Vincenzo Comito: Cresce il debito globale non solo in Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (PIGS)

| 25 Aprile 2015 | Comments (0)

 

 

 

1. Vincenzo Comito: Non solo PIGS, cresce il debito globale

www.sbilanciamoci.info del 24 aprile 2015

 

La questione dei debiti è venuta alla ribalta in maniera prepotente in tempi recenti, prima con la crisi del 2008, poi, più specificamente in Europa, con i drammatici problemi di paesi come la Grecia e l’Ucraina – mentre sullo sfondo si collocano anche quelli dell’Italia. Che nel mondo ci sia un livello complessivo di indebitamento, considerando insieme quello dei privati, delle imprese e del settore pubblico, troppo elevato e in continua crescita appare probabilmente vero. Un recente rapporto Mckinsey (Mckinsey Global Institute, Debt and (not much) deleveraging, www.mckinsey.com, febbraio 2015) indica come il debito complessivo a livello mondiale sia aumentato di 57 trilioni di dollari tra il 2007 e il 2014, raggiungendo alla fine di quest’ultimo anno i 200 trilioni.

La sua incidenza sul pil mondiale è passata parallelamente dal 270% al 286%. Sembra che non si salvino ora né i paesi ricchi né quelli emergenti e neanche quelli usciti indenni dalla crisi. Vogliamo ricordare che da parte della destra ci si è sempre preoccupati del livello considerato sempre come troppo elevato del debito degli Stati, molto meno di quello privato; in conseguenza, si chiede in ogni occasione la riduzione del peso del settore pubblico e dell’intervento dello stato in economia. A sinistra si è sempre guardato con più indulgenza al fenomeno. L’aumento del debito pubblico è stato tradizionalmente visto come positivo; esso può portare investimenti, sviluppo dell’economia, occupazione. Si pensi ad esempio, alla crescita, in questi anni, dell’economia dei paesi emergenti, che difficilmente avrebbe potuto avere luogo senza di esso. O alla situazione contraria di paesi come la Germania e gli Stati Uniti, che hanno un sistema di infrastrutture che avrebbe bisogno di essere fortemente migliorato, ciò che non succede perché i reggitori di tali paesi vogliono mantenere i livelli di debito e di deficit pubblico entro limiti molto stretti.


Appare difficile valutare quale sia un livello di debito da considerare come eccessivo per il settore pubblico come per quello privato. Il giudizio va in effetti collegato a molte variabili. Bisognerebbe intanto considerare che un aumento dell’indebitamento può servire ad obiettivi molto diversi: si può così distinguere tra i prestiti posti in essere per finanziare una politica di sviluppo, quelli necessari per superare una situazione di temporanea illiquidità, quelli infine che si chiedono per coprire un quadro di progressivo dissesto. D’altro canto, i debiti possono essere usati per impieghi diversi da quelli dichiarati, o possono perdersi in gran parte nei meandri di una burocrazia corrotta ed inefficiente.


Nel caso del debito pubblico greco o di quello italiano si può certamente deplorare il fatto che esso sia stato poco utilizzato per finanziare lo sviluppo ed invece molto per impieghi clientelari. Tra le variabili da considerare bisognerebbe poi analizzare il suo costo e la generazione dei futuri flussi di cassa; per il debito pubblico, bisognerebbe mettere in conto i tassi di crescita dell’economia, il livello di inflazione del paese, la percentuale di debito detenuta da operatori esteri, il regime dei cambi, ecc.. È stata dimostrata la scarsa fondatezza della nota teoria avanzata qualche anno fa da Carmen M. Reinardt e Kennet S. Rogoff secondo la quale un rapporto debito pubblico/pil che superi il 90% sia da considerare come troppo elevato. Tra l’altro, anche la base dei dati su cui poggiava la tesi appariva molto fragile.


Nel caso cinese abbiamo assistito negli scorsi anni ad un forte aumento dei livelli dell’indebitamento complessivo: si è passati da un rapporto che era pari al 150% del pil nel 2008 ad uno del 280% circa del 2014. Non manca qualche preoccupazione in proposito, ma bisogna intanto considerare che l’economia del paese cresce ancora del 7% all’anno, che la grande maggioranza dei debiti è detenuta in patria, che in molti casi i creditori e i debitori rispondono allo stesso padrone, il governo e che i prestiti sono fortemente concentrati nei governi locali e in un ristretto numero di imprese (The Economist, 18 aprile 2015). Il debito italiano non solo è più elevato di quello cinese, superando ormai abbondantemente il 300% del pil, ma esso deve preoccupare molto di più del primo a livello della sua sostenibilità, essendo le prospettive di crescita dell’economia e quelle dell’inflazione molto negative. Alla fine, appare difficile contestare il fatto che il mondo naviga oggi in una grande bolla debitoria da cui sembra molto difficile uscire. Ci troviamo peraltro, a livello mondiale, contemporaneamente con troppe liquidità ed un eccesso di risparmi sugli investimenti.

Le due cose sono, per altro verso e almeno in parte, collegate. Un merito dello studio McKinsey è quello di raccomandare nuove vie per governare almeno il problema del debito. Esso indica strade come quelle di una migliore ripartizione dei rischi tra creditori e debitori, senza lasciare invece tutto il peso sui debitori, di una ristrutturazione delle scadenze e, almeno in alcuni casi, della cancellazione pura e semplice di quanto dovuto. Uno dei meriti anche del nuovo governo greco è quello di aver posto la questione in una luce nuova, quella di una necessità di cambiare politica. Ci vorrebbe in ogni caso, in generale, una qualche forma di coordinamento a livello mondiale di tali fenomeni.

Sarebbe necessario arrivare ad un rilevante aumento degli investimenti, di cui non manca certo la necessità, a livello pubblico come a quello privato, in presenza anche di risparmi abbondanti. Il problema è che nessuno sembra disposto ad accollarsi una parte del carico relativo ad una risistemazione degli assetti finanziari del mondo. E in Europa nessuno sembra disposto a darsi troppo da fare per il debito greco.

 

 

 

2. Vincenzo Comito. La bancarotta dell’Ucraina evitata dal FMI

www. sbilanciamoci.info del 25 aprile 2015

 

Già prima dei fatti di piazza Maidan l’Ucraina era un paese in gravi difficoltà. La cosa era dovuta, oltre che alle turbolenze politiche in atto da diversi anni, anche alla scarsa consistenza dell’economia e alla presenza di una burocrazia inefficiente e corrotta, alleata di alcuni oligarchi, i veri padroni del gioco.

Di fronte al rischio di un collasso, nel 2013 la Russia aveva concesso un prestito di 15 miliardi di dollari, di cui 3 miliardi, con scadenza dicembre 2015, erano stati subito versati all’Ucraina.

Poi è venuto il rovesciamento del regime. Le spese sostenute per la guerra con i separatisti, la scomparsa del principale mercato di sbocco, la perdita di una parte di territorio con le sue attività, hanno portato di nuovo il paese alla virtuale bancarotta. Non potendo ricorrere ora alla Russia e neanche alla Cina, che aveva anch’essa concesso rilevanti finanziamenti, il nuovo regime ha chiesto l’aiuto dell’Occidente.

La situazione finanziaria attuale del paese deve essere collegata al quadro più generale di una fuga dei depositi dalla banche, di un credit crunch generalizzato, di difficoltà crescenti con i fornitori stranieri, che chiedono ormai pagamenti in contanti per le loro merci, mentre le grandi imprese sono in parte indebitate in dollari, in un periodo in cui la valuta nazionale ha perso in sei mesi il 50% del suo valore.

Per quanto riguarda l’indebitamento pubblico, la sua incidenza sul pil era del 73% alla fine del 2014 e, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, dovrebbe raggiungere il 94% nel 2015.

Comunque il Fondo, con una sollecitudine che non ha riscontro nel caso greco, ha subito trovato 17,5 miliardi di dollari da prestare al paese, a condizione che l’attuale debito pubblico sia tagliato di 15,3 miliardi entro la fine di giugno. Anche l’Unione Europea e gli Usa hanno promesso qualcosa. In questo momento il bond ucraino con scadenza 2017 si scambia sul mercato con uno sconto del 60% sul valore nominale, mentre i responsabili delle finanze valutano che le necessità del paese si aggirino intorno ai 50 miliardi di dollari.

I creditori sono molto riluttanti all’haircut; una parte dei titoli sono nelle mani di una finanziaria statunitense, la Franklin Templeton, che ha offerto una ristrutturazione delle scadenze, ma non è disposta ad un taglio del valore; poi c’è il credito russo e qui le cose si fanno ancora più gravi, perché certamente Putin, che possiede anche dei mezzi di convinzione persuasivi (il gas), non accetterà un taglio e un mancato pagamento per intero all’ingombrante vicino innescherebbe un default generale del paese. I legali sono al lavoro per trovare una via d’uscita.

Per quanto riguarda il debito dei grandi gruppi, è in atto una ristrutturazione silenziosa da diverso tempo.

Resta il fronte cinese: 3 miliardi di dollari di pagamenti arretrati garantiti a suo tempo dalla consegna di grano che non è stata però completata e ancora 3,6 miliardi per la costruzione di un impianto; le discussioni sono in corso. Una situazione apparentemente disperata.

 

Tags:

Category: Economia, Osservatorio internazionale

Avatar

About Vincenzo Comito: Vincenzo Comito (1940), ha lavorato per molti anni nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Da molti anni docente di finanza aziendale prima all’Università Luiss di Roma, attualmente insegna all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci”. Tra i suoi libri: Idee e capitali. Mercati finanziari e decisioni di impresa, Isedi 1994; Idee e capitali. Modelli strumenti e realtà della finanza aziendale, Utet 2002; Storia delle finanza d'impresa. Dalle origini al XVIII secolo, Utet, 2002; Storia della finanza d'impresa. Dal XVIII secolo ad oggi, Utet 2002; L'ultima crisi, la Fiat tra mercato e finanza, L'Ancora del Mediterraneo 2005; Le armi come impresa. Il business militare e il caso Finmeccanica, Edizioni dell'Asino 2009; La fabbrica dei veleni. Il caso Ilva e la crisi della siderurgia (con Riccardo Colombo), Edizioni dell'Asino (marzo 2013)

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.