Vincenzo Comito: L’economia digitale, il lavoro, la politica

| 6 Maggio 2019 | Comments (0)

 

 

Per seguire il dibattito su “Inchiesta” segnaliamo il libro di Vincenzo Comito, L’economia digitale, il lavoro, la politica, (Ediesse, Roma, 2018, 186 pagine, 13 euro) del quale riproduciamo il capitolo conclusivo  “Cosa si può cercare di fare”

Sono in atto nel mondo dei grandi mutamenti legati alle innovazioni nelle tecnologie digitali. Essi sono governati essenzialmente da una decina di grandi gruppi globali, statunitensi e cinesi, che perseguono i loro stretti interessi a spese dei cittadini e delle comunità, possedendo un potere di mercato immenso, mentre L’Europa sembra tagliata fuori da questi sviluppi.

Si pongono in proposito enormi problemi in vari campi, con la conseguente necessità di portare avanti dei processi di controllo del settore da parte dei pubblici poteri, in particolare oltre, che sul fronte della politica del lavoro, questione particolarmente toccata da questi sviluppi, su quella antitrust, sulla protezione dei dati dei cittadini (tema messo in rilievo di recente dallo scandalo Facebook), sulle questioni fiscali, sulla diffusione delle notizie sensibili, sulla dimensione etica delle scelte, sull’influenza da tali gruppi esercitata anche sui comportamenti politici in vari paesi.

Il testo si struttura in un’introduzione e in sei capitoli.

E’ previsto un capitolo introduttivo, nel quale sono presentate criticamente le principali novità specifiche che si vanno affermando, dalla robotica all’intelligenza artificiale, agli enormi processi di accumulazione e utilizzazioni dei dati, all’internet delle cose, al riconoscimento facciale, nonché la lotta per la spartizione dei nuovi mercati da parte di Cina e Stati Uniti, con l’Europa e il resto del mondo sostanzialmente relegati nel ruolo di spettatori.

E’ inserito a questo punto un capitolo analitico su uno dei settori apparentemente più dinamici delle tecnologie numeriche, quello cosiddetto della sharing economy.

Il terzo e il quarto capitolo esplorano invece l’influenza dello sviluppo tecnologico nei mutamenti in atto nei settori dell’auto e della finanza.

Segue un capitolo che analizza in maniera generale le tendenze in atto nel mondo del lavoro, coniugando gli avanzamenti tecnologici con quelli della globalizzazione e di altre spinte di un capitalismo in crisi.

Infine l’ultimo capitolo individua il che fare sui molti fronti in cui i giganti dell’economia digitale minacciano sviluppi poco auspicabili.

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Capitolo sesto

Cosa si può cercare di fare                                                                 

Premessa. I problemi con la Silicon Valley

Certamente non si possono sottovalutare i benefici portati dall’avvento della rete. Ma, d’altra parte, le promesse di un mondo di libertà, di apertura, di comunità, di condivisione, di connettività, quella che è stata a suo tempo anche chiamata “l’ideologia californiana” – che univa la libertà personale con la deregolamentazione del mercato e che era apparentemente politicamente neutra (Weigel, 2017)-, hanno dato luogo in realtà ad un sistema dominato da un numero ristretto di grandi gruppi globali, che perseguono i loro stretti interessi a spese dei cittadini e delle comunità, possedendo ormai, tra l’altro, un potere di mercato immenso; sono loro stessi in sostanza che fissano quanto vogliono pagare al fisco, quali regole applicare nella loro condotta, nonché come distruggere i loro concorrenti (Stephens, 2017).

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Non va peraltro dimenticato che il sistema, al di là delle successive idealizzazioni, presentava peraltro qualche tara sin dalle origini; quello che è accaduto negli anni sessanta e settanta nella Silicon Valley è stato nella sostanza l’incontro tra la cultura militare e la cosiddetta controcultura. Così, ad esempio, sino al 1972 tutti i chip di silicio che vi venivano prodotti servivano alle tecnologie militari, così come i fondatori di Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak, hanno collaborato strettamente, nei primi tempi, con delle imprese militari (Martigny, 2018).  

I dirigenti sono nel frattempo diventati dei capitalisti rapaci come molti finanzieri, con in più un atteggiamento anarchicheggiante nel quale ogni cosa ed istituzione, governi, politica, società civile, legge, possono essere scardinati. Il mondo della Silicon Valley appare immerso in una cultura particolare, che mostra tra l’altro un’evidente simpatia per quelli che non rispettano le regole senza farsi scoprire (Leloup, 2017) e che predica le virtù dell’autoregolamentazione contro un intervento “irrazionale” dello stato.

Su di un altro piano Big Tech è in sostanza diventata la nuova Wall Street.

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Lo sviluppo così rapido e pervasivo dell’economia digitale richiederebbe un importante e sistematico processo di regolamentazione del fenomeno da parte dei poteri pubblici dei vari paesi; e questo su diversi fronti, dalla tutela della concorrenza, alla protezione dei dati personali, alla fissazione di standard lavorativi minimi, alla questione fiscale, alle scelte di politica industriale e più in generale di politica economica, ai comportamenti sulle notizie sensibili e sul cyber crime, alla dimensione etica delle scelte, agli stessi comportamenti politici delle imprese e dei suoi protagonisti.

L’idea che i poteri pubblici devono intervenire per regolare in qualche modo il fenomeno, dopo tanti anni di indifferenza, sta finalmente e in qualche modo prendendo piede. In effetti il sentimento dell’opinione pubblica sta negli ultimi tempi cambiando anche in relazione ad una serie di scandali.

Negli ultimi anni Silicon Valley è peraltro diventato il potere di lobbying dominante a Washington; essa sta spendendo somme enormi per evitare l’intervento dei regolatori sul suo modello di business, il più redditivo oggi presente nel settore economico privato (Foroohar, 2017). Inoltre, la Silicon Valley protegge in molti modi una serie di organizzazioni non governative e di gruppi di interesse che predicano il vangelo della stessa.

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Il caso Facebook

– lo scandalo Cambridge Analytica

Lo scandalo della società Cambridge Analytica, scoppiato nel marzo del 2018, indica come le peggiori preoccupazioni sul comportamento in particolare di Facebook fossero fondate. Nel caso citato, come è noto, è venuta fuori la cessione e la manipolazione dei dati personali di decine di milioni di utilizzatori, a loro insaputa, tutti i con lo scopo, tra l’altro, di influire sui risultati delle ultime elezioni americane e forse sul referendum sulla Brexit.

Ora bisogna mettere bene in chiaro che i responsabili di Cambridge Analytica hanno operato con il pieno consenso di Facebook (Naughton, 2018), senza di che Cambridge Analytica non avrebbe potuto fare niente. Di fatto poi la questione centrale da cui bisogna partire è quella che il core business di Facebook non è nient’altro che quello di sfruttare i dati personali dei suoi utenti (Naughton, 2018).

Per altro verso, le strategie utilizzate dall’azienda sono in atto da molto tempo senza che nessuno abbia mai avuto alcunché da ridire.

Non si tratta più, nella sostanza, di seguire i dirigenti di Facebook quando, con il volto contrito, ammettono di aver commesso degli errori e promettono di correggerli e non ci si può quindi limitare a cercare di restaurare la fiducia e regolare meglio la piattaforma; Facebook è nel suo DNA una macchina di sorveglianza e aspettarsi che essa cambi comporta un ottimismo mal riposto (Wu, 2018).

Del resto, con le audizioni di Mark Zuckenberg al Senato statunitense nell’aprile 2018 è risultato del tutto chiaro che Facebook non ha nessuna intenzione di cambiare linea in maniera sostanziale e che, d’altra parte, i parlamentari Usa non hanno intenzione di fare granché in proposito.

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Inoltre, su di un altro fronte, qualcuno (Schneier, 2018) ha correttamente sottolineato come non si tratta soltanto di Facebook; in realtà migliaia di società ci spiano continuamente. Soltanto negli Stati Uniti, afferma Schneier, ci sono tra 2500 e 4000 broker di dati il cui business è proprio quello di comprare e vendere i nostri dati personali. A questo proposito qualcuno, come Shashama Zuboff e come abbiamo già ricordato, ha parlato di un “surveillance capitalism”.

“Il vero cattivo di questo caso”, come sottolinea William Davis (Davis, 2018), “è una logica economica che insiste nel voler controllare una quantità sempre maggiore dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e delle nostre relazioni”.  

Di fronte a casi come questi appare d’altro canto evidente l’inerzia mostrata sino ad oggi dai governi nel regolamentare l’economia digitale e come resti ormai poco tempo per intervenire adeguatamente (Thornhill, 2018).

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  • I problemi con il gruppo

Nel maggio del 2017 il Guardian è venuto in possesso delle regole con cui Facebook spiega ai propri addetti come comportarsi di fronte a contenuti violenti, al sesso, alla pornografia, al terrorismo, alle notizie palesemente false (De Benedetti, 2017; Hopkins, Wong, 2017).

Ne esce fuori un quadro preoccupante, che implicherebbe di nuovo la necessità di intervento di qualche organismo pubblico di regolamentazione.

Ci si chiede intanto, in generale, perché bisogna lasciare le scelte di cosa censurare e cosa no ad un organismo privato, che tra l’altro utilizza criteri molto discutibili di selezione.

Il sito è stato a suo tempo accusato di essere diventato un terreno di gioco per razzisti, misogini, terroristi, un forum libero per notizie false, minacce, crudeltà e cattivo gusto. Le regole lasciano in effetti, più in generale, ampi dubbi su quello che è tollerato ed anche su quello che è censurato, nonché sulla velocità con cui il sito rimuove i contenuti indesiderati. Perché il post razzista come il video violento possono essere pubblicati, mentre un’opera d’arte a contenuti più o meno erotici no? Così sono state cancellate, tra l’altro, l’immagine della statua del Nettuno di Bologna e la vecchia e ben nota fotografia di una bambina vietnamita colpita dal napalm nel 1972.

Si è poi saputo che le regole interne non spingono necessariamente a rimuovere certi contenuti nel caso in cui essi si rivelino come illegali. Così esse impongono di cancellare il materiale che nega l’olocausto solo in quattro dei quattordici paesi dove esso è proibito (Germania, Israele, Francia, Austria), dove cioè si teme di più di essere bloccati o di incorrere in problemi legali. Per altro verso, su Facebook si trovano pagine che incitano all’odio, in particolare contro gli ebrei, gli arabi, o delle minorità etniche.

Dalle analisi pubblicate intorno a Facebook risulta poi che le diverse migliaia di addetti all’applicazione delle regole dell’azienda sui temi sensibili svolgono un lavoro sottopagato, svalutato dall’azienda, pesante e pieno di problemi anche psicologici (Solon, 2017). Come dichiarato da qualcuno di essi, oggi giorno molte persone devono andare dallo psicologo, alcuni non riescono a dormire ed hanno degli incubi: ogni momento essi vedono le immagini di teste mozzate, bambini violentati e altre cose di questo genere.  

In ogni caso Facebook, sotto il fuoco delle critiche, il 15 giugno 2017 ha pubblicato un documento in cui da una parte prometteva che sarebbero state assunte altre 3000 persone che si aggiungevano alle 4500 già precedentemente presenti nei suoi gruppi (il loro numero è stato poi ulteriormente aumentato) per il controllo dei contenuti, dall’altra in particolare che sarebbero state messe in atto una serie aggiuntiva di misure, ammettendo che si doveva fare ancora molto per il controllo del terrorismo. Così l’azienda annunciava che sarebbero state utilizzate delle tecnologie di intelligenza artificiale avanzate per individuare e sopprimere immediatamente i contenuti che avrebbero fatto apologia del terrorismo e mostrato filmati particolarmente violenti collegati al tema, questo senza attendere come prima le segnalazioni da parte degli utilizzatori (Leloup, Tual, 2017).

 

Testi citati nel capitolo

-Davis W., Non c’è niente di cui stupirsi, Internazionale, 30 marzo 2018

-De Benedetti F., Svelati i “Facebook Files”: ecco come Zuckenberg decide cosa mostrarci, www.repubblica.it, 21 Maggio 2017

-Foroohar R., The « have and have mores » in digital America, www.ft.com, 6 agosto 2017, b

-Hopkins N., Wong J. C., Has Facebook become a forum for misogyny and racism ?, www.theguardian.com, 21 maggio 2017

-Leloup D., Tual M., Le plan de Facebook contre l’apologie du terrorisme, Le Monde, 17 giugno 2017

-Manjoo F., Government idle as Google builds future, The International New York Times, 20-21 maggio 2017, a

-Martigny V., Entretien avec Ted Turner, Le un, n. 192, 7 marzo 2018

-Naughton J., Why workers’ rights don’t matter in Silicon Valley, www.guardian.uk, 10 settembre 2017

-Naughton J., How Facebook change when it exists to exploit personal data?, www.theguardian.com, 25 marzo 2018

-Schneier B., It’s not just Facebook. Thousands of companies are spying on you, www.cnn.com, 27 marzo 2018

-Solon O., Underpaid and overburdened: the life of Facebook moderator, www.theguardian.com, 25 maggio 2017

-Stephens P., Silicon Valley’s self-serving myths about online freedom, www.ft.com, 8 giugno 2017

-Thornhill J., After Cambridge Analytica, politicians must act to save the web, www.ft.com, 19 marzo 2018

-Tual M., Les géants du web, nouvelle force d’opposition politique, Le Monde, 9 giugno 2017

-Waters R., Why Europe’s new data rules haven’t rattled Facebook, www.ft.com, 26 aprile 2018

-Weigel M., Coders of the world, unite, www.theguardian.com, 31 ottobre 2017

-Wu T., Don’t fix Facebook. Replace it, The New York Times, 3 aprile 2018  

Category: Economia, Osservatorio internazionale, Ricerca e Innovazione, Scuola e Università

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About Vincenzo Comito: Vincenzo Comito (1940), ha lavorato per molti anni nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Da molti anni docente di finanza aziendale prima all’Università Luiss di Roma, attualmente insegna all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci”. Tra i suoi libri: Idee e capitali. Mercati finanziari e decisioni di impresa, Isedi 1994; Idee e capitali. Modelli strumenti e realtà della finanza aziendale, Utet 2002; Storia delle finanza d'impresa. Dalle origini al XVIII secolo, Utet, 2002; Storia della finanza d'impresa. Dal XVIII secolo ad oggi, Utet 2002; L'ultima crisi, la Fiat tra mercato e finanza, L'Ancora del Mediterraneo 2005; Le armi come impresa. Il business militare e il caso Finmeccanica, Edizioni dell'Asino 2009; La fabbrica dei veleni. Il caso Ilva e la crisi della siderurgia (con Riccardo Colombo), Edizioni dell'Asino (marzo 2013)

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