Cinzia Nalin : Bobi Bazlen taoista

| 24 Maggio 2021 | Comments (0)

 

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Il taoismo di Bazlen era nella sua natura come altri hanno il platonismo o l’aristotelismo, un fondamento di pensiero e comportamento, come ebbe a dire Roberto Calasso.

Il suo sciamanesimo eclettico lo portò al sincretismo intellettuale, la sua eterna inquietudine si inanellava nello yin e lo yang orientali. Nel polemos di questi concetti base della filosofia cinese, come nel pensiero eracliteo, si incardina la possibilità dei contrari di cercare un equilibrio, così difficile e sfuggente sia all’individuo che alla comunità degli individui. Fu proprio Bobi a far conoscere il taoismo e diffonderlo in Italia.

Inoltre, la sua propensione alla psicanalisi junghiana lo portò a trovare in culture altre qualcosa che assomigliava al suo animo: ricordiamo che Bazlen fu l’anima fondatrice della casa editrice Adelphi. Il logo di quest’ultima, che campeggia vicino al nome editoriale, è un pittogramma cinese conosciuto come “pittogramma della luna nuova”. Con il suo significato di morte e rinascita questo simbolo risale al 1000 a.c. e compare sui bronzi della dinastia Shang con il suo significato appunto doppio di morte e rinascita.

Lavorando come consulente anche per Astrolabio, la sua fulminea capacità di fiutare gli argomenti eccellenti da pubblicare, lo spinse ad approfondire non solo la psicanalisi ma dottrine filosofiche e religiose orientali, alchimia, esoterismo, tutti argomenti estremamente nuovi per il panorama italiano ancora chiuso e arretrato. L’avventura editoriale iniziò con l’amico Foà e Adriano Olivetti. Quest’ultimo fu un appassionato della cultura estremo orientale e nel progetto di riforma e svecchiamento della esangue, asfittica ed arretrata borghesia imprenditoriale italiana.

Il desiderio del noto imprenditore era infatti quello di poter dar vita anche a una nuova casa editrice, che si sarebbe dovuta chiamare Nuove Edizioni Ivrea. Quest’ultima era pensata non solo per opere che Bazlen traduceva dal tedesco ma anche per ospitare un’apertura multiculturale e soprattutto taoista e cinese a nuove vie di pensiero. Ed è proprio qui che si situa il suo essere taoista, là dove, come diceva Giorgio Voghera, “basta che una cosa sia assurda, irrazionale, arbitraria, contraddittoria e tu te ne innamori”. La sua esperienza dell’assurdo non era quella degli esistenzialisti ma la ricerca taoista, nuovi orizzonti culturali. Questo pensiero infatti contiene punti che caratterizzano la particolarità di Bobi Bazlen, la sua azione che nasce dalla non-azione, il suo essere contemporaneamente sciamano, guaritore, mistico alchimista e terapeuta con una sostanziale assenza di canoni definiti. Il critico entrava nelle vite degli amici e delle amiche, ne percorreva le geometrie e agiva da negromante con sostanze impalpabili, portando quella apparente confusione che tendeva come paradosso essenziale ad un suo personale concetto di armonia.

Non moltissimi lettori conoscono Roberto Bazlen, intellettuale nato a Trieste nel 1902, quando la città era il giardino sul mare dell’Impero austroungarico. L’unicità della città è anche la sua particolarità, ciò che la rese straordinaria fu di essere non un crogiuolo di molte etnie ma il crocevia di popoli che potevano mantenere la loro tipicità e la loro cultura senza per questo mai fondersi e dare vita ad una nuova popolazione, come sostiene Scipio Slataper nella sua opera Il mio carso. Un sostanziale multiculturalismo. Questo influì sull’europeismo letterario precoce rispetto al resto della penisola ma molto anche sulla capacità dei suoi intellettuali di creare opere innovative. Per Bazlen fu motivo di diventare colui che per primo accolse e diffuse le idee della cultura orientale e soprattutto di portare alla fama le opere di Svevo, Kafka, Musil, Joyce e grandi testi di psicanalisi. Ciò che lo contraddistingue ancor oggi è quel tratto davvero unico quanto “imprendibile” di chi passa attraverso i periodi, le opere e le vite degli scrittori e di rifiuta inspiegabilmente la scrittura, almeno quella organizzata in forma narrativa.

Questo rifuggire la scrittura può essere interpretabile come sintomo di una peculiarità esistenziale dell’autore? Forse, in fondo scrivere è raccontarsi. Al contrario, leggere è scoprire e analizzare gli scrittori, ed è proprio per questo che Bazlen scrisse un non-romanzo in cui raccontava i romanzi degli altri, distaccandosi da sé. Quello che l’autore ricercava era un filo che riconducesse ogni scritto ad un percorso di armonia cosmica, una strada percorribile di salvezza in un occidente che stava marciando verso l’iceberg che lo avrebbe fatto affondare. Infatti, mentre la società si credeva inaffondabile, poiché godeva dell’eredità di un ottocento positivista, gli autori del nuovo secolo iniziavano a guardare verso culture diverse attraverso lo sguardo delle arti e delle discipline.

Molti studiosi hanno parlato e definito in mille modi Bobi Bazlen, seguendo diverse linee possibili. Bazlen però risultava davvero inafferrabile, senza un centro stabile, volutamente, o forse per natura carsica. Chi nasce in quella terra dura, che ha acqua e vita solo nelle viscere profonde, risulta ai più simile ad una dolina. Come questo strano tipo di laghetto, l’animo di chi nasce qui risulta uno specchio d’acqua problematico e primordiale che a volte si mostra e altre sparisce al centro della terra, o dell’anima. Lo scopo è quello di non mostrare mai veramente la propria esistenza, apparendo con aspetti sempre diversi e non fissabili come concetti razionali e tradizionali. L’esito è che ciò rende questo tipo di persone incomprensibili ai più. Niente di preciso, niente di classificabile. Così dunque era Bobi per coloro che lo conobbero, per le donne che amò e che lo amarono. Stessa cosa valse anche per coloro che lo detestarono; tuttavia, come tutti i carsici, non se ne curò molto, il nostro autore infatti andava per la sua strada o meglio, per il suo mare, capitano di lungo corso dell’interiorità e dello spazio aperto.

Il suo irrefrenabile bisogno di movimento spaziale, interiore e di relazione rispecchia il panorama culturale triestino di quei decenni. Bazlen infatti partecipò da protagonista alla vita culturale mitteleuropea che, come già sottolineato, accoglieva spunti di molte origini e provenienze dalle più lontane parti del mondo. Per questo il “liquido ed aereo” intellettuale fu proprio colui che accolse e divulgò, tra le molte altre suggestioni sconosciute, la corrente filosofica taoista anche come parte strutturale della propria personalità.

Gli studiosi della sua personalità di letterato e anche noi lettori percorrendo i frammenti che ci ha lasciato, ci accorgiamo subito dell’unicità del suo modo di attraversare il panorama culturale di mezzo secolo del novecento. Lottava con le parole, con le frasi: ingaggiava un corpo a corpo che lo estenuava ma che sono

anche la prova della sua capacità di intuizione sul linguaggio e particolarmente su quello scritto e sulla ormai logora possibilità di esprimere l’interiorità. Come sostiene sempre Calasso in una intervista del 1997 “…lasciava l’essenziale del pensiero sempre sottointeso ed inespresso…”. Questo Anti-autore di fatto contesta la “pretesa esaustività del linguaggio” come il pensiero taoista esposto nel saggio di Amina Crisma, Meditazione taoista (RCS 2020) il quale continua sottolineando come questo pensiero orientale “sia capace di sintonizzarsi sul silenzio sovrumano che oltrepassa la limitatezza e la condizionatezza delle parole umane” che portano ad un disarmo che disinnesca la lotta perenne di una logica perversa tramite il “non agire, ossia con un agire che non forza”. Queste frasi spiegano in modo esaustivo il percorso dell’intellettuale triestino e si evidenziano chiare dalla fatica, dalla lotta dei simboli che emergono dagli scritti riuniti ne “Il capitano di lungo corso” e dai dattiloscritti ritrovati de “La lotta con la macchina da scrivere”. Frasi, brani, immagini scritte e riscritte con variazioni infinite come un abbozzo variato all’infinito, una ricercata disarmonia aperta di una lotta con l’inadeguatezza delle parole a fissare un’immagine creativa che, come nel caleidoscopio, cambia in continuazione, affascina sempre e non soddisfa mai. Bobi preferisce fiutare le opere degli altri, con la sua vena mistica e irrazionale nello scovare opere accantonate o che appaiono in contrasto con il gusto corrente.

Ecco il suo taoismo si incardina in questa sua apparente incapacità di scrivere e mai egli scrisse un’opera organica: non poteva fermare il moto perpetuo che scuoteva la sua anima misteriosa che nessuno riuscì a etichettare. Per questo penso che la sua anima-dolina fu attratta dalla pluralità aperta del pensiero taoista in un’unione che va oltre gli angusti limiti umani spazio-temporali. La dicotomia tra significante e significato per Bazlen è oramai troppo ampia per soddisfare un’unicità sostanziale. La polverizzazione e inadeguatezza del significato si sposa con l’incapacità di de-scrivere il dolore e il disorientamento del mondo. Come il taoismo cerca e trova nella sua non adesione ad un canone, nel periodo sanguinoso e doloroso dal quale nascerà la nuova realtà dell’Impero centralizzato cinese, e si fa piuttosto interprete, nei vari orientamenti, di riannodare un intimo rapporto tra uomo e cosmo (A. Crisma, Meditazione taoista) Bazlen cerca una pacificazione nella frammentazione. Egli agisce parallelamente o intrinsecamente come il Daoja che nei testi dei primi maestri del Dao avrebbe anche significato di “via ultima che sublima i differenti e multiformi percorsi umani”. Entrando nelle opere e nelle vite degli altri scrittori cercava l’unicità impossibile del multiforme. L’intellettuale triestino si fa per questo marinaio dell’esistenza contraddittoria, un Ulisse orientaleggiante che si perde nel suo navigare e nei richiami multiformi che lo attraggono con una forza centrifuga che lo mantiene sempre lontano da un punto fermo della narrazione-casa.

Figura e personalità multiforme, Roberto Bazlen risulta nel panorama italiano ancora semi-sconosciuto e richiederebbe studi approfonditi e molto amore proprio per la sua tenace e controcorrente volontà di arrivare alla negazione della scrittura. Una negazione decisa, non imposta da scarsa capacità, che lo avvicina a tutte le sperimentazioni di comprendere oltre il confine dell’occidente, oltre le colonne d’Ercole, una linea comune di cultura forse ormai necessaria ed urgente.

 

 

Category: Arte e Poesia, Culture e Religioni, Editoriali, Libri e librerie, Osservatorio sulle città

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About Cinzia Nalin: Nasce e vive a Venezia, si diploma al Liceo Classico e si laurea col massimo dei voti in Lettere Moderne a Ca’ Foscari. Si specializza nello studio critico dell’ Otto-Novecento italiano e francese. Segue il metodo critico psicanalitico di Francesco Orlando, che fu colui che la spinse all’applicazione della psicanalisi alla letteratura. Ha scritto saggi critici su Pasolini, Parise e Nievo. Studiosa di Pasolini e di autori che provengono dal nord est e dal confine con l’Austria e la Slovenia, si interessa di cinema e fa parte del collegio di lettura del Festival del Cinema di Trieste “Mattador”. Studiosa anche di Storia e Filosofia, intreccia nei suoi saggi ed articoli una visione trasversale della letteratura che non prescinde da ciò che crea il totale dell’animo umano nella produzione artistica. Ha presentato i suoi saggi in sedi quali l’Ateneo Veneto. Ha gestito a Venezia la libreria Serenissima. Ora gestisce una libreria indipendente a Bologna, La Luce Verde in Piazza Aldovrandi, e agisce da operatrice culturale.

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