Vittorio Capecchi: E’ morto l’amico Paolo Leon. Un keynesiano autore del libro Il capitalismo e lo Stato.

| 13 Giugno 2016 | Comments (0)

 

 

 

Inchiesta e il suo direttore Vittorio Capecchi ricordano con affetto l’amico e collaboratore  Paolo Leon, morto a 81 anni sabato sera 11 giugno tra i fondatori della Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre, economista attento alle trasformazioni del capitalismo, molto attivo nella ricerca – keynesiano molto critico delle attuali politiche europee – e nella politica – era stato a lungo nel Psi e aveva ricoperto vari incarichi istituzionali. Riportiamo un suo profilo da www. sbilanciamoci.info. del 13 giugno 2016

Paolo Leon, importante economista italiano, è mancato l’11 giugno, a 81 anni. Era stato tra i fondatori della Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre, ed è stato molto attivo nella ricerca – keynesiano molto critico delle attuali politiche europee – e nella politica – era stato a lungo nel Psi e aveva ricoperto vari incarichi istituzionali. Lo ricordiamo presentando qui alcuni brani del suo libro “Il capitalismo e lo stato” (Castelvecchi, 2014) in cui analizza le trasformazioni dell’economia e della politica alla luce della crisi del 2007.

A parte gli economisti classici (Smith, Ricardo, Marx), non conosco un metodo capace di indagare sulla specifica natura di ogni trasformazione del capitalismo, nonostante gli innumerevoli modelli che cercano, dopo aver abbandonato i classici, di spiegare, mimandolo, il comportamento dell’economia e dei suoi soggetti. Perciò, sono costretto a descrivere le istituzioni economiche del capitalismo nelle due epoche che ho vissuto direttamente: la prima, successiva alle politiche del New Deal, e la seconda, che parte dalle riforme conservatrici del Primo Ministro Thatcher e del Presidente Reagan, tra il 1979 e il 1981, e finisce (?) con la crisi del 2007-08. È impressionante l’espansione planetaria della crescita economica nel capitalismo post-Reagan-Thatcher, quando la netta inferiorità dello Stato rispetto agli interessi dei capitalisti avrebbe dovuto impedirla, se la giudicassimo sulla base delle istituzioni rooseveltiane. Non si possono paragonare periodi storici diversi, ma il confronto fornisce indizi corposi sulle trasformazioni del capitalismo, stilizzandole fortemente e osservandone le evoluzioni. Nel farlo, ho dovuto anche riferirmi alle vicende economiche e ai principali cambiamenti istituzionali dei due periodi; mi auguro che questo saggio non sia giudicato sul metodo storico, ma sulla verosimiglianza dell’ipotesi generale: che ogni capitalismo genera dinamiche al proprio interno che lo trasformano in un capitalismo diverso dal precedente e che tale diversità si vede nel rapporto tra capitalisti e Stato e tra diversi capitalisti. Saranno anche evidenti le differenze tra il capitalismo americano e quello europeo.” (p.15).

“È evidente l’assenza dello Stato nel processo di accumulazione: l’antitrust è inefficace, la banca centrale non vigila sulle imprese finanziarie, l’imposizione fiscale sul patrimonio è frenata dalla concorrenza sui capitali tra diverse economie, non c’è bisogno di politiche economiche per la domanda effettiva perché l’esplosione finanziaria ha effetti economici «reali», la nuova moneta endogena sostituisce la moneta esogena e riduce la sovranità degli Stati. L’enfasi sullo Stato minimo è soltanto l’orpello ideologico del nuovo capitalismo.

Il periodo successivo alla crisi del 1981, conseguente la nuova politica economica e monetaria, ma più chiaramente a partire dall’abbandono del cambio fluttuante nel 1987 e fino al crollo del 2007, è stato definito come la già ricordata «Grande Moderazione»: la crescita del prodotto nazionale nei Paesi industrializzati presenta oscillazioni meno marcate rispetto al periodo della Grande Inflazione, anche se negli anni dal secondo dopoguerra fino a metà degli anni Settanta le oscillazioni erano altrettanto poco marcate. La ridotta volatilità del prodotto nazionale è stata spiegata dal ridotto tasso di inflazione nel periodo, e dal ritiro dello Stato dalla politica economica, nonché dal miglioramento introdotto dalla rivoluzione informatica, che ha stabilizzato le politiche aziendali sul magazzino (operare in tempo reale ha ridotto notevolmente sia i volumi degli stock sia il loro ciclo). Ma, allora, le nuove politiche monetarie, che si fondano sull’intuizione di Friedman, per il quale la stabilità monetaria è funzione delle aspettative inflazionistiche degli operatori, sarebbero non solo efficaci per ridurre l’inflazione, ma anche efficienti perché tenderebbero a minimizzare il ciclo: ne deriverebbe che battere l’inflazione equivale a creare le condizioni per una crescita regolare del prodotto — un sogno sul quale si fonda lo statuto della Banca Centrale Europea. Peccato che in una lunga parte del periodo, la moneta pubblica, alla quale si riferisce il pensiero di Friedman, sia stata sostituita da una gigantesca emissione di moneta privata, e questa avrebbe ben potuto produrre inflazione, se non si fossero manifestate le straordinarie crescite dei Paesi emergenti, come già indicato: né la crescita della moneta endogena né lo sviluppo dei Paesi emergenti sono chiamati in causa per spiegare la Grande Moderazione. È, invece, il nuovo capitalismo che, spontaneamente, attraverso l’economia del «leverage» e l’accumulazione, produce una crescita stabile del prodotto mondiale, essenzialmente dominata dai Paesi emergenti. Questa interpretazione attende una conferma statistica; ma la fine della Grande Moderazione, non spiegabile né con le politiche delle banche centrali né con l’informatica, smentisce le interpretazioni tradizionali.” (pag. 182).

“La globalizzazione non elimina le strutture pubbliche, può limitarne il raggio d’azione e renderle servizievoli nei confronti dei capitalisti; poiché lo Stato è struttura originaria, più del capitalismo, può cambiare forma ma non autodistruggersi. Sono molti i modi attraverso cui lo Stato protegge la propria esistenza, ma tutti devono assicurare una qualche capacità di osservazione sull’economia nel suo complesso. Ne segue che per quanto servizievole, lo Stato deve promuovere o accettare un compromesso con i capitalisti, soprattutto allo scopo di correggerne, anche solo temporaneamente o parzialmente, l’anarchia. Non è un evento frequente, ma un singolo Stato può perdere anche l’istinto di sopravvivenza: le unioni di Stati, le federazioni e le confederazioni, gli stessi trattati e accordi internazionali che regolano le sovranità, risultano dal deperimento di qualche formazione di Stato nazionale (feudale, confessionale, tirannico) precedente, ma restaurano sempre una forma di Stato. È anche vero che la pressione dei capitalisti verso lo Stato minimo, che spinge gli Stati a qualche forma di unione, non ne spegne l’ansia di esistere: un buon esempio è l’Unione Europea, che oscilla tra il desiderio di diventare una federazione e il mantenimento di singole sovranità nazionali, ma, pur finendo per esaltare la propria burocrazia e umiliare continuamente la sovranità del proprio parlamento, sopravvive. Meno estremo, ma pur sempre un indizio nella stessa direzione, è il maggior ruolo degli Stati negli Usa, rispetto al governo federale, dopo la Presidenza Reagan.

Nella globalizzazione, con governi che sono sempre tentati dal mercantilismo e con Stati che proteggono la propria esistenza, si materializza un conflitto tra Stati: in assenza di una qualsiasi egemonia planetaria, si oscillerebbe continuamente tra forme di violenza mercantilistica o autoritaria e accordi provvisori fondati sulla cultura liberista dei capitalisti finanziari. La «free trade area» dell’Atlantico è un esempio recente di questa oscillazione, considerando che la moneta di riserva resterebbe il dollaro; ma poiché nel passato mercantilismo e protezionismo hanno sempre trovato nuove vie per aggirare i trattati liberoscambisti, gli accordi regionali non sostituiscono un vero accordo internazionale su nuove basi.” (pag. 221-222).

 

 

Roberto Romano : La preziosa lezione di Paolo Leon

da Rassegna Sindacale
“Guardo allo squilibrio come all’altra faccia dell’equilibrio: i due termini si reggono vicendevolmente, perché non sarebbe possibile alcuna nozione di equilibrio, se non ci fosse la possibilità dello squilibrio. Ciò che viene trattato come squilibrio è in realtà il continuo cambiamento nell’economia, dovuto all’incessante dinamica sia nell’offerta sia nella domanda…” (P. Leon, 2014, Il Capitalismo e lo Stato, ed. Castelvecchi). Equilibrio e squilibrio sono la cartina interpretativa delle idee di Paolo fin dai tempi dei suoi primi lavori: Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica (1965, Boringhieri), Structural change and growth in capitalism (1967, ed. Johns Hopkins Press),L’economia della domanda effettiva, (1981, ed. Feltrinelli).

Gli anni seguenti hanno consolidato la ricerca sul ruolo e il peso dell’economia pubblica. In ordine di tempo possiamo ricordare: Stato, mercato e collettività (2003, ed. G. Giappichelli) e Il Capitalismo e lo Stato, di cui sopra, assieme al saggio Banche e Stato presente nella pubblicazione a cura di L. Pennacchi e R. Sanna, Riforma del capitalismo e democrazia economia (2015, ed. Ediesse).

Paolo Leon è stato il primo a legare consumo ed investimento aggregato alla legge di Engel (al variare del reddito si consumano beni diversi). Infatti, sebbene senza adeguati investimenti il reddito complessivo sarebbe inferiore a quello necessario per avvicinare la piena occupazione, occorre un investimento particolare e non un investimento qualsiasi: quello che produce beni e servizi direttamente legati alla crescita del reddito e quindi dei consumi.

Più in dettaglio, Leon analizzava la dinamica di struttura e quella che definiva “tecnica superiore di produzione”, evidenziando come la persistenza di un problema di domanda effettiva sia intimamente legato alla natura evolutiva della produzione e dunque dell’offerta: il mercato cambia se stesso e modifica la tipologia dei beni prodotti e la loro domanda, con delle conseguenze nei rapporti economici tra gli agenti all’interno dello stesso paese, del mercato interno del lavoro e del mercato monetario.

Allo stesso modo, nella sua visione in discussione non era la distribuzione del reddito in senso stretto, che comunque concorre a modificare quali-quantitativamente la domanda, quanto, il sistema economico nel suo complesso: all’inizio la domanda soddisfa bisogni primari, successivamente i beni primari lasciano il posto alla produzione di beni secondari, andando più avanti la domanda si manifesta nei beni terziari e/o servizi. Sostanzialmente il reddito aggiuntivo e la conseguente domanda alimentano nuovi bisogni che inizialmente non erano concepibili, e tale domanda deve trovare una corrispondente offerta da parte del sistema produttivo (tecnica superiore di produzione).

L’insegnamento di Leon è dirimente soprattutto per i nostri giorni: “Nessuno può negare che esista una relazione tra fattori della produzione e prodotto al livello dell’economia; ma che forma questa funzione, in che modo agiscano su di essa le variazioni dei salari e dei profitti ed il progresso tecnico, è impossibile stabilire a priori con il modello marginalista” (P. Leon, 1965). Sostanzialmente la crescita equiproporzionale dei diversi settori non è giustificabile.

La scelta pubblica immaginata da Leon prefigura uno Stato grande nelle idee e nei progetti: “Le scelte, in termini di investimenti, delle imprese pubbliche e, in quanto controllabili, di quelle private, non possono essere condotte sulla base di un saggio generale del profitto (o dell’interesse, o sulla base di un determinato costo-opportunità del capitale) stabilito a priori senza la giustificazione di un completo modello disaggregato di lungo periodo” (P. Leon, 1965). Il punto è centrale: “Lo scopo è di far risaltare la necessità della domanda effettiva come determinate dell’offerta…. Così chi crede che l’investimento sia l’elemento autonomo per eccellenza, è poi spinto a cercare i fattori che lo determinano… ritrovando per altra via la legge di Say” – è l’offerta che crea la sua domanda – (P. Leon, 1981).

Lo Stato, il mercato e la collettività, con “l’esistenza di leggi macroeconomiche, non riconducibili alla decisione dei singoli, è un segnale che lo Stato è autonomo rispetto al mercato, come l’incontro tra individui che scambiano beni e servizi, e che modelli basati su individui proprietari e razionali come originari regolatori della società sono insufficienti”. In altri termini, “una legge macroeconomica generale, come quella del moltiplicatore, non può rientrare nell’ambito della conoscenza individuale: solo lo Stato è in grado di servirsene” (P. Leon, 2003).

Un insegnamento prezioso e legato a come funziona realmente il sistema economico. Un tratto ben presente anche nella sua penultima fatica (P. Leon, 2014), quando si domanda: è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thatcheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale? Il paradigma (reaganiano-thatcheriano) ha la forza endogena per rigenerarsi e quindi perpetuarsi? Leon discute delle nuove istituzioni del capitale, consapevole che qualcosa di quello caduto in disgrazia rimarrà per sempre. Tutto ciò ci riporta al ruolo dello Stato nel capitalismo post-liberista e del modello di governo in una economia globale. Un rapporto capitale-Stato da ricostruire interamente. Infatti, “il capitalismo… è un modo di essere delle società che non si distrugge nelle crisi, ma evidentemente si trasforma e, una volta trasformato, dà luogo a una nuova cultura capitalistica e a nuovi rapporti tra i capitalisti e lo Stato e tra gli stessi capitalisti”.

Poco prima di lasciarci Leon ha offerto un altro contributo: I poteri ignoranti, 2016, ed. Castelvecchi. La sintesi potrebbe essere: accumulazione e sviluppo sembrano essere entrati in conflitto aperto. Da un lato, le scorciatoie che conducono a una chiusura mercantilistica sono vicoli ciechi; dall’altro, la radicale ignoranza con cui i poteri pubblici affrontano le questioni economiche, impedisce di percorrere vie d’uscita alternative e non conduce ad immaginare un nuovo ruolo dello Stato e politiche economiche differenti. Nel mezzo uno iato: lo spazio per una scienza economica che non rinuncia a voler cambiare le cose. Anche alla fine del suo lavoro è stato capace di suggerire un inedito terreno di riflessione.

 

 

 

Category: Economia, Editoriali

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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