Aulo Crisma il 25 aprile compie 90 anni. Buon compleanno!

| 24 Aprile 2017 | Comments (0)

 

 

Aulo Crisma, collaboratore di www.inchiestaonline.it, nostro  corrispondente dalle comunità montane di Giazza e Selva di Progno nonché autore di studi sulla minoranza linguistica cimbra e di libri come Parenzo,  gente, luoghi, memoria (2012), racconto autobiografico della sua infanzia in  Istria, il 25 aprile compie 90 anni.

Per l’occasione ripubblichiamo alcune pagine tratte dal suo scritto “Dieci anni con i cimbri”, apparso a puntate sulla rivista Cimbri/Tzimbar nel 2015 e ripreso integralmente su www.inchiestaonline.it . Amina, Vittorio,  e tutta la redazione di Inchiesta. gli augurano con affetto buon compleanno.

 

Aulo Crisma: Da “Dieci anni con i cimbri”:

 

La maestrina raggiungeva ogni giorno la scuola partendo dal Giòas, contrada dove abitava

 

La maestrina

La maestrina insegnava in prima e seconda, nell’aula a pianoterra. Da sotto il pavimento di legno, quando la scolaresca era in silenzio, si sentiva provenire lo scalpiccìo dei topi. Le arrivavano dalle contrade Bosco e Buskangrùabe dei  bimbi che non parlavano l’italiano. Si esprimeva soltanto in cimbro, la sua lingua materna, anche il piccolo Marino Dal Bosco della Buskangrùabe. Nel giugno del 1944 la sua casa e quelle degli zii vengono date alle fiamme dai nazifascisti che avevano avuto nei pressi uno scontro a fuoco con i partigiani. Il papà viene messo al muro. Il figlioletto, che allora aveva cinque anni, grida: “Teta, Teta, se tòatadi!”(Papà, ti uccidono!). Il comandante tedesco, meravigliato di sentire quelle parole “tedesche” che rivelano la disperazione del piccolo, lascia libero il padre.

Gli scolari parlanti cimbro, i parlanti il dialetto veronese e quelli parlanti l’uno e l’altro, tutti a Natale avevano imparato a leggere e scrivere, anche quello che leggendo i cartelloni dell’alfabetiere, che avevano una illustrazione per ogni lettera dell’alfabeto, giunto alle quattro lettere, corsivo e stampatello maiuscole e minuscole della  esse del serpente, con disinvolta sicurezza, declamava “s, s, s, s bisso. Un giorno le è capitata in classe la moglie del Lòkatzar, che senza dire né buongiorno né buonasera si è rivolta direttamente ai suoi figli, la bambina nel primo banco e il maschietto nell’ultimo:

“Quando che vignì fora de scuola, ‘né su dal Tilio. Ti Agostino porta a casa el petrolio e ti Ada la farina e ste atenti che la farina no la ciapa odor de petrolio. Ve racomando. Bongiorno, siora maestra”.

Ai vetri della finestra in fondo all’aula che dava sulla pubblica via veniva a picchiare con un dito la vecchia madre del Nane quando aveva potuto furtivamente sottrarre un ovetto che la nuora aveva raccolto nel pollaio su al Quartier. Perché la maestrina, che era anche sua pronipote essendo sorella del nonno, potesse berselo ancora caldo.

Un pomeriggio era stata invitata da una famiglia del Nouć a mangiare la ricotta. Sul pavimento della cucina attorno al paiolo vuoto, ma ancora caldo della polenta erano accovacciati i numerosi figlioletti che con un cucchiaio pescavano povain, ricotta, e frammenti di crosta. Vedendo con quanto appetito i bambini erano intenti a colmare qualche buco nel loro stomaco, la maestrina non ebbe il coraggio di sottrarre neanche un boccone alla cerchia festante.

 

Maria e Aulo Crisma alla prima messa del loro ex-scolaro Agostino Cappelletti.

 

Sposi

Maria ed io ci siamo sposati l’8 settembre del 1951 nella chiesa di Giazza. Testimone della sposa era lo zio Ambrogio e il mio era mio cognato giunto da Trieste con mia sorella. Da Trieste era arrivato anche mio fratello don Antonio per la celebrazione religiosa, alla quale presenziava lo zio don Bepo, che per l’occasione aveva cinto la fascia rossa da monsignore. All’uscita dalla chiesa nessun lancio di confetti, perché erano stati distribuiti in precedenza a tutte le famiglie dei nostri scolari. Sposi, testimoni, i due monsignori, parenti e amici ci siamo disposti sui gradini davanti alla porta principale per la fotografia di rito. Avevo dato la macchina fotografica in mano a Marieto Cavaliere, di Tregnago ingaggiato per fare l’autista con la sua Balilla. Alcuni genitori ci hanno invitato ad entrare nella scuola. L’aula di mezzo era stata abbellita con festoni alle finestre. Due scolare vestite con l’abito della prima comunione ci hanno recitato una poesia e ci hanno offerto i regali che i genitori avevano voluto farci: un artistico crocifisso con piedistallo ed un calamaio di cristallo con base nera e portacarte, nonché il supporto per il blocchetto calendario. I regali erano accompagnati da un foglio di auguri contenente i nomi di tutti i nostri alunni.

Il pranzo di nozze lo aveva preparato la zia Albina al Joas. Mia moglie ed io siamo partiti per un lungo viaggio durato oltre venti giorni.

Nell’estate successiva da Trieste era arrivata mia madre per conoscere la sua nuova nipotina. Scesa dalla corriera di linea al Dossetto, guardandosi in giro, ha esclamato: “In che buso che sé, fioi mii”. Lei, che viveva nella città giuliana in un appartamento a metà collina da dove poteva estendere lo sguardo su tutto il porto ed oltre, dalle punte dell’Istria alla laguna di Grado, fino all’estremo orizzonte dove il mare è toccato dal cielo, era rimasta impressionata dalle montagne che l’attorniavano così vicine.

In quel buco la vita scorre tranquilla. Il Ligio, servendosi del ghiaccio trovato in qualche anfratto sulle Gozze, ha fatto il gelato. Mia mamma mi ha domandato: “El xe furlan?” Lei aveva conosciuto soltanto gelatai friulani. Abbiamo comperato una carrozzina per condurre a passeggio i nostri bambini. Era la prima che compariva nel paese. Ma nessun’altra coppia di sposi ci ha imitato.

Avevamo preso in affitto da zio Tonin un appartamento composto da camera, cucina e scantinato, che comunicava con la scuola e con la vecchia casa dei Fabbris, che all’ultimo piano aveva lo studio, la camera da letto e i servizi che lo zio monsignore occupava nel periodo delle vacanze estive. Al ritorno dal viaggio di nozze abbiamo trovato la cucina-soggiorno e la camera da letto arredate con i mobili fabbricati dal nostro amico Vittorio Giordani di Cazzano di Tramigna. Un mobiletto era stato fatto apposta per posarvi la radio. La cucina economica Aequator ci serviva per preparare il cibo e per riscaldare tutti e due i locali facendo passare il tubo dei fumi per la camera. Sull’acquaio di pietra non sono appesi secchi per l’acqua, ma c’è il rubinetto. Non esiste il contatore: libera acqua in libero…stato. Per fare il bagno ci si serve del mastello del bucato. Il simpatico bottegaio di Selva, Gaetano Cazzola, come dono di nozze ci aveva dato due vasi da notte in ceramica. Per il fornello a gas l’artista del ferro battuto Berto da Cogollo ha  predisposto due solide mensole di ferro. La piastra di marmo da mettere sopra me l’ha fornita il marmista Bovo, che aveva il laboratorio dalle parti di Santo Stefano, vicino al Ponte Pietra, a Verona. Me l’ha indicato don Giuseppe Padovani, parroco di Selva, suo concittadino. Non mi è stato tanto agevole portare sottobraccio un rettangolo di marmo settanta per cinquanta, spessore due centimetri, da Santo Stefano a San Fermo, dove c’era la fermata più vicina della corriera. Avevo imparato dai montanari ad accettare di buon grado, quando non si può evitare, la fatica.

Nel 1952, per chiamare l’ostetrica, il Ligio prende in prestito una bicicletta dai forestali per correre a Selva. L’ostetrica arriva subito trasportata in motocicletta dal marito per portare alla luce la mia primogenita. “In casa dei galantomeni prima le done e dopo i omeni” mi dicono i compaesani. Nel Comune lavorano due levatrici: una nel fondo valle per intervenire  nel capoluogo e a Giazza e una seconda, residente a San Bortolo, opera sul territorio montano di questa frazione e di Campofontana. In questo modo viene assicurato un intervento più immediato.

In seguito il telefono pubblico raggiunge Giazza. Viene collocato nel negozio di alimentari di Attilio Lucchi e appeso al muro nel retrobottega. L’inaugurazione si è svolta con la benedizione del parroco e la soddisfazione dei paesani che, dopo il servizio di autocorriera iniziato nel 1950, si sentono ora ancor meno isolati dal resto del mondo. Chi telefona parla ad alta voce, per essere sicuro di farsi sentire dall’altra parte del filo, gridando il suo messaggio anche alla gente che fa la spesa.

Nel 1954, per l’arrivo del secondogenito, non occorre che mandi un corriere in bicicletta. Una telefonata nella notte al posto pubblico di Selva avverte l’ostetrica, che accorre prontamente accompagnata in macchina dal medico condotto. E’ arrivata giusto in tempo.

D’estate lo zio monsignore viene a Giazza per le vacanze. Ogni sera dopo cena mia moglie ed io con i bambini saliamo per le scale interne al suo appartamento per augurargli la buona notte. Lui apre un cassetto della scrivania, prende un biscotto o una caramella per darli ai nostri figlioletti. Quando è solo con la sorella parla in cimbro. La sorella gli si rivolge dandogli del voi. Anche tra i coniugi anziani la moglie dà del voi al marito.

Nel settembre del 1952, per l’inaugurazione della cappellina, costruita vicino al rifugio Scalorbi al Passo Pelagatta, dedicata ai morti alpini, don Bepo aveva composto una poesia in cimbro, con relativa traduzione in italiano. Mi ha dato una copia scritta di suo pugno con una calligrafia perfetta. Me l’ha letta con voce chiara perché potessi ripeterla nella cerimonia alla quale lui non avrebbe potuto partecipare. Infatti non sarebbe stato in grado di camminare tra i mucchi di sassi del tracciato della vecchia strada militare, che dal Passo Pertica al Pelagatta non era ancora percorribile da automobili.

Marco e Amina Crisma nella conca di Campobrun

Category: Editoriali, Osservatorio comunità montane

About Aulo Crisma: Aulo Crisma è nato a Parenzo nel 1927. Nel 1945 ha conseguito il diploma magistrale.Nel 1946 ha lasciato l'Istria come esule. Ha fatto il maestro elementare prima a Giazza, dove si è sposato con la collega Maria Dal Bosco, e poi a Selva di Progno. E' stato un attivo animatore culturale dirigendo il locale Centro di lettura, divenuto poi Centro sociale di educazione permanente. E' stato per molti anni corrispondente del quotidiano L'Arena di Verona. Ha condotto numerosi lavori di ricerca e documentazione sulla storia dei Cimbri, una popolazione di origine tedesca che si era insediata sui Monti Lessini verso la fine del XIII secolo, che ancora manteneva vivo nell'enclave di Giazza ,l'antico idioma alto tedesco.Ha fatto parte del Direttivo provinciale del Sinascel, sindacato nazionale della scuola elementare. Ha pubblicato "Guardie e contrabbandieri sui Monti Lessini" (con Remo Pozzerle), Ed. Taucias Gareida, Giazza-Verona, 1990; "Lessinia, una montagna espropriata" (con Remo Pozzerle), HIT Edizioni, San Martino Buonalbergo, 1999; "Bar lirnan tauc': Noi impariamo il cimbro, Ed. Curatorium Cimbricum Veronense,, Verona, 2001; "Parenzo, gente, luoghi, memoria" Ed. Itinerari educativi, Comune di Venezia, 2012. Attualmente vive con la moglie a Tencarola, in provincia di Padova, e collabora alla rivista Inchiesta.

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