Lawrence Ferlighetti compie oggi 100 anni: Tutto ciò che volevo fare era dipingere luce sui muri della vita

| 24 Marzo 2019 | Comments (0)

 

 

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Lawrence Ferlinghetti compie oggi 100 anni. Per ricordarlo diffondiamo dal libro 50 poesie di Lawrence Ferlinghetti. 50 immagini di Armando Milani (a cura di Giada Diano, Editrice Gam, Brescia 2010) : a) la poesia “E allora mostra a tuo figlio un tramonto” con il disegno della sigaretta di Armando Milani; b) L’introduzione alle poesie di Ferlinghetti di Giada Diano. La poesia con la sigaretta è dedicata dal direttore di questa rivista ad Adele.

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Lawrence Ferlinghetti: E allora mostra a tuo figlio un tramonto
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E allora mostra a tuo figlio un tramonto
prima che non ce ne siano più
consigliò un vecchio Sinistroide
esibendo la solita paranoia
della
Sinistra
che adesso si è riversata sugli
ecologisti
e altri della stessa specie
sempre a farneticare sul
buco dell’ozono e
il cancro e il fumo
e la popolazione della terra
che raddoppierà di nuovo
entro il duemilaventi
e su come la terra
si stia avviando a un’improvvisa
brutta fine
Mentre sappiamo tutti che i media e
i cartelli del petrolio e
le compagnie del tabacco e
gli scienziati dell’industria e
il perplesso industriale in generale
ci raccontano un mucchio di
stronzate
e nient’altro che stronzate
Quindi non c’è bisogno di preoccuparsi
“Nessun problema”
come dicono giù in città
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2. Giada Diano: introduzione a Lawrence Ferlinghetti e al libro con i disegni di Armando Milani
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Nato a Yonkers, New York, nel 1919 da padre italiano (originario probabilmente di Chiari in provincia di Brescia) e madre di origini franco-portoghesi, Lawrence Ferlinghetti è poeta, romanziere, traduttore, editore, pittore, autore di teatro e drammi radiofonici. Anima del Rinascimento Poetico di San Francisco che negli anni ‘50 sfida la concezione elitaria dell’arte e del ruolo dell’artista nel mondo, Ferlinghetti è stato protagonista negli ultimi sessant’anni di una straordinaria attività creativa, mai disgiunta da una profonda e continua attenzione a tematiche politiche, sociali ed ecologiche. Laureatosi all’Università della North Carolina, nel 1941 si arruola nella Marina degli Stati Uniti, ma la visita a Nagasaki, distrutta dalla bomba atomica, lo trasforma in un “pacifista radicale”. Dopo aver conseguito un Master alla Columbia University e un dottorato all’Università della Sorbona, nel 1953 si stabilisce a San Francisco, dove fonda, assieme a Pete D. Martin, la City Lights Bookstore, libreria diventata, due anni dopo, anche casa editrice.

Sin dall’inizio la City Lights pubblica i più importanti poeti dissidenti americani ed europei, gli autori della beat generation, e si impone come centro propulsore di fermenti culturali e artistici. Nel 1956, in seguito alla pubblicazione di “Urlo” di Allen Ginsberg, Ferlinghetti viene processato per vendita e diffusione di materiale osceno, riportando una storica vittoria legale contro la censura nella lotta Lawrence Ferlinghetti per la libertà espressiva e di stampa. Ferlinghetti ha partecipato a molteplici festival e reading di poesia, dimostrandosi viaggiatore instancabile, vero guerriero poetico a difesa degli ultimi e del pianeta. Ha esposto in numerosi musei e gallerie, ricevendo svariati riconoscimenti: primo Poeta Laureato della città di San Francisco, membro permanente dell’Accademia americana delle arti e delle lettere e, recentemente, Commendatore al merito della Repubblica Italiana. Il suo “A Coney Island of the Mind”, tradotto in diverse lingue, è tra i libri di poesia più letti al mondo con oltre un milione di copie stampate.

Armando MilaniArmando Milani è nato a Milano nel 1940, dove ha aperto il suo studio di graphic design nel 1970.Nel 1977 si è trasferito a New York, dove si è specializzato nel design di marchi, immagine coordinata, grafica editoriale e manifesti culturali e sociali. Per Armando il design deve essere appropriato, sintetico, emozionante e di facile memorizzazione. Rifiuta soluzioni di moda, alla costante ricerca di un design non databile, i cui contenuti siano sempre validi, anche se realizzati in differenti periodi storici. Crede che il designer possa usare metafore, connessioni, surrealismo o sottile ironia, sempre evitando banalità e volgarità e cercando di attrarre, eccitare e coinvolgere il lettore. Dopo trent’anni di design di logos e programmi di branding ha avvertito la necessità etica di dedicare parte del suo tempo alla denuncia di alcuni dei grandi problemi dell’umanità che sono un pericolo per il futuro dei nostri figli come la guerra, la fame e l’inquinamento. «Noi non abbiamo il potere dei politici, ma con il nostro contributo, possiamo promuovere il dialogo, la riflessione e l’azione contro questi gravi problemi».

Oggi alcuni dei suoi lavori della “Human Design Collection” sono distribuiti in tutto il mondo dalle Nazioni Unite.Armando Milani è un esempio eccezionale di cultura del design. Designer lo è perché è il suo modo di esprimersi: diretto, globale e sintetico. Ha saputo utilizzare la sua formazione alla Scuola Umanitaria di Milano e la sua collaborazione con i più grandi maestri del design nel senso di una sensibilità acutissima ai problemi umani. La fotografia e anzitutto la grafica sono gli elementi chiave nel suo discorso creativo. La sua esperienza americana durata vent’anni, si è abbinata con la sua cultura italiana derivata dal Bauhaus, inserendo nella sua filosofia del progetto quella dimensione di umorismo pragmatico caratteristica del pensiero anglosassone. Armando Milani è l’uomo di grande avventura grafica, il maestro dei poster, dei logo e delle corporate identity. Il suo segreto è quello di poter concentrare il massimo dell’informazione in un’impaginazione estremamente chiara, netta e senza ambiguità di tipo poetico. È l’esperto del messaggio diretto, forte nella sua immediatezza di comunicazione; è un protagonista della comunicazione grafica di oggi seguendo una filosofia umanistica basilare. Il suo recente poster della colomba della pace che strappa la “A” alla guerra per inserirla nella parola pace è un capolavoro di sintesi e precisione che unisce ironia e speranza e induce a una profonda riflessione. In piena globalizzazione informativa, creatrice di ambiguità e confusione, Armando Milani è un maestro della comunicazione nella profonda bellezza della sua semplicità. I concetti si esprimono chiaramente: la chiarezza è una virtù. Pierre Restany, 2003

William S. Burroughs ha scritto: «Ricordate che ogni parola è un’immagine». In queste parole ho sempre rintracciato una sorta di ammonimento, rivolto a scrittori e poeti, in linea con uno dei principali dettami della poetica della beat generation, cui Burroughs apparteneva. Questa frase sembra significare: “scrivete con consapevolezza”; sembra dire: “fate sì che ogni parola che scegliete, che incidete nero su bianco, che dipingete sulla pagina, sia un varco verso l’immaginazione, una finestra che spalancate sul mondo e sulla coscienza”.

Credo che valga anche l’esatto contrario e che a buon diritto si potrebbe dire/ammonire: “Ricordate che ogni immagine è una parola”.Il ché ci conduce all’annosa diatriba sulle cosiddette “arti gemelle”, poesia e pittura, scrittura e arti figurative. Cosa riesce meglio a dare forma a un’idea, a solleticare la curiosità, a sollecitare la coscienza, a risvegliare le emozioni? In altre parole, cosa è più efficace, il segno grafico o quello linguistico?

Questo libro fa apparire la “necessità” di trovare vincitori e vinti, sterile e infondata, dal momento che immagini e parole sono chiamate a condividere un medesimo spazio, a veicolare -dove possibile- lo stesso messaggio, a fondersi in un’armonia di intenti. Immagini e parole non solo sulla pagina a darsi battaglia, o a contendersi una presunta superiorità; al contrario scorrono parallele per compenetrarsi di senso, per “unire” le proprie forze, espressive, linguistiche, cromatiche, per raggiungere il lettore/osservatore e allagarlo di significati e sensazioni.

Esiste una straordinaria affinità espressiva tra Lawrence Ferlinghetti e Armando Milani, sebbene siano due artisti profondamente diversi per provenienza culturale, percorsi formativi ed esistenziali. I manifesti di Milani possiedono un’essenzialità pregnante di significati, una chiarezza e un’audacia dell’idea, che consentono loro di sostenere l’accostamento alla scrittura di uno dei protagonisti indiscussi del Novecento poetico, un intellettuale a tutto tondo, da sempre devoto all’etica della verità, un visionario della bellezza, dotato di sguardo di rara profondità, quale Ferlinghetti. Dal suo canto la scrittura di Ferlinghetti possiede una spiccata qualità pittorica: la natura visiva della sua ispirazione poetica, il cromatismo scritturale rendono le sue poesie immagini per sé, quadri che ritraggono la sua fervida immaginazione o l’umanità sofferente che abita il suo mondo poetico.

La cosa più sorprendente è che questo armonico viaggio in versi e immagini non è frutto di una “premeditazione” (come la consonanza di temi, persino la identicità di immagini, poetiche une, figurative le altre, sembrerebbe suggerire), di un accordo, di una “pace fatta” tra le arti gemelle, ma è una scoperta inaspettata.Prima di iniziare a lavorare alla scelta degli abbinamenti, ho creduto che l’impresa fosse destinata al fallimento, perché inevitabilmente gli accostamenti avrebbero dato luogo a fraintendimenti, l’immagine avrebbe soffocato la poeticità del testo, il lirismo della scrittura di Ferlinghetti avrebbe offuscato i manifesti e chissà quali altri “disastri”.Ed invece, a viaggio ultimato, rimango ancora a bocca e cuore spalancati, di fronte alla sintonia che risuona nelle pagine, con manifesto e poesia che vengono a essere le due parti complementari del symbolon dei Greci, la tessera che veniva spezzata in due in segno di amicizia tra città o famiglie, con la consegna di una metà a ciascuna delle parti. Symbolon, tessera di riconoscimento, connessione. Ed ecco che immagine e parola si riconoscono, si manifestano amicizia, si ricompongono nella trasmissione del messaggio.

Ed il messaggio ci aiuta a decifrare la connessione che esiste tra Lawrence e Armando, grazie a tre parole chiave: impegno, responsabilità, luce. Le creazioni dei due artisti sono militanti, nel senso più puro del termine: sono chiamate ad allargare la sfera della coscienza individuale e ad illuminare le zone oscure, tanto del singolo, quanto della società contemporanea. Esse evidenziano, nel loro alternare impegno socio-politico e lirismo puro, la medesima scissione tra l’esigenza di condannare le storture di questo nostro mondo ferito e sofferente, e la volontà di affermare speranza e possibilità di riscatto. Ferlinghetti ha attraversato l’intero secolo scorso criticando i potenti di turno, articolando la “voce del popolo”, dando spazio e luce agli ultimi e agli emarginati, diffondendo messaggi di pace e di amore, insegnando al lettore che la tenerezza è la vera rivoluzione di cui rendersi protagonisti indefessi e che il silenzio è sempre colpevole, perché significa complicità con i soprusi e le violenze che ci circondano. Dal suo canto Milani non si tira indietro di fronte alle sfide della società moderna, dà prova di grande intuizione e coraggio di sintesi, evitando orpelli o inutili distrazioni, e riuscendo a rappresentare in un’essenzialità densa e vibrante, messaggi forti, chiamate all’uomo comune affinché si impadronisca del timone del mondo alla deriva, provando ad invertirne la rotta. Potremmo parlare a lungo di alcune consonanze di fondo tra i due artisti, ma una le riassume tutte: entrambi affermano una scrittura, poetica l’una, figurativa l’altra, che sia condanna delle storture della società e al contempo mezzo e strumento di cambiamento. Il populismo di Ferlinghetti, come quello di Milani, non ha nulla di strettamente politico, è racchiudibile forse in un’unica frase: la parola, l’arte, possono cambiare il mondo, cambiando le singole coscienze. Alla poesia e all’arte dunque il compito di illuminare i tempi oscuri, di illuminare le coscienze, di illuminare i rapporti umani… La luce è la chiave.

Giada Diano, 2010

 

Category: Arte e Poesia, Editoriali, Guardare indietro per guardare avanti

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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