La difficile utopia del possibile

| 8 Febbraio 2012 | Comments (0)

Utopia

 

Lei è all’orizzonte.

Mi avvicino di due passi,

lei si allontana di due passi.

Cammino per dieci passi e

l’orizzonte si sposta

dieci passi più in là.

Per quanto io cammini,

non la raggiungerò mai.

A cosa serve l’utopia?

Serve proprio a questo: a camminare

 

Eduardo Galeano

 

 

Utopia 8535 km.

Questo cartello, raffigurato in copertina, sintetizza la storia di due città e di due persone insieme a un piccolo mistero.

Questo cartello stradale Utopia 8535 Km esiste realmente e si trova in un prato alla periferia di Osnabrück in Germania nella Bassa Sassonia. Questa cittadina tedesca, che oggi ha 164.000 abitanti, è stata fondata nel 780 da Carlomagno ed ha una storia medievale molto interessante che ha portato alla costruzione di edifici, musei e istituzioni universitarie di prestigio. In quanto a Utopia, che si trova realmente a 8535 km da Osnabrück, si tratta di un piccolo centro abitato nella Hill County nel Texas all’interno del canyon Sabinal dove scorre il fiume dello stesso nome. Il canyon è chiamato anche Ugalde Canyon perché Juan de Ugalde insieme ad altri ispanici nel 1790 unì Comanches, Taovayas e Tawakonis e dopo aver sconfitto gli Apaches fondò questo piccolo centro abitato (l’ultimo censimento indica la presenza di 118 maschi e 128 femmine). Utopia è inserita in un parco naturale con una bellissima fauna e flora per cui si possono: fare escursioni, pescare nel fiume Ugalde, vedere rodei e spettacoli musicali e giocare al golf tanto che nel 2011 è uscito un film con Robert Duval da titolo Seven Days in Utopia giudicato dalla stampa specializzata “il peggior film che sia mai stato girato sul golf” (ma le immagini del parco intorno a Utopia sono molto belle).

Intorno al Utopia 8535 Km ruota poi la storia di due giovani ricercatori artisti. Uno di loro è Selim Onat, un turco che vive in Germania diventato recentemente Ph.D in Scienze cognitive all’Università di Osnabrück, ed è questo giovane ricercatore ad aver fotografato il cartello. Questa foto è stata inserita nell’albo Conceptual Photography di Google ed è tra queste foto che l’ho trovata. L’altro giovane è Massimo Paganini che disegna senza compensi dal 2009 le copertine di Inchiesta. Massimo è un apprezzato pittore e grafico che ha fondato e diretto lo Studio Massimo Paganini di S. Lazzaro di Savena (Bologna) specializzato in street marketing, web 2.0 ed è lui che ha elaborato per la copertina di Inchiesta la foto scattata da Onat.

C’è un evidente punto interrogativo in questo cartello Utopia 8535 Km. Chi lo ha costruito e disegnato andando a misurare la distanza tra Osnabrück (Bassa Sassonia) e Utopia (Texas)? Ho posto questa domanda per e-mail a Selim Onat che ha fotografato il cartello ma anche lui non ne sa niente: questo piccolo mistero non è stato risolto.

 

Utopia del possibile. Il titolo La difficile utopia del possibile è quello del saggio di Adele Pesce pubblicato su Inchiesta nel 1980 dopo la sconfitta del sindacato alla Fiat e questo saggio sarà ripubblicato in una antologia dei suoi scritti scelti da sua figlia Donata che usciranno nelle Edizioni Dedalo nel giugno del 2012.

Con la categoria di utopia del possibile Pesce riprese una distinzione fatta da Musil che nell’Uomo senza qualità scriveva che chi «possiede il senso della possibilità […] non dice ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, dovrebbe accadere la tale o la tal’altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è così, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe essere anche diversa. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente essere e di non dare maggiore importanza a quello che è che a quello che non è. […] Una esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono a una esperienza reale e a una verità reale meno la loro realtà, ma hanno, almeno secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un invenzione». Pesce, che aveva veramente in sé “un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopismo”, iniziò a scrivere quel saggio pochi giorni dopo la fine della vertenza che aveva seguito direttamente votando contro l’accordo. La conclusione del saggio è significativa: «è importante […] continuare a battersi perché la realtà sia affrontata dal sindacato nella sua durezza, senza veli pietosi davanti agli occhi ma senza rinunciare a quella utopia».

Modello Fiat anni Sessanta. Ho iniziato a detestare il Modello Fiat molto presto. Laureato alla Bocconi nel 1961 ho potuto conoscere la Olivetti di Adriano morto da poco frequentando, come ricercatore junior, il Centro di psicologia dell’Olivetti diretto scientificamente da Cesare Musatti che aveva al suo interno i miei cari amici Renato Rozzi e Francesco Novara. Valutare negli anni Sessanta il Modello Fiat dall’interno del Modello Olivetti è stato importante perché ho potuto capire come era possibile un altro modo di fare impresa, di avere rapporti con l’innovazione e con il mercato, con la cultura e con i lavoratori, con l’ambiente e con il territorio.

Modello Fiat anni Ottanta. Il saggio di Adele Pesce scritto nel 1980 è costruito come una narrazione e insieme come una rappresentazione teatrale classica. C’è la voce narrante della sindacalista-ricercatrice-detective e al centro i tre attori principali: i lavoratori, il sindacato, la Fiat. Dietro, più distante, il coro di prima fila costituito dal governo e dal PCI; ancora più distante, il coro di seconda fila, ossia i mass media, le voci degli intellettuali e quelle di qualche imprenditore raccolte durante in viaggio in aereo. A lato, un po’ decentrati ma desiderosi di essere partecipi e di capire, gli studenti che vanno a manifestare a Torino o che si riuniscono in assemblea in un liceo di Bologna. La Fiat arriva al tavolo delle trattative con un pesante ricatto, o accettare la mobilità esterna senza garanzia di ritorno in fabbrica oppure il licenziamento di una lista con nome e cognome di 14.469 lavoratori, e ha come obiettivo, scrive Pesce, quello di «ottenere in Italia una corrispondenza di condizioni strategiche rispetto all’Europa e al resto del mondo: non quindi un obiettivo genericamente antisindacale ma quello di avere un diverso sindacato, formalmente forte e rappresentativo a livello istituzionale (anche se non dotato di un reale potere contrattuale nei confronti del governo) e debole nelle sue forme reali di rappresentanza in fabbrica, strumento non più di organizzazione del conflitto ma di ricerca del consenso».

La voce della Fiat è amplificata dal coro di prima e di seconda fila. Non solo il Governo ma anche il PCI – dopo la visita di Berlinguer ai cancelli di Mirafiori (che, precisa Pesce, nell’epilogo della vertenza «è già un lontano ricordo») – è d’accordo con le posizioni della Fiat. E il coro diventa assordante quando entra in scena la marcia dei cosiddetti 40.000, un evento in parte manovrato dalla Fiat, amplificato dai media, che funziona come una vera e propria bomba a orologeria. Di fronte a questo nuovo attore politico il sindacato si presenta diviso al suo interno «tra una ipotesi di sindacato conflittuale dei consigli e quella di un sindacato istituzione» che per un «assurdo sogno di armonia sta mettendo il progresso al posto del conflitto sociale»; un sindacato, inoltre, che già nella costruzione della vertenza non è riuscito a tenere conto dei nuovi soggetti della classe operaia: «le nuove generazioni, per esempio le donne, sono stati tagliati fuori e non utilizzati in modo nuovo nella costruzione di una lotta così importante». Nelle ultime fasi della vertenza, per la direzione sindacale i lavoratori non esistono più, non sono più un punto di riferimento: «erano [diventati] solo una presenza scomoda, le decisioni che venivano prese sembravano che non li riguardassero».

Lo spettacolo si conclude con la descrizione dettagliata di due giornate: quella a Roma del 14 ottobre che termina alle 6 del mattino del giorno successivo e quella del 16 a Torino quando il sindacato parla ai lavoratori. È un finale con due scene: nel primo, l’attore Fiat sconfigge l’attore sindacato; nel secondo, l’attore sindacato si presenta davanti a l’attore lavoratori «mezzo vittorioso» ma non è creduto. Di questa seconda scena, che termina con due solitudini, Pesce torna a parlare nel dialogo/intervista con Vittorio Foa alcuni anni dopo: «si trattava di una sconfitta troppo clamorosa; il negarla significava rifiutarsi di capire, di confrontarsi con quello che accadeva. Ho avuto così la sensazione di qualcosa di irreparabile all’interno della struttura del sindacato, l’idea che il sindacato non avrebbe potuto essere più come prima». Il sindacato è solo perché non è più il sindacato dei consigli, non è più il sindacato dei lavoratori. Ma anche le lavoratrici e i lavoratori della Fiat restano soli non avendo più una identità collettiva. Erano persone pervase «dalla intelligenza del dubbio, disposte a realizzare la difficile utopia del possibile di fronte ad un attacco del padrone senza precedenti» e il sindacato ha presentato a loro «una conclusione inevitabile e senza alternative». A quella solitudine loro reagiscono «urlando il loro desiderio di utopia».

Lo spettacolo ha un ultima immagine. Mentre gli attori in silenzio lasciano la scena e si sentono sempre più lontani i cori che esaltano la vittoria della Fiat attaccando FLM e lavoratori («il PCI approva l’accordo […] e su L’Unità molti dirigenti sia nazionali che torinesi attaccano pubblicamente le avanguardie per aver condotto una lotta cieca, parlano di eccesso di conflittualismo, di distacco tra avanguardie e masse dei lavoratori»), con il palcoscenico vuoto si fa più vicina la voce fuori campo della sindacalista-narratrice-detective che pronuncia le frasi prima ricordate sull’importanza di continuare a battersi affrontando la realtà nella sua durezza ma senza rinunciare all’utopia.

Modello Fiat oggi. Questo numero di Inchiesta è tutto un attacco al Modello Fiat a partire dagli interventi di Tiziano Rinaldini e Umberto Romagnoli e l’articolo prima ricordato di Adele Pesce fa capire come la storia dell’attore Fiat, dei sindacati e dei partiti di “sinistra” sia una storia che ha radici lontane nel tempo.

Lo scenario in cui il Modello Fiat oggi cerca di stravincere è quello del finanzcapitalismo e gli interventi di Bruno Amoroso, Jasper Jespersen, Luciano Gallino e Francesco Garibaldo delineano questo scenario mentre Antonio Mattioli, Gianni Scaltriti, Anna Salfi e Francesca Ruocco precisano le conseguenze di questo scenario nelle dinamiche nazionali e regionali (in particolare è analizzata la regione Emilia Romagna). Ma, seguendo le indicazioni di Adele Pesce, a questo scenario visto “senza veli” si può accompagnare una “utopia del possibile”?

Utopia del possibile. L’utopia del possibile è presente nei saggi pubblicati in questo numero di Inchiesta in tre direzioni. Una prima direzione è nelle proposte di una diversa politica economica al livello internazionale. Amoroso e Jespersen vedono, per evitare la collisione del Titanic Euro contro l’iceberg del finanzcapitalismo, una diversa politica monetaria condivisa oppure una uscita concordata di nazioni dalla zona euro. Gallino è ugualmente drastico nell’individuare le misure possibili: ridurre il sistema finanziario a un terzo di quello attuale. Una seconda direzione è nelle proposte di Rinaldini, Romagnoli ed altri di battersi al livello della legislazione e contrattazione nazionale per lasciare aperti spazi di democrazia a partire da quelli nel mondo del lavoro. Infine una terza direzione è quella indicata da Garibaldo ed è una direzione dal basso per favorire la ricostruzione dei circuiti di solidarietà e la lotta alle spinte nazionaliste e corporative. In questa terza direzione sono significative le strategie che i Rom portano avanti nei loro campi nomadi così come le strategie di solidarietà documentate a Marsiglia su Inchiesta on line da Bruno Giorgini.

 

 

 

 

 

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Category: Editoriali

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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