Francesca Brandes: Il sentimento degli altri. Mario Stefani e Venezia

| 20 Febbraio 2021 | Comments (0)

 

 

 

 

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Il sentimento degli altri. Mario Stefani e Venezia

Tra poco saranno vent’anni dalla morte di Mario Stefani, avvenuta in un freddo giorno di marzo del 2001. Morte violenta, così dissimile dal modo gentile, affettuoso con cui il poeta si rapportava alle persone. Sempre presente con gli amici e per chiunque avesse bisogno di un consiglio, di un aiuto, letterario o no. Un fulmine, inaspettato e bruciante, a tratti incomprensibile, dalla genesi ben celata nella programmazione degli eventi pubblici e privati: la presentazione di un libro, la cena da un’amica – pollo alla Marengo e una bottiglia di vino rosso – a parlare di Venezia, di ricordi, magari di politica. Senza faziosità, con l’animo dedicato al bene pubblico.

Così l’intellettuale, ma anche (e soprattutto) l’uomo Stefani ci manca, in un presente che svaluta la memoria se non nelle cerimonie ufficiali o nel pettegolezzo più bieco. A Mario Stefani piaceva scherzare sulla caricatura di sé, scevro com’era dal pregiudizio, dalla pruderie moralistica dei benpensanti: la brocca con il faccione largo in foggia di Bacco, il libello a forma di membro o l’immagine del poeta in giarrettiera. Conta, o non conta, se non per amore di libertà. A maggior ragione, è bello segnalare – serio e consolante ad un tempo – il saggio recentemente ristampato ed arricchito per i tipi di My Monkey che gli ha dedicato Flavio Cogo, anch’egli veneziano, studioso di letteratura e 2 ambientalista: s’intitola Mario Stefani e Venezia.

Cronache di un grande amore, con la calda prefazione di Roberta De Rossi. Un’indagine approfondita e completa, che ha in più il pregio di evidenziare uno Stefani intellettuale a trecentosessanta gradi, nelle sue sfaccettature civili e politiche. Prima di Cogo, lo avevano fatto in pochi; quasi nessuno (se non, in chiave estemporanea e discorsiva, il critico Mario Rosada) aveva narrato, con precisione di riferimenti, il percorso che aveva condotto Mario da opinioni liberal-repubblicane alla militanza nel Partito Radicale.

Il ritratto che ne scaturisce è quello di un personaggio poliedrico, laico, impegnato (come per intimo dovere) nella tutela del bene comune. Un giornalista di penna fine, dedito alla recensione letteraria o alla critica d’arte, ma anche alla dichiarazione veemente, soprattutto se la battaglia da sostenere riguardava la sua amata Venezia. Insegnante, frequentatore di eventi e, naturalmente, poeta. Un grande poeta, in lingua e in dialetto, anche se le antologie troppo spesso lo trascurano. Con dovizia di particolari, Cogo ricostruisce un mondo, quello del Novecento lagunare, in cui letterati di fama come Palazzeschi, Valeri, Ugo Facco De Lagarda si confrontavano ed animavano premi letterari, anche popolari come lo Stradanova, attorno alla bancarella di un libraio ambulante. Mario, classe 1938, cresce e si rivela poeta in questo clima fervido; muove i primi passi sostenuto dallo stesso Valeri, dall’attore Cesco Baseggio, dall’editore Bino Rebellato, da Virgilio Guidi.

Allo stesso modo impara a riconoscere, dall’esperienza dei maestri (in primis Valeri e Guidi) le opere d’arte, con l’animo ancor prima che con la ragione. Tuttavia, sa esprimere giudizi autonomi, il giovane Stefani. Alla cifra stilistica 3 aggiunge una preziosa, tutta veneziana ironia. Un «sentimento degli altri», così commentava, con un’espressione fantastica, un amico comune, il pittore ed organizzatore di eventi Elio Jodice. Cogo analizza con attenzione il percorso lirico e critico di Stefani: dalle prime prove poetiche alla rete di conoscenze che arricchirà il suo apprendistato giornalistico e culturale: dal già menzionato Ugo Facco De Lagarda (quanto, dell’autore de Le calze de seda e di Morte dell’impiraperle passa, per osmosi, nella visione di Mario!) a Ugo Fasolo, da Mario Ancona a Ugo Stefanutti e a Giannantonio “Nane” Paladini. Più di tutti, intesse un’amicizia sincera con lo scrittore e giornalista veneziano Carlo Della Corte.

Scrive per lo più d’arte, Stefani, per testate nazionali e locali, specie dopo aver ottenuto il Diploma di Giornalismo all’Università di Urbino. Ci racconta una città diversa, ancora senza derive di massa: tollerante e multiculturale per tradizione storica e sociologica. Come sintetizzerà decenni dopo, in un distico celebre, parlando di quella città come si parlerebbe di un amore: Se Venezia non avesse il ponte / l’Europa sarebbe un’isola. Attorno alle raccolte poetiche di Mario – numerose nel corso degli anni, sempre più eleganti ed autonome – l’estensore del saggio ricostruisce gli scenari delle battaglie intellettuali e politiche dell’epoca. Dalla denuncia dei mali di Venezia (il Venezia fino a quando? di Giulio Obici, pubblicato da Marsilio) all’Aqua Granda del 1966, alle campagne di Italia Nostra: Mario Stefani pubblica nel 1968 Il grido, la sua prima vera prova di poesia civile, contenuta nella raccolta Il male di vivere, per l’editore milanese Pan. È un’esplicita denuncia dell’abbandono della città da parte delle istituzioni e degli uomini comuni, incapaci di apprezzarla:

Vivo / in questa mia Venezia che scompare / fatta acqua 4 e cielo / fra l’indifferenza degli uomini / d’altro affaccendati / presi nel guadagno dell’avaro denaro / perduti ormai al grido / di questa città che muore. Il pessimismo de Il grido si fonde, in Mario, con la tematica dell’amore, spesso perdutamente sofferto, in un’aura malinconica o ebbra di passione. Solitudine / – scrive, e sono forse i suoi versi più celebri – non è essere soli / è amare gli altri inutilmente.

Saranno queste parole a commemorarlo, dopo la sua morte, in una targa lapidea affissa in campo San Giacomo dell’Orio, dove il poeta è nato e vissuto. La fama pubblica di Mario, nel frattempo, aumenta e dà frutti. Non c’è iniziativa sul territorio (si spinge anche a Mestre, diventando critico e mentore di gallerie d’arte e gruppi di poesia) che non lo veda presente: l’aria forse un po’ stanca, ma il sorriso complice e piccoli vezzi nell’abbigliamento talvolta trasandato; un foulard vivace, le tasche piene di carte.

Nel 1989, “Topolino” lo consacra «Presidente della poesia strampalata», nella storia Pippo poeta contemporaneo, disegni di Maurizio “Jack” Amendola. Al ruolo di critico paludato, Mario sfugge con la solita ironia: gli interessano più i rapporti umani che l’apparire; vive le proprie relazioni amorose apertamente; gli piace andar a cese (a osterie, per i non veneziani), in un rito laico che lo diverte e che consacra nella silloge del 1995 Vino e Eros, per i tipi di Editoria Universitaria.

Presenta gli artisti, molto spesso improvvisando, e non tutti i suoi interventi sono stati trascritti (una fortuna che si sia conservato quello dedicato a dieci poesie e il libro della canzone d’amore di Pier Luigi Olivi, con le illustrazioni di Luigi Gardenal). Mario, il generoso; Mario sincero: «da una società crudele quanto fasulla ho cercato e ho saputo dimostrare la mia innocente fede – scrive in Il perché della verità, Versi senza maschera, Editoria Universitaria, 1997 – ed ora ho superato il 5 muro dei preconcetti se molte madri sono orgogliose di affidare i loro figli e ciò che più importa, la loro educazione a me, gay dichiarato». Il riferimento è all’attività d’insegnante di Lettere che Mario ha svolto, per diciassette anni, presso l’Istituto Professionale Edison-Volta di Marghera.

Questo sapeva suscitare Mario Stefani, oltre l’aspetto giocoso di alcuni atteggiamenti, oltre la sfumatura malinconica del solitario innamorato del proprio mondo. L’opera di Flavio Cogo lo mette bene in luce, e non si può che concordare: rispetto, per la coerenza, la cultura, lo stile. Rispetto, soprattutto, per quel «sentimento degli altri» che non ci abbandona, in memoria sua.

 

 

Category: Arte e Poesia, Editoriali, Osservatorio sulle città

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About Francesca Brandes: Francesca Ruth Brandes vive ed opera a Venezia. Giornalista, saggista e curatrice d’arte, ha scritto e condotto per RadioRai programmi di attualità culturale. Si è spesso occupata di tematiche ebraiche. Ha pubblicato, fra gli altri, per i tipi di Marsilio Itinerari ebraici del Veneto, oltre a testi per il teatro e cataloghi monografici. È collaboratrice del Centro Internazionale della Grafica di Venezia e redattrice della rivista TESSERE.org. Tra le pubblicazioni si possono ricordare: L’altra storia, Eidos, 1995; La casa dei viventi. L’antico Beth Chaim di San Nicolò del Lido, Venezia, Atiesse, 1997; L’ultima farfalla a Terezin, testo teatrale, 1998; Canto a più grida (poesie), Venezia, 2005; Piccole benedizioni (poesie), Padova, 2006; Tikkun, Milano, 2008; Virgiliana, Mantova, 2008; Non appena avrò taciuto, Bassano, 2009; Trasporto (poesie), Faloppio (Co), LietoColle, 2009; L’undicesimo giorno (poesie), Faloppio (Co), LietoColle, 2012; Il dono di Ernani, Venezia, 2014; Ernani Costantini in privato, Venezia, 2016; Storie dal giardino (poesie), Milano, La Vita Felice, 2017

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