Enrico Pugliese: Bill Friedland, una storia americana

| 2 marzo 2018 | Comments (0)

Quella di Bill Friedland è una storia americana, una bella storia americana

William Herbert Friedland scomparso a Santa Cruz il 20 febbraio era nato a New York nel 1923. E’ stato certamente il maggior studioso di organizzazione e relazioni di lavoro nell’agricoltura e nell’agribusiness in America. Il suo lavoro ha influenzato anche molti studiosi europei impegnati in ricerche sul lavoro agricolo, diventandone un importante punto di riferimento.

La sua attività di ricerca nell’ultimo mezzo secolo è stata connotata sempre da un forte impegno sociale a favore dei lavoratori dell’agricoltura , in particolare dei farm workers, dei braccianti agricoli, soprattutto in California. Di questi ha studiato le condizioni all’interno del processo lavorativo, allargando l’ottica all’analisi della catena del valore delle merci agricole oggetto delle ricerche specifiche. Nel suo importante testo Manifacturing green gold (La manifattura dell’ dell’oro verde), partendo dal caso della lattuga (l’oro verde della California), ricostruisce il processo lavorativo, la qualità della tecnologia e l’organizzazione della produzione e della distribuzione in agricoltura capaci di determinare i più alti livelli di profitto.

Insomma Bill è stato un professore importante e un compagno. E’ stato un accademico con tutte le connotazioni del sua status ma dentro di lui batteva il cuore del ragazzino ebreo del quartiere popolare Staten Island e poi del giovane operaio comunista e dell’organizzatore sindacale nella Cio e nell’United Auto Workers, il sindacato dell’automobile.

Credo che per capire Friedland – il carattere socialmente impegnato della sua ricerca, il senso di vicinanza che stimolava tra i colleghi e la sua naturale tendenza alla leadership – bisogna partire da questo. Bill aveva imparato a conoscere il mondo giocando per istrada con gli altri bambini figli della classe operaia americana dell’epoca, in un quartiere dove  figli e nipoti di immigrati italiani – dai quali egli aveva appreso molte espressioni gergali – crescevano insieme ai figli degli immigrati dai paesi dell’est, spesso ebrei come lui ( la sua nonna gli parlava in yiddish). Non so se si trattasse del melting pot, del crogiuolo che tutto fonde producendo una entità socio-culturale del tutto nuova (secondo una retorica antica) oppure (come si preferisce pensare ora) della salad bowl, l’insalatiera dove ogni parte coesiste con le differenze e le specificità all’interno di un qualcosa di unitario che poi è l’essere americani. Ma certo Bill era frutto di quel processo di crescita collettiva e reciproca influenza che aveva luogo in quella città dove gli immigrati sono sempre stati benvenuti che è New York. E Bill, che aveva girato l’America e il Mondo e amava l’Europa, nonostante questo (oppure forse appunto per questo) dava subito l’impressione di appartenere a una categoria particolare, quella dell’intellettuale ebreo newyorkese

Finite le scuole medie superiori va a lavorare e si trasferisce a Detroit, il cuore della più importante realtà industriale americana, dove lavora come operaio alla catena di montaggio per diventare dopo qualche tempo organizzatore sindacale. Ma nel sindacato non fa solo l’organizzatore: canta e suona la chitarra ma soprattutto raccoglie canzoni della classe operaia e insieme a un altro compagno della Cio incide due dischi raccolti in due album “Ballate per i settari” – l’ironia non lo lasciava mai – e “Canzoni dei wobblies”. Posso dire di aver avuto il piacere di ascoltarlo una trentina d’anni dopo esibirsi in più di una di quelle canzoni, senza dire della imitazione della voce delle operaie tessili newyorkesi che cantavano ‘false promises’ con l’accento yiddish un po’roco.

Ovviamente in questo periodo come tutti i militanti della sinistra subisce le persecuzioni da parte del maccartismo e successivamente nel 1954 decide di lasciare il lavoro sindacato e tornare agli studi. Completa in tempo record college e master e si iscrive al dottorato in relazioni industriali presso l’Università della California a Berkeley.

Dopo il dottorato entra a far parte come docente della prestigiosa Scuola di Relazioni Industriali della Cornelli University dove mette in piedi un progetto per lo studio delle condizioni dei lavoratori migranti. Il progetto ha un notevole successo e avrà un riconoscimento e un finanziamento da parte del Ministero del lavoro. Questo è stato l’inizio delle sue ricerche sul lavoro e sui lavoratori agricoli condotte prima a Cornell e poi dalla fine degli anni 60 a Santa Cruz.

Ho incontrato Bill – tramite Enzo Mingione – nel 1978 al congresso mondiale di sociologia e l’ho raggiunto l’anno successivo a Santa Cruz come Fullbright vising professor per lavorare insieme sul lavoro agricolo migrante e tematiche connesse. Nel viaggio dall’Europa mi ritrovai con lui a Boston al congresso dell’American Sociologica Association dove presentava un contributo dal titolo “Who killed rural sociology?”: titolo strano (Chi ha ucciso la sociologia rurale?) per un contributo che rappresentava un vero e proprio manifesto per il rinnovamento della ricerca sociale in agricoltura e per l’inizio di una nuova fase di studi che affrontasse temi che erano stati prima banditi negli anni del maccartismo e poi trascurati negli anni successivi. Il riferimento è alle condizioni dei lavoratori dipendenti dell’agricoltura, in America in larga parte migranti, all’organizzazione produttiva e al processo lavorativo in azienda , ai rapporti di classe e al potere politico in agricoltura.

Bill prendeva la questione alla larga dedicando buona parte del contributo alle vicende di una ricerca condotta da un antropologo, Walter Goldsmith, su due cittadine della California Arvin: e Dinuba. Il titolo del libro prodotto dalla ricerca era “ As you sow” (Come semini…”), dall’antico proverbio “come semini così raccogli” La tesi, anzi la incontrovertibile documentazione, presentata nel libro è che dove prevalevano le grandi imprese capitalistiche (le “factories in the fields” come le aveva definite Carey MacWilliams in un libro del 1936) e non c’era un insediamento stabile di lavoratori dipendenti o di piccoli agricoltori  – perché tutto era in mano ai grossi produttori che impiegavano manodopera migrante – le condizioni sociali della comunità erano scadenti. dominavano la miseria, la marginalità e la devianza. Dove invece prevaleva l’azienda diretto-coltivatrice le condizioni di vita erano migliori il livello di integrazione della comunità era elevato e così di via di seguito. Insomma una ricerca non certo rivoluzionaria anzi, se vogliamo, legata alla tradizione e alla ideologia della rural democracy che era stata prevalente negli Stati Uniti e che ormai era al tramonto.

Comunque la ricerca non piacque molto – racconta Bill ai sociologi riuniti a Boston – ai growers, ai grandi imprenditori capitalisti agrari, titolari di una porzione significativa del potere economico e politico nello stato della California e dominanti soprattutto nei consigli di amministrazione delle Università. Per cui l’ autore della ricerca fu oggetto di persecuzione accademica e politica.

Negli anni del maccartismo di alcune cose era meglio non parlare. In effetti il tema del lavoro e della povertà dei lavoratori migranti raramente era stato oggetto di ricerca in California da parte dei sociologi rurali o degli economisti agrari , con poche eccezioni, anche dapprima. Ma negli anni della repressione accademica maccartista la cosa era diventata impossibile. I sociologi rurali che avevano studiato i rapporti e le condizioni di lavoro dei braccianti, soprattutto migranti, fra gli anni 30 e gli anni 40 – anche per conto del Dipartimento dell’Agricoltura – furono letteralmente spaventati, terrorizzati dal nuovo clima accademico e più di uno come Goldsmith ebbe problemi. Il silenzio poi durò anche quando la persecuzione era finita.

Così quello che poteva essere un campo fertilissimo di studi sull’agricoltura e il doveroso ambito di ricerca per i sociologi rurali fu cancellato: il lavoro divenne un tabù. Altri furono i temi permessi e incoraggiati, temi privi di immediate implicazioni politiche: la diffusione delle innovazioni tecnologiche tra i coltivatori diretti, le pratiche religiose, la famiglia, al massimo i rapporti città-campagna. Se uno va a sfogliare le annate di Rural Sociology – organo ufficiale della America Rural Sociological Association – di quegli anni trova solo cose del genere. Mai che qualcuno nominasse la parola bracciante o che facesse riferimento all’organizzazione del lavoro o alle condizioni dei lavoratori migranti.

Category: Economia solidale, cooperativa, terzo settore, Editoriali, Osservatorio Stati Uniti

About Enrico Pugliese: Enrico Pugliese (1942) è professore ordinario di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell'Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l'analisi del funzionamento del mercato del lavoro e la condizione delle fasce deboli dell'offerta di lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Si è occupato, inoltre, dello studio dei sistemi di welfare, con particolare attenzione al caso italiano e all'analisi delle politiche sociali. Tra le sue pubblicazioni recenti: L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006); Il lavoro (con Enzo Mingione, Carocci, 2010); L'esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010); La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, 2011).

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