Carlo Doglio nel centenario della sua nascita

| 25 Novembre 2014 | Comments (0)

 

 

 

Invito a partecipare alla iniziativa promossa da Stefania Proli del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna il 27 novembre 2014 presso la sala Borsa Piazza Nettuno 3 di Bologna per ricordare la figura di Carlo Doglio nel centenario della sua nascita (1914-2014). Alla descrizione dell’iniziativa per il centenario aggiungo alcuni ricordi personali.

 

Carlo è stato un mio carissimo amico e i tratti della sua personalità anarchica, scientifica, creativa ed ironica, facevano si che ogni incontro con lui fosse un intenso piacere. Provo a dare un’idea di questa sua straordinaria personalità ricordando una lezione che gli feci tenere nel mio corso di sociologia a Scienze della formazione a Bologna sul tema l’anarchia. Carlo venne, sempre elegantissimo, e di fronte al pubblico quasi completamente  femminile che frequentava le mie lezioni iniziò con il parlare del Principe Kropotkin , il teorico russo dell’anarchia autore di libri bellissimi come La conquista del pane (1892) e Campi fabbriche e officine (1896) che Carlo mi fece conosce e amare. Carlo ricordò poi i tre stadi che secondo Kropotkin dovevano attraversare l’etica umana: il mutuo soccorso, la giustizia e la morale e poi passo alla sua esperienza inglese della città giardino e del “piccolo e bello”. Le studentesse ascoltavano rapite questa narrazione di un movimento anarchico raffinato e pieno di senso del bello e della giustizia. Alla fine una di loro chiese: “Mi scusi professore, ma io ho sentito parlare di attentati in relazione agli anarchici. Come si concilia ò’attentato con tutto quello che ci ha detto?” “Beh, rispose Carlo, il problema si può così sintetizzare: se non era possibile una rivoluzione almeno un attentato”. Ho ancora vivissima l’immagine di Carlo sorridente e delle studentesse diciamo un po’ sorprese.  D’altra parte ugualmente sorpresi dovevano essere restati i commissari che si trovarono a dover giudicare Carlo nel suo passaggio da straordinario a ordinario. Come tutti sanno si tratta di una formalità perché la difficoltà è vincere un concorso a cattedra; poi, dopo tre anni, è sufficiente presentare le pubblicazioni realizzate nel triennio e la commissione trasmette il titolo di ordinario a tutti gli effetti. Un percorso un po’ rituale e del tutto tranquillo che fu però vivacizzato da Carlo che scrisse una letterina “gentile” ai commissari spiegando che si stupiva che quei membri della commissione dovessero valutarlo in quanto li riteneva del tutto incapaci di leggere e capire le sue opere. Ovviamente i commissari non gradirono e non passarono Carlo (unico caso in Italia) che diventò ordinario solo l’anno successivo con una diversa commissione. Carlo era fatto così: “se non si può fare una rivoluzione almeno un attentato” e “se non si possono imbracciare le armi (Carlo era stato partigiano e aveva fondato durante la resistenza il giornale clandestino Il libertario) almeno un sberleffo”.

Carlo mi invitava sempre con Adele a cenare con lui al Postiglione e la sua conversazione era sempre affascinante  perché non era solo piena di ricordi ma di futuro. E di futuro si discuterà nella giornata in cui si vuole ricordare.

 

Descrizione dell’iniziativa per il centenario

«Ma che razza di piano, o meglio quale società, vogliamo? Piano rigido vuol dire società rigida, metafisicamente preordinata secondo schemi astratti che chiedono alle rilevazioni una conferma, e cancellano qualunque dimostrazione contraria. Il piano aperto, flessibile, continuamente ricontrollato e confermato dalla realtà, continuamente ricreato dall’azione degli uomini sulle cose e delle cose sugli uomini, è evidentemente l’ideale»

C. Doglio, Come l’albero dalla terra e dalla roccia l’acqua e dall’uomo l’amore. Un dibattito sulla pianificazione regionale (I), in “Comunità”, 94, 1961, p. 41-42.

 

Questo progetto intende ricordare il centenario della nascita di Carlo Doglio, urbanista “sui generis” di cultura anarchica che ha contribuito a diffondere e sperimentare in Italia l’urbanistica “dal basso”, ovvero un progetto di organizzazione del territorio incentrato sui principi del decentramento e dell’autonomie delle comunità insediate, da costruire attorno a un piano aperto.

Nato a Cesena nel 1914, Doglio si trasferisce all’età di diciotto anni a Bologna, città in cui compie gli studi universitari e si laurea in Giurisprudenza nel 1936. Arrivato precocemente all’antifascismo, svolge attività clandestina contro il regime e prende parte poi alla Resistenza in Romagna e a Milano. Aderisce in quegli anni al movimento anarchico, di cui diviene negli anni del secondo dopoguerra un esponente di primo piano e un attivo militante e propagandista. Di vasti interessi culturali, in relazione con molti noti intellettuali (tra cui Antonio Banfi, Elio Vittorini, Franco Ferrarotti, Aldo Capitini, Giancarlo De Carlo, Franco Fortini), si interessa inizialmente di cinema ma presto orienta i suoi studi verso l’urbanistica, interpretata in senso marcatamente libertario attraverso il pensiero di autori come Kropotkin, Geddes e Mumford. Lavora a Milano per la Mondadori e poi a Ivrea per Adriano Olivetti. Dal 1955 al 1960 si trasferisce a Londra, dove tra l’altro collabora ai programmi della BBC e della RAI. Si allontana in quegli anni progressivamente dall’anarchismo, fino ad aderire al Partito socialista e poi al Psiup. Rientrato in Italia, trascorre alcuni anni in Sicilia collaborando con Danilo Dolci. Intraprende poi la carriera universitaria. Dopo avere insegnato nelle Università di Palermo, Napoli e Venezia, conclude la sua carriera di docente come titolare della cattedra di “Pianificazione e organizzazione territoriale” alla Facoltà di Scienze Politiche a Bologna, città in cui stabilisce definitivamente la sua residenza a partire dai primi anni Settanta. Si riavvicina in quegli anni all’anarchismo, su posizioni marcatamente nonviolente. A queste concezioni resta poi fedele fino alla morte, avvenuta a Bologna nel 1995.

Oggetto dell’iniziativa è tracciare l’eredità di Carlo Doglio all’interno dell’ambiente culturale della città di Bologna (con particolare riferimento al dibattito urbanistico che ha dominato gli anni delle grandi riforme amministrative e delle politiche per il decentramento), a partire dal concetto di piano aperto. Il piano aperto si presenta infatti come un’immagine che riflette la biografia di Carlo Doglio ed il suo approccio alla pianificazione urbanistica: un incontro caratterizzato da deviazioni di percorso, sconfinamenti nelle altre discipline Non a caso, prima ancora che nel mondo dell’architettura e dell’urbanistica, il nome di Carlo Doglio figura in altri contesti. Tra i protagonisti della Resistenza, la sua fama è legata innanzi tutto al mondo dell’anarchismo, ambiente cui tutt’ora viene prevalentemente associato.

Non si è infatti mai occupato di pianificazione urbanistica in senso stretto. «Pianificatore autobiografico», «intellettuale umanistico», urbanista «libertario», «eretico» ed «eccentrico», gli appellativi a lui associati si devono non solo ai suoi continui sconfinamenti nella sfera politica, ma anche alla molteplicità dei ruoli da lui ricoperti senza alcun tipo di pregiudizio del confine disciplinare: editore, segretario, traduttore, pubblicista, docente, sociologo, riformatore sociale, conferenziere, e uomo politico (nella sua accezione più letterale, in quanto attivista sociale e civile). In tutti i contesti in cui è coinvolto, Carlo Doglio dimostra una forte apertura nei confronti di tutte quelle forze (politiche, culturali, sociali) impegnate in un processo di trasformazione della società “dal basso”.

Condivide con tanti altri intellettuali della sua generazione quella incessante ricerca, tipica del dopoguerra, mirata allo studio e all’individuazione di possibili nuovi modelli sociali e degli approcci disciplinari più adatti ad interpretare il territorio e dar voce alle comunità insediate. In un clima urbanistico che si confronta con la ormai pienamente avvertita crisi del funzionalismo e che si misura in maniera allargata con tutte le tematiche necessarie per la ricostruzione di un’Italia uscita, dopo la guerra, dal lungo ventennio fascista, Doglio si avvicina all’urbanistica perché riconosce nei canali d’azione di questa disciplina l’opportunità di poter contribuire, attraverso l’enunciazione dei valori a lui più cari, all’edificazione di un nuovo sistema di relazioni sociali, e da qui costruire una città basata su solidarietà e cooperazione all’interno della prospettiva anarchica proposta da liberi pensatori come Kropotkin e Reclus. Attraverso la sua attività, Doglio contribuisce ad allargare e definire il campo della pianificazione urbanistica come un’attività non solo progettuale, ma anche processuale e dialogica, ridefinendo e ampliando il ruolo del sapere tecnico in una pluralità di compiti in cui il ruolo dei cittadini viene ad assumere una posizione centrale per l’attuazione del piano in azioni concrete.

L’idea di piano aperto suggerita da Doglio si presenta perciò come una fra le possibili riposte avanzate per interpretare l’esigenza di pianificazione decentrata del territorio che, a partire dal secondo dopoguerra, domina il dibattito urbanistico italiano, trovando nella città di Bologna un luogo di sperimentazione politica e sociale.

Denunciando con largo anticipo la crisi del piano “autoriale”, Doglio immagina il piano come un processo collettivo e pluralistico da costruire attraverso l’azione sociale degli abitanti. E il territorio come un sistema aperto in cui è ammesso il disordine e si negano i rapporti di dominio aprendosi alla benevolenza, alla simpatia, alla condivisione. La posizione assunta da Doglio si confronta in maniera diretta e indiretta con l’esperienza del decentramento bolognese (attraverso cui l’amministrazione comunale ricerca nuove forme, strumenti, modelli per rispondere alle esigenze dettate dal progetto di riforma dell’ordinamento regionale e, allo stesso tempo, interpretare le istanze di partecipazione del tempo), allargando il dibattito anche alla ridefinizione dei principi e delle finalità della pianificazione urbanistica.

Il centenario della nascita di Carlo Doglio si presenta perciò anche come un’occasione per riflettere su cosa significa oggi parlare di piano aperto. Carlo Doglio ci suggerisce che per arrivare al piano aperto l’urbanistica deve iniziare a ragionare in modo sistematico non sulla necessità di cambiare le regole, ma di riformulare la struttura organizzativa del suo pensare e agire. Attraverso la giornata di studio e la mostra si vuole riflettere sui percorsi intrapresi (e da intraprendere) in questa direzione.

 

 

 

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Category: Editoriali

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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