Vincenzo Comito: Così si internazionalizza l’economia cinese

| 17 Aprile 2015 | Comments (0)

 

Diffondiamo da www.sbilanciamoci.info del 17 aprile 2015

 

1. Vincenzo Comito: Così si internazionalizza l’economia cinese

Rotta a oriente/Più investimenti all’estero, strutture finanziarie regionali e globali, una nuova via della seta, banche e assicurazioni global, via le barriere ai movimenti di capitali

 

Uno degli aspetti più rilevanti del nuovo modello di espansione dell’economia cinese riguarda il mutato respiro che tendono ad avere i processi di internazionalizzazione. La preminenza data in passato ad un modello che metteva in prima linea il commercio con l’estero, gli investimenti stranieri in patria, l’impiego di una parte rilevante delle liquidità in titoli statunitensi, lascia ormai il passo ad un processo molto più complesso.

Esso vede, tra l’altro, una forte crescita degli investimenti all’estero, la creazione di una vasta rete di strutture finanziarie regionali e globali per lo sviluppo, il progetto di una nuova via della seta, una internazionalizzazione del settore bancario e assicurativo, l’abbattimento delle barriere ai movimenti di capitale insieme alla crescita in preminenza dello yuan.

 

gli investimenti esteri

Mentre la crescita delle esportazioni rallenta, la spinta degli investimenti esteri accelera. Prima essi erano mirati soprattutto verso il settore energetico e delle materie prime, mentre oggi diventano importanti i progetti infrastrutturali, mentre aumenta l’interesse per le imprese che possiedono delle tecnologie avanzate e per il settore delle infrastrutture finanziarie.

Particolarmente toccato da questa accelerazione appare il nostro continente (Jones, Anderlini, 2015); nel 2014 essi vi hanno toccato i 18 miliardi di dollari, un livello doppio di quello del 2013, mentre il 2015 si annuncia già una nuova accelerazione. Nello stesso anno 2014 è la Gran Bretagna ad avere ricevuto gli importi più rilevanti, con 5,1 miliardi, mentre il nostro paese si colloca al secondo posto con 3,5. Ma anche i primi dati del 2015 segnano un forte interesse per l’Italia: si veda il caso Pirelli. La Cina sembra particolarmente interessata alle imprese tecnologiche, ma diversifica gli impieghi, con il settore immobiliare, nonché quelli alimentare e della finanza.

 

gli investimenti immobiliari

Negli ultimi anni sono cresciuti in misura rilevante gli investimenti immobiliari dei privati e degli investitori istituzionali (Anderlini, 2015). La Gran Bretagna, l’Australia, il Canada, gli Stati Uniti, son le destinazioni più gettonate. I fattori che spiegano la tendenza è l’enorme sovracapacità e il rallentamento del mercato cinese, nonché il collasso nei prezzi in molti paesi occidentali. Le restrizioni del governo, il deterioramento ambientale, i servizi sociali non adeguati e la lotta alla corruzione in patria spingono molti ad acquistare una residenza all’estero anche con la prospettiva di emigrarvi.

Dall’aprile del 2013 al marzo del 2014 i cinesi sono stati così all’origine di circa il 25% di tutti gli acquisti immobiliari stranieri negli Stati Uniti, spendendo circa 22 miliardi di dollari, il doppio dell’anno precedente.

Tali flussi di denaro stanno provocando però proteste crescenti tra la popolazione di diversi paesi, per l’aumento dei prezzi degli acquisti e degli affitti in loco. Così i governi stanno introducendo imposte mirate agli acquirenti stranieri; le sta programmando l’Australia, ma lo hanno già fatto Singapore e Hong Kong, mentre qualche vincolo è stato anche introdotto dal governo britannico.

 

banche e assicurazioni

Per dimensioni le prime quattro banche cinesi sono le maggiori del mondo. Sino a ieri le loro attività estere erano molto ridotte, ma il sistema è ora in piena internazionalizzazione. Così la Icbc ha aperto delle filiali in una quindicina di piazze europee.

Insieme alle banche, il processo sta investendo anche altri settori dell’industria finanziaria in senso lato. Le società di assicurazione, i broker di borsa, gli asset manager sono alla ricerca di acquisizioni all’estero (Noble, Widau, 2015).

L’obiettivo di tale espansione sembra essere quello di preparare le infrastrutture all’estero per il futuro arrivo dei capitali cinesi, quando essi si potranno muovere con maggiore libertà. Va ricordato a questo proposito che i risparmi del Paese di Mezzo sono i maggiori del mondo e che l’abbattimento delle barriere al loro movimento produrrà una grande trasformazione dei mercati finanziari mondiali.

 

i prestiti ai governi esteri

Certo non tutto va per il meglio nell’espansione cinese all’estero. Così un articolo del Financial Times fa un elenco dei problemi incontrati recentemente nei prestiti a diversi paesi (Kynge, Wildau, 2015).

Un totale di 56,3 miliardi di euro è stato nel tempo concesso al Venezuela, la parte più consistente dei circa 120 miliardi prestati all’America Latina a partire dal 2005. Ora la crisi di quell’economia e la caduta dei prezzi del petrolio mettono a rischio la restituzione. Problemi simili si ritrovano nel caso dell’Ecuador, cui la Cina ha concesso una linea di credito di 7,5 miliardi di dollari ed in quello dell’Argentina, che ha ricevuto prestiti per 19 miliardi. In difficoltà anche un prestito di 1 miliardo di dollari allo Zinbawe. Qualche problema potrebbe sorgere anche con la Russia, cui la Cina ha fornito circa 30 miliardi, molti dei quali garantiti dal petrolio. Peggiore appare la situazione con l’Ucraina (18 miliardi).

L’attuale situazione sta spingendo il paese ad una maggiore attenzione nelle operazioni finanziarie, fenomeno che si rileva già dalle sue ultime mosse.

 

le materie prime

Il superciclo delle materie prime, che è iniziato nei primi anni del nuovo millennio, è stato dovuto per l’essenziale alla domanda cinese; così il paese è passato del consumare il 12% dei metalli del mondo nel 2000 a circa il 50% oggi (Sanderson, 2015). Ma ora la crescita dell’economia sta rallentando e, d’altro canto, essa sta cambiando caratteristiche, mentre l’uso delle materie prime sta diventando più oculato ed efficiente, per cui la crescita esponenziale della domanda dovrebbe essere terminata.

Da segnalare sul piano finanziario che il governo del mercato dei metalli prima sfuggiva largamente alla Cina; adesso essa interviene per far meglio valere i propri interessi. Così Il mercato del settore di Shangai (SHFE) ha raggiunto di recente e sta superando come importanza quelli di Londra e di New York.

 

l’internazionalizzazione dello yuan

Sino a non molto tempo fa il governo cinese aveva pensato bene di mantenere la non convertibilità della moneta e di controllare i movimenti di capitale, premesse importanti per assicurare al paese uno sviluppo economico al riparo dalla speculazione finanziaria internazionale e dalle possibili manovre politiche.

Ma ora le stesse esigenze di un’ulteriore crescita dell’economia sembrano imporre un cambiamento di registro, che è già in atto e che vedrà in prospettiva una piena liberalizzazione dei movimenti di capitale e la convertibilità della moneta.

Di fatto il paese è già la prima economia del mondo, il primo attore del commercio internazionale, il primo detentore dei risparmi, il primo paese come investimenti esteri in entrata ed in uscita, il primo finanziatore dei progetti al di fuori dei confini nazionali, il primo mercato delle materie prime. Non si può quindi facilmente impedire che la sua moneta diventi entro una decina d’anni quella più importante.

Quanto le resistenze politiche degli Stati Uniti potranno frenare tale tendenza? Le recenti vicende della creazione della nuova banca per lo sviluppo asiatico promossa dalla Cina e alla quale alla fine hanno aderito anche molti paesi occidentali nonostante le forti pressioni statunitensi, mostrano che il processo avanza.

Esso si sta comunque svolgendo da qualche anno con cautela; tra i suoi aspetti, ricordiamo la spinta a denominare in yuan una parte crescente degli scambi, lo stabilimento di mercati della propria moneta in alcune piazze estere, l’inizio dell’accumulo di yuan come valuta di riserva da parte di alcune banche centrali, l’avvio di un accordo tra Shangai e Hong Kong per gli acquisti reciproci di titoli e la correlata progressiva deregolamentazione dei movimenti di capitali.

 

conclusioni

Il nuovo processo di internazionalizzazione dell’economia cinese avanza in maniera decisa, anche se esso incontra qualche difficoltà sul suo percorso. Un’ “era del capitale cinese”, come la chiama la Deutsche Bank, è all’orizzonte e segna i primi passi, mentre il paese si va liberando progressivamente dalla presa del dollaro per creare un sistema cinocentrico.

Naturalmente il futuro non è tutto già predisposto e molte novità potrebbero modificare una tendenza che sembra inarrestabile; in particolare, non appare del tutto chiaro se e quali manovre potranno mettere in campo gli Stati Uniti per contrastare tali sviluppi.

 

 

 

2. Vincenzo Comito : Le nuove istituzioni del capitalismo rosso

Rotta a oriente/Stanno nascendo una banca dei Brics, un fondo per la protezione dalle oscillazioni dai cambi, uno per la Nuova via della seta e un altro ancora per la cooperazione. Infine, la Banca asiatica per lo sviluppo

 

Nell’articolo sopra riportato analizziamo il quadro delle nuove strategie finanziarie cinesi verso il mondo esterno. In questo guardiamo invece con particolare attenzione al sistema delle nuove banche internazionali per lo sviluppo che il governo del Paese di Mezzo ha messo a punto molto di recente.

La Cina possiede già da tempo tre grandi banche specializzate nella promozione del commercio e degli investimenti internazionali, nonché nell’assistenza allo sviluppo; si tratta della China Import-Export Bank, della China Development Bank e della Sinosure. Esse, prese insieme, svolgono un volume di finanziamenti che è superiore a quello delle analoghe strutture dei sette paesi occidentali più ricchi messe insieme.

Ora, nell’ambito della messa a punto di una nuova e molto ambiziosa politica di internazionalizzazione della loro economia, i responsabili del paese stanno varando cinque nuove istituzioni, tutte in collaborazione con altri stati.

Si tratta della banca dei Bric, cui partecipano i paesi che fanno parte di tale raggruppamento, Cina, India, Brasile, Russia e Sud-Africa; di una struttura parallela alla prima, che consisterà in un fondo per la protezione degli stessi dalle oscillazioni dei cambi; di un fondo per i finanziamenti dei progetti della Nuova Via della Seta, destinato a finanziare le iniziative che rientrano in tale strategia di sviluppo; di un altro fondo, di cui al momento non conosciamo pienamente le caratteristiche, destinato a finanziare i progetti dei paesi partecipanti all’organizzazione per la cooperazione cosiddetta di Shangai (Sco Development Fund), della quale fanno parte, alcuni paesi per il momento solo come osservatori, oltre alla Cina, la Russia, l’India, i paesi dell’Asia Centrale, il Pakistan, l’Iran; infine della Asian International Development Bank (AIIB), che al momento appare la più conosciuta di tutte, se non altro per la rivalità tra Cina e Stati Uniti che l’annuncio della sua creazione ha scatenato di recente.

Le strutture interne ed internazionali sopra indicate configurano nelle loro dimensioni e nella sostanza un sistema che sfida ormai apertamente l’egemonia statunitense per quanto riguarda il finanziamento delle politiche di sviluppo del mondo.

Come è noto, nel dopoguerra il sistema creato a Bretton Woods, che comprende, tra l’altro, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il Centro Mondiale per il Commercio, nonché le banche di sviluppo regionali (venute peraltro successivamente), è governato dagli Stati Uniti, peraltro assistito dall’Europa e dal Giappone. I paesi emergenti, che oggi producono il 57% del pil mondiale (cifre 2014), sono fortemente sottorappresentati in tali organizzazioni. I tentativi di riformare il sistema dando più voce agli stessi, non hanno sortito alcun effetto. La nuova iniziativa cinese si inserisce abilmente, grazie anche alla sua potenza di fuoco finanziaria e allo sviluppo della sua economia, dei suoi investimenti esteri e dei suoi commerci, in tale punto debole del sistema.

Appare quindi plausibile che gli americani cerchino di sabotare tale progetto. Così, in particolare per quanto riguarda l’AIIB, essi hanno fatto delle forti pressioni sui propri alleati occidentali ed orientali perché essi non partecipassero all’iniziativa. Ma il fronte è stato presto rotto dalla Gran Bretagna, che non vuole perdere la possibilità di fare grandi affari con il Paese di Mezzo e capisce che probabilmente ci troviamo davanti al nuovo protagonista della scena economica e finanziaria mondiale. Dietro la perfida Albione si sono poi precipitati tutti gli altri ed i paesi aderenti allo schema sono ormai una cinquantina. Persino il Giappone, inizialmente molto ostile, ha annunciato la sua prossima adesione.

La sconfitta degli Stati Uniti è così stata molto dura.

C’è da rilevare comunque che l’atteggiamento negativo degli Usa faceva ufficialmente riferimento alle supposte non sufficienti garanzie di rispetto delle regole di trasparenza, nonché delle buone norme ambientali e sociali, che la nuova struttura asiatica avrebbe fornito.

Ma ora apprendiamo, da un rapporto pubblicato il 2 aprile da alcune ONG, in collaborazione con Oxfam, che un organismo come la Società Finanziaria Internazionale (International Finance Corporation,IFC), la filiale più importante della Banca Mondiale, specializzata nell’aiuto al settore privato dei paesi in via di sviluppo, non rispetta molto bene le regole sopra citate.

Il rapporto documenta come molti dei progetti finanziati dall’IFC sono stati all’origine di numerose violazioni dei diritti dell’uomo: si va dalla confisca del tutto arbitraria di terre possedute in via ancestrale dai locali, sino allo sradicamento forzato di diverse popolazioni dal loro territorio, alla repressione delle proteste, a violenze fisiche sulle persone sino a provocare la loro morte.

La stampa occidentale peraltro ha passato quasi sotto silenzio il rapporto e comunque ha evitato di fare un qualche collegamento tra tali fatti e le critiche statunitensi all’AIIB.


 

Category: Economia, Osservatorio Cina, Osservatorio internazionale

Avatar

About Vincenzo Comito: Vincenzo Comito (1940), ha lavorato per molti anni nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Da molti anni docente di finanza aziendale prima all’Università Luiss di Roma, attualmente insegna all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci”. Tra i suoi libri: Idee e capitali. Mercati finanziari e decisioni di impresa, Isedi 1994; Idee e capitali. Modelli strumenti e realtà della finanza aziendale, Utet 2002; Storia delle finanza d'impresa. Dalle origini al XVIII secolo, Utet, 2002; Storia della finanza d'impresa. Dal XVIII secolo ad oggi, Utet 2002; L'ultima crisi, la Fiat tra mercato e finanza, L'Ancora del Mediterraneo 2005; Le armi come impresa. Il business militare e il caso Finmeccanica, Edizioni dell'Asino 2009; La fabbrica dei veleni. Il caso Ilva e la crisi della siderurgia (con Riccardo Colombo), Edizioni dell'Asino (marzo 2013)

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.