poesie poi confluite nell’opera del 2005 Nel cerchio di un pensiero. I tre inediti verranno pubblicati nel 2015 in un libro di Scripta Editore a cura di Roberto Fattore, Luca Bragaja, Marisa Tumicelli e Marco Campedelli.

Io credo che Santi e poeti sia un vero e proprio manifesto di Alda Merini. La poesia infatti risponde alla domanda fondamentale posta all’inizio di questo articolo dicendo che la sorgente di quell’energia particolare che dà origine all’ispirazione è l’armonia del soggetto con il bene e la giustizia, in una relazione così stretta da potersi chiamare santità: «Bisogna essere santi per essere anche poeti». La poesia nasce dall’ordinamento del caos che ci abita. Lasciato a se stesso esso conduce nei «vicoli ciechi del cervello, sbriciolati in miriadi di esseri senza vita durevole e completa», ma domato «con un gesto calmo della mano, con un guardar “volutamente” buono», fa ritrovare la “strada maestra”: e «nulla è più fecondo e più stupendo di questo tempo di conciliazione». La poesia quindi sorge dalla lacerazione esistenziale e si compie nella conciliazione tra il singolo e la vita nel mondo.

Si tratta di una poetica decisamente antimoderna, e quindi altrettanto decisamente classica. L’idea-madre della classicità infatti è che si può dare bellezza solo in unione armoniosa con il vero e con il buono, secondo ciò che la filosofia tomista chiama dottrina dei trascendentali dell’essere, ovvero l’idea dell’intima connessione tra logica, ontologia, etica ed estetica. Per la mentalità contemporanea al contrario la creazione artistica non ha nulla a che fare con il vero e con il bene, ma vive solo della soggettività dell’autore. Sei anni prima dell’inedito della Merini scriveva Simone Weil: «Il bene è disprezzato non solo nella storia ma in tutti gli studi proposti ai giovani… è una verità divenuta luogo comune tra i giovani e gli adulti che il genio non ha nulla a che fare con la moralità».

La moralità, ovviamente, non è moralismo, perché è evidente che il genio non ha nulla a che fare con il moralismo: la moralità è armonia tra idee e vita, tra dottrine ed esistenza, tra parole e realtà, è il contrario dell’illusione, è il contatto reale e trasparente con i fenomeni. Diceva Goethe: «Cos’altro è il genio se non quella forza creatrice da cui scaturiscono azioni ben accette a Dio e alla natura, e che proprio per questo hanno seguito e durata?». La classicità vive della connessione dell’artista con il reale. La produzione culturale odierna al contrario il più delle volte conosce solo l’originalità dell’artista fine a se stessa. Alda Merini intuisce da giovane che è solo nella relazione con una più alta dimensione dell’essere che l’arte può fiorire, secondo un’indubbia ispirazione religiosa. In seguito però giunsero per lei l’oscurità e la sofferenza dei lunghi anni passati in manicomio. Ne è venuto un chiaro-scuro della sua ispirazione per descrivere il quale si è parlato di orfismo, il movimento spirituale dell’antica Grecia che esaltava la nobiltà originaria dell’anima vedendola al contempo imprigionata in questo mondo-caverna. Gli orfici attribuivano potere soteriologico ai misteri, Alda Merini alla bellezza e alla forza della parola.

Ed è questo, io credo, il punto di vista da cui intendere Cristo in quanto incarnazione della Parola salvifica, quel Cristo “dal cuore di donna” che la Merini tanto amava e che contrapponeva al Dio padre e maschio, responsabile del governo di questo mondo e dalla “voce di colpa e di rovina”. Durante gli anni del manicomio la Merini bevve a lunghi sorsi l’oscurità di questo mondo, ma a salvarla fu la forza della parola come un giorno ebbe lei stessa a dichiarare: «Quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita». Io penso che proprio qui stia la grande attrazione della sua poesia: nel fatto che la Merini ha abitato, come scrive il suo grande amico don Marco Campedelli, «i piccoli manicomi nei quali possiamo precipitare, l’urlo che abita nel fondo di noi, ma anche tutta la voglia di vivere, di aggrapparci ad un raggio di luce».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Category: Arte e Poesia, Culture e Religioni, Editoriali

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About Vito Mancuso: Vito Mancuso. Nato nel 1962 a Carate Brianza da genitori siciliani, è dottore in teologia sistematica. Dopo il liceo classico statale a Desio (Milano), ha iniziato lo studio della teologia nel Seminario arcivescovile di Milano dove al termine del quinquennio ha conseguito il Baccellierato, primo grado accademico in teologia, ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Carlo Maria Martini all’età di 23 anni e sei mesi. A distanza di un anno ha chiesto di essere dispensato dalla vita sacerdotale e di dedicarsi solo allo studio della teologia. Dietro indicazione del cardinal Martini ha vissuto due anni a Napoli presso il teologo Bruno Forte (attuale arcivescovo di Chieti e Presidente della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede della Cei), sotto la cui direzione ha conseguito il secondo grado accademico, la Licenza, presso la Facoltà Teologica “San Tommaso d’Aquino”. Vito Mancuso è un teologo italiano. E' stato docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano dal 2004 al 2011. I suoi scritti hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, in particolare L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007),Io e Dio Una guida dei perplessi (Garzanti, 2011), Il principio passione La forza che ci spinge ad amare (Garzanti 2013), tre bestseller da oltre centomila copie con traduzioni in altre lingue e una poderosa rassegna stampa, radiofonica e televisiva. Il suo pensiero è oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, sia in campo etico sia in campo strettamente dogmatico. Dal 2009 è editorialista del quotidiano “la Repubblica”. I suoi ultimi libri: "La vita segreta di Gesù" (Garzanti Editore, aprile 2014) e "Io amo: Piccola filosofia dell'amore( Grazanti Editore 2014). Da marzo 2013 è docente di "Storia delle dottrine Teologiche" presso l'Università degli Studi di Padova.

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