Ricordando Pierugo Calzolari Rettore

| 17 Ottobre 2012 | Comments (0)

 

 

Già il titolo è difficile. Riduttivo. Certo Rettore fu Pierugo Calzolari, e la maiuscola ci vuole tutta. Ma anche ingegnere, ricercatore, creatore di progetti scientifici, egli amava dirsi a volte “tecnologo”, e insieme appassionato di poesia e musica, uomo di cultura “universale”, l’universitas di cui si nutriva,  padre, marito, nonno, e gentiluomo d’antico stampo, uomo d’onore in un mondo che nemmeno più ricorda cosa l’onore significhi. A un certo punto delle rispettive vite diventammo amici. Fu qualcosa di assai simile a un clinamen, la deviazione dalla traiettoria deterministica, predeterminata, la linea retta che diventa uno zigzag,  per incrociarne un’altra e nasce l’evento improbabile eppur vero, l’incontro tra diverse linee d’universo che nulla lasciava prevedere sarebbe avvenuto.

Egli era il Primus, il Magnifico dell’università più antica del mondo, l’Alma Mater gonfia di tradizione e  retorica, io l’ultimus, cioè un semplice ricercatore, il più basso grado della gerarchia accademica, e mai mi proposi di andare oltre. Il rettorato lo avevo occupato varie volte, prima studente contestatore, come si usava dire, poi precario borsista esercitatore incaricato e quelle cose lì, l’ultima volta nel 77. Nè la mia considerazione del mondo accademico, così come del sistema di cooptazione universitario, cambiò quando seppure ai margini entrai a farne parte. Più o meno pensavo, e penso, che globalmente l’accademia italica sia  grosso modo rimasta tal quale da quando i professori delle università giurarono quasi tutti, eccetto dodici (12), fedeltà al fascismo. Se pensate l’affermazione troppo estrema, potrei attenuarla in “l’accademia italica è un coacervo di corporazioni essenzialmente impegnate nella spartizione e gestione e perpetuazione del loro privato potere”. Attività che con la ricerca e l’insegnamento della verità ha assai poco a che vedere. Mentre invece per Pierugo Calzolari la ricerca e l’insegnamento della verità erano costituenti l’università, le funzioni principali che doveva espletare, l’anima e le fondamenta dell’Alma Mater, e te ne accorgevi subito di questa onestà e direi precisione intellettuale, bastava ascoltarlo per cinque minuti. Anche il modo in cui sentii per la prima volta parlare di lui è anomalo. Me ne raccontò in modo entusiasta un amico, con cui tra l’altro avevo condiviso gli stravizi rivoluzionari e che con l’università non c’entrava nulla operando egli nel campo del volontariato. Si erano incontrati quando Calzolari era prorettore alle relazioni internazionali, per discutere un progetto di aiuti al Burundi, e l’amico lo descrisse come una persona molto aperta, gentile, intelligente, e di fronte al mio scetticismo, aggiunse all’incirca “guarda vacci a parlare, non sembra neanche un professore universitario, non è mica un barone, vedrai”. Immagazzinai l’informazione della possibile eccezione che, comunque, conferma la regola e passai oltre fin quando Calzolari scese in campo candidandosi a Rettore, con un programma ortogonale alla gestione di Fabio Roversi Monaco fino ad allora incontrastato padrone dell’ateneo, nonchè uno degli uomini “forti” della città. Un programma quello di Calzolari fondato sulla trasparenza laddove prima vigeva l’opacità (per dirla con un eufemismo), sulla democrazia laddove prima vigeva la gerarchia per giunta non istituzionale ma per gruppi trasversali, sulla indipendenza dell’università laddove prima vigeva la commistione con altri poteri, con forze politico economiche tutt’altro che limpide, in un impasto  spesso maleodorante cui non erano estranei segmenti corposi della sinistra cittadina. Un programma che in positivo proponeva alcune direttrici per lo sviluppo dell’ateneo chiare, come la centralità della ricerca, quella degli studenti e del diritto allo studio, la necessità di avere una dimensione e un peso internazionali, ultimo ma non ultimo l’esigenza ormai irrinunciabile di rinnovamento del corpo docente, di una immissione di giovani nel circuito dell’insegnamento e della ricerca, non in modo precario. Ricordo di averlo sentito dire una volta che “ormai il problema del precariato sta diventando ethico, une vera e propria offesa alla dignità dei giovani”, quando ancora gli indignados non erano all’orizzonte.

Il suo competitore Giorgio Cantelli Forti invece incarnava la continuità con Roversi Monaco che più o meno esplicitamente lo sostenne. Durante questa campagna elettorale lo incontrai con alcuni altri ricercatori a casa di Luisa Brunori, e ne nacque una discussione che andò ben oltre l’elezione per investire il problema di scienza e democrazia nel nostro paese e non solo. Allora nel mio piccolo mi impegnai perchè Calzolari vincesse, e fu una vittoria storica, una vittoria in qualche misura dei senza potere, i piccoli, contro i potenti, aprendo una fase nuova, prima di tutto nello stile dell’uomo, il Rettore Calzolari. Intanto nell’accesso al Rettorato, intendo gli uffici e lo stesso studio del Rettore, poi nel garbo, quindi nel linguaggio largo complesso e preciso insieme, mai autoritario,  nell’onestà e nell’ethica, infine nell’atmosfera di libertà che cominciò a  circolare nei corridoi, negli uffici, negli studi, nei laboratori, nelle aule, tutti noi che all’università lavoravamo ci sentimmo più liberi, come se nella cappa oscura e inquinata creata da Fabio Roversi Monaco si fosse aperto uno squarcio d’azzurro con un soffio d’aria pura.

Si parva licet componere magnis, mi parve allora che la battaglia di Calzolari fosse in senso proprio una battaglia per la liberazione, con la stessa qualità, la stessa tessitura morale, propria ai militanti di Giustizia e Libertà prima, poi a quelli del Partito d’Azione. Venendomi già a quel tempo un paragone con Parri, uomo limpido che finì schiacciato dalla tenaglia tra Togliatti (PCI) e De Gasperi (DC). Infatti Calzolari non ebbe vita facile come Rettore, era stato eletto da una maggioranza, ma era un Rettore “di minoranza” per le idee e i progetti che esprimeva, talmente eterodossi che a una inaugurazione dell’anno accademico il combattivo studente di turno lo qualificò con un poco di ironia e molto rispetto “compagno Rettore”.

L’università di Bologna è gigantesca, molto viscosa e pesante, smuoverla è difficile, un lento lavoro di pazienza e insieme di inflessibile decisione, tanto più se forze ostili continuano una tenace opposizione tanto sotterranea quanto senza esclusione di colpi. E nel mentre Calzolari era impegnato in questo difficile rinnovamento fondato su ricerca, diritto allo studio, internazionalizzazione, nonchè indipendenza, trasparenza e democrazia, arrivò la controriforma Gelmini a cui egli si oppose in modo strenuo esattamente perchè, se approvata, avrebbe devastato i cardini del suo programma, in particolare ricerca universitaria e diritto allo studio, per non dire della democrazia. Una opposizione che gli costò altre facce e/o altri gesti ostili, fino alle insinuazioni e calunnie personali, alcune non solo senza fondamento ma del tutto vergognose, e ancora una volta fu lasciato combattere in solitudine, vuoi mai che il potere cittadino si schierasse per difenderlo turbando i delicati equilibri nella spartizione del potere, tra un posto di Presidente della Fiera e quello di un Presidente di una Fondazione bancaria, e quant’altro.  Nonostante egli fosse cattolico praticante anche la chiesa – le istituzioni ecclesiastiche e gli uomini del potere religioso – non lo risparmiò, in modo felpato come la chiesa sa fare ma duro. D’altra parte come egli stesso diceva “io difendo l’università laica, l’università come la intendo non può essere altro che laica e pubblica”, per cui in qualche modo comprendeva la freddezza nei confronti del suo rettorato da parte delle autorità religiose. Questa era un’altra delle sue caratteristiche, la comprensione per chi non la pensava come lui, magari dentro uno scontro aspro perchè non rinunciava nemmeno a un grammo delle sue convinzioni, epperò con l’occhio e la mente sempre un poco di sbieco rivolti anche all’oppositore, a tenerne conto, a trovare una comune razionalità, una comune misura, scegliendo tra  persuasione e retorica sempre la persuasione.

Un atto di persuasione e insieme un generoso dono d’amore fu anche il suo commiato da Rettore con la splendida lectio magistralis del Maestro Riccardo Muti tenuta in aula magna, mentre la malattia lo aggrediva ogni giorno un poco di più senza che egli perdesse la sua naturale eleganza, anzi accentuandola, rendendola per così dire più dolce. Di fronte a malattie tanto devastanti può accadere di dare il meglio o il peggio di sè. Pierugo ha dato il meglio, in particolare fu stoico senza perdere il gusto, la passione per la vita, i viaggi, l’università, la ricerca, i libri, gli affetti, l’amicizia, l’amore, anche le arrabbiature, e quella estesa e profonda comprensione del mondo che, senza essere saccente, sempre ti offriva, ti proponeva. In fine ciascuno di noi, credo, si imagina la persona cara defunta da qualche parte, in un qualche luogo, e io mi imagino, nel pensier mi fingo, Pierugo a Venezia, perchè come dice un poeta “ In ogni caso venga prima il sogno o prima la realtà, l’idea dell’aldilà è tenuta ben viva, a Venezia, dal suo tessuto visivo chiaramente paradisiaco”.

 

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Category: Editoriali, Scuola e Università

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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