11 marzo 1977-1977. Quaranta anni fa l’uccisione di Francesco Lorusso. Una lettera di Roberto Roversi

Redazione | 11 marzo 2017 | Comments (0)

 

Per ricordare Francesco Lorusso a 40 anni dalla sua uccisione riportiamo un brano di Roberto Roversi pubblicato su “Inchiesta” e disponibile anche su www.inchiestaonline.it nella rubrica : “Roberto Roversi e la rivista Inchiesta”

 

Brani di una lettera del marzo ’77. Non mi sembra .che quelle quattro giornate siano state rintuzzate e vinte; mi sembra invece che il tentativo eversivo di criminalizzare Bologna, avviato altre volte in passato e senza un risultato per la reazione pronta decisa unitaria della città, questa volta abbia in qualche modo prevalso; e che la città sia uscita dalla prova con le ossa rotte. Ci vorrà tempo, ci vorranno opere, ci vorranno attente e precise parole per ricucire; soprattutto occorrerà una chiarezza di fondo che non mi sembra ancora una volta di cogliere.

In che senso intendo «con Ie ossa rotte»? L‘intendo così: per avere subito il ricatto eversivo senza una reazione lucida e immediata paragonabile aIle altre volte, quando occorreva; per tiepidezza di guida politica e di riferimento ideologico; per non aver potuto identificare subito il Comune come il centro a cui rivolgersi per capire; per non aver ricevuto in merito informazioni chiare e immediate; al contrario, per avere vissuto di voci, di notizie verbali porta a porta e per aver dovuto attingere queste informazioni dalla stampa borghese o da alcune radio alternative (stante che la politica della « comunicazione » non ha ancora messo in atto a Bologna alcun strumento che non sia delegato o ufficiale; ed è arretrante e non corretto, a mio parere, mitizzare Radio Alice come il mostro della favola mentre è un centro di distribuzione della comunicazione che ha subito, per le generali, una detestabile sopraffazione.Siamo tutti convinti, e vero, che gli errori si debbono contestare uno per uno; ma in pubblico, non costringendo al silenzio col coltello alla gola). Una presenza politica a cui riferirsi senza intermediari, la quale .aiutasse a precisare e a spiegare con chiarezza e giustizia, quanto più possibile, avrebbe evitato la frana che c‘e stata. (Questa latitanza, a mio parere, è conseguenza di una scelta politica a livello nazionale che dovrebbe essere tutta riconsiderata. Ci si è defilati affidando la città esclusivamente alle forze dell’ordine per confermare la proposta di una propria disponibilità governativa e per ribadire in pubblico un intransigente legalitarismo che sostenesse la proposta. Anche se Ie migliaia di uomini armati, a cui si affidava l’opera pratica di ricondurre in città l’ordine dilacerato, avevano messo Bologna in uno stato d’assedio, presentandosi con una rapidità di intervento e di manovra tali da far pensare a preveggenza. E loro avevano innescato il fuoco con un assassinio a freddo ) .. .

Cosa mi sarei aspettato io, cittadino bolognese? Prima di tutto che la manifestazione unitaria, svoltasi a fatti compiuti, si organizzasse il giorno stesso dell’eccidio per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un’azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all’autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale.Tale incontro, oltre a ricucire i contenuti politici, avrebbe servito a isolare i pochi esagitati irrazionali e i molti provocatori di professione che si stavano infiltrando nelle strade in quelle ore di orgasmo.

Come secondo atto, lo voglio ripetere, mi aspettavo che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera. Poi mi aspettavo che il Comune si dichiarasse di tutti dentro a una vigile libertà sforzandosi subito non come intermediario ma come promotore a suggerire la comprensione dei problemi e dei fatti; e che ancora una volta in questo modo si proponesse come il riferimento unico e vero di tutta la popolazione onesta, in un momento amaro …

Avrei voluto anche sentire subito qualche affermazione di autocritica ufficiale rivolta agli studenti, che sono spesso meno avventati di quanta la prosopopea ufficiale sostenga per . ovvio tornaconto. Un’autocritica del seguente tenore: la città di Bologna non vive per gli studenti, benché ne accolga sessantamila; e neppure vive con gli studenti, benché ne accolga sessantamila; ma vive sopra gli studenti, cioè sui sessantamila studenti; in questo, con vergogna, come una città terziaria. E perciò se c’e rabbia è una rabbia da distribuire; e se ci sono errori, questi errori sono di tutti. Così dicendo, anche i tanti concittadini benpensanti (e a ogni liveIlo) invece di discettare con un perbenismo viscido su scarsa o buona voglia di studiare avrebbero dovuto guardarsi allo specchio (magari raccattando un pezzo di vetrina spaccata) e interrogarsi. E’ mancata una voce che parlasse, e che spiegasse, in quella direzione.

Io avrei voluto sentire che Bologna era ancora una volta forte, in un momento di dura necessita. Non una città spaventata, inquieta, incerta, delegante. Dopo cento anni, e per una volta, ancora carogna. Avrei voluto che aprisse tutte Ie sue porte invece di chiuderle in fretta per rassicurarsi e intanarsi.

 

 

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Category: Editoriali, Roberto Roversi e la rivista "Inchiesta"

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