Aulo Crisma: Ricordo di Mons. Cappelletti, matematico e studioso della lingua cimbra.

| 12 Aprile 2018 | Comments (0)

 

 

 

Giazza, un paesetto della provincia di Verona, incastrato nel fondo dell’alta Val d’Illasi dei Monti Lessini, per secoli rimasto quasi disgiunto dal resto del mondo, ha conservato intatto, per il suo isolamento, l’antico idioma dei coloni tedeschi insediatisi sulla montagna veronese sul finire del tredicesimo secolo.

A Giazza nel 1871 è nato Giuseppe Cappelletti, che diventerà il figlio più illustre della sua terra. Le note biografiche che seguono sono desunte in parte dal volume L’EREDITA’ CIMBRA DI MONSIGNOR GIUSEPPE CAPPELLETTI, Università degli Studi di Verona, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, a cura di Arnaldo Petterlini e Alessandra Tomaselli, volume che raccoglie gli apporti di vari autori in occasione del cinquantesimo anno dalla scomparsa di mons. Cappelletti.

Rimasto orfano in tenera età, allevato amorevolmente dai nonni materni, finiti i tre anni della scuola elementare, ha potuto usufruire del lascito del pfaffe Runc’, il parroco storpio don Domenico Gugole, per continuare gli studi presso il Seminario di Verona, dalla quarta elementare fino all’ultimo anno di teologia. Don Gugole è stato il primo pastore della neocostituita parrocchia di Giazza. Aveva accumulato una considerevole fortuna, di cui nessuno era riuscito a capire l’origine, avanzando fantasiose supposizioni, come quella che avesse trovato dell’oro. La rendita che derivava da un vasto pascolo con fabbricato sui Monti Lessini era destinata al mantenimento di due studenti nati a Giazza nel seminario di Verona. Un’altra rendita minore era riservata per provvedere al corredo delle ragazze che illibate si avviavano al matrimonio.

Il seminarista Cappelletti eccelleva in tutte le materie propendendo maggiormente per quelle scientifiche. I suoi studi teologia sono stati interrotti alla fine del primo semestre del quarto anno perché incaricato di insegnare matematica e fisica nello stesso Seminario. Ha insegnato ininterrottamente queste due materie fin oltre gli ottant’anni, non solo nel Seminario, ma anche nel Collegio Vescovile, per il quale aveva ottenuto il pareggiamento e ne era diventato preside, e all’Istituto Campostrini. Molti studenti appartenenti all’ élite veronese avevano beneficiato delle sue doti di insegnante chiaro, preciso e conciso e, nei suoi confronti, avevano mantenuto stima e riconoscenza anche a distanza di anni. L’autista del duca Acquarone, ministro della Real Casa, andava a prelevarlo in via Seminario per condurlo alla villa del Duca, a San Martino Buon Albergo, perché desse ripetizioni alla figlia.

Ha scritto testi scolastici per vari ordini di scuola: Nozioni di aritmetica razionale, Numeri primi – Teoria e applicazioni, Potenze e logaritmi e molti altri. Nel 1922 ha ottenuto il dottorato honoris causa in Matematica e Fisica in seguito alla partecipazione ad un concorso bandito dall’Istituto Superiore “Philotechnique “ dell’Università di Bruxelles. Titolo del concorso: “Concetto di numero”. Ma già nel 1913 era stato nominato membro d’onore e “Professeur ad honorem en sciences mathématiques” dall’Accademia Latina di Scienze Lettere e Arti di Parigi.

Nel 1920 la Società Accademica di Francia lo ha premiato con diploma e medaglia d’oro per le pubblicazioni di carattere linguistico sui XIII Comuni Veronesi. E per gli stessi studi è stato eletto Membro con Stella d’Oro dall’Accademia di Storia Internazionale di Francia. A Verona, nel 1927, è stato eletto socio corrispondente dell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere. Nel 1939 diventa membro effettivo e, dal 1947 al 1950 Assessore per la classe di Agricoltura e Scienze fisiche, matematiche e naturali.

Se la passione per la matematica ha occupato la sua mente, l’amore per la sua lingua materna, il “taucias gareida”, la parlata tedesca, comunemente denominata cimbro, ha riempito il suo cuore. Gli studiosi l’hanno classificata come “alt hoch deutsche”, antico alto tedesco: alto da intendere non come nordico, ma riferito ai monti. Una lingua parlata dai tedeschi del sud. Ogni estate ritornava al paesello natio, Giazza, che lui preferiva chiamare Ljetzan, derivante, secondo lui, da una radice sassone: light, che significa luce.

 

 

 

Giazza è dunque splendente. Quando il sole, nel mattino inoltrato spunta all’improvviso superando l’alto crinale, le case abbarbicate sullo zoccolo dirupato del monte Campostrin, raccolte tutte intorno al campanile, sono inondate di luce. Giazza non è la “Glacia” fredda dei documenti parrocchiali, è la “Splendente”, anche se il suo splendore dura poco, specialmente d’inverno, con il sole che troppo tardi fa capolino ad est e troppo presto si nasconde dietro ai monti a ponente. A Giazza l’attendeva la sorella Caterina, cinque anni più vecchia di lui. Aveva venduto la capra per provvedergli un paio di scarpe. Non poteva andare a Verona con de gheimar, le sgalmare, calzature con la spessa suola di legno fatte in casa.

Nel suo paese il sacerdote, il professore, il monsignore, il Camerierfe Segreto di Sua Antità il Papa, era semplicemente don Bepo, amato da tutti. Con la sorella, nella loro casa ai piedi della chiesa, parlava esclusivamente in cimbro. Le brevi conversazioni contenevano lunghe pause tra una frase e l’altra. Caterina dava del voi al fratello, in segno di grande rispetto. A Giazza un tempo le donne davano del voi al proprio marito, ma non ai fratelli. Mia moglie, che era sua pronipote, ed io, con i nostri figlioletti abitavamo nella casa che comunicava con quella della nonna e del prozio sacerdote. Ogni sera andavamo dopo cena ad augurargli la buona notte. Don Bepo apriva un cassetto della scrivania e porgeva una caramella o un biscottino ai bimbi: “To’ Marco. To’ Mima”. Mia figlia non accettava la storpiatura del suo nome e diceva con aria risentita: “Io sono Amina”.

La messa celebrata da don Bepo durava venti minuti. Quella festiva con la predica venticinque. Gli si attribuiva la frase “paparele longhe e prediche curte” (tagliatelle lunghe, fatte in casa con uova e farina, e prediche corte). Soltanto lui poteva confessare il sordo dei Gauli, che parlava esclusivamente in cimbro e che in cimbro dava gli ordini alle sue vacche, che nella stagione dell’alpeggio consegnava al Baiarde. Costui, sceso dalla montagna si è lamentato con l’Angi dei Fiorentini, nipote del sordo, perché le bestie non lo ubbidivano. Per forza. Non capivano gli ordini detti in una lingua diversa.

Alle cinque in punto del pomeriggio don Bepo usciva per la quotidiana passeggiata lungo la strada, una delle poche pianeggianti, fino al cimitero e alla contrada Faggioni. Talvolta percorreva la stradina lungo il torrente fino alla Ferrazza. Le donne delle contrade gli chiedevano di dare una benedizione particolare perché le talpe andassero via dall’orto, perché il falco non rubasse i pulcini, perché la volpe non facesse strage di galline. E don Bepo, pur dicendo che tutte le creature di Dio hanno diritto di vivere, le accontentava.

La Margherita della Ferrazza si era rivolta a lui dicendogli in cimbro: ”Gutar Heare, don Bepo. Disa nast in vucs ha par gavrezzat alje de henje ime kuvilja ta i han vorghezzat tze spearan”. (Signore Iddio, don Bepo. Questa notte la volpe mi ha scannato tutte le galline nel covoletto che ho dimenticato di chiudere). E lui: “Daz ist de gheltar, ta du has nist gatziegat in hals in eiparuaz pa dai man benje er ist gabest nau in leban”. (Questa è la ricompensa poi che non hai tirato il collo a qualcuna per il tuo uomo quando era ancora in vita). (Aneddoto riferitomi da Rino Lucchi). Il Nane mi ha raccontato che dopo una benedizione le talpe non si erano trasferite dal suo orto a quello del vicino, ma in un terreno incolto.

Quando un suo vecchio alunno andava a salutarlo, fosse stato anche il provveditore agli studi, ad un certo punto, considerando esaurita la conversazione, si alzava e lo congedava senza tanti convenevoli. L’essenzialità era la caratteristica dominante che esprimeva in ogni sua attività, dalle stringate omelie alle lezioni di matematica e fisica, dalle pubblicazioni di contenuto scientifico a quelle sulla storia e la lingua dei “cimbri”. Gli bastano poche pagine per dare un “Cenno storico sulle popolazioni dei XIII Comuni veronesi ed echi della lingua da loro parlata”, pubblicato nel 1925. A questo suo primo lavoro seguiranno molti altri. Ogni occasione era buona per esprimere in cimbro un benvenuto, un brindisi, per celebrare l’entrata del nuovo parroco. E in cimbro pubblicava storielle, dialoghi, preghiere, canzoni religiose. Scriveva grammatiche e vocabolari. Raccoglieva toponomi. Nel 1956, due anni prima della morte, usciva”Il linguaggio dei Tredici Comuni Veronesi”. Ma un’opera di notevole spessore, scritta totalmente in cimbro con la collaborazione del glottologo bavarese Bruno Schweizer,, è “Taut6, Puox tze Lirnan Reidan un Scraiban iz Gareida on Ljetzan” – (Taut6, libro per imparare a parlare e a scrivere la parlata di Giazza). Contiene grammatica, mini antologia di brevi letture cimbre e vocabolario cimbro- italiano- tedesco.

Un testo, stampato nel 1942 a Bolzano da Ferrari-Auer, scritto tutto in cimbro, per cui può essere usato da chi lo conosce. Prezioso anche perché vi troviamo neologismi che traducono termini grammaticali italiani che in cimbro non esistevano. Per la consacrazione della chiesetta costruita al Passo Pelegatta, vicino al rifugio Scalorbi e dedicata ai Morti Alpini, nel 1952, mons. Cappelletti ha composto una poesia intitolata “Iz kljouklja un sounjarn un pergan”, La campanina degli Alpini. Me l’ha consegnata, scritta di suo pugno che sembrava stampata, con unita la traduzione, perché la leggessi durante la cerimonia. Egli non poteva parteciparvi, perché l’ultimo tratto della strada di accesso non era ancora percorribile da automobili. Ecco una delle sei strofe: Ja, du kljouklja, laut laut: Sì, tu campanina, suona suona un dai galauta snurre oubar alje de bipfilj e il tuo suono voli sopra tutte le cime ta alje de steiljar inkoundan e queste vette ripetano: Ta da leban, ta da leban vivano, vivano usarne starche Sounjar ‘un pergan . i nostri forti Alpini.

In appendice il libro già citato, scritto per onorare la memoria dell’insigne studioso, riporta la traduzione in italiano della parte grammaticale di “Taut6, puox tze Lirnan Reidan un Scraiban iz Gareida on Ljetzan”, dovuta alla meritevole fatica di Ermenegildo Bidese, Andrea Padovan, Alessandra Tomaselli. Così la grammatica cimbra di Cappelletti e Schweizer diventa utilissimo strumento per chi è interessato all’apprendimento di questo antico idioma, in pericolo di estinzione. Cercano di tenerlo in vita associazioni culturali come il Curatorium Cimbricum Veronense, presieduto da Vito Massalongo, e De Zimbar ‘un Ljetzan che raccoglie gli ultimi giazzarotti parlanti il cimbro. Già da tre anni Antonia Stringher, figlia di una cimbra doc, tiene un corso di tauc’ frequentato da una settantina di persone, in maggioranza giovani. All’Università della terza età parla di cultura cimbra e sparge “pillole” dell’interessante linguaggio. Il Curatorium, che distribuisce la rivista semestrale Tzimbar Cimbri, ha pubblicato un ponderoso dizionario comparato “Tauc’ – Belisch Cimbro-Italiano Belisch-Tauc’, Italiano Cimbro. Carlo Nordera ha fondato una casa editrice per stampare una parte degli studi del prof. Bruno Schweizer e ristampare opere di studiosi italiani, tedeschi e austriaci inerenti il taucias gareida.

Arnaldo Petterlini, già citato come curatore della pubblicazione uscita nel cinquantenario dalla morte di mons. Cappelletti, ha cercato invano la tesi che gli era valsa il premio internazionale conferitogli dall’Università di Bruxelles. I suoi interessi per gli aspetti logici della matematica, in particolare riferiti al concetto di numero, non sono stati compresi e valorizzati nell’ambito culturale veronese, mentre erano ampiamente dibattuti in quello europeo. Il Cappelletti non ha potuto compiutamente sviluppare un percorso di pura ricerca accademica, oberato com’era di compiti prettamente didattici.

Respiro internazionale di grande valore, anche teorico, hanno avuto i suoi lavori di linguistica che lo hanno messo in contatto con la comunità scientifica europea. Ricordiamo in particolare la collaborazione con il glottologo Bruno Schweizer. I suoi studi hanno interesse di carattere metodologico generale e, al contempo, costituiscono un riferimento fondamentale per quanti sono tuttora impegnati a mantenere in vita il più a lungo possibile l’antico idioma dei Cimbri. Meraviglia il fatto che un personaggio dotato di una mente così eccelsa che, per i suoi interessi teoretici tanto nel campo matematico che in quello linguistico avrebbe potuto trovarsi a suo agio in ambienti intellettuali come il Circolo di Vienna, sia rimasto sempre vicino alla gente semplice del suo paesello che ancora oggi, a sessant’anni dalla morte, lo ricorda con immutato affetto.

Un auspicio che Mons. Cappelletti aveva espresso a conclusione di una sua ultima fatica GLOSSARIO DEL TAUCIAS GAREIDA DEI TREDICI COMUNI VERONESI:

“Ta ditza altas gareida muzzat sterban,
lébabe sain gadénka ute puacharn”

“Se questo vetusto idioma è destinato a scomparire,
viva almeno il suo ricordo sui libri”

 

 

 

Category: Aulo Crisma e la rivista "inchiesta", Editoriali, Guardare indietro per guardare avanti, Osservatorio comunità montane, Storia della scienza e filosofia

About Aulo Crisma: Aulo Crisma è nato a Parenzo nel 1927. Nel 1945 ha conseguito il diploma magistrale.Nel 1946 ha lasciato l'Istria come esule. Ha fatto il maestro elementare prima a Giazza, dove si è sposato con la collega Maria Dal Bosco, e poi a Selva di Progno. E' stato un attivo animatore culturale dirigendo il locale Centro di lettura, divenuto poi Centro sociale di educazione permanente. E' stato per molti anni corrispondente del quotidiano L'Arena di Verona. Ha condotto numerosi lavori di ricerca e documentazione sulla storia dei Cimbri, una popolazione di origine tedesca che si era insediata sui Monti Lessini verso la fine del XIII secolo, che ancora manteneva vivo nell'enclave di Giazza ,l'antico idioma alto tedesco.Ha fatto parte del Direttivo provinciale del Sinascel, sindacato nazionale della scuola elementare. Ha pubblicato "Guardie e contrabbandieri sui Monti Lessini" (con Remo Pozzerle), Ed. Taucias Gareida, Giazza-Verona, 1990; "Lessinia, una montagna espropriata" (con Remo Pozzerle), HIT Edizioni, San Martino Buonalbergo, 1999; "Bar lirnan tauc': Noi impariamo il cimbro, Ed. Curatorium Cimbricum Veronense,, Verona, 2001; "Parenzo, gente, luoghi, memoria" Ed. Itinerari educativi, Comune di Venezia, 2012. Attualmente vive con la moglie a Tencarola, in provincia di Padova, e collabora alla rivista Inchiesta.

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