Pina Lalli: In ricordo di Pietro Maria Bellasi (1932-2018)

| 24 agosto 2018 | Comments (0)

 

 

La notte del 10 agosto 2018 è morto a ottantasei anni a Milano Pietro Bellasi. Pubblichiamo un ricordo di Pina Lalli scritto il 24 agosto 2018 per l’Associazione Italiana di Sociolologia

Addio ad un maestro di vita e di sociologia: Pietro Maria Bellasi

In pieno agosto ci ha lasciati Pietro Bellasi, un sociologo atipico che ha fatto innamorare della sociologia migliaia di studenti all’Università di Bologna. “Mi ha condotto in posti che la mia mente non osava immaginare”, si legge in uno dei commenti che molti suoi ex studenti hanno scritto a margine di un post che parlava della sua scomparsa su un social media; un “mito”, lo definisce qualcun altro, oppure ancora: “un Professore con la P maiuscola, di quelli ormai sempre più rari”, o che “ ha arricchito tutti noi e continuerà a farlo con la sua grande eredità”. Grandi manifestazioni di stima, affetto e riconoscenza.

Il potere carismatico e oserei dire teatrale delle lezioni dell’uomo Pietro Bellasi – inscindibile dallo scienziato sociale – ha attraversato tutta la sua carriera, facendosi apprezzare ed amare sia nei difficili anni delle contestazioni sia negli standardizzati questionari di valutazione degli anni 2000. La sua piena disponibilità all’ascolto del sociale come del singolo studente sono state sempre all’altezza della complessità contemporanea e, grazie a lui, per oltre quarant’anni, tantissimi giovani hanno coltivato la passione del conoscere. Parlare per gli studenti e non per se stessi, cercare di ascoltare il loro ascolto, e in generale tendere sempre ad ascoltare l’alterità irriducibile del proprio interlocutore e del contesto di vita sociale in cui si abita o ci si imbatte: ecco, per me, il suo insegnamento principe.

Non a caso, privato com’era del ruolo di professore ordinario e quindi anche di professore emerito, l’Alma Mater Università di Bologna con il Rettore Pier Ugo Calzolari dieci anni fa gli aveva conferito il Sigillum Magnum come riconoscimento ai “Benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte”.

L’itinerario dei suoi studi è stato a lungo eterodosso per gran parte dell’accademia italiana: la “tensione antropologica” che lo animava proveniva in qualche modo dal suo essere straniero in patria e cosmopolita per definizione (ticinese e toscano d’origine, aveva svolto i suoi studi a Ginevra), quando ancora non era di moda quella che oggi si esalta come internazionalizzazione.

Spontaneamente e autenticamente “transdisciplinare”, è riuscito a coniugare in modo ineguagliabile sociologia, antropologia e psicoanalisi. La “tensione” che distingueva i suoi studi e la sua didattica spinge a porsi interrogativi, a pensare in modo riflessivo, a sottoporre a vaglio critico ogni luogo comune o teoria o rappresentazione consolidata; una tensione volta a cercare – come scrisse nel 1987 ne Il paesaggio mancante – «una potenzialità di creazione scientifica in cui il ricercatore può imbattersi solo con l’introdurre le variabili indipendenti, illimitate ed enigmatiche della “condizione umana” ».

La sua è stata una ricerca costante degli indizi simbolici più suscettibili di farci comprendere le contraddizioni e i rischi della società moderna. La “coscienza tragica della modernità”, diceva, produce un’incertezza intrinseca, a cui si accompagna il rischio incombente della gabbia d’acciaio di weberiana memoria, che si declina per Bellasi anche nei due opposti poli di megalizzazione e miniaturizzazione, vale a dire le rappresentazioni potenzialmente totalizzanti nelle grandi cerimonie dei poteri costituiti, e i piccoli rituali che cercano nella quotidianità di controllare l’assenza di senso che comunque ci insegue. Ecco come, nel 2006 nel programma di uno dei suoi ultimi corsi, egli stesso definiva la dimensione della vita quotidiana: «quella rappresentazione indefinitamente replicata in cui riti, liturgie, pulviscoli di miti effimeri, abitudini, gregarismi consegnano le storie individuali e collettive ad una sorta di forza d’inerzia che sembra ripristinare la ciclicità indefinita del tempo. Un guscio fragile di eternità che sembra contrapporsi al tempo lineare dell’incerta e inquietante avventura scientifica e tecnologica» (corsivo mio).

Un linguaggio e uno stile cesellati con cura estetica e al tempo stesso puntuali e incisivi nell’esprimere le tensioni che animano la vita sociale. Se nella segnaletica pubblicitaria e nei riti quotidiani rintracciava pratiche estetizzanti utilizzate per dare un senso all’hic et nunc iterativo, nell’analisi sociale dell’arte contemporanea e nella diretta partecipazione all’organizzazione e alla curatela di eventi artistici Bellasi aveva trovato un territorio quasi-etnografico per osservare la forma simbolica per eccellenza in cui si esprime l’ambivalenza moderna. La considerava una sorta di «epidermide sensibile del sociale» in cui era possibile ascoltare le contraddizioni dell’enigma moderno nel suo tentativo estremo di “afferrare” il reale. Solo qualche esempio: le esili statue di Giacometti che sfiniscono lo spessore dei corpi per sfidare la difficoltà irriducibile di coglierne l’essenza, o quello che aveva definito in uno dei programmi di Sociologia dell’arte «l’ inesorabile avvicinamento dell’arte contemporanea (in particolare la fotografia e il video) alla quotidianità sino ad una loro totale coincidenza nel segno di una radicale indifferenza politica, etica e perfino estetica».

Nel disvelare sia nel quotidiano sia nell’arte gli interrogativi che ne attraversano le funzioni contraddittorie, si è spinto fino a rintracciarne gli indizi di una dimensione iperreale che impregna di sé tanta parte della nostra vita contemporanea, fluidificando la sensorialità in un turbinio di torrenti di significato che parrebbero non riuscire ad arrestarsi se non in emozioni effimere o talora ipocrite. Tanto da essere sempre più utilizzate a scopo manipolatorio da un marketing talvolta detto esperienziale: qualcosa che al “sequestro dell’esperienza” di giddensiana memoria tenderebbe oggi a sovrapporre la ‘vendita dell’esperienza’. Mentre, comunque, il reale ci attende al varco. In un’intervista che dopo il fatidico 11 settembre gli rivolsi per una rivista sollecitata da alcuni suoi ex studenti, ebbe una delle sue grandi intuizioni analitiche: la modernità, proprio nel contesto urbano che ci rappresentavamo come il più tipico e avanzato, aveva sperimentato – mi disse – «l’irruzione del reale». Uno squarcio e una ferita non solo nei grattacieli di New York ma anche nella narrazione retorica che la società fa ogni giorno di se stessa, una lacerazione nella nostra trama immaginaria di significati, trovatasi d’improvviso di fronte l’irreversibilità di una perdita: un’assenza di senso nell’immediato difficile da “ricucire” o “far parlare”. E dopo la quale forse nulla più può essere come prima.

La perdita e la morte connesse all’enigma della condizione umana in società e la loro metabolizzazione moderna – immaginaria o simbolica – nella vita quotidiana sono i temi che attraversano l’indisciplinato o transdisciplinare percorso che Pietro Bellasi ha proposto alla sociologia, e che oggi invitano a rileggere i suoi scritti – perché no anche alla luce della nuova sezione che l’Ais ha dedicato all’immaginario. “Immaginario e vita quotidiana” era proprio il titolo di un numero della rivista Inchiesta in cui col mio piccolo contributo nel 1983 raccolse temi e scritti in gran parte allora sconosciuti nel nostro paese. In Fantasmi di potere smonta sia “l’esplosione monoteistica dell’assolutismo”, sia la “disseminazione politeistica e microfisica del democraticismo di società bloccate”. Ne Il paesaggio mancante l’arte diventa oggetto e soggetto di conoscenza del sociale. Ne Il Giardino del Pelio, dedicato ai suoi studenti, racconta dense passeggiate etnografiche in uno degli scenari da lui più amati della Grecia. Innovativa e ricca di spunti la sua lunga introduzione alla traduzione italiana del testo di Baudrillard Dimenticare Foucault: vi si leggeva già l’intuizione dell’implosione del reale nell’iperreale di ciò che preludeva, nello sviluppo tecnologico detto virtuale, al tentativo estremo di fare a meno dell’immaginario cercando di disperdervi illusoriamente ogni limite fisico e ogni distanza.

Resta ora il difficile compito di “metabolizzare“ la perdita di un uomo e un intellettuale di grande statura facendo tesoro del suo insegnamento, e magari cercando anche di ricomporre in unico volume alcuni dei numerosi scritti che specie negli ultimi anni e sino all’ultimo giorno in piena attività ha dedicato ai vari artisti con i quali collaborava. Avevamo iniziato più volte a parlarne per farlo insieme, ma poi… Ciao, Pietro, maestro di vita e di scienza.

 

 

Category: Editoriali, Storia della scienza e filosofia

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