Enzo Jannacci: Vincenzina davanti alla fabbrica

| 1 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

 

 

Ho vissuto a Milano a porta Ticinese dal 1956 al 1970 prima nel pensionato della Bocconi (come studente e poi come assistente di statistica) e poi in una via vicino a Parco Ravizza e al Principe dove oltre ai film venivano anche fatti gli incontri di pugilato tra dilettanti. Ho scelto le canzoni di Jannacci sul filo dei ricordi e delle emozioni e mi rendo conto, dopo averle trascritte, che in tutte “la tristezza è li a due passi”. Ma ci sono giorni in cui ti chiedi “ma che primavera è ” e “il vento suona la sua armonica”.

 

Vincenzina e la fabbrica

 

Vincenzina davanti alla fabbrica,

Vincenzina il foulard non si mette più.

Una faccia davanti al cancello che si apre già.

Vincenzina hai guardato la fabbrica,

come se non c’è altro che fabbrica

e hai sentito anche odor di pulito

e la fatica è dentro là…

Zero a zero anche ieri ‘sto Milan qui,

sto Rivera che ormai non mi segna più,

che tristezza, il padrone non c’ha neanche ‘sti

problemi qua.

Vincenzina davanti alla fabbrica,

Vincenzina vuol bene alla fabbrica,

e non sa che la vita giù in fabbrica

non c’è, se c’è com’è ?

Qualcosa da aspettare

 

Ogni sera, fra i rumori

di serrande che si abbassano

e gli scoppi dei motori

delle macchine che passano,

alla luce dei lampioni

che si sono accesi appena,

puoi assistere agli amori

che si fan prima di cena…

Sporchi ancora del sudore

del lavoro appena smesso,

per un bacio, un pò d’amore,

ci si vuol bene lo stesso.

Basta già quell’ora sola

per tenersi per le mani

e per darsi la parola

di trovarsi all’indomani;

quella parola che è poi la sola cosa

che importa ed ha uno scopo:

ci fa sembrare un pò meno noiosa

la settimana dopo…

Basta che non ci debba mai mancare

qualcosa da aspettare!

Le domeniche che piove,

guardi i vetri che si bagnano;

e la goccia che si muove,

e le gocce che ristagnano…

Quando il buio è poi venuto,

nell’oscuro della stanza

tu ti accorgi che hai perduto

tutto un giorno di vacanza…

Ne hanno fatto miglior uso

dentro i cine ed a ballare

tante coppie che, anche al chiuso,

non rinunciano ad amare;

che poi, prima di lasciarsi,

si daranno brevemente

la promessa di trovarsi

la domenica seguente:

quella promessa che è poi la sola cosa

che importa ed ha uno scopo:

ci fa sembrare un pò meno noiosa

la vita e il giorno dopo…

Per sette giorni non ci potrà mancare

qualcosa da aspettare!

Per sette giorni non ci potrà mancare

qualcosa da aspettare!

 

 

 

Mexico e nuvole

 

Lei e’ bella lo so

e’ passato del tempo e io ce l’ho nel sangue ancor.

Io vorrei, io vorrei

ritornare laggiu’ da lei ma so che non andro’.

Questo e’ un amore di contrabbando

meglio star qui seduto a guardare il vino che butto

giù.

Mexico e nuvole il tempo passa sull’America

il vento suona la sua armonica,

che voglia di piangere ho

Mexico e nuvole la faccia triste dell’America

il vento insiste con l’armonica,

che voglia di piangere ho.

Chi lo sa come fa quella gente

che va fin la’ a pronunciare sì… mah!

Mentre sa che è già provvisorio l’amore

che c’è sì ma forse no… ah!

Queste son situazioni di contrabbando

a me non sembra giusto neanche in Mexico, ma

perché?

Mexico e nuvole, il tempo passa sull’America

il vento insiste con l’armonica,

che voglia di piangere ho

Mexico e nuvole la faccia triste dell’America

il vento insiste con l’armonica,

che voglia di piangere ho.

Intorno a lei intorno a lei

la chitarra risuonera’

per tanto tempo ancor

e il mio amore per lei

i suoi passi accompagnerà nel bene e nel dolor.

Queste son situazioni di contrabbando

tutto si puo’ inventare ma non un matrimonio non si

può più.

Mexico e nuvole, il tempo passa sull’America,

il vento suona la sua armonica,

che voglia di piangere ho.

Mexico e nuvole la faccia triste dell’America

il vento insiste con l’armonica,

che voglia di piangere ho.

Mexico e nuvole, il tempo passa con l’armonica,

il vento insiste sull’America, 
che voglia di ridere ho

 

El purtava i scarp del tennis

 

Che scusee, ma mi voeuri contà

d’un mè amis che l’era andà a fà el bagn

sul stradon per andare all’Idroscalo:

l’era lì e l’amore lo colpì.

El portava i scarp del tennis,

el parlava de per lú,

rincorreva già da tempo

un bel sogno d’amore.

El portava i scarp del tennis,

el gh’aveva dù oeucc de bon;

l’era el primm a menà via

perché l’era un barbon

On bel dì che l’era adrè a parlà

de per lù, l’avea vist a passà,

bianca e rossa che pareva il tricolore;

ma poeu lù l’è stà bon pù de parlà.

El portava i scarp del tennis,

el parlava de per lú,

rincorreva già da tempo

un bel sogno d’amore.

El portava i scarp del tennis,

el gh’aveva dù oeucc de bon;

l’era el primm a menà via

perché l’era un barbon

(On bel dì, vesin a quel poer diavol chì ghe riva una macchina, ven giò vun, ghe dumanda: « Ohè! ». « A mi? ». « Eh, a lù. La strada per andare all’aeroporto Forlanini? ». « Mi soo no per andare all’aeroporto Forlanini, non son mai stato io all’aeroporto Forlanini. Scusi ». « La strada per andare all’Idroscalo almeno la conosce? ». « Sì, l’Idroscalo el soo dove l’è, el soo. El su dove l’è l’Idroscalo, l’accompagni mi all’Idroscalo. Vegni sù anca mi sù la macchina. L’è bella questa macchina, son mai staa sù la macchina mi, sior, signore ». « Lassa stà la macchina, barbon, dimmi la strada per andare all’Idroscalo piuttosto, se la conosci ». « No, l’accompagni mì all’Idroscalo, sior, ch’el me faccia venire sù la macchina anch’io, vengo anch’io sulla macchina ». « Ven sù sùla macchina ». « l’è bella questa macchina, è forte, è forte. Son mai staa sù la macchina, bella questa macchina… Ferma sior, ferma signore, che mi son ‘rivà, son ‘rivà all’Idroscalo. Che ferma, che me lascia giò chi).

In piasè, che me lascia giò chì,

che anca mì, mì gh’hoo

avuu ‘1 mio grande amore:

roba minima, s’intend, roba de barbon ».

El portava i scarp del tennis,

el parlava de per lú,

rincorreva già da tempo

un bel sogno d’amore.

El portava i scarp del tennis,

el gh’aveva dù oeucc de bon;

l’era el primm a menà via

perché l’era un barbon

L’han trovaa sòtta a on mucc de carton,

gh’han guardaa el pareva nissun

gh’han toccaa, el’ pareva ch’el dormiva:

« Lassà stà, che l’è ròba de barbon ».

El portava i scarp del tennis,

el parlava de per lù

el portava i scarp del tennis

perchè l’era un barbon.

El portava i scarp del tennis…

 

 

 

Io e te

 

Io e te, io e te che ridevamo

io e te che sapevamo

tutto il mondo era un bidone da far rotolare..

sì perché, la bellezza dei vent’anni è poter non dare retta

a chi pretende di spiegarti l’avvenire, e poi il lavoro e poi l’amore..

sì ma quì, che l’amore si fa in tre, che lavoro non ce n’è

l’avvenire è un buco nero in fondo al dramma

Sì, ma allora, ma che gioventù che è, ma che primavera è..

e la tristezza è lì a due passi, e ti accarezza e ride, lei

Sì ma quì, che l’amore si fa in tre, che lavoro non ce n’è

l’avvenire è un buco nero in fondo al dramma

Sì, ma allora, ma che gioventù che è, ma che primavera è..

e la tristezza è lì a due passi, e ti accarezza e ride, lei

 


Category: Editoriali, Musica, cinema, teatro, Osservatorio Milano

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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