Valentina Orazzini: Grecia, un giardino di partecipazione democratica strappato all’austerità

| 4 Maggio 2015 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da  www.fiom-cgil.it del 4 maggio 2015 come è stato vissuto il primo maggio ad Atene nel resoconto di Valentina Orazzini

All’uscita della metropolitana che arriva dall’aeroporto è subito estate. Piazza Syntagma: il tassista mi indica il Parlamento, io rispondo Syriza, lui grida Tsipras! sorride e non ci capiamo di più per parlare di quello che ne pensa però quando scende mi abbraccia. Faccio un giro di tutte le filiali delle banche greche perché la mia carta apparentemente non è leggibile, quello che invece intuisco dietro alle scritte fatte a mano e a spray su ogni sportello automatico di Atene è che il peso della finanza sulla crisi di un popolo intero è chiaro a chiunque, indipendentemente dalla familiarità con i concetti economici. Arrivo al quartiere che mi ospita, Exarchia, vicino al Politecnico in cui entrarono i carri armati per reprimere la rivolta degli studenti del 1973. E’ pieno di gente per strada, in alcuni bar ci sono anche delle bandiere No Tav, qui pochi anni fa gli scontri con la polizia sono stati molto forti, le strade sono diventate campi di battaglia ed è proprio nel centro del quartiere che fu assassinato Alexis Grigoropoulos.

Ero venuta ad Atene due anni fa con la Fiom per una manifestazione di solidarietà ai lavoratori del Pireo che stavano subendo un grave processo dopo la lunga resistenza che avevano fatto nel tentativo disperato di difendere il loro posto di lavoro e i cantieri navali chiusi, con le produzioni delocalizzate per lo più in Corea. I pochi lavoratori rimasti in produzione ricevevano come pasto un panino e un cartoccio di latte. Ricordo ancora che, in quello stesso quartiere, mentre sedevamo per mangiare dei suvlaki in strada, si era avvicinata una signora dignitosissima, che rivolgendosi alla donna più grande al tavolo le chiese in disparte se poteva avere il pane che noi non avevamo consumato. Due anni dopo mi raccontano le persone che una mattina si sono svegliate con il rumore dei martelli pneumatici che stavano facendo saltare il pavimento di un parcheggio nel cuore del quartiere. Al posto della distesa di cemento oggi c’è un piccolo parco autogestito dalle cittadine e dai cittadini, un piccolo orto, panchine, un luogo d’incontro, di ristoro, uno spazio di confronto dove si tengono assemblee. Atene e la Grecia in questo momento mi sembrano esattamente questo: un giardino di partecipazione strappato alla recessione e alla repressione.

Non c’è modo che al di la delle difficoltà linguistiche le persone non provino a farti partecipe delle difficoltà che provano adesso, non tentano, nello spiegare quanto è stato difficile sopravvivere in questi anni di crisi che non si è arrestata, di far leva sulla solidarietà nel senso della comprensione, la difficoltà di cui ti parlano è la pressione collettiva che sentono sui trattati. Dopo una lunga battaglia che ha fatto convergere movimenti e partito (che dovremmo definire una coalizione di partiti) in una proposta di governo, capeggia davanti a tutti che aver conquistato il governo non equivale ad aver conquistato il potere. Il potere è altrove e il ricatto sta tutto lì, nel tentativo di forzare la volontà espressa dai greci in un mandato chiaro: dentro l’Europa e fuori dall’austerità.

La chiamata della Grecia al resto di Europa è altrettanto chiara: la difesa della democrazia europea e la fondazione di un’Europa sociale che abbia al centro delle proprie politiche le persone.

Il giorno prima della manifestazione del Primo maggio la camera del lavoro di Atene convoca una riunione con tutti i sindacalisti arrivati ad Atene. Oltre agli ospiti stranieri ci sono la confederazione, i lavoratori dei settori pubblici, il segretario dei lavoratori del farmaceutico, il presidente e il segretario della camera del lavoro: tra tanti interventi, quello di un insegnante si presenta chiarendo che lui fa parte di un’area che fa riferimento a Syriza e precisa che anche il sindacato deve partire dall’autocritica per come si sono svolte le iniziative di lotta in questi anni (“perché – dice – gli scioperi generali, generali non sono stati vista la scarsa mobilitazione del settore privato”) e come il resto del tavolo (con la Fiom anche francesi, norvegesi, spagnoli, belgi) concorda che un fronte sindacale europeo di resistenza sia necessario quanto auspicabile.

Un primo appuntamento per sentirsi vicini è la mattina successiva per la manifestazione, nella piazza dove sono nate le rivendicazioni operaie del trasporto pubblico, dove si davano appuntamento i lavoratori quando non venivano pagati.

La manifestazione del primo maggio inizia alle 11 e i concentramenti sono tre: quello del sindacato sotto piazza Syntagma, quello dei partiti a piazza Omonia e al Politecnico dei movimenti, degli anarchici e della sinistra radicale. Le varie anime del corteo sfilano nello stesso percorso con la sola differenza che parte del corteo dei movimenti termina sotto l’ambasciata tedesca e l’altro sotto il Parlamento.

In piazza sfilano moltissimi striscioni, la tv di stato, i professori, le associazioni per i diritti dei migranti con un cartello con sopra raffigurato un barcone colmo di persone e sotto: “non lasceremo l’umanità in pasto agli squali, nemmeno a quelli della finanza”, studenti, anarchici, lavoratori, movimenti contro le leggi sul terrorismo, pensionati, le donne delle pulizie del ministero,la compagna di boicottaggio alla Coca-Cola per le politiche lavorative attuate in Grecia e le delocalizzazioni, i custodi delle scuole, le mille anime dei licenziamenti del pubblico impiego dovuti alle politiche del memorandum e una grande assenza di cui mi accorgo solo alla fine della manifestazione: le forze dell’ordine. La polizia è praticamente non c’è, la tensione è calata, le migliaia di manifestanti scorrono indisturbati ed è un pensiero piacevole constatare che non c’è bisogno di controllare quella moltitudine perché quella si è già autodeterminata in maniera chiara e adesso sfila con il tradizionale caffè o cappuccino in mano per le strade assolate della loro capitale.

Il calo della tensione tuttavia non è presente solo per l’assenza delle forze dell’ordine ma anche perché, e questo è uno dei rischi dell’effetto Syriza, l’impressione è da un lato che le persone attendano un po’ immobili che il governo scelto in maniera chiara si muova altrettanto chiaramente; e dall’altra che i movimenti che hanno contribuito alla crescita della partecipazione democratica del paese si trovino un po’ imbrigliati sotto il grande cappello del partito che con loro ha collaborato.

Il corteo comunque è numeroso, come le tradizionali corone di fiori sulla testa delle persone, e quando arriva sotto il Parlamento, in mezzo ai cori c’è una canzone greca che si leva da un altoparlante e che tradotta suona più o meno così: “ahhhh che Europaaaa..ci mancavi solo tu!”

Quando la manifestazione si scioglie continuano le discussioni, gli appuntamenti, le feste municipali, in attesa dell’incontro internazionale programmato per il giorno successivo con movimenti europei, associazioni, sindacati, reti e forze politiche.

Il fiato è sospeso, sono passati 100 giorni dalle elezioni e da quando con quelle il tema della democrazia europea è esploso con i ricatti dell’eurogruppo, del Fmi e della Bce nei confronti di un popolo che ha deciso di rimettere nell’agenda politica le persone, l’assistenza sanitaria, il reddito, il salario, la contrattazione collettiva; propositi e obiettivi che si scontrano con il ricatto continuo di chi non vuole permettere che in Europa si faccia strada un nuovo paradigma e che la ricetta dell’austerità venga strappata per far spazio a nuove e più efficaci cure. Le contraddizioni sono emerse con la retorica dei mezzi di comunicazione che ci raccontano in tutta Europa di una Grecia impreparata, di un sud scansafatiche, di debiti che non vogliono essere rimborsati a discapito dei popoli europei, con paginate di paradigmi economici volti ad allontanare dal dibattito pubblico un problema centrale: come funzionano le istituzioni europee e la vitale necessità che queste vengano ridiscusse negli interessi dei popoli.

Per questo il Primo maggio è stato importante essere ad Atene, perché la pressione nei prossimi giorni con l’ennesima tornata delle trattative con la Bce e con il Fmi sarà altissima e la posta in palio non è soltanto se il governo guidato da Tsipras sarà o meno in grado di mantenere le promesse elettorali, il tema continuerà a essere quello del potere e delle istituzioni che riguarda tutti noi, non solo i greci, riguarda un’Europa che sa fare politica monetaria ma non sa fare politica fiscale, che si chiude a fortezza mentre nel proprio mare annega l’umanità su cui dovrebbe essere fondata, un’Europa che ha un esercito di disoccupati – 25 milioni circa – ai quali non sa dare risposta se non rendendo ancora più precario e flessibile il lavoro per chi ancora ha un’occupazione, un’Europa che ha attaccato da nord a sud, da est a ovest i diritti dei lavoratori e alla contrattazione collettiva. E’ da qui, da Atene, dal centro di questo ricatto che bisogna ripartire per difendere prima di tutto l’importanza dei processi democratici, la centralità del lavoro, per risolvere e dare risposta a una crisi umanitaria che ha colpito con diverse scale d’intensità cittadine e cittadini in Europa.

Prima di ripartire, consapevoli che qui si dovrà tornare, per far convergere le lotte che in Europa si muovono mi fermo a mangiare in un piccolo ristorante, il menù è in greco ma il proprietario, un signore con una bandana annodata al collo, parla un po’ d’italiano e ci traduce cosa prepara in cucina, ha trovato rifugio in Italia negli anni 70, come tanti altri studenti greci, dalla dittatura; ci chiede cosa ne pensiamo di quello che sta accadendo, io gli chiedo cosa ne pensi del primo maggio, lui mi risponde: “Nel 1886 combattevamo per avere 8 ore di lavoro, 8 ore di sonno, 8 di vita: oggi ne lavoriamo 12 e ce ne pagano l’equivalente di 3 o 4…” Ha gli occhi lucidi e aggiunge: “E’ un momento difficile però in questo paese c’è una tradizione per cui nei momenti più difficili il popolo si unisce, io ho il sogno che in questo momento difficile per tutti, anche i popoli d’Europa si uniscano”. Il miglior modo per spiegare perché bisogna essere al fianco della Grecia per essere al fianco dell’Europa: per chiedere il pane e pure le rose ci serve un’Europa senza più austerità

 

Category: Economia, Lavoro e Sindacato, Osservatorio Europa

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About Valentina Orazzini: Valentina Orazzini ha fatto parte del Direttivo Fisac, Cgil Lazio e attualmente è Responsabile Ufficio Europa per la Fiom Cgil Nazionale. Ha scritto per www.inchiestaonline.it (rubrica "Lavoro e sindacato") un pezzo su Stop TTPP (21 aprile 2015), un articolo insieme a Michele De Palma sulla contestazione della BCE a Francoforte (23 marzo 2015) e il suo intervento alla Conferenza dei quadri Cgil del 13 ottobre 2014.

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