Aulo Crisma: Ricordo di Decio Dechigi

| 22 marzo 2018 | Comments (0)

Decio Dechigi è mancato il 14 febbraio scorso, nella sua casa a Firenze, lasciando nel dolore la moglie e i figli. Lo piangono anche gli esuli parentini, sempre più pochi ormai, ricordando il concittadino che nella sua vita operosa ha testimoniato le doti più belle della gente istriana.                                                                        

Aveva quindici anni quando fuggì da Parenzo nel febbraio del 1947 per raggiungere l’ Italia, dove l’aveva preceduto Annio, il fratello maggiore. Nel suo libro “La vita di un istriano alla ricerca di sé stesso fra studio, lavoro e affetti” racconta in successione cronologica il corso della sua esistenza dopo l’esodo, dall’accoglienza nel Collegio dei Figli degli Italiani all’Estero di Roma, dove fame e cimici gli tenevano poco allegra compagnia, alla successiva sistemazione nel Collegio Salesiano di Tolmezzo, in Carnia. E poi il periodo di lavoro, dopo la laurea in ingegneria meccanica, a Torino in Fiat e a Pordenone e a Scandicci nella Zanussi con responsabilità di dirigente, non era privo di ostacoli, ma c’erano anche soddisfazioni. Come quella di essere riusciti a contrastare la concorrenza ungherese producendo frigoriferi migliori e a costo minore.                                                                                                                                                                             

Decio era il secondogenito di quattro figli. Quando, bambini, giocavano davanti alla loro casa sulla Riva Dante, nella marina accanto allo scivolo della Canottiera della Forza e Valore, a mezzogiorno il papà si affacciava sulla porta e li chiamava: “Annio, Decio, Orio, Mara. Il pranzo è pronto”. E i quattro fratellini, elencati in decrescente ordine di età, ubbidivano prontamente. Mia sorella Maria lavorava come stenodattilografa nello studio dell’avvocato Dechigi, il padre di Decio.

Ancora oggi, più che novantenne, ricorda i fanciulli educatissimi. Talvolta assisteva i più grandi a fare i compiti.                                                                                                                                                        

Alcuni anni fa mandai a Decio il mio libro “Parenzo, gente, luoghi, memoria”. E lui mi inviò il suo “I Declich di Riva Dante”, la storia della sua famiglia. Declich era il cognome originario che conteneva quella “ich” finale che denotava una provenienza slava. In Istria e in Dalmazia numerosi cognomi terminavano in ich. Ma appartenevano a famiglie che si sentivano italiane da molte generazioni. Nel periodo fascista questi cognomi vennero italianizzati non solo togliendo la “pipa”, come scherzosamente chiamavamo la coda, ma anche completamente modificati. Decio si riteneva uno s-ciaveto, non ripudiando una probabile, per quanto lontana, radice slava. Per lui erano s-ciavoni quelli che erano rimasti slavi. A queste sue considerazioni io gli indicavo la distinzione che facevo dei nostri concittadini: parentini, da Parentium, il nome romano, erano gli appartenenti ai ceti più elevati: parenzani tutti gli altri.                                                  

Nelle nostre periodiche e frequenti conversazioni telefoniche il discorso verteva principalmente sulla felice giovinezza trascorsa nella nostra bella città. Ma spesso si rammaricava di non aver potuto dedicare più tempo ai suoi cari. La casa di Decio, affacciata sul porto, era in pericolo di essere bombardata dagli aerei nordamericani che quasi ogni giorno, dopo l’occupazione dell’Istria da parte dell’esercito tedesco, compivano incursioni per colpire le navi che caricavano la bauxite per trasportarla a Marghera. La sua famiglia si trasferì provvisoriamente a Visignano, un paese dell’interno, poi trovarono rifugio a Molindrio, nella “stanzia” degli Sbisà. Allora si trovava in un’oasi incontaminata di paradiso.                                                                                                                          

Quando chiamai Decio per sapere come stava, ancora convalescente dopo un intervento chirurgico,mi rispose la moglie dandomi la notizia della sua morte. Decio è andato avanti, come dicono gli alpini quando li abbandona un loro amico.   Alla famiglia giungano le condoglianze dei suoi concittadini.

Category: Editoriali

About Aulo Crisma: Aulo Crisma è nato a Parenzo nel 1927. Nel 1945 ha conseguito il diploma magistrale.Nel 1946 ha lasciato l'Istria come esule. Ha fatto il maestro elementare prima a Giazza, dove si è sposato con la collega Maria Dal Bosco, e poi a Selva di Progno. E' stato un attivo animatore culturale dirigendo il locale Centro di lettura, divenuto poi Centro sociale di educazione permanente. E' stato per molti anni corrispondente del quotidiano L'Arena di Verona. Ha condotto numerosi lavori di ricerca e documentazione sulla storia dei Cimbri, una popolazione di origine tedesca che si era insediata sui Monti Lessini verso la fine del XIII secolo, che ancora manteneva vivo nell'enclave di Giazza ,l'antico idioma alto tedesco.Ha fatto parte del Direttivo provinciale del Sinascel, sindacato nazionale della scuola elementare. Ha pubblicato "Guardie e contrabbandieri sui Monti Lessini" (con Remo Pozzerle), Ed. Taucias Gareida, Giazza-Verona, 1990; "Lessinia, una montagna espropriata" (con Remo Pozzerle), HIT Edizioni, San Martino Buonalbergo, 1999; "Bar lirnan tauc': Noi impariamo il cimbro, Ed. Curatorium Cimbricum Veronense,, Verona, 2001; "Parenzo, gente, luoghi, memoria" Ed. Itinerari educativi, Comune di Venezia, 2012. Attualmente vive con la moglie a Tencarola, in provincia di Padova, e collabora alla rivista Inchiesta.

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