Giangiorgio Pasqualotto: In ricordo di Stefano Zacchetti

Era l’inizio della primavera 1998 quando chiesi all’amico Toni Rigopoulos se mi sapeva indicare qualcuno che potesse tenere, per il Centro studi buddhisti “Maitreya” di Venezia, una conferenza sulla figura del bodhisattva in India e in Cina. Mi rispose immediatamente, senza alcuna esitazione, con l’evidente soddisfazione di chi ha trovato un nome giusto al momento giusto: “Stefano Zacchetti!”. Per parlare della cosa diedi appuntamento a Stefano in campo S. Margherita, dove pensavo di sbrigare la faccenda in poco tempo, illustrando le finalità del Centro ‘Maitreya’, precisando il presumibile livello dell’uditorio, ecc., ecc. In realtà quell’incontro si protrasse per quasi quattro ore, perché Stefano si rivelò subito, chiaramente, ma senza alcuna enfasi, un personaggio eccezionale: nonostante la sua giovane età, non solo conosceva il sanscrito e il cinese classico, ma mostrava di maneggiare con disinvoltura la bibliografia più aggiornata sul pensiero indiano e cinese. L’aspetto che più mi sorprese fu che, accanto a queste qualità, già di per sé straordinarie, possedeva una cultura generale di primissimo livello che gli permetteva di cogliere anche le escursioni più azzardate fuori dai suoi territori di specialista. Questo mi fece particolare impressione perché a quel tempo, interessandomi di comparazioni filosofiche, constatai che Stefano coglieva al volo le possibilità di confronto tra pensieri d’oriente e d’occidente, pur restando assai prudente difronte al rischio di analogie troppo affrettate, ma dimostrando comunque di conoscere i grandi filosofi europei (soprattutto Kant e Hegel) al di là dei migliori standard scolastici. Il tema della conferenza proposta lo entusiasmò, tanto che gli spunti trovati insieme furono tali da doverla articolare in due parti distinte e in due momenti diversi: così la tenne alla Sala S. Leonardo il 13 marzo e 13 maggio di quell’anno. Temevo che il suo livello di preparazione annichilisse l’attenzione del pubblico; invece, pur non abbassandosi mai, riuscì a coinvolgere gli uditori grazie al suo entusiasmo ed al suo modo di porsi, fatto di una spontanea mistura di timidezza e di affabilità.

Da quel momento capii che la ricchezza ‘scientifica’ ed umana del personaggio erano qualità da tenere in gran conto non solo per l’interesse che rappresentavano per le mie ricerche del momento, ma anche per allargare la conoscenza del pensiero indiano e cinese oltre i confini degli ambiti orientalistici, tra gli studenti di filosofia e, con possibilità assai più precarie, tra i docenti di filosofia.

Fu così che proposi a Stefano Zacchetti di assumere per l’anno accademico 1999/2000 l’insegnamento di ‘Sinologia’ presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova, approfittando del fatto che tale insegnamento giaceva ‘inerte’ dai tempi in cui l’aveva tenuto Martin Benedikter, il celebre traduttore di Le trecento poesie T’ang. Inoltre, nella primavera del 1999 organizzai, sempre per il Centro ‘Maitreya’ e con la collaborazione di Antonio Rigopoulos, due conferenze di Stefano sulla Scuola Yogacara in Cina. Continuavo tuttavia a pensare che Stefano, pur avendo titoli scientifici di tutto rispetto, e pur cominciando ad ottenere riconoscimenti internazionali, non fosse però sufficientemente valorizzato dalla prestigiosa sede universitaria in cui si era formato. Dato che in quel periodo si occupava intensamente del Leone d’oro, opera di Fazang, uno dei grandi pensatori del Buddhismo cinese, mi venne l’idea di proporgli di pubblicare la sua traduzione del testo, accompagnata da un suo commento filologico e filosofico. Il volume, di 261 pagine (di cui più di 200 solo di Stefano) uscì nel 2000 presso l’editrice Esedra di Padova, col titolo Trattato sul leone d’oro: era il risultato di una fatica immane, che gli aveva procurato grande soddisfazione, ma che gli era costato un periodo di lavoro intensissimo, sia per problemi filologici, sia per difficoltà di traduzione, sia per la densità, spesso al limite dell’oscurità, dei contenuti filosofici. Durante la stesura ci incontravamo di frequente a casa sua, nel suo minuscolo studio foderato di libri fino al soffitto e saturo dei fumi odorosi della sua pipa. La discussione, data la mia incompetenza sugli aspetti filologici verteva per lo più su quelli filosofici, oppure su quelli storici: in particolare, Stefano mi affascinava raccontandomi con entusiasmo quasi fanciullesco l’epopea delle grandi traduzioni dal sanscrito al cinese, quando per tre secoli (150-450 d. C.) personaggi straordinari come Ān Shìgāo, Lokakṣema, Dharmarakṣa, Kumārajīva, ecc. organizzarono vere e proprie squadre di traduttori dal sanscrito al cinese. Stefano parlava di costoro come se fossero lì presenti, come se volesse porre a loro i problemi di traduzione che stava incontrando producendo il lavoro sul testo di Fazang. E con un entusiasmo assai simile mi parlava dei suoi amici super-specialisti sparsi per il mondo: in particolare, di John McRae, di Seichi Karashima, e di Jan Nattier che invitammo a Padova per un Seminario sulle origini del Buddhismo Mahāyāna.

Quando, dieci anni fa, Stefano venne a sapere che c’era la possibilità di venire selezionato per un posto di prestigio all’Università di Oxford, mi comunicò la cosa con una certa perplessità e titubanza, tanto che lo volli incontrare per capire meglio. Ancora una volta dimostrò che alla sua eccellenza scientifica si accompagnava una sorta di pudore istintivo: era consapevole che valeva moltissimo, ma nel contempo sapeva che c’erano in giro, a livello internazionale, due o tre studiosi che reputava più ‘forti’ di lui. Ovvero temeva che tale suo valore non venisse riconosciuto, forse perché per troppi anni era successo proprio così. Mi ricordo che al momento questa sua incertezza mi irritò, perché ero convinto che quella era un’occasione più unica che rara. D’altra parte sapevo che il suo understatement non era frutto di falsa modestia.

Alla fine decise di tentare, ma fino all’ultimo, forse per scaramanzia, continuava a dirmi che era molto improbabile che scegliessero lui. Il 1 ° luglio 2012 gli fu affidata la Cattedra di Studi Buddhisti. Me lo comunicò con un tono soddisfatto, ma non esaltato: forse per mitigare il rischio di un eccesso di entusiasmo, mi precisò che ora doveva pensare alla casa (carissima da acquistare), ai figli ed alla moglie ‘costretti’ ad inserirsi in un contesto assai diverso da quello di Venezia-Padova. Alla fine concordammo di vederci il più possibile via skype e di incontrarci almeno una volta all’anno, prima di Natale, per dargli una copia dei calendari disegnati da mia figlia. Lo scorso ottobre ci eravamo sentiti per rinnovare questo piccolo appuntamento rituale. Ma poi, soprattutto a causa della mia inettitudine telematica, l’appuntamento saltò. Più realisticamente, mi resi conto che i due itinerari che ci avevano fatti incontrare avevano assunto una direzione diversa: Stefano era ormai proiettato in un olimpo di pochi eletti, mentre io, al contrario, ero ormai fuori da ogni circuito di studiosi attivi. Mai, però, avrei immaginato che il suo itinerario si sarebbe interrotto molto prima del mio, troppo presto e in modo così improvvisp e crudele.

Category: Editoriali, Osservatorio Cina

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About Giangiorgio Pasqualotto: Giangiorgio Pasqualotto insegna Estetica e Storia della filosofia buddhista presso l’università di Padova. Tra le sue pubblicazioni più importanti: Estetica del vuoto (1992); Illuminismo e illuminazione (1997); Yohaku (2001); East & West (2003); Figure di pensiero (2007); Dieci lezioni sul Buddhismo (2008); Oltre la filosofia (2008); Tra Oriente e Occidente (2010); filosofia e globalizzazione (2010

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