Due interviste per ricordare Albert Camus

| 13 Maggio 2013 | Comments (0)

 

 

Ricordiamo con due interviste il centenario della nascita di Albert Camus (1913-1960) premio Nobel per la letteratura nel 1957 e morto a 46 anni  in un incidente d’auto sospetto (si pensa a una condanna a morte del Kgb)

 

 

I. Intervista a Jan Sperna Weiland : Albert Camus tra filosofia e letteratura

 

1. Professor Sperna Weiland, Camus è noto soprattutto come scrittore, e la sua opera non appartiene, in senso stretto, al dominio della filosofia. Eppure Camus è considerato anche uno dei maggiori esponenti dell’esistenzialismo francese? Attraverso quali opere si mostra la sua rilevanza filosofica?

A prima vista può sembrare forse strano che venga riservato ad Albert Camus un posto nell’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, perchè egli è stato sì un grande scrittore, ma, in fondo, non si può dire che la sua opera appartenga alla filosofia nel senso tecnico della parola. E’ stato lo stesso Camus a sostenere con grande enfasi: «La mia opera non è filosofia». Camus ha scritto una serie di romanzi: L’ètranger (Lo straniero), pubblicato nel 1942; La peste, pubblicato nel 1947 – il famoso libro che gli ha reso, infine, il premio Nobel per la letteratura – e poi, negli anni Cinquanta, ha scritto un libro enigmatico, molto difficile da interpretare, La chute (La caduta). Inoltre ha scritto una serie di opere teatrali. La più conosciuta è Les justes (I giusti), nella quale si tratta della violenza nella politica. Camus ha elaborato per il teatro grandi libri del passato, per esempio I demoni di Dostoevskij. E infine ha scritto un gran numero di articoli come giornalista, prima a L’Algeir rèpublicain, e più tardi a France Soir.

Tutti questi libri non giustificano l’attribuzione a Camus di un posto in un’Enciclopedia, nella quale si tratta di filosofia. Ci sono invece due libri che la giustificano – due libri i quali, come sostiene anche lui, non sono filosofici, ma sono livres d’idèes, libri nei quali vengono sviluppate determinate idee. In primo luogo si tratta del libro Le mythe de Sisyphe (Il mito di Sisifo), pubblicato nell’anno 1943, lo stesso in cui Sartre pubblicò il suo grande libro L’étre et le nèant (L’essere e il nulla). Il secondo libro è L’homme rèvoltè (L’uomo in rivolta), dell’anno 1951.

In un appunto del suo diario, nell’anno 1950, Camus dice di aver costruito la sua opera intorno a tre figure della mitologia greca: prima di tutte la figura di Sisifo, in secondo luogo quella di Prometeo, e come terza la Dea Nemesi, che figura in questo caso non come la dea della vendetta ma come la dea della misura. Questo vale – sostiene Camus- per l’opera che ho scritto finora, per i libri su cui mi impegno adesso, e vale per i libri che intendo ancora scrivere nel futuro. Non è tanto difficile classificare i Livres d’idèes, Le mythe de Sisyphe e L’homme rèvoltè: in questo schema. Le mythe de Sisyphe appartiene evidentemente alla figura di Sisifo, L’homme rèvoltè si confà, e ciò sarà più chiaro in seguito, alla figura di Prometeo. Ma nello stesso momento devo aggiungere che non è possibile distinguere le tre figure chiaramente l’una dall’altra. Queste figure si intersecano, per così dire. L’uomo assurdo di Le mythe de Sisyphe è già l’uomo della rivolta di L’homme rèvoltè, come viceversa L’homme rèvoltè resta sempre l’uomo assurdo di Le mythe de Sisyphe.

 

2. Camus è stato influenzato, tra gli altri, da Nietzsche. In che senso?

Ci sono due motivi che Camus ha tratto da Nietzsche e che attraversano tutta la sua opera. Il primo motivo è la «morte di Dio», il secondo è quello della volontà di potenza. La «morte di Dio», come da Nietzsche di regola fra virgolette, significa che il Dio cristiano è diventato inattendibile. Che il racconto del Dio, che governa come l’onnipotente con i suoi eterni decreti il mondo, che delibera sul destino degli uomini, sulla loro vita e la loro morte, perfino sulla morte eterna degli uomini, è diventato inattendibile. Il mondo di Albert Camus è un mondo che si potrebbe chiamare di un ateismo deciso. Perciò la «morte di Dio». Il secondo motivo è quello della volontà di potenza. La volontà di potenza sta, secondo Nietzsche, alla base di tutto. «Vuoi sapere – dice in un brano famoso -vuoi sapere che cosa è il mondo? Allora, io ho la risposta, il mondo è la volontà di potenza e nient’altro. Vuoi sapere che cosa è l’uomo? Allora la risposta è la medesima: «l’uomo è volontà di potenza e nient’altro». E con ciò Nietzsche costruisce tutta una metafisica. Camus prende da Nietzsche il motivo della volontà di potenza, ma ci aggiunge espressamente: «Io non scrivo metafisica, provo solamente a capire che cosa sta accadendo nella storia, e ciò che allora vedo è la volontà di potenza, che supera tutte le misure, tutti i limiti, e che finisce, e deve finire, con la distruzione dell’umanità». Queste due motivi ricorrono attraverso tutto il testo L’ètè, nel quale Camus costruisce ciò che segue.

 

3. Torniamo al testo in questione. Come svolge Camus il motivo della contrapposizione tra grecità e modernità, tra la misura e la compostezza della natura e lo smisurato e tragico divenire della storia?

Camus comincia con una descrizione dell’armonia del cosmo greco. Poi afferma che il cristianesimo ha causato la fine del mondo antico e con ciò anche la fine dell’armonia antica. In seguito mette a confronto l’una con l’altra l’antichità greca e la filosofia moderna. L’antichità greca conosceva e riconosceva i valori dai quali l’agire umano viene guidato e per i quali viene tenuto entro i limiti propri di quei valori. La filosofia moderna, al contrario, ha spostato i valori alla fine dell’agire. La filosofia moderna ha accolto la volontà, la passione della volontà, nella ragione, nel cuore della ragione stessa, per cui la ragione ha assunto infine un carattere omicida. I Greci capivano che l’uomo deve rispettare la misura e che gli uomini che ne oltrepassano i limiti vengono per questo colpiti dalle Erinni. La filosofia moderna oltrepassa tutti i limiti senza badare alla misura che era insita nei valori stessi. I valori non sono più di per se stessi, essi diventano, essi nascono nella storia. E alla fine sfociamo in una situazione in cui le opinioni sui valori divergono, in cui la lotta può prolungarsi fino all’infinito, proprio per questa divergenza delle opinioni sui valori. Il luogo in cui sfociamo è un mondo nel quale i messianismi si urtano l’uno contro l’altro, e nel quale il tumulto si mescola con i conflitti fra gli imperi che noi abbiamo fondato nella storia.

Siamo in balia della smisuratezza, e adesso cito letteralmente, «La smisuratezza è un fuoco», dice Eraclito. Nietzsche è superato. L’Europa non filosofa più a colpi di clava ma a colpi di cannone. Ciononostante, e questo è molto caratteristico per il pensiero di Camus, ciononostante il cielo, la natura c’è sempre. La natura c’è sempre, e essa pone il cielo azzurro e la sua propria ragionevolezza di fronte alla follia degli uomini e della storia. Fino al momento, e così finisce il brano da L’ètè, fino al momento che l’atomo s’infiamma. Qui si pensa ovviamente alla catastrofe di Hiroshima. E la storia finisce con il trionfo della ragione e il tramonto dell’umanità. I Greci – ancora una volta Camus ritorna sui Greci – i Greci non hanno mai sostenuto che l’uomo non potrebbe superare la misura. Quel che hanno detto i Greci è una cosa del tutto diversa: quando gli uomini hanno l’audacia di superare la misura posta agli uomini stessi, allora vengono conseguentemente colpiti senza pietà. «E – così finisce – non c’è niente nella storia dei nostri tempi che ci dia motivo di contraddire i Greci».

 

4. Il rapporto con Sartre, in tutta la sua contraddittorietà, è decisivo per Camus. Può parlarcene?

Nel 1944 ha luogo il primo incontro con Sartre. Siamo dopo la Liberazione, e Camus si esprime su quell’incontro molto chiaramente: «La prima volta che Sartre e io ci siamo incontrati abbiamo concluso che esistono divergenze molto grandi fra le nostre idee. Ambedue abbiamo scritto i nostri libri prima di incontrarci, e l’unico livres d’idèes che ho scritto prima del 1944, Le mythe de Sisyphe, è un libro in cui mi oppongo all’esistenzialismo. «Fra noi due corre una grande diversità ed è molto ingiusto che veniamo citati sempre insieme». Quando, nel 1945, viene costituita da parte di Sartre la redazione della rivista Les temps modernes, Camus non viene invitato a farne parte. E, se Sartre lo avesse invitato, penso che Camus avrebbe rifiutato di prendere parte alle attività della redazione di Les temps modernes. Camus è nel frattempo redattore di Combat, che non è più il giornale della Resistenza ma è diventato, dopo la Liberazione, uno dei vari giornali parigini. Ed egli segue, accanto a Sartre, la sua propria strada. La rottura – perchè in fin dei conti hanno rotto i legami – la rottura fra Camus e Sartre è avvenuta immediatamente dopo la pubblicazione del libro L’homme rèvoltè nel 1951. Nella rivista Les temps modernes appare allora una critica su questo libro, non di Sartre ma di Francis Chanson, in cui si ritiene che la conclusione del libro L’homme rèvoltè sia in fondo una specie di quietismo che fa il gioco della borghesia violenta e che per questo motivo, visto obiettivamente e malgrado tutte le buone intenzioni che Camus possa aver avuto, il libro è reazionario. A ciò Camus, offeso, reagisce con una lettera aperta alla redazione di Les temps modernes, e cioè a Sartre. Sartre risponde con un articolo su Les temps modernes nel quale prende pienamente parte per Francis Chanson. Per Camus è questo il momento in cui non vuole più avere a che fare con Sartre. E dimostrerò più oltre ancora, a proposito di L’homme rèvoltè, che, quando si tratta della relazione fra Camus e Sartre, si ha in realtà a che fare con due mondi diversi.

 

5. Il mito di Sisifo è una delle opere più note di Camus. Può riassumercene il senso ?

Le mythe de Sisyphe è un libro con delle limitazioni molto chiare. «A proposito di queste limitazioni -scrive Camus stesso- non ho inventato io che è un libro limitato». E’ Camus che lo dice: «Si tratta di un certo senso della vita, di una certa atmosfera che è ampiamente presente nell’aria: quello dell’assurdità dell’esistenza». Ma egli aggiunge espressamente: «Ciò che scrivo non è filosofia assurda, io non faccio altro che una descrizione di quel senso della vita di cui Sisifo è il grande simbolo. Sisifo che rotola il suo macigno verso l’alto sulla china della collina, per vederlo ricadere, appena ha raggiunto finalmente la cima, sul fondo; dopodichè riscende e ricomincia a spingere in alto quella massa rocciosa sempre lungo la stessa china». Inoltre, l’assurdo sta sia nel soggetto del libro che nel punto di partenza dal quale Camus vuole avanzare verso la domanda: «In che modo vivere, come vivere umanamente in un mondo assurdo?». Il libro comincia con la seguente frase – e la cito quasi letteralmente: «Esiste per la filosofia un solo vero problema, ed è il problema del suicidio. C’è per la filosofia una sola vera domanda alla quale la filosofia stessa deve cercare di dare una risposta. La domanda è: “La vita vale la pena di essere vissuta oppure è il caso di non viverla?”». Perchè viviamo? Perchè continuiamo a vivere? Perchè non decidiamo, vista l’assurdità dell’esistenza, di smettere di vivere? La conclusione logica dell’assurdità dell’esistenza è il suicidio. A ciò va aggiunto che l’assurdità non sta nel mondo in sè. L’assurdità non sta nell’uomo preso a sè. L’assurdità sta nell’incontro dell’uomo con la sua esigenza di riconoscere un’unità, un rapporto, un senso e uno scopo nella sua vita e un mondo che non dà risposte alle sue domande. Nel mondo non c’è da riconoscere un senso, non c’è da riconoscere uno scopo. La conclusione del confronto dell’uomo con un mondo silenzioso, non trasparente, è che dobbiamo rinunciare a tutte le illusioni che noi ci possiamo fare della vita. E’ chiaro che si nasconde nell’uomo una certa nostalgia. C’è un desiderio di unità, c’è un desiderio di un nesso. C’è dentro un desiderio che la vita sia più di un susseguirsi inutilmente di avvenimenti inutili. C’è nell’uomo una speranza che la vita renderà di più. E Camus a un certo momento dice con una certa pietà: «Anche se ci sono nel cuore delle persone molte cose più perseveranti, però la speranza si deve abbandonare. Infatti, non si tratta altro che di una concatenazione inutile di eventi inutili».

 

6. L’obiettivo polemico di Camus è l’esistenzialismo. Quali sono i suoi interlocutori effettivi o ideali? E inoltre di fronte all’assurdità dell’esistenza, per Camus, quale soluzione appare la migliore ?

Su questo tema vorrei ricordare un testo splendido, L’esilio di Elena , dove Camus contrappone il mondo greco alla filosofia moderna, e intende con filosofia moderna soprattutto l’esistenzialismo, contro il quale s’indirizza la sua critica. Nell’anno 1943 la sua critica riguarda Kierkegaard, Chestov – un uomo di grande nome all’epoca sua, e oggi più o meno dimenticato -, Heidegger, e soprattutto Jaspers. A quell’epoca Sartre non ne fa parte, poichè nel 1943 il suo grande libro L’ètre et le nèant non è ancora stato pubblicato. L’unica cosa che Camus ha letto di Sartre fino a quel momento è il romanzo La nausèe e la raccolta di saggi Le mur. E Sartre viene semplicemente incluso nel gruppo di coloro che danno seguito a quel sentimento di assurdità che c’è nell’aria. La nausèe, dice Sartre a un certo punto, è l’assurdità che descrivo. Questo vuol dire quindi che Sartre appartiene ancora completamente al mondo di Camus. Ma gli altri, Kierkegaard, Shestles e Jaspers, hanno visto l’assurdità della vita e nello stesso tempo hanno trovato uno sbocco a quello che Jaspers definisce come la trascendenza verso il Dio della tradizione cristiana. Loro hanno trovato uno sbocco inesistente, per cui hanno conservato delle illusioni alle quali noi dobbiamo rinunciare.

A questo punto abbiamo, per così dire, un triangolo: a un lato l’impegno nell’assurdità dell’esistenza, a un secondo lato la conclusione logica dall’assurdità dell’esistenza, il suicidio, e al terzo lato la speranza. Dopo che Camus ha cancellato la speranza, per cui dobbiamo rinunciare a tutte le illusioni, ci restano ancora due possibilità: la prima è di resistere nell’assurdità dell’esistenza, la seconda è di trarne la logica consequenza: il suicidio. Il suicidio viene infine respinto da Camus tanto risolutamente così come respinge la speranza, e quel che resta è il persistere nell’assurdità dell’esistenza. Questa è la rivolta contro la conclusione logica che si dovrebbe trarre dall’intuizione dell’assurdità dell’esistenza; questo è la rivolta. E qui si spiega come le tre figure dalla mitologia greca, Sisifo, Prometeo e Nemesi, non si lasciano separare in modo netto. Qui Prometeo, l’uomo della rivolta, compare già nel mondo di Sisifo: persistere in una vita della quale il senso non può essere riconosciuto, della quale si deve stabilire la mancanza di uno scopo, e che deve essere vissuta senza illusioni. Si direbbe che questa debba essere un’esistenza molto triste, e che l’ambiente in cui la gente passa la sua vita sia abbastanza misero, e che si finisca alla fine nella disperazione. Camus nega questo. E di nuovo incontriamo sullo sfondo del suo pensiero Nietzsche. Nietzsche ha parlato dell’amor fati, ed è l’amor fati che in qualche modo ritorna nel pensiero di Camus. Ma c’è anche, dopo aver percepito l’inutilità dell’esistenza, la gioia elementare della vita con il sole e il mare e le stelle e le farfalle, e tutto. C’è ancora un’altra cosa, c’è la gioia del lavoro creativo, lo scrivere un libro come L’etranger, come anche la scrittura del libro nichilista Le mythe de Sisyphe, che è un’opera che l’uomo esegue con gioia. Ed è questa gioia che permette a Camus di continuare a vivere. Ed egli finisce a un certo punto dicendo – è l’ultima frase del suo libro ed è una bellissima frase -: «Dobbiamo immaginarci Sisifo felice». Tutta la storia di Sisifo finisce in una maniera che non ci si aspetterebbe dopo aver seguito nel pensiero lo svolgimento del racconto. Finisce con: «L’esistenza è buona, malgrado tutta la sua assurdità». Edipo, nella splendida tragedia di Eschilo, finisce col sapere che tutto è buono. Raskolnikov, dallo splendido libro di Dostoesvkij, arriva alla stessa conclusione e anche Sisifo sa che, malgrado l’assurdità dell’esistenza, tutto è buono.

 

7. L’altra grande opera di Camus è L’uomo in rivolta. Quali novità introduce?

Adesso, dopo Le mythe de Sisyphe, e siamo molto più avanti nel tempo, arriviamo a L’homme rèvoltè. L’homme rèvoltè, commenta Camus, è il proseguimento del libro sul Mito di Sisifo. Non sono due libri separati: l’uno è la conclusione logica dell’altro. In Le mythe de Sisyphe si trattava della domanda: per quale motivo, in fondo, viviamo? E perchè continuiamo a vivere? Perchè non traiamo dalla vita la logica conclusione di farla finita? In L’homme rèvoltè la domanda, alla quale ha dato adesso una risposta, si sposta all’altra domanda: quella dell’omicidio. E con ciò entrano gli altri nel campo visivo. Rivedendo Le Mythe de Sisyphe, si nota che Sisifo è solo, e forse si è sentito ogni tanto solo con le sue spalle contro quel masso di roccia verso l’alto sulla china della collina. Colui che decide di dare fine alla vita, o colui che termina la sua vita senza essersi deciso a ciò – perchè anche questo accade – è sicuramente solo. E per quel tanto che si pensa agli altri, si può dire solamente che la vita di quell’altro sia tanto assurda quanto la vita di Sisifo. Qui gli altri entrano in un modo nuovo dentro il campo visivo. «Ogni mattina – dice Camus in quel libro – entrano uomini in uniforme in una cella». Il problema è l’omicidio. E nel libro L’homme rèvoltè si sottolinea ancor più che nel libro Le mythe de Sisyphe il fatto che viviamo in un’era di nichilismo. E la caratteristica del nichilismo è l’indifferenza per la vita, l’indifferenza per la vita degli altri e in fin dei conti anche l’indifferenza per la propria vita. L’homme rèvoltè è un tentativo di vincere quell’indifferenza per la vita, di cui l’omicidio, che si compie dappertutto, ne è la conseguenza. Come nel mito di Sisifo, Camus si è posto come scopo di tralasciare la conclusione logica dell’assurdità della vita. Il ragionamento è in fondo molto semplice: quando ho deciso di vivere la vita, quantunque sia una vita assurda, non posso negare agli altri intorno a me, il diritto di vivere. Anche loro possono quindi vivere e devo abbandonare l’indifferenza per la vita degli altri. E così giunge – e questo è molto sorprendente per coloro che partono dell’idea che il mondo di Camus deve essere stato più o meno quello di Sartre e viceversa – al punto che era per Albert Schweitzer il punto di partenza per tutta la morale: giunge al rispetto per la vita. Ho accennato a Descartes, e voglio riprenderlo un attimo. Descartes comincia la sua filosofia con il dubbio. Dubbio metodico con lo scopo di trovare la sicurezza, nella quale non è più possibile dubitare. E giunge al Cogito ergo sum, Je pense donc je suis. oppure, in una forma più breve, perchè una consequenza logica non c’è, Cogito sum, je pense, je suis (penso, sono). Camus ha apportato a ciò un variante, che considero un variante indimenticabile, proprio perchè in essa viene trasgredita la solitudine, la solitudine finale del cogito di Descartes, del soggetto del mondo: «Je me rèvolte, donc nous sommes (Sono in rivolta, quindi siamo)»

Con quanto scrive ne L’homme rèvoltè, Camus esprime il concetto che l’uomo non è solo nel mondo e che il punto di partenza per ogni pensiero ulteriore deve essere la solidarietà incondizionata con gli altri, con tutte le persone. Questo è detto in modo molto bello. Ma viviamo nella storia, viviamo nell’anno 1951, viviamo nell’epoca dei sistemi totalitari, dello stalinismo e con le conseguenze del nazionalsocialismo. Viviamo nel periodo del nichilismo, di un mondo solo in apparenza cristiano. Viviamo nell’epoca in cui si lotta per l’indipendenza dell’Algeria e dove si parte da ambedue i lati dal concetto che il fine giustifica tutto. Colui che ha scelto per la solidarietà con tutti gli uomini non può restare da parte, deve invece opporsi a quel nichilsmo, a quella indifferenza, in favore del destino degli uomini.

 

8. Rivolta e rivoluzione sono le parole d’ordine di Camus e Sartre di fronte alla crudeltà del potere. Qual è la differenza tra questi due atteggiamenti?

Camus si è trovato così nella Resistenza francese nel 1942, ma non solo nella Francia occupata. Anche nella Francia del dopo 1944-45 Camus si trova nel mondo della resistenza contro l’indifferenza cinica con la quale il potere s’impone. E con ciò si crea una situazione insolita rispetto alla relazione fra Camus e Sartre, una situazione che si potrebbe forse riportare a due lemmi: da una parte la parola rivolta, dall’altra parte la parola rivoluzione. La rivolta non è una rivoluzione, ma è una rivolta contro la violenza rivoluzionaria. Rivolta contro l’assassinio, rivolta contro le grande rivoluzioni che vorrebbero creare un mondo nuovo, che vorrebbero stabilire il regno della libertà sulla terra con processi, con scomuniche, con tutte le forme di violenza che è possibile immaginare. E così Camus e Sartre si trovano infine, dopo il 1951 – quando Camus ha scritto L’homme rèvoltè e ha rotto definitivamente con Sartre -, l’uno di fronte all’altro: da una parte la rivolta, Camus; dall’altra parte la rivoluzione, Sartre, lo stalinismo, Castro e Mao, perchè in fin dei conti Sartre è arrivato fin lì, al Maoismo. E probabilmente non si è mai ucciso tanto nella storia dell’umanità quanto nel periodo della rivoluzione culturale. Sartre giustifica la violenza. Sartre parte dal concetto che il regno della libertà va pagato con la vita degli uomini che si oppongono al futuro e che vogliono conservare il mondo vecchio. Camus contrappone a ciò semplicemente il fatto che la rivolta contro la rivoluzione è una lotta per umanità, è la lotta per un mondo nel quale gli uomini non vengano più ammazzati. E per quel che concerne il contributo di Camus alla filosofia, possiamo affermare che tale contributo sta nel fatto che, nel periodo dei sistemi totalitari e della violenza totalitaria, Camus ha difeso l’umanità. L’ateo convinto, che Camus è stato, si è trovato d’accordo infine con convinzione con i Dieci comandamenti del Vecchio Testamento, e soprattutto con quel comandamento che in seguito è diventato il nucleo de L’homme rèvoltè: «Non ammazzare».

 

L’intervista è stata fatta da Rai Educational il 7 maggio 1992. Jan Sperna Weiland (1925-2011) è un filosofo e teologo olandese che è stato ordinario di antropologia filosofica e fenomenologia all’Università di Rotterdam. In italiano sono usciti i suoi libri: La fine della religione: Studio di Bonhoeffer (Queriniana, Brescia 1974) e La nuova teologia (Queriniana, Brescia 1969)

 

 

II. Intervista a Olivier Todd: Albert Camus, l’Algeria e la madre…

 

1. Ne Il primo Uomo, il romanzo rimasto incompiuto (il cui manoscritto Camus aveva con sè al momento dell’incidente mortale) l’Algeria, fino a quel momento assente o quasi nei suoi romanzi, diventa protagonista assoluta…

In effetti, per parlare di Camus e dell’Algeria dobbiamo cominciare dalla fine, da Il Primo Uomo, che esprime al contempo la sua speranza e la sua disperazione per la guerra in corso in Algeria. Tema del libro è la vita dei petits blancs, i francesi poveri d’Algeria, che nessun intellettuale, a differenza di Camus, conosceva realmente o prendeva in considerazione.

Lui era uno di loro, essendo nato in una famiglia povera: la madre, vedova di guerra, arrotondava la magra pensione facendo la domestica. Quando scrive che in casa il burro e lo zucchero si compravano a etti, questa povertà mi pare del tutto evidente. Quindi, sapeva chi erano i petits blancs. In un editoriale dell'”Express”, scritto per spiegare i petits blancs d’Algeria ai petits blancs, ai grands blancs, ai moyens blancs di Francia, sostenne: “I francesi d’Algeria non sono tutti ricchi, col sigaro in bocca, sempre a bordo di una Cadillac”.

Una scena del libro mi pare molto eloquente perché evidenzia il punto di vista di Camus sugli eventi d’Algeria. A un certo punto, il protagonista, cioè Camus stesso, va a trovare un vecchio colono, che gli dice: “Lei sa com’è in Algeria: un giorno ci si sbrana e il giorno dopo ci si riconcilia”. Mentre scrive Il Primo Uomo a Lourmarin, in Provenza, Camus ritiene che tutto sia ormai finito, che sua madre sarà costretta a rientrare in Francia perché sarà l’opzione indipendentista a prevalere.

Non sarà quindi possibile quell’unione tra l’Algeria e la Francia all’interno di un organismo più vasto che lui, utopisticamente, auspicava.

Cosa avrebbe voluto Camus? Che si trovasse un modus vivendi che permettesse ai pieds-noirs di restare in Algeria. Sognava un sistema egualitario, fraterno, che si sarebbe forse potuto realizzare prima della guerra.

Probabilmente, la sua era una chimera, ma, a pensarci bene, è la stessa cosa che tutti noi oggi auspichiamo per il Sudafrica: la nascita di uno stato multirazziale e multietnico, in cui persone di origine europea e africana possano vivere gli uni accanto agli altri.

Comunque, la storia dei rapporti fra Camus e l’Algeria è più complicata.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che fu iscritto al partito comunista algerino dal ’35 al ’37, e ne venne espulso per anticolonialismo. Seguendo gli ordini di Parigi, che obbediva a Mosca, il partito algerino aveva messo la sordina alla lotta anticoloniale, che invece Camus rilanciava dalle colonne di “Alger Republicain” e di “Soir Republicain”, i due giornali in cui esordì come reporter. Camus aveva preso coscienza della disuguaglianza prodotta dal sistema coloniale. In un reportage dalla Cabilia, molto bello, scriveva che i berberi vivevano in condizioni di semischiavitù. Questa è una cosa molto importante. Si dimentica che aveva difeso i militanti nazionalisti algerini, fra cui alcuni sceicchi un pò corrotti. Si dimentica che aveva appoggiato il progetto Blum-Viollette nel ’36, con cui il governo del Fronte popolare voleva estendere i diritti politici all’elite musulmana.

Si dimentica tutto il passato di Camus militante anticolonialista prima della guerra – per cui fin dal ’54 viene bollato come anticomunista, per via del saggio L’uomo in rivolta, ma anche come colonialista – e si passa alla frase da lui pronunciata a Stoccolma in occasione della consegna del premio Nobel, quando, durante un incontro con i giovani, venne aggredito verbalmente da uno studente algerino. Innervosito, si lasciò sfuggire una frase molto infelice: “Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre”, che fece scorrere fiumi di veleno. La frase era inopportuna, lui era arrabbiato, non si rendeva conto fino a qual punto sarebbero giunte le reazioni in Francia.

“Le Monde” la trasformò in una notizia mondiale. Commise un errore, certo.

Richiesto, rifiutò di spiegarsi, rinviando ogni chiarimento alla prefazione alle sue Chroniques Algeriennes che, però, uscirono proprio quando De Gaulle tornò al potere, passando così del tutto inosservate. Nessuno dei suoi libri fu così poco letto come Actuelles III. Nel ’54, allo scoppio della rivolta nazionalista, la maggioranza degli algerini non pensava all’indipendenza.

Anche in Francia, pochi, a sinistra, agitavano l’idea di un’Algeria indipendente. Ciò che fece prendere coscienza agli arabi e ai cabili non furono tanto i discorsi di Ferhat Abbas (uno dei primi leader nazionalisti, prima favorevole all’integrazione con la Francia, poi entrato a far parte dell’Fln, ndr), nè quelli dell’Fln, ma il comportamento abominevole tenuto dall’esercito francese durante la guerra. All’inizio, quindi, la posizione di Camus non era isolata. Ma, una volta in Francia, perse il contatto con l’Algeria delle campagne, con il bled, e non vide più quel che accadeva nel suo paese.

Per questo, ancora nel ’58, credeva illusoriamente che, malgrado il napalm, i rastrellamenti e i campi di concentramento, fosse possibile “riconciliarsi”. Quando si recò ad Algeri a proporre la “tregua civile”, nel ’56, aveva l’intenzione di creare un modus vivendi fra i militari di una parte e dell’altra. Ma chi erano i civili, chi i militari in una situazione come quella algerina? Alcuni erano civili di giorno e militari di notte.

All’uscita della riunione, tutti lo attendevano, i comunisti, i cattolici che lavoravano con i nazionalisti algerini, quelli che più tardi sarebbero diventati membri dell’Oas. Gli uni volevano che gridasse Vive l’Algerie indipendante, gli altri Vive l’Algerie francaise. Siccome non disse nè una cosa nè l’altra, venne messo nel dimenticatoio. Camus, contrariamente a quanto si pensa, non era un uomo che ragionasse enormemente come Raymond Aron. Lui, le cose le sentiva profondamente. Mentre la maggior parte degli intellettuali francesi non conosceva l’Algeria, Camus la conosceva e per questo reagiva con tutto se stesso, visceralmente. Politicamente, si sentiva inferiore a tutti, ma non riguardo all’Algeria. Soffrì molto quando sentì di essere rimasto solo. Era controcorrente, odiato dalla sinistra e dalla destra. A salvarlo fu la sua capacità creativa. Credo fosse profondamente disperato e infelice alla fine della sua vita. E molto solo. Lui, che voleva essere solidale, era solo, lontano anche dai suoi amici liberali che gli scrivevano: “Bisogna che l’Algeria sia indipendente”. Stupisce che tutta questa sofferenza abbia prodotto Il Primo Uomo, nel quale cercò di recuperare tutta la sua Algeria.

 

2. Quindi, per Camus l’indipendenza dell’Algeria costituiva un taglio netto con la Francia?

Sì, un taglio netto. Una volta, andò persino a trovare De Gaulle, che gli spiegò come non fosse il caso di tenere delle elezioni in Algeria, aggiungendo una frase dura e militare: “Lei si rende conto, un centinaio di deputati bougnoules…” (spregiativo per nordafricani, ndr).

Camus aveva sperato che De Gaulle potesse risolvere il conflitto. Questo è un sentimento molto francese in Camus, perché gran parte dei francesi, nel ’58, nutrì la medesima speranza. Metà di loro sarebbe stata tradita.

Adesso, finalmente, le cose si sono calmate: non si sente più sbraitare su Camus reazionario, Camus conservatore, Camus colonialista. Ciò non significa che siamo tutti d’accordo, ma ho la sensazione che anche chi lo dipingeva come un moralizzatore, riconosca adesso che era in buona fede. Che era un giusto. Non bisogna però dire che aveva previsto tutto quello che poi sarebbe successo in Algeria. Non aveva previsto niente. Prima della guerra, è vero, aveva conosciuto molti messalistes, i seguaci di Messali Hadj, capo del movimento nazionalista algerino che nel ’54 si oppose all’Fln. Chissà, forse si rendeva conto che l’Fln non era solo un movimento autoritario, ma totalitario. Allo stesso modo, non bisogna credere che avesse ragione a proposito dell’Algeria, al contrario aveva storicamente torto.


3. L’onestà politica è una delle virtù di Camus…

Spesso, quando ci si immerge nella vita di qualcuno, si scoprono un sacco di difetti. Non così in Camus. Sul piano politico è di una rettitudine straordinaria. Possiede una caratteristica che pochi francesi hanno: quando sbaglia, lo dice e se lo dice. Nel 1939 è pacifista, ma decide di arruolarsi nell’esercito per solidarietà con gli altri francesi. In alcuni articoli apparsi su “Alger Republicain” dà l’impressione, anche dopo la dichiarazione di guerra, di ritenere che si potesse ancora trovare un accordo con Hitler – un’idiozia secondo me – ma si ricrede subito, perché ha la capacità di vedere lontano molto rapidamente.

Nota subito quanto di sordido vi sia nel regime di Vichy. Subito, nel giugno del ’40. In alcune lettere, infatti, scrive nettamente: “Attenzione ai sentimenti antibritannici”, mentre la maggioranza dei francesi era antibritannica, e molti erano antisemiti. Quanto a De Gaulle, pochissimi sapevano chi fosse.

Mi sembra utile confrontare l’atteggiamento di Mitterrand nel ’41-’42 con quello di Camus nel ’40. Mitterrand ha voluto farci credere che non aveva capito quello che stava accadendo in Francia. I casi sono due: o era un imbecille o era un ipocrita. Camus invece esprime con molta chiarezza quello che pensa dopo la sconfitta. Passando per Lione, Clermont-Ferrand, Bordeaux nota subito la vera natura del regime di Petain. Per questo, senza diventare un eroe come Jean Moulin, entra nella Resistenza, insieme a Pascal Pia.

Per molti aspetti, Camus ci appare come un resistente per tutta la sua vita: resiste all’atteggiamento colonialista della maggior parte dei pieds-noirs durante la guerra; resiste al bellicismo dopo la dichiarazione di guerra, anche a costo di sbagliarsi sul miglior modo di resistere ai nazisti; resiste all’ondata collaborazionista; resiste all’ondata ultragollista dopo la Liberazione; resiste all’ondata di illusioni a proposito dell’Fln, quando tutti gli intellettuali francesi lo consideravano un misto di Giovanna d’Arco, Baden-Powell e Marx. Il prezzo fu la solitudine.

 

4. Camus non frequentava molto gli arabi, vero?

Non credo fosse in contatto con gli algerini. Ma non per colpa sua, era la sorte di tutti i francesi d’Algeria: non parlavano algerino, non andavano a letto con le algerine. Un suo amico mi ha detto: “Le algerine, alcuni di noi le hanno viste al bordello, e basta”. Non ci fu alcun incrocio fra le due comunità, che rimasero separate. Da quando si trasferì in Francia, non ebbe più alcun contatto con gli arabi. Aveva conosciuto dei cabili prima della guerra, quando faceva il reporter per i quotidiani di Algeri. Frequentava alcuni arabi francesizzati ad Algeri, ma non aveva amici fra di loro. A Belcourt, il suo quartiere, nei luoghi in cui arabi, cabili, italiani, spagnoli, maltesi, potevano mescolarsi, come al liceo o all’università, c’erano pochissimi arabi, figli dei notabili musulmani. È vero che non parlava arabo nè cabilo, che non viveva nella casbah, che la famiglia della sua seconda moglie, Francine Faure, era favorevole all’Algeria francese. Ma da qui a sostenere che era un colonialista, ce ne corre. Ci sono i suoi articoli e reportage di gioventù, in cui denuncia l’ingiustizia e l’oppressione economica prodotte dal regime coloniale. Ci sono gli articoli contro il sindaco di Algeri di estrema destra, virulenti e un pò buffi, in cui lo accusa di essere responsabile di tutto quel che non va in città, financo delle perdite di gas.

Camus, inoltre, non ha complessi. Non è come Sartre, che ha una gran voglia di non essere più un borghese. Viene da un ambiente molto popolare. Sa cosa vuol dire essere poveri, non avere il bagno in casa, centellinare il burro e lo zucchero, non avere libri. Non si fa illusioni sui pieds-noirs, sa che possono essere molto razzisti, pigri intellettualmente, che si arrabbiano subito, ma ritiene che abbiano lo stesso diritto all’Algeria dei cabili…

Si può fare un parallelismo, senza forzare troppo, fra l’Algeria e Israele.

In Israele, tutti hanno diritto alla terra, gli ebrei come i palestinesi, ma come conciliarli? Forse, anche i pieds-noirs avevano diritto a una terra che avevano coltivato e fatto fruttare. Anche se non l’ha mai detto, da un certo punto di vista Camus era marxista. Parlando dell’India, infatti, Marx sostiene che il colonialismo non ha solo aspetti negativi: senza gli inglesi, l’India non sarebbe mai esistita come paese unificato dalla lingua e dalla ferrovia. D’altronde, sempre su questo punto, credo che fino alla fine nutrisse illusioni di tipo socialista.


5. Durante la guerra d’indipendenza Camus viaggiò per l’Algeria?

Non molto. Solo una volta si recò nel deserto. Riceveva informazioni dagli amici. Ad un certo punto, con un misto di tracotanza e scoraggiamento, Camus si disse: “Nessuno mi può capire, qualsiasi cosa faccia non sono capito, allora è meglio tacere”. Ciò non gli impedì di intervenire presso le autorità francesi per salvare la vita a decine di condannati a morte. Lo provano i dossier custoditi al Ministero di Grazia e Giustizia, i nomi.

Ho visto una lettera proveniente dalla Presidenza della Repubblica: “Signore, il Presidente della Repubblica è stato informato del Suo intervento. Naturalmente abbiamo esaminato questo caso”. Ma chi aveva scritto quella lettera non si era reso conto che la persona per la quale Camus era intervenuto era già stata ghigliottinata. Penso sia intervenuto in 150 casi, in favore di militanti nazionalisti algerini, e anche di comunisti algerini, malgrado il partito l’avesse espulso accusandolo di trotzkismo. Ma Camus era un giusto, sapeva dimenticare, tener conto delle situazioni. Aveva una rotta, che seppe mantenere contro venti e maree, pur soffrendo molto.

Bisogna, infatti, ricordare che era molto malato: tubercolotico dall’età di 17 anni, lo restò per tutta la vita. A quel tempo, non c’erano ancora gli antibiotici. Era ammalato, stanco, ma lavoratore, coraggioso, con momenti di depressione, mai meschino. Ho trovato una sola meschineria politica in lui.

Stupida, perché non mentiva mai. Un giorno, ho chiesto a Maurice Nadaud, oggi direttore della “Quinzaine”, all’epoca critico letterario a “Combat”, se qualcosa lo avesse sorpreso in Camus. Mi rispose: “Sì, una cosa mi ha stupito molto. Un giorno, l’ho incontrato al bar di ‘Combat’ e gli ho detto: ‘lei, che è stato comunista…’, e Camus rispose bruscamente: ‘non sono mai stato comunistà, e se ne andò”. Ho riflettuto molto su questo episodio.

Secondo me, Camus rispose così perché stava per andare in America. Gli avevano appena fatto compilare un foglio dove era chiesto se fosse mai stato comunista, se avesse l’intenzione di assassinare il presidente, ecc.

Evidentemente, non aveva voglia di parlarne proprio in quel momento. Salvo questo episodio, non ci sono porcherie politiche in lui nè calcoli cinici, mentre Sartre (…). Per Sartre bisognava stare con il mondo comunista qualsiasi cosa accadesse, mentre Camus pensava che gli Stati Uniti, pur con tutti i loro errori e crimini, erano comunque più democratici dell’Unione Sovietica. Non amava l’attività politica. Non gli piaceva neanche la letteratura engagee, che paragonava al servizio militare obbligatorio. Nella sua opera, infatti, troviamo più libri degages che libri engages. Nella Caduta il personaggio di Clamence serve a Camus proprio per criticare i sartriani, le anime belle dell’impegno. Erano i compiti delle vacanze, la politica. La faceva suo malgrado, si scocciava. Anche Sartre si scocciava, ma si vedeva di meno, c’era sempre Simone de Beauvoir che lo spingeva: “Vada al tribunale Russell, vada in Portogallo”. Camus non aveva nessuno che lo spingesse a fare cose che non voleva fare. Non era un militante nell’animo.

Era stato abbastanza scottato dalla sua appartenenza al partito comunista.

Provò prima quel che molti hanno provato più tardi, cioè l’esperienza del partito, ma non recitò mai la parte del reduce. È vero che si fissa una linea, ma non dice mai che è notte in pieno giorno, come invece faceva Sartre. Non sempre vede il colore del tempo, ma quando lo vede lo dice.

Ancora sul rapporto con Sartre. Nel dopoguerra, entrambi vanno in America.

Sartre, immediatamente, fa delle costruzioni intellettuali, neppure tanto chiare, a proposito dell’America e del capitalismo. Così Simone de Beauvoir. Camus, invece, va laggiù, ci sta diversi mesi, ma non scrive nulla. Solo nelle lettere a Gallimard fa qualche osservazione. Non crede sia sufficiente essere francese e intellettuale per diventare di punto in bianco un nuovo Tocqueville…

Camus era un honnete homme. Penso che questa sia una delle ragioni del suo successo attraverso le generazioni. Se uno studente russo o americano ha letto dieci libri, almeno uno è di Camus. E non solo perché in apparenza è facile da leggere come Lo Straniero, molto didattico come La Peste o molto ironico come La Caduta. Ma perché avverte che c’è grande onestà in lui. Sartre è il genio tumultuoso, dialettico, complicato, ma non siamo mai sicuri che sia veramente onesto. Camus forse non è dotato come Sartre, ma è legato ai fatti e davanti ai fatti è onesto. Di fronte a Sartre, invece, ci si chiede sempre cosa pensi veramente. E poi per Sartre non bisognava scoraggiare Billancourt, ossia la classe operaia, per cui era meglio non dire certe cose in certi momenti. Mentre Camus sa dire: “Questo è bianco, questo è nero”. Insomma, è al di sopra della politique politicienne, non è un chierichetto, è sempre lucido. E questa è la sua fortuna, perché non è facile rimanere lucidi in solitudine. Ma è anche un uomo del dubbio.

Dubita di sè quando ha 17 anni, dubita di sè quando riceve il Nobel.

Dubita continuamente delle sue capacità creative. Dalla sua corrispondenza e da quanto diceva ai suoi amici al momento dell’uscita de La Caduta, emerge che aveva deciso di scrivere dei racconti perché non riusciva più a scrivere. Aveva dimostrato di saper eseguire le scale al pianoforte, ma ormai era esausto. Poi uno di quei racconti iniziò a lievitare, diventando La Caduta. Non si era neppure reso conto di quel che aveva fatto. Poi, subito dopo, ha capito. Robert Gallimard gli scrisse: “Se questa è la tua impotenza a scrivere…”.


6. Quanta Algeria c’è nell’opera letteraria di Camus?

Secondo alcuni critici, nei suoi libri non si vede l’Algeria nè si vedono gli algerini. Secondo Pierre Nora, l’omicidio dell’arabo da parte di Meursault ne Lo Straniero raffigurava il desiderio inconscio dei petits blancs di sbarazzarsi degli indigeni. Un’interpretazione fra le tante, ma una scuola algerina ne ha fatto il centro di una dura critica a Camus. È però falso che non ci siano arabi nei suoi libri. Vi è un racconto, in cui un maestro vede arrivare un prigioniero arabo accompagnato da un gendarme. Il problema su cui il maestro si arrovella per tutta la notte è se permettere al prigioniero di andar via. Camus non parla di ciò che non conosce: non crea personaggi di arabi per il semplice motivo che non conosce arabi. Ma lo si può veramente accusare di colonialismo solo perché non descrive gli arabi che non conosce? Il racconto del maestro posto di fronte al prigioniero è molto interessante perché rivela la psicologia di Camus. Mostra la sua indecisione: non vuole essere il guardiano della prigione degli indigeni, ma non è così che arriva a recuperare un rapporto con loro. Camus fu vittima della sua condizione di petit blanc, da cui non poteva fuggire. (…). Camus conosce il prezzo del sangue, non prova ammirazione per i grandi carnefici della storia, non ammira Hitler, Mussolini, Franco, Stalin. E, per la sua epoca, questo non è da poco. (…) Aragon (…) diceva che bisogna guardare a quei tempi con gli occhi di allora. Ecco, dobbiamo situare Camus nel suo contesto.


7. Si sentiva più algerino o più francese?

Credo si sentisse molto algerino in Francia e un pò francese in Algeria. Camus era algerino, mediterraneo, per il suo amore per le spiagge, il sole, le ragazze al mare. Non era certo svedese. Era uno scrittore algerino di lingua francese, come adesso ce ne sono tanti. Gli fu dedicata una via nella sua provincia natale, ma il nome venne cambiato con quello di un eroe dell’Fln dopo l’indipendenza. Spero che fra venti o cinquant’anni, ci sarà un boulevard Albert Camus a Algeri o a Orano. Ci sono paesi infelici e tragici, ma l’Algeria è terrificante. Era una nazione, o no, prima dell’arrivo dei francesi? Gli storici ne discuteranno forse per secoli: c’è stata la colonizzazione, una guerra spaventosa fra il ’54 e il ’62. Se 58.000 sono gli americani morti in Vietnam, più di 30.000 francesi morirono in Algeria. Facendo le proporzioni, sono più i francesi morti in Algeria degli americani uccisi in Vietnam, ma siccome non vi erano tante cineprese e la stampa non ne parlava troppo, di questo non si sa nulla. Ci voleva uno come Camus, che sapeva quello che avveniva anche senza vederlo direttamente, per far capire. C’è una frase che mi sembra riassumere bene l’atteggiamento di Camus: “Mi fa male l’Algeria come mi fanno male i polmoni”. Detto da un tubercolotico, non è da poco. Ha il suo peso, la sofferenza.


8. Del Camus giornalista cosa può dire?

Si parla sempre del Camus editorialista a “Combat”, ma ci sono tre diversi giornalisti in Camus: quello di “Alger Republicain” e di “Soir Republicain” prima della guerra, quello di “Combat” subito dopo la guerra, quello dell'”Express” alla fine della sua vita. Penso che il periodo a “Soir Republicain” sia il più interessante perché Camus era un reporter molto bravo. E poi lì faceva tutto, articoli firmati e non, recensioni, reportage… Amo molto il Camus giovane critico letterario, perché amava veramente i libri, e questo è raro nei critici; poi non apparteneva all’ambiente parigino, per cui non era costretto a parlare di un libro piuttosto che di un altro. Dice quel che pensa e lo scrive. Si leggano le sue recensioni al Muro e alla Nausea: capisce molto in fretta chi sia Sartre. È vero, troviamo frasi altezzose, del tipo: “Ci si può aspettare molto da questo signor Sartre”, e non ha ancora 27 anni! All’epoca, Sartre non è molto conosciuto, ma Camus vede lontano. Il buffo è che sin dall’inizio si notano i dissidi che li divideranno: ammira Sartre, ma è pieno di riserve sul piano morale e filosofico. Il Camus giornalista di prima della guerra è più spontaneo, mentre quello di “Combat” è più rigido. C’è troppa solennità nei suoi editoriali su “Combat”, andavano bene subito dopo la guerra, ma ora suonano enfatici. È vero, però, che alla Liberazione lo trovavamo straordinario. “Combat” era un giornale onesto, Pascal Pia diceva: “Faremo un giornale onesto, ci romperemo il muso”.

In effetti, è proprio quello che accadde. Nel ’45, quando i francesi massacrano gli algerini a Setif, è uno dei pochi a dire: “Attenzione!”.

Anche questo non bisogna dimenticare, c’è l’Algeria di prima della guerra, c’è l’Algeria del ’45 e l’Algeria del ’54. In Camus, un filo unisce tutte queste Algerie.


9. Il fatto che venisse da una famiglia povera lo condizionò nella vita?

– Olivier Todd: Un uomo, soprattutto uno scrittore, si definisce in relazione al suo lavoro, ai suoi figli, alla politica, ai soldi. Camus sapeva cos’erano i soldi. Non aveva gusti stravaganti, di lusso. Non ha comprato mulini come Aragon, lasciava la macchina aperta, la potevano anche rubare. Non ci teneva a viaggiare sempre in prima classe. Prendeva in giro il suo amico Gallimard che comprava sempre automobili. Aveva simpatia per le persone di origine modesta: Guilloux, l’autore di Sang noir, Guenon. Per essere accolti bene da Camus era meglio avere origini modeste e per essere accolti molto bene bisognava avere radici pieds-noirs. La sua era una sorta di massoneria dei petits blancs. Non passeggiava con le tasche piene di banconote come Sartre. Sartre, è vero, non possedeva niente, e lo si ammirava molto perché non aveva un appartamento nè una macchina. Ma quando si hanno molti soldi non si è obbligati a possedere. A Sartre la proprietà non interessava, ma lui non aveva famiglia. Camus, nonostante la sua ricca vita sentimentale, aveva dei figli, doveva affittare un appartamento, pagare la donna delle pulizie. Sartre dava l’impressione di non essere sulla terra, tanto che sua madre una volta mi ha detto: “Si rende conto? Ho dovuto pagare le tasse di Poulou. Gli ho dovuto prestare dei soldi perché pagasse le tasse!”. C’è questo lato adolescente in Sartre, non in Camus. Camus è adulto. D’altronde, quando si comincia a lavorare molto presto si diventa adulti in fretta e lui lavorava già durante le vacanze scolastiche presso un armatore del porto di Algeri. Ha conosciuto i proletari da vicino: suo zio era un bottaio. Conosceva la povertà materiale, ma anche la miseria intellettuale: sua madre non sapeva nè leggere nè scrivere, la nonna pochissimo, suo zio non molto. La diversità fra Sartre e Camus ci porta molto lontano.

Il fatto di essere povero invece che un erede borghese determina l’atteggiamento che si ha nei confronti della lingua. Per Camus la lingua è una conquista. Non avendo libri in casa, incontrò la lingua francese, anche in ciò che può avere di enfatico e roboante, solo al liceo. Il congiuntivo l’ha imparato forse con più difficoltà di Sartre. Lo sapeva perché si prendeva in giro da solo: Clamence-Camus ne La Caduta dice che maneggia molto bene il congiuntivo. È un modo di fare dell’ironia su se stesso. La lingua è come i soldi: bisogna stare attenti, non bisogna manipolarla brutalmente nè farne sfoggio, ma neppure maltrattarla. Forse, quel che di classico è presente nel Camus scrittore nasce dal modo in cui si impadronì della lingua francese: poco per volta.

C’è il francese orale e quello scritto, e Camus scriveva in modo molto diverso da come parlava. Come si dice, montava di guardia intorno al suo francese, e lo faceva bene. Un’altra cosa, poi, è la varietà di stili in Camus. C’è un clima in Dickens, in Primo Levi, ma non c’è un clima in Camus. Forse, c’è una morale, un embrione di filosofia, uno sguardo sul mondo, ma romanzi come Lo Straniero, La Peste, La Caduta, Il Primo Uomo hanno stili molto diversi. È per questo che non si può fare un pastiche di Camus, bisognerebbe farne quattro o cinque, perché la lingua dello Straniero, della Peste, della Caduta, non è la stessa. Ne Lo Straniero tutto è veloce: il colpo di pistola, ecc.; La Peste invece è molto più lenta, per questo mi annoia: non c’è solo la divisione tra buoni e cattivi, ma una lingua simile a grandi ondate sulla spiaggia; La Caduta è molto nervosa, piena di aforismi, anche oscura a tratti; il lirismo di Noces è promettente, ma è incompiuto; infine, nel Primo Uomo si ritrovano le cose presenti in tutti gli altri libri. Credo che i lettori amino molto Camus anche perché vi trovano stili diversi: il lirismo, la riflessione, la meditazione. Il Primo Uomo dev’essere considerato come la brutta copia di una saga algerina in due o tre volumi. A volte pensava a un’opera in tre volumi, altre in due. Nei suoi appunti scrive: “Voglio parlare della famiglia di mia moglie, degli amici”. Tutto ciò è molto commovente. È un uomo che parla di se stesso e dei suoi, parla dell’Algeria, di un paradiso perduto che spera ancora di rivedere.

Le lettere da Lourmarin, nel periodo in cui scrive “questo libro mostruoso”, come dice, ci rivelano che la stesura del romanzo avviene in un periodo di acuta sofferenza per lui. Alla fine della vita, avrebbe dovuto dirigere un teatro e per Il Primo Uomo rinunciò a una carriera di attore nel cinema.

Doveva infatti partecipare a un film di Peter Brook, tratto da un racconto di Marguerite Duras, che si era messa in testa di farlo recitare. Alla fine, il film lo interpretò Belmondo. Voleva fare l’attore o vedere da vicino Jeanne Moreau? Non lo sapremo mai, Camus amava molto le attrici.

 

L’intervista è stata fatta da Marco Bellini per Una città n.78, giugno 1999. Olivier Todd, nato a Neuilly-sur-Seine nel 1929, giornalista e scrittore è stato redattore al Nouvel Observateur  e poi all’Express. E’ autore della biografia Albert Camus, una vita, uscita in Italia per Bompiani. Vive e lavora a Parigi

 

 

 


 

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