Lettera a Ellis: Vola gabbiano

| 5 Maggio 2016 | Comments (0)

 

 

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera a Ellis

Sono talmente innamorato di te Ellis. Ti ho amato, ti amo, ti amerò finchè campo. Tu non sei più di questo mondo. Ma vivi nel mio cuore, nei miei pensieri, ti sento dentro di me a volte camminare. Guardo il tuo viso e ne tremo d’emozione. Sei bellissima, di più: illumini con la tua bellezza chiunque ti sia intorno. Le persone al tuo cospetto avendo vergogna a essere brutte, diventano belle. Fu così dal primo momento che ti vidi, e  così è rimasto. Bella e buona, kalos kai agathos secondo l’antica dizione.

Piango spesso e non ho molta voglia di vivere senza di te. Tu eri il cuore pulsante della mia vita, tutto quel che facevo andava a quel ritmo. Partiva da quel cuore, da te, per poi tornarci. Con la tua morte io rimango esangue.

Eri/sei meravigliosa. Tutte/i concordano. Anche nel mezzo di quella brutale malattia, il cancro che ti ha frantumato. Anche nel mezzo dell’ultima settimana di tormenti, colle amiche e gli amici che cercavano di lenire il dolore carezzandoti il viso o le gambe. Tormenti inutili, frutto di accanimento terapeutico con un eufemismo, detta col suo nome: frutto di violenza se non crudeltà falsamente terapeutica.

Ne ho un senso di colpa profondo perchè non sono riuscito a impedire il tuo massacro. Chiedevi, perchè non mi aiuti, perchè nessuno mi aiuta. Imploravi infine tua madre, la mitica mamma Maria. Ho avuto la tentazione di donarti la morte con le mie mani. Forse avrei dovuto. Forse sono stato un vigliacco. Forse ero oramai troppo stanco, debole, dolorante. Comunque sia la macchina ospedaliera ti ha stritolato. Non per salvarti la vita, questo era impossibile, no: per farti penare la morte.

Da tempo avevi cessato di mangiare e mi dicesti: tu sai da dove nasce questo rifiuto profondo che ho del cibo. E non ci fu bisogno di altre parole, seppure io sempre speravo che avresti ricominciato.

In italia non esiste quell’atto di misericordia che chiamiamo: eutanasia. I preti neri che pretendono il potere sulla nascita e la morte delle persone non lo vogliono.

Essi che hanno inventato l’inferno, il paradiso e l’aldilà, il giudizio divino per cui nemmeno si può morire in pace, anzi devi avere paura, fino al terrore. Maledetti preti neri, che tu hai disdegnato. Morente.

Ma lasciamo gli ignobili e andiamo invece a casa. Questa casa dove ogni pezzo di legno, mobile, tavolo, piastrella, immagine, cellula respira di te, dove io ora mi muovo cercandoti, ti ho sentito chiamarmi una notte, un’altra ti ho visto ma ancora eri vivente seppure avvoltolata nel dolore.

Invece ricordi quando tornata la prima volta dall’ospedale, guardasti il giardino, il tuo giardino esclamando: ma sono fioriti i tulipani, guarda come sono belli.

Poi dormimmo insieme qualche giorno, io sfiorandoti appena di tanto in tanto con tutta la delicatezza che ho potuto trovare per non farti male. Non dormivo granchè epperò spesso fui non so come dire, certo felice non è la parola giusta, intimo ecco, di una tenerissima intimità. Nel pieno della malattia riuscivi in questo miracolo dell’intimità amorosa. Come quando già in fin di vita facesti l’ultimo gesto, mettendomi un dito nella cintura e constatando che ballava, insomma ero dimagrito, bisbigliasti: devi mangiare o chissà cosa ma questo volevi dirmi. Succedeva spesso tra noi. Non c’era gran bisogno di parole, l’una dietro l’altra, bastava un non so che e il discorso era chiaro parola per parola.

Straordinario è stato che, persin nel mezzo della sofferenza sconfinata, tu abbia mantenuto l’anima chiara e bella. Addirittura fosti lucidissima qualche attimo prima di spirare con Tania, la tua amatissima figliola, che ti vegliava nella notte nera.

Sai alla tua cerimonia funebre sono venuti in molti, anche i tuoi antichi compagni del Movimento Studentesco  milanese di cui andavi così fiera e che non hai mai smesso d’amare, l’amor politico, e qualche tuo compagno di liceo, nè sai quanti hanno mandato le loro condoglianze, della tua morte ha dato notizia Radio Popolare; d’altra parte proprio sotto la radio quando stava vicino alla Statale c’eravamo incontrati, conosciuti e amati, per me fu tutt’uno. Però quello che ti ha fatto veramente piacere è stata la presenza di uno dei tuoi nipotini, vivace e birbante, col sorriso di tuo padre e i tuoi occhi. Quanta gioia traevi da questi due nipoti, e orgoglio per i successi scientifici di tua figlia che ha imparato da te a trovare le cose nascoste in posti improbabili, uno sguardo obliquo o curvo che arriva oltre gli angoli là dove nessuno penserebbe di buttare un occhio.

Adesso vola gabbiano, come stava scritto sulle 64 rose rosse, il numero dei tuoi anni, che ornavano il feretro. Una storia di gabbiani scrivesti con parole e immagini, le tue  straordinarie foto, quando vivevamo a Marsiglia,  manco a dirlo una storia da donare a quei nipoti adorati. Quel piccolo gabbiano che abbiamo visto nascere e imparare a volare sul tetto di fronte e il mare laggiù.

 

 

 

 

 

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Category: Editoriali

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