Un Dossier a cura di Nexus: L’economia solidale in America Latina

| 1 Aprile 2015 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da “Inchiesta” gennaio-marzo 2015 un Dossier a cura di Nexus , la ong promossa dalla Cgil Emilia Romagna, che presenta i contributi di  Paul Singer, Pablo Guerra e Sabina Breviglieri dopo la III conferenza nazionale di economia solidale tenuta a Brasilia dal 27 al 30 novembre 2014

 

 

1.  Nexus : Una introduzione al Dossier

 

Nexus Emilia Romagna è la ONG promossa dalla Cgil Emilia Romagna nel 1993, che svolge attività di cooperazione internazionale in America Latina, Mediterraneo e Africa. I suoi partners principali sono i movimenti sindacali e dell’economia solidale dei paesi in cui opera. Il dossier composto dai testi di Singer, Guerra e Breveglieri è un contributo per meglio conoscere il movimento dell’Economia Solidale in America Latina attraverso la ricostruzione dello stato dell’arte di questa esperienza, con la quale Nexus collabora dalla anni ’90. L’America Latina è la zona del mondo più interessante per la lotta alle diseguaglianze, un laboratorio di proposte concrete che partono da una riconquistata soggettività della classe lavoratrice, resa possibile anche da una serie di politiche pubbliche che hanno creato condizioni “abilitanti”  per  la costruzione collettiva di un progetto alternativo alle “crisi” del capitalismo che generano esclusione.

 

 

2. Pablo Guerra: L’economia solidale in  America Latina

Pablo Guerra è Professore Aggiunto e Ricercatore (DT) Facoltà di Diritto/Relazioni del Lavoro, Universidad de la República (Montevideo)

 

L’economia solidale può essere vista come un fenomeno socioeconomico complesso nel quale si articolano tre diverse dimensioni di analisi: il movimento sociale, con un discorso ideologico forte, incline alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo; il paradigma scientifico con una particolare vocazione per generare teoria pertinente a rendere conto dei fenomeni economici alternativi; ed il settore specifico delle nostre economie in cui convergono le diverse esperienze a base solidale. In America Latina è possibile osservare un forte dinamismo in qualsiasi di queste dimensioni di analisi, specialmente a partire dalla nascita di diverse reti della società civile e dalla messa in pratica di politiche pubbliche per il rafforzamento del settore.

Tanto il concetto di economia, da un lato, che quello di solidarietà, dall’altro, sono di per se’ complessi e hanno risvegliato molti e differenti significati nel tempo. Tanto di più se appaiono uniti dando vita ad un vero ossimoro.

Partendo da ciò, e con il proposito di chiarire i suoi sviluppi, possiamo dire che esistono tre dimensioni di analisi rispetto al nostro oggetto di studio. Infatti l’economia solidale può essere vista come un movimento di idee, come un nuovo paradigma scientifico e come un terzo settore che opera nelle nostre economie. In tutte queste dimensioni l’economia solidale ha mostrato un forte dinamismo nel continente latinoamericano.

Come movimento di idee, l’economia solidale si è convertita, per esempio, in uno dei principali movimenti sociali che animano il Forum Sociale Mondiale, riuscendo a tradurre lo slogan «Un altro mondo è possibile» nel più concreto «Un’altra economia è possibile». E’ così che numerose organizzazioni sociali, sindacali, ecclesiastiche e dei settori produttivi si sono sentite unite dalla necessità di mostrare cammini alternativi a quelle egemonici. Sono tempi in cui l’autogestione, il recupero di imprese, lo sviluppo comunitario, le pratiche ecologiche, la sovranità alimentare, il consumo responsabile, il commercio equo o le finanze etiche trovano un’interessante e necessaria convergenza che ha dato luogo a reti locali, nazionali, regionali e continentali per rafforzare il movimento

Tra le reti nazionali emerge per il suo alto livello di organizzazione e mobilitazione il Forum Brasiliano dell’Economia Solidale (FBES), uno spazio promosso dalla società civile in cui convergono imprese produttive, organizzazioni di promozione e amministratori pubblici (attori pubblici). Nella sua Carta dei Principi si legge come prima presentazione quanto segue:

«L’economia solidale risorge oggi come riscatto della lotta storica dei lavoratori, come difesa contro lo sfruttamento del lavoro umano e come alternativa al modo capitalista di organizzare le relazioni sociali degli esseri umani tra di loro e di questi con la natura[1]».

Come si può apprezzare, l’economia solidale è considerata da questo punto di vista come un’alternativa al capitalismo. Questa impronta di forte contenuto ideologico, benché si esprima  fondamentalmente nell’ambiente intellettuale Brasiliano, caratterizza buona parte del discorso dell’economia solidale nel continente.

E’ anche vero che il discorso degli attori dell’economia solidale diventa più pragmatico quando si riferisce a pratiche concrete e quando intervengono politiche pubbliche che  necessariamente devono ampliare l’orizzonte per migliorare i suoi risultati. Infatti la Segreteria dell’Economia Solidale del Brasile, organismo incaricato delle politiche pubbliche, al momento di definire il proprio campo di azione abbandona il lessico dello scontro con il capitalismo e ricorre ad una definizione più accessibile alla comprensione pubblica:

«L’economia solidale è una forma differente di produrre, vendere, comprare e scambiare quanto è necessario per vivere. Senza sfruttare nessuno, senza trarre profitto, senza distruggere l’ambiente. Cooperando, rafforzando il gruppo, senza padroni o salariati, ognuno pensando al bene di tutti e non al proprio[2]».

Come si può osservare, definizione fa leva sulle caratteristiche pratiche delle imprese dell’economia solidale. La principale categoria ideologica in questa definizione è quando ci si riferisce al fatto che non si “sfrutta” nessuno e non esiste differenza tra “padrone” e “lavoratore”. In questo modo l’economia solidale in Brasile si riferisce fondamentalmente al campo dell’autogestione, sopratutto di esperienze coltivate in ambienti popolari, come strategia per affrontare la povertà e l’esclusione sociale.

In altri paesi come Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, Messico, Perù e Uruguay le reti integrano solamente attori della società civile, benché nella maggioranza dei casi esiste un dialogo  frequente con il sistema politico. Infine, alcuni paesi come Colombia o Venezuela, oltre alla maggior parte dei paesi centroamericani, presentano varie organizzazioni di promozione delle economie solidali anche se non hanno costruito un unico coordinamento.

A livello sovranazionale in materia di reti possiamo distinguere quelle che enucleano sopratutto attori dell’economia reale (chi produce e chi commercializza) e quelle che raggruppano organizzazioni di ogni tipo (incluse organizzazioni di promozione). Tra le prime emergono la Coordinadora Latinoamericana y del Caribe de Pequeños Productores de Comercio Justo (CLAC), formata da 300 organizzazioni fondamentalmente cooperative che vendono parte della sua produzione nel sistema del commercio equo, così come il capitolo latinoamericano dell’Organizzazione Mondiale del Commercio Equo (WFTO). Possiamo citare anche il caso della Red Latinoamericana de Comercialización Comunitaria (RELACC), la Red Latinoamericana de Tiendas de Economia Soldaria y Comercio Justo (ELAT) e la Confederación Latinoamericana de Cooperativas y Mutuales de Trabajadores (COLACOT). Tra le seconde troviamo la Red Intercontinental de Economia Social y Solidaria (RIPESSLA) e l’Espacio Mercosur Solidario (EMS). Nel 2009 quasi tutte hanno dato vita ad uno spazio denominato Encuentro Inter Redes, con il proposito di coordinare le agende e avanzare ancora di più nel consolidamento del movimento  latinoamericano senza esclusioni.

La principale novità dell’economia solidale vista come movimento di idee, è quella di presentare un discorso alternativo in materia di sviluppo umano ed economico, fortemente critico verso i risultati mostrati dal capitalismo neoliberale.

Come paradigma scientifico, l’economia solidale riunisce un insieme importante di accademici che vogliono superare le nozioni più comuni su economia e sviluppo. Benché le definizioni concettuali usino diverse espressioni  (economia del lavoro, economia solidale, socio-economia della solidarietà, economia sociale, ecc.) ciò che unisce queste differenti denominazioni è la necessità di creare teoria e categorie analitiche che possano rendere conto delle numerose manifestazioni economiche che potrebbero essere analizzate con i paradigmi convenzionali non senza problemi. Ne’ il liberismo ne’ il marxismo, ad esempio, sono sufficienti per la comprensione dei molti comportamenti economici basati sulla solidarietà, la reciprocità o il lavoro associativo animati non dalla massimizzazione del profitto ma dalla soddisfazione delle necessità umane. Negli ultimi anni si sono moltiplicate cattedre, corsi, reti universitarie o lavori di ricerca sulla materia. Opportunamente la Red de Investigadores Latinoamericanos en Economia sociale y solidale (RILESS) ha creato cinque anni fa un sito web con il proposito di «dare fondamento scientifico e solide basi empiriche tanto al pensiero strategico che alle azioni riferite allo sviluppo di forme di economia alternativa che stanno emergendo negli ultimi quindici anni in America Latina[3]».

Le relazioni tra università e movimento sociale sono noti. Da un lato è nota l’importanza delle categorie analitiche per dare riconoscimento ad un insieme di pratiche che lo status quo intellettuale disprezza. A partire dal riconoscimento si può fare un passo avanti nell’analisi: queste pratiche non solo manifestano comportamenti diversi rispetto a quelli egemonici, ma possono essere viste come dimostrazione di pratiche alternative. E’ qui dove le analisi degli scienziati generano sintonie con lo slogan del movimento sociale “un’altra economica è possibile”. Inoltre sono numerose le pratiche di estensione universitaria o incubatrici di imprese dove convergono gli analisti, i promotori ed il settore solidale dell’economia.

In terzo luogo ci riferiamo all’economia solidale come un terzo settore delle nostre economie diverso per risultati, strumenti e  razionalità, al settore capitalista e al settore statale. Questa idea di un terzo settore è forse quella più conosciuta, visto che presenta antecedenti in Europa, grazie all’importante istituzionalizzazione che ha raggiunto la denominata economia sociale. Da questo punto di vista, il settore solidale dell’economia coniuga diverse espressioni economiche basate sull’associazionismo e la cooperazione.

Senza dubbio, la crescita di questo settore in America Latina e la sua maggiore visibilità negli ultimi anni è dovuta all’intensa mobilitazione economica dei settori popolari. Tra le strategie per combattere la disoccupazione e la povertà nel continente emergono esperienze notevoli basate sull’unione degli sforzi ed il mutuo aiuto.

Anche così non dovremmo cadere nel romanticismo. L’origine in ambienti popolari di queste esperienze ed il difficile punto di partenza culturale e sociale, fanno si che questa solidarietà sia impiegata in alcuni casi più per necessità che per convinzione. Ricordiamoci che buona parte delle cooperative di produzione nascono come frutto della crisi dell’impresa (è il caso delle cosiddette imprese recuperate) e in altri casi sono iniziative di organizzazioni di promozione o anche di politiche di Governo, prima che iniziative autogestite.

Chiaramente diventa chiave la comunicazione tra questo settore e gli altri due livelli già segnalati, cioè, il movimento sociale e l’università. Quando le esperienze di economia solidale riescono a coincidere con un movimento di idee alternativo e quando riescono a comprendere l’identità ed il valore specifico delle sue forme di fare economia, allora si potenziano le pratiche ispirate ai valori. E’ per questo che alcune delle esperienze più interessanti del continente investono risorse nei fattori tradizionali, ma anche in educazione cooperativa, o come dice Razeto, nel  «Fattore C».

Un altro problema che troviamo in America Latina ha a che vedere con la scarsa politicizzazione del settore. Da un lato, il vecchio cooperativismo ha perso forza come movimento sociale, dall’altro, le nuove espressioni di economia solidale ancora non si sono posizionate con forza nelle agende pubbliche:

«Da quanto affermato si evince che sebbene l’economia solidale abbia raggiunto un importante posizionamento pubblico presso la cittadinanza, nelle politiche pubbliche e presso i diversi corpi legislativi, affronta ugualmente importanti rischi di cooptazione tanto da parte dei governi che da diversi dispositivi ideologici che servono gli interessi del settore capitalista dell’economia. Nel primo caso, esiste un pericolo evidente di svuotamento del contenuto di trasformazione sociale dell’economia solidale, riducendola ad un programma  di inclusione sociale o di sollievo della povertà, orchestrato da qualche ministero di sviluppo sociale o agenzia statale simile. Nel secondo caso, esiste il pericolo di un trattamento della solidarietà come un attributo di valore di linee di prodotti specifici, che non mettono in discussione la logica dello sfruttamento che fonda la realtà imprenditoriale in questione. Cioè, l’integrazione della solidarietà nella tecnologia del marketing sociale delle imprese di capitale[4]».

 

L’economia popolare e l’economia solidale

Nella cornice delle profonde trasformazioni occorse negli ultimi decenni al mondo del lavoro, dobbiamo sottolineare la nascita e lo sviluppo di nuove formule di lavoro associativo, sopratutto generate dai settori popolari per fare fronte al fenomeno della disoccupazione e dell’esclusione  sociale.

In questo modo sono sorte numerose esperienze di organizzazione del lavoro, della produzione e della commercializzazione da parte di settori popolari, attraverso la creazione di nuove  cooperative di produzione, gruppi associativi, imprese recuperate, reti di commercializzazione o consumo, ecc. Alcune organizzazioni fondamentali per comprendere il fenomeno latinoamericano, come Caritas Brasile, hanno preferito la denominazione di economia popolare solidale, intesa come iniziative  popolari di generazione di lavoro e reddito basate sulla libera associazione e sui principi di autogestione e cooperazione[5]. Secondo Paul Singer, intellettuale molto stimato in Brasile e segretario di economia solidale nel Governo Lula, si tratta del fenomeno dell’economia solidale, e cioè, un modo di produzione e distribuzione alternativo al capitalismo, creato e ricreato periodicamente da coloro che si trovano (o temono di trovarsi) marginalizzati dal mercato del lavoro[6]. Secondo José L. Coraggio, si deve interpretare in chiave di economia del lavoro, orientata alla  riproduzione ampliata della vita di tutti i lavoratori, che ammetterebbe l’inclusione di diverse forme: cooperative, reti solidali, gruppi di mutuo aiuto, associazioni sindacali, di quartiere, microimprese in rete o senza rete, ecc.[7]

In America Latina tutti questi insiemi di imprese popolari di carattere associativo, sono stati concettualizzati sotto diverse denominazioni tra le quali emergono economia solidale (Razeto, Singer), economia popolare solidale (Gaiger, Tiriba), o socioeconomia della solidarietà (Arruda, Guerra). Noi ci riferiamo al fenomeno come una espressione di dinamismo dei settori popolari che si manifesta in una serie de iniziative comunitarie del fare economia in tutte le sue espressioni (produzione, consumo, distribuzione, risparmio)[8].

In certi ambienti è molto comune confondere le nozioni di economia solidale ed economia popolare. La prima, lo abbiamo già detto, si riferisce ad un insieme di pratiche economiche basate sulla solidarietà. In America Latina queste pratiche sono nate fondamentalmente nei settori popolari (famiglie rurali, quartieri popolari, culture native, classe operaia, ecc) e incluso l’origine del termine è stato legato a quello di «organizzazioni economiche popolari». Anche così, è certo che l’economia popolare può essere o no un’economia solidale: numerose esperienze di sopravvivenza tra i settori popolari, lontani da praticare valori solidali si basano su meccanismi e razionalità estranee a quelle che vengono promosse a partire dal nostro paradigma: ci riferiamo a diverse proposte di taglio individualista, delittuose o immorali.

Prendendo in considerazione quanto detto, la prima sfida è quella di ricondurre le proposte individualiste a proposte di taglio comunitario, compito che come si comprenderà non è facile, vista la cultura individualista che ha preso piede nei nostri paesi.  Abbiamo ascoltato molte persone dirci: «il discorso dell’economia solidale è molto bello, ma qui non è realizzabile perché siamo tutti individualisti». Nonostante questo, analizzando alcune pratiche concrete riscontriamo che è sempre possibile trovare progetti realizzabili in forma collettiva. Tra gli artigiani, ad esempio, è difficile pensare ad uno schema di lavoro collettivo, ma ci sono casi di successo di commercializzazione comunitaria. Vogliamo segnalare con questo, che nella maggioranza dei casi è possibile identificare il progetto collettivo. L’importante è che risponda ad una necessità scoperta e sentita dagli attori stessi.

L’esistenza di un ricco tessuto sociale di taglio solidale tra gli strati popolari e le culture autoctone dell’America Latina, non è di recente scoperta, ma è oggetto di studio da un certo tempo da parte delle scienze sociali. Numerose ricerche confermano la presenza di relazioni di reciprocità e solidarietà che si esprimono in termini di istituzioni sociali anche molto autoctone e radicate nella cultura dei nostri popoli, come nel caso delle relazioni di compadrazgo, il “padrinazgo”, o le cosiddette “gauchadas” nell’ambiente culturale rioplatense, il ayllu nella tradizione andina, ecc.

 

L’ondata delle politiche pubbliche

In America Latina, il concetto di economia solidale ha implicato uno sguardo differente a quello  predominante tra gli europei, che hanno preferito la denominazione di «economia sociale». Mentre il  paradigma europeo pone l’accento sulle forme organizzative (cooperative, mutuali, associazioni), il paradigma latinoamericano pone l’accento sulla sostanza, e cioè, su come i diversi soggetti praticano l’economia. Così si comprende l’economia solidale come una forma alternativa di fare  economia e quindi con un discorso ed una pratica fortemente associata al cambio sociale. Questo particolare sguardo ha avuto una speciale proiezione sull’arrivo della sinistra ai governi nei nostri paesi, con maggiore notorietà per i casi Bolivia, Brasile, Ecuador e Venezuela.

Il Brasile è il paese che prevede da più tempo diversi strumenti pubblici per la promozione delle economie solidali. La prima esperienza ha avuto luogo con il governo prima municipale e poi statale di Porto Alegre sotto la guida di Olivio Dutra. Dopo, nel 2004, il Governo di Lula Da Silva decide di creare la Segreteria di Economia Solidale, dipendente dal Ministero del Lavoro. Questa Segreteria nasce con l’obiettivo di «promuovere il rafforzamento e la divulgazione dell’economia solidale, mediante politiche integrate, puntando alla generazione di impiego e reddito, all’inclusione sociale e alla promozione dello sviluppo equo e solidale». Il suo lavoro è diretto specialmente alle imprese autogestite, fiere di imprese associative, reti di distribuzione solidale ed esperienze di commercio equo. Se stima in più di 1 milione il numero dei lavoratori occupati nelle diverse imprese autogestite.

Le politiche pubbliche nei nostri paesi, senza dubbio, non obbediscono ad uno stesso modello, anzi è possibile osservare tre grandi orientamenti[9]:

a) il modello tradizionale. Si caratterizza per fare riferimento unicamente al settore cooperativo, ignorando o minimizzando il ruolo delle altre manifestazioni dell’economia solidale;

b) il modello ampliato. Si caratterizza per incorporare una visione più ampia del fenomeno della solidarietà includendo il cooperativismo;

c) il modello della frammentazione. Si caratterizza per incorporare politiche ed anche legislazioni  diverse che danno conto da un lato del cooperativismo e dall’altro dell’economia solidale.

Il modello tradizionale spiega l’approccio delle legislazioni in paesi come Bolivia[10], Cile e Uruguay. In tutti questi casi, più accentuato in Cile, le politiche pubbliche rispondono a modelli legislativi in cui non appaiono gli enunciati dell’economia sociale o solidale. In generale si basano su di una Legge Generale del Cooperativismo che include istituti specifici per queste forme giuridiche. L’Uruguay ha appena abbandonato questo modello includendo nella recentemente approvata Legge Generale di Cooperativismo, un breve ma sintomatico riferimento all’economia solidale.

A metà strada tra questo modello ed il seguente includerei il caso di Paraguay ed Argentina. Nel caso del Paraguay, la sua Costituzione stabilisce nell’Art. 113 che «lo Stato promuoverà l’impresa cooperativa ed altre forme associative di produzione di beni e servizi basati sulla solidarietà e redditività sociale, alle quali garantirà la libera organizzazione e autonomia» (il corsivo è dell’autore). Anche così la Legge 2157/03 stabilisce la creazione dell’Istituto Nazionale di  Cooperativismo (INCOOP) che come indica il nome si riferisce solo alle  cooperative.

Il caso dell’Argentina è il più interessante. La Legge 20337 del 1973 stabilisce la creazione dell’Istituto Nazionale di Azione Cooperativa, che in seguito al decreto 721/00 è passato a denominarsi Istituto Nazionale di Associativismo ed Economia Sociale (INAES) dando conto, come si può osservare, di un profondo cambio nel suo campo di azione. Nel 2008, inoltre ha ricevuto il  rango di Segreteria di Stato.

Il modello ampliato ha nella Colombia il suo referente più esplicito. La Legge 454 del 1998 definisce l’economia solidale come un «sistema socioeconomico, culturale ed ambientale conformato dall’insieme delle forze sociali organizzate in forme associative identificate con pratiche di autogestione solidali, democratiche e umaniste…». Per questo il Dansocial (ndt Departamento Administrativo Nacional de la Economía Solidaria) opera come una sfera dello Stato per la promozione e sviluppo di tutte le espressioni dell’economia solidale (cooperative, precooperative, mutuali, fondi di lavoratori, ecc). Includiamo qui anche il modello ecuadoregno, la cui Costituzione del 2008 definisce il sistema economico di questo paese come «sociale e solidale», riuscendo ad articolare le tradizioni native, installando come centrale la categoria sumak kawsay, o buon vivere[11].

Benché ancora in costruzione, e con varianti negli ultimi anni, potremmo includere qua il  modello venezuelano. Effettivamente, l’attuale Costituzione della Republica Bolivariana del Venezuela sottolinea l’inclusione di nuove forme di organizzazioni socioproduttive nate nelle comunità. Nell’organigramma dello Stato ha responsabilità per il settore, il Ministero del Potere Popolare per l’Economia Comunitaria (nella sua missione include il lavoro con cooperative ed altre imprese dell’economia popolare). Nel 2007 è stato preparato un decreto legge per la promozione e lo  sviluppo dell’economia popolare in cui si sottolinea la presenza di nuove figure giuridiche come le imprese in autogestione  o di proprietà sociale oltre alle esperienze basate sul trueque (ndt. il baratto o scambio non monetario).

Finalmente, il terzo modello è quello che caratterizza il Brasile. Lo Stato replica nella sua struttura la stessa divisione che esiste a livello di società civile tra i movimenti del cooperativismo da un lato e dell’economia solidale dall’altro. Da vari anni (a partire dalla Legge 5764 del 1971) funziona un Consiglio Nazionale di Cooperativismo convocato dal Ministero dell’Agricoltura (che da conto del peso delle cooperative agricole in Brasile) al quale si somma, dopo l’elezione di Lula e la mobilitazione del FBES (Forum Brasiliano di Economia Solidale) la creazione di una Segreteria Nazionale di Economia Solidale (Senaes) dipendente dal Ministero del Lavoro. D’altra parte, sono vari gli Stati che hanno già promulgato leggi specifiche per l’economia solidale, facendo perno sul concetto di autogestione.

In riferimento al caso del Brasile, dobbiamo segnalare l’importanza che assume il funzionamento del Sistema Nazionale di Commercio Equo e Solidale, un ambizioso programma che include vari parametri, come concetti, criteri, principi, attore e istanze di controllo e gestione nell’ambito di una strategia unica di affermazione e promozione del commercio equo in questo paese[12]. Si tratta, in definitiva, di una politica pubblica che vincola  l’economia solidale al commercio equo, in circostanze in cui i produttori osservano che è nella fase di commercializzazione dove si incontrano i principali ostacoli per lo sviluppo delle loro imprese.

 

A modo di conclusione

Prendendo in considerazione il panorama descritto, si deduce un progresso dell’economia solidale nel panorama latinoamericano a partire dalle tre dimensioni analitiche alle quali abbiamo fatto riferimento. Anche così, le sfide continuano ad essere enormi. Le espressioni popolari solidali continuano a manifestarsi in forma molto precaria in un contesto in cui evidentemente sono egemoniche le relazioni di scambio e le unità economiche capitaliste. I casi di successo di sviluppo comunitario devono migliorare la loro visibilità ed articolarsi con esperienze simili per avanzare verso il concretarsi di circuiti solidali di produzione, commercializzazione, consumo e risparmio, allo scopo di incidere di più sull’economia con varianti democratiche ed inclusive. Il ruolo delle filiere, delle politiche pubbliche di promozione e sostegno, dell’integrazione a livello settoriale e del coordinamento per generare sinergie con altri movimenti sociali, così come all’interno del movimento dell’economia solidale, costituiscono piste per un’agenda immediata.

 

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3. Paul Songer: I dieci anni della Secretaria Nacional de Economia Solidaria (SENAES)

Paul Singer è Segretario Nazionale di Economia Solidale del Ministero del Lavoro

 

Il 26 giugno 2013, la Secretaria Nacional de Economia Solidária (Senaes – Segreteria Nazionale di Economia Solidale) ha raggiunto i dieci anni di funzionamento attivo presso il Ministero del Lavoro. Sono stati dieci di intenso lavoro e lotta in stretta relazione con il Fórum Brasileiro de Economia Solidale (FBES-Forum Brasiliano di Economia Solidale) ed altre  componenti di questo movimento, non solo nel nostro paese ma anche nei paesi vicini del Mercato Comune del Sud (Mercosud) e ultimamente, con la recente espansione dell’economia solidale in paesi dei sei continenti, che formano la superficie del globo e che compongono, assieme all’economia solidale del Brasile, la Rete Intercontinentale di Promozione dell’Economia Sociale e Solidale  (Ripess).

In questo decennio, l’economia solidale ha conosciuto un’ampia crescita tanto in Brasile che in gran parte di Europa, Americhe e negli ultimi anni anche in Asia e Africa. Questa crescita può essere stata una risposta all’aggravamento della crisi economica e finanziaria del 2008, che ha  immerso gran parte dell’economia mondiale nella stagnazione, quando non nella recessione. Il risultato è stato l’aumento della disoccupazione e della povertà, derivati dall’applicazione forzata delle politiche di “austerità” imposte da un sistema finanziario globale de-regolamentato,  sostenendo paradisi fiscali e generando immensi guadagni speculativi.

Le politiche di austerità hanno l’obiettivo di tagliare al massimo la spesa pubblica,   generalmente puntando a politiche sociali a discapito dei suoi beneficiari, e cioè, dei più poveri e bisognosi, oltre al funzionalismo pubblico realizzato con licenziamenti in massa e tagli agli stipendi. Le conseguenti perdite del potere di acquisto della parte più vulnerabile della popolazione si sommano alla contrazione della spesa governativa, dando come risultato una forte caduta della domanda reale. L’effetto immediato è la riduzione delle vendite, il fallimento di imprese, la caduta sempre maggiore della produzione, che completano il quadro di una crisi economica sempre più grave e che si espande in una economia mondiale globalizzata, raggiungendo per estensione perfino paesi che non hanno aderito alla moda dell’austerità.

L’economia solidale è un modo di produzione che si nobilita con la resilienza di fronte agli effetti di caduta del consumo e della produzione, che l’instabilità finanziaria provoca periodicamente. Rispetto alle imprese capitaliste – che in risposta alla caduta di consumo e produzione – riducono le spese, licenziano il personale e terziarizzano attività, le cooperative di produzione, siccome non hanno come obiettivo il lucro e tutti i suoi lavoratori sono soci dell’impresa, affrontano il restringimento della domande alleandosi con altre cooperative, che partecipano alle stesse reti o aggregati, per condividere solidalmente perdite e sacrifici, avendo in  vista di preservare le imprese ed i suoi posti di lavoro. La resilienza delle cooperative di lavoro di fronte alla crisi si deve al fatto di attuare in reti o integrando aggregati cooperativi, con un sistema finanziario proprio, che non specula e neppure cerca di massimizzare il lucro. Oltre a ciò, le cooperative di produzione possono contare sulla partnership con cooperative di consumo e reti  solidali di distribuzione, tra le quali il sistema mondiale del commercio equo è il più conosciuto.

La Senaes è stata creata nel 2003 dal presidente Lula, nel rispetto del suo programma di governo e con l’obiettivo di riprendere lo sviluppo economico brasiliano e l’esecuzione della meta prioritaria di allora: il Programma Fame Zero. Con la creazione della Senaes, il movimento dell’economia solidale, presente in parte del territorio, si è espanso rapidamente, diventando nazionale. Assieme alla creazione della segreteria, nel giugno 2003, sono stati creati il FBES (Forum Brasiliano di Economia Solidale) e la Rete Nazionale dei Amministratori di Politiche Pubbliche di Economia Solidale.

L’integrazione della Senaes nel Ministero del Lavoro è avvenuta senza grandi attriti. Una parte dei funzionari già conosceva qualcosa di economia solidale, molti erano curiosi ed altri simpatizzanti.  Si è verificato qualche imbarazzo con gli ispettori impegnati a combattere le false cooperative di lavoro che erano utilizzate – in un periodo di alta disoccupazione – per terziarizzare i costi ridottissimi, perché all’epoca quei lavoratori erano considerati “autonomi” e non avevano accesso ai benefici della legislazione sul lavoro, unicamente dovuti ai lavoratori dipendenti dall’impresa.

 

Il crimine consisteva nel fatto che la falsa cooperativa non apparteneva ai soci, ma in generale a chi contrattava la cooperativa. I lavoratori si sottomettevano alla precarizzazione dei loro diritti per paura di perdere il posto di lavoro e sperimentavano lunghi periodo di disoccupazione. Siccome gli ispettori avevano contatto solo con false cooperative, erano convinti che tutte le cooperative di lavoro fossero false, cosa che non veritiera. Parte dei disoccupati si stava organizzando in cooperative di lavoro autentiche, possedute ed autogestite dagli stessi lavoratori.

L’obiettivo della Senaes era precisamente aiutare i lavoratori senza lavoro ad organizzarsi in cooperative, ovviamente autentiche. Non ci abbiamo messo molto a scoprire che molte cooperative di lavoro autentiche stavano essendo chiuse dagli ispettori del Ministero del Lavoro, supponendo fossero false. Quando la Senaes lo scoprì contattò l’Ispettorato del Lavoro per aiutare a combattere le false cooperative e allo stesso tempo preservare quelle autentiche.

Per garantire lo sviluppo del cooperativismo da lavoro e tagliare alla radice la precarizzazione dei diritti dei lavoratori, la Senaes cercò di capire come altri paesi stessero affrontando la situazione e scoprì che nuove leggi venivano adottate, che rendevano obbligatorio il godimento dei diritti del lavoro garantiti dalla legge per i soci delle cooperative di lavoro. Questa era la soluzione logica al problema, poiché l’anomalia dei soci – lavoratori senza diritti permetteva che, sotto il manto del falso cooperativismo, lavoratori messi sotto pressione dalla disoccupazione, fossero indotti ad abbandonare i propri diritti di legge, sottomettendosi ad un super-sfruttamento coperto dalla falsa contrattazione da parte di pseudo-cooperative a servizio degli sfruttatori.

Dopo un lungo scambio di idee promossa dalla Senaes con organizzazioni cooperative, sindacati e gruppi parlamentari, il governo inviò al Congresso Nazionale un progetto di legge che divenne oggetto di intense negoziazioni. La nuova legge garantisce ai cooperatori il pieno godimento dei più importanti diritti che la legislazione in vigore riconosce ai lavoratori, siano questi salariati o soci di cooperative. Il tema fu ampiamente dibattuto dagli organi di rappresentanza di lavoratori, cooperatori e salariati e, dopo sei anni di iter, la Legge N. 12.690, del 2012, fu approvata dai due rami del Congresso e ratificata dalla presidenta Dilma Rousseff.

Bisogna notare che, tra le altre misure, questa legge crea il Programma di Sostegno alle Cooperative di Lavoro (PRONACOOP). Questo programma è destinato a sostenere le cooperative di lavoro, i cui risultati economici possano essere insufficienti a coprire il costo dei contributi spettanti per legge ai soci, nel frattempo che l’assemblea possa iniziarne il pagamento.

Un’altra politica sviluppata dalla Senaes a partire dal  2005 è stata la mappatura periodica degli empreendimentos de economia solidâria (EESndt. imprese dell’economia solidale), nell’ambito del Sistema di Informazione dell’Economia Solidale (Sies). La prima mappatura è stata realizzata nel 2007 e ha registrato l’esistenza di 21.859 EES. Questa prima mappatura, a causa dei limiti finanziari e temporali, ha coperto solo 2.933 comuni, che rappresentano il 53% dei comuni del Brasile. Il Sies prevede che la mappatura si realizzi ogni quattro anni.

La cosa più interessante è che la stagnazione dell’economia brasiliana, che aveva caratterizzato i due quadrienni anteriori alla presidenza di Lula, praticamente cessò a partire dal 2004. Se l’espansione dell’economia solidale era stata causata dalla persistenza della crisi economica, dal 2004 in poi lo sviluppo economico ha accelerato e la disoccupazione è fortemente diminuita. In queste condizioni la crescita dell’economia solidale non può più essere attribuita alla marginalizzazione di ampi strati del popolo lavoratore, come senza dubbio occorse tra il 1994 e il 2002.

Nel 2011, la presidenta Dilma Rousseff è salita al governo, e la sua priorità è diventata  l’eradicazione della povertà estrema in Brasile. Per formulare il Programma Brasile Senza Miseria (PBSM), diversi ministeri sono stati convocati, sotto il coordinamento del Ministero dello Sviluppo Sociale, tra i quali il Ministero del Lavoro. Nella divisione dei compiti per l’implementazione del PBSM alla Senaes è toccata la promozione dell’inclusione produttiva urbana della popolazione di basso reddito, la cui sopravvivenza dipende fortemente dall’inclusione nel Programa Bolsa Família (PBF ndt.Programma Borsa Famiglia).

Per portare avanti questa azione, Senaes ha promosso l’endosviluppo delle comunità in situazione di povertà estrema. Questa segreteria aveva già sviluppato azioni in questo senso, avendo come pubblico, a partire dal 2004, vari quilombos (ndt. comunità originariamente formate da schiavi africani fuggiti dalle piantagioni all’epoca della schiavitù) di diverse regioni del Brasile. L’endosviluppo differisce dallo sviluppo abituale nel nostro paese, generalmente risultante da investimenti pubblici o privati in nuove attività produttive o estrattiviste, in aree accessibili alle comunità, grazie al progresso. Questo sviluppo, prodotto da attori esterni alle comunità, si caratterizza per il fatto di beneficiare, mediante la generazione di posti di lavoro, solo una parte della popolazione, e cioè, coloro i quali conseguano un lavoro stabile con contratto di lavoro e godimento dei diritti garantiti dalla Consolidação das Leis do Trabalho (CLT – Testo Unico delle Leggi del Lavoro). Gli altri devono accontentarsi di lavori precari, con durata incerta e senza garanzie contrattuali, o aspettare pazientemente nuovi posti di lavoro generati dallo sviluppo promosso dagli investimenti esterni.

L’endosviluppo si caratterizza per il fatto di essere prodotto dalla stessa comunità che ne beneficia. Essendo povera, la comunità non avrà risorse proprie e neppure beni o valori che possano servire come garanzia per ottenere finanziamenti da fonti bancarie convenzionali. Affinché l’endosviluppo diventi possibile, è necessario che la comunità sia attivata e sostenuta da agenzie pubbliche e questo è il ruolo svolto dalla Senaes.  La mobilizzazione della comunità è raggiunta attraverso attività di formazione in economia solidale. La sua visione fondamentale è che la redenzione della classe lavoratrice può essere solo opera dell’organizzazione dei lavoratori in diversi tipi di associazioni che, unite da legami di solidarietà, costituiscono imprese capaci di produrre beni e servizi di qualità, capaci di disputare la domanda nei mercati e così raggiungere un reddito sufficiente per salvare dalla povertà tutti membri della comunità.

L’endosviluppo si giustifica perché punta ad unire tutta la comunità in termini di uguaglianza, in modo che nessuno sia escluso dai benefici di uno sviluppo che deve essere il risultato di sforzi combinati di tutti i membri atti al lavoro della comunità. L’endosviluppo diventa possibile a misura che gli sforzi destati attraverso la mobilizzazione di tutta la comunità sono sostenuti e integrati dal potere pubblico, in termini di formazione politica e tecnica, offerta da agenti di sviluppo debitamente preparati per svolgere questo ruolo.  Come sarebbe da aspettarsi, questo sostegno, dicasi educativo, deve essere unti all’aiuto finanziario, offerto dalla Senaes, con risorse provenienti dal suo budget, destinate precisamente per sradicare la miseria secondo il modello del PBSM (ndt. Programma Brasile Senza Miseria).

L’endosviluppo esige la costruzione di una rete di agenti di sviluppo, appartenenti alla comunità emarginata. L’agente dovrà essere presentato dalla comunità stessa per ricoprire questa funzione e, di conseguenza, si meriterà la fiducia della stessa, che è in generale la condizione vitale affinché possa avere successo nella loro missione. Il programma di endosviluppo nei primi anni del suo funzionamento è stato il risultato del lavoro di centinaia di agenti di sviluppo, che hanno ricevuto la formazione dalla Senaes e sono stati a loro volta orientati da coordinatori statali. In ogni stato c’erano decine di agenti in attività, ognuno nella sua comunità e interconnesso in una rete virtuale, in modo da permettere scambi permanenti di esperienze e di sostegno reciproci.

Con il passare del tempo, a partire dal 2011 quando il PBSM fu lanciato, la Senaes ha promosso nuove attività con l’obiettivo di garantire la sostenibilità economica degli ESS (ndt. imprese dell’economia solidale) che sono stati seminati negli angoli meno sviluppati del paese. A questo scopo la segreteria ha promosso la formazione di reti di commercializzazione e di finanze solidali per garantire agli EES l’accesso ai mercati e al credito, secondo necessità e possibilità.

Nel 2010, già alla fine del suo secondo mandato, il presidente Lula firmò, durante un’udienza emozionante, alla quale l’equipe della Senaes ha partecipato nella sua totalità, un decreto che istituisce il Sistema Brasiliano di Commercio Equo e Solidale. Questo sistema riunisce le entità brasiliane che si dedicano al commercio equo e gradualmente sta inglobando gli EES, mano a mano che si sviluppano. Il collo di bottiglia della difficoltà di accesso ai mercati, è in corso di lento superamento a mano a mano che si amplia la commercializzazione dei prodotti dell’economia solidale in fiere sempre più grandi, culminando, negli ultimi anni, nella Fiera Internazionale di Santa Maria/RS. Un’altra maniera di rompere le barriere della commercializzazione è stata la moltiplicazione dei gruppi di consumo responsabile (GCRs), che coltivano rapporti permanenti tra produttori e consumatori, permettendo che le possibilità e le necessità degli uni e degli altri si conoscano e si armonizzino per la soddisfazione mutua.

Allo stesso tempo, un sistema di finanze solidali con banche comunitarie di sviluppo, fondi rotativi solidali e cooperative di credito si stanno sviluppando, negli ultimi quindici anni, a partire dallo sforzo pionieristico del Banco Palmas a Fortaleza/CE, e posteriormente dal Banco Bem a Vitória/ES e attualmente da niente meno che 1.003 banche comunitarie in tutto il Brasile. Dal crescente numero di istituzioni finanziarie solidali, si può credere che il no rappresentato dall’insufficiente accesso al credito sia in corso di disfatta.

Il testo è stato pubblicato in IPEA Mercado de Trabalho | 56 | fev. 2014

 


 

4. Sabina Breveglieri : L’economia solidale in Brasile.  La solidarietà come antidoto all’esclusione, la solidarietà come scelta[13].

Sabina Breveglieri é responsabile dei progetti America Latina e Mediterraneo di Nexus

 

Nós sabemos que muitas pessoas no Brasil, em algum momento do passado, repetiam algo que escutavam em certas áreas e repetiam por não ter uma contraposição, por não ter uma consciência diferenciada que afirmasse que não era assim. Qual era essa história? Essa história era uma história simples: era dizer que os pobres eram pobres porque queriam ser pobres; que os pobres eram pobres porque tinham preguiça e não que os pobres eram pobres por um processo de exclusão histórica e sistemática do nosso país, que começa com a escravidão.

Dilma Roussef[14]

La spinta di Porto Alegre è maturata. L‘Economia Solidária sta accadendo, si incarna nelle pratiche e nelle esperienze raccolte nella III Conferenza Nazionale dell’Economia Solidaria[15] tenutasi a Brasilia dal 27 al 30 novembre 2014. Proveremo con questo testo a dare un resoconto di quanto accaduto a Brasilia e a fare il punto sullo sviluppo del processo di trasformazione sociale che ha per nome Economia Solidária, utilizzando i documenti ufficiali della Conferenza.

 

Il secondo censimento nazionale dell’Economia Solidale brasiliana

Iniziamo con il dare un veloce panorama dei risultati dell’ultimo censimento nazionale realizzato dal Sistema di Informazioni in Economia Solidale – SIES[16] durante gli anni 2009-2013 presentati durante la III CONAES attraverso il volume A Economia Solidaria no Brasil. Uma analise de dados nacionais”[17]

Gli Emprendimentos Econômicos solidários – EES censiti sono 19.708 (erano 15.000 nel primo censimento conclusosi nel 2007). Questo numero comprende gruppi formalizzati ed informali. 17,726 sono quelli in piena attività (non in fase di ristrutturazione o appena partiti) per un totale di 1.423.631 persone coinvolte.

La definizione di EES comprende le seguenti caratteristiche: imprese non famigliari di almeno 2 persone con attività economica permanente, i cui componenti realizzano collettivamente la gestione delle attività e l’allocazione dei risultati, che realizzano attività di produzione di beni, prestazione di servizi, fondi di credito, di commercializzazione o di consumo solidale. Nella definizione l’esistenza reale prevale sulla registrazione legale. Possono essere organizzazioni semplici o complesse, ma il secondo censimento ha considerato solo quelle di primo livello ovvero semplici.

Secondo censimento: 2009-2013

 

Forma di organizzazione

Attività svolte dagli EES

Localizzazione degli EES

Localizzazione degli EES secondo le Regioni

 

60% associazioni

 

30,5% gruppi informali

 

8,9% cooperative

 

0,6% società mercantili

56,2% produzione

20% consumo o uso collettivo di beni e servizi

13,3% commercializzazione

6,6% prestazione di manodopera o servizi a terzi

1,7% risparmio, credito e finanze solidali

54,8% zona rurale

 

34,8% zona urbana

 

10,4% attuazione simultanea in zona rurale ed urbana

 

16% Nord

41% Nord est

10% Centro ovest

16% Sud est

17% Sud

 

Totale 19.708 EES – Emprendimentos Econômicos Solidários

 

 

Un’analisi interessante dei dati compara l’aumento di nuovi EES nel periodo post 2000 alla situazione economica del Brasile in quel periodo. Il paese a partire dal 2000 inizia a registrare un aumento del PIL lento ma costante fino al 2012 ed un aumento del 10% del salario minimo. Nello stesso periodo la disoccupazione passa dal 8,3% al 3,1% e l’indice di GINI registra una buona diminuzione della diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza.

Nello stesso periodo gli EES in piena attività passano da  11.320 (EES creati al 2000) a 17.726 (EES dopo il 2000). Di questi il 41% si concentra nell’area urbana, che è la zona dove maggioritariamente crescono invertendo la tendenza che fino a quel momento vedeva una prevalenza dell’area rurale.

 

Secondo censimento: 2009-2013 Nuovi EES

2000-2013

17726

41% urbani

37,8%informali

 

Lo studio dei dati macroeconomici e quelli relativi alla creazione di EES vengono messi in relazione postulando che il periodo di crescita con redistribuzione genera nella classe lavoratrice la ricerca di migliori condizioni di lavoro e qualità della vita. L’aumento di creazione di EES quindi non risponderebbe ad una scelta obbligata (la mancanza di lavoro che genera autoimpiego), bensì ad una scelta assertiva. In sintesi il contesto di maggiore sicurezza economica (generato anche dai programmi di sostegno al reddito come il famoso Bolsa Familia) e l’esistenza di programmi pubblici di sostegno all’Economia Solidale sarebbero alla base o quantomeno si esprimono in correlazione all’aumento della scelta solidária. Questa ipotesi sarebbe confermata anche dal fatto che è la zona urbana quella che presenta migliore offerte di lavoro ed anche quella dove si crea il maggior numero di ESS nel periodo considerato (2000-2012).

Per quanto riguarda la forma organizzativa prevalente di questi nuovi EES, i dati mostrano che il 37,8% sono gruppi informali. Anteriormente era la forma associativa, mentre anche la forma cooperativa registra un lieve aumento. L’informalità è legata a gruppi recentemente costituitisi, con un numero non sufficiente di componenti per la legalizzazione o privi delle condizioni di sostenibilità che giustifichino una formalizzazione. Come si leggerà più avanti la III CONAES riflette su questo fatto e presenta un dibattito approfondito sulla cornice legale.

Infine è interessante notare che i catadores rappresentano il segmento con maggiore presenza negli EES di nuova costituzione dell’ultimo decennio. Quasi a dire che con l’aumento quali-quantitativo delle lotte e delle conquiste per la democrazia (nel senso ampio del termine che comprende quella economica) chi “stava fuori dal sistema” si organizza perché incoraggiato ad osare e sperare di più.

 

La III Conferenza Nazionale dell’Economia Solidaria

La III CONAES ha come cornice gli elementi ben descritti da questa definizione di Economia Solidária che è definita come:[18] “Una relazione socioeconomica non capitalista. In essa si verifica una appropriazione collettiva (non separazione tra capitale e lavoro) dei mezzi e condizioni di produzione, mutuo-aiuto e autogestione. L’economia solidale non è solamente una strategia di organizzazione economica. La sua insorgenza è associata a una dinamica di mobilizzazione della società civile per la democratizzazione, lotta per i diritti e ricerca di emancipazione”

Autogestione come metodo, democratizzazione come processo, emancipazione come obiettivo sono tre parole chiave che sono state ripetute innumerevoli volte durante la tre giorni dell’Economia Solidária assieme alle parole pratiche e politiche. Si tratta di parole dense non solo di significato, ma anche di interpretazioni. La III CONAES si è mossa nella scia dello slogan “Un altro mondo è possibile, un’altra economia accade” e vuole fare un passo in avanti, guardando cosa è stato raggiunto fino ad ora.

Il sottotitolo della III CONAES è “Costruendo un Piano Nazionale dell’Economia Solidale per promuovere il diritto a produrre e vivere in modo associativo e sostenibile”. Il suo obiettivo generale è quello di affermare una politica pubblica di Economia Solidaria a livello nazionale. I suoi obiettivi specifici sono: realizzare un bilancio delle esperienze e delle politiche pubbliche messe in atto negli anni, promuovere il dibattito sull’integrazione delle azioni di sostegno all’Es del governo e della società civile, elaborare piani di ES municipali, territoriali e statali e infine elaborare un Piano Nazionale con visione di futuro e programmi e progetti concreti: “La costruzione di una politica pubblica nazionale di economia solidale è un processo sistematico di riconoscimento di diritti di cittadinanza da parte dello Stato[19], sopratutto dei lavoratori e lavoratrici delle iniziative economico-solidali, e come dovere dello Stato. In questo senso, una politica pubblica di economia solidale è un processo di conquista sociale. La sua crescita e la sua espansione dipendono tanto dagli sforzi governativi quanto dalla capacità dell’organizzazione politica di coloro che fanno economia solidale in Brasile, come parte del movimento di democratizzazione economica e politica della società brasiliana” (III Conaes, Texto de Referencia p. 5[20])

La costruzione di un Piano Nazionale è quindi una pratica di partecipazione in cui l’approccio è di collaborazione tra i diversi attori che sono protagonisti (gli Emprendimento Economicos Solidarios, – EES) e le istituzioni pubbliche che la promuovono e sostengono.

Infatti una delle sfide affrontate da tutto il percorso che ha condotto alla III CONAES (più di 200 incontri a livello municipale e statale, 2 conferenze tematiche – donne e catadores) è quella di fare uscire l’ES dalla precarietà in cui si trova oggi dal punto di vista legislativo attraverso un processo partecipativo di dialogo tra società civile ed istituzioni brasiliane: “La pianificazione partecipativa è una caratteristica inerente l’economia solidale. Una concezione dell’autogestione è l’esercizio della democrazia piena con il reale coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici nelle definizione dei temi e questioni che li riguardano”. (III CONAES, Texto de Referencia p. 11[21])

Tramutare questo universo di valori e domande in un Piano Nazionale non è facile. La complessità è presente anche nelle parole della Presidenta Dilma Roussef durante il suo discorso di inaugurazione della III CONAES: “Nei prossimi anni, nei prossimi quattro anni del mio mandato voglio dirvi che voglio stabilire in modo sistematico un dialogo costruttivo e continuato con voi. Noi rafforzeremo ancora di più le imprese solidali in tutto il paese. Perfezioneremo i meccanismi di offerta di credito per le imprese solidarie e andremo avanti nella regolamentazione dell’economia solidale garantendole maggiore stabilità e sostenibilità. Avanzeremo anche sul piano dell’assistenza tecnica, nella formazione, nella qualificazione della gestione che è molto importante. L’economia solidale non è uguale all’economia senza gestione, al contrario, l’economia solidale è un’economia che dimostrerà di essere capace della migliore gestione condivisa possibile. Sosterremo anche l’innovazione che produce più reddito e processi sempre sostenibili e rispettosi dell’ambiente”[22]

L’obiettivo politico di tutto il lungo processo di preparazione della III CONAES  è dare legittimità al “DIRITTO di produrre e vivere in modo associativo e sostenibile”.  Non si reclamano solo risorse finanziarie o progetti, ma che un diritto, per i nostri tempi sovversivo, venga riconosciuto. Un’altra forma di produrre e vivere è possibile, un’altra modalità rispetto al modello neoliberista. Un modo basato sulla solidarietà. Un modo valido a livello internazionale: “L’alternativa è nelle cose, e deve essere affrontata, perché proprio la crisi economica e finanziaria, la sua dimensione globale, ha suscitato una rinnovata richiesta di mettere i principi al centro dell’attenzione politica e sociale, con un ampliamento di orizzonti che contrasta con la pretesa di escluderli da una visione del mondo dove la frammentazione convive con la concentrazione dei poteri, negando la possibilità stessa di costruire legami sociali e di riconoscere la rilevanza del pluralismo”[23].

Il riconoscimento formale da parte dello Stato Brasiliano, di questo diritto farebbe acquisire all’ES un profilo definito, la farebbe uscire dall’ombra e dal pericolo di criminalizzazione che tutti i movimenti sociali stanno vivendo nel Brasile del periodo successivo al duro scontro elettorale del 2014. Darebbe all’ES il profilo di proposta alternativa e non solo di compensazione ai costi sociali, disoccupazione o sfruttamento del lavoro, del post capitalismo che genera le disuguaglianze peggiori degli ultimi 50 anni.

Le esperienze di ES accadono indipendentemente dalle politiche, ma non possono davvero svilupparsi se non sono da esse sostenute in quanto nascono in un ambiente ostile, caratterizzato dalla fase neoliberista molto aggressiva e radicale, sostenuta da un ben organizzato e diffuso  pensiero unico che sembrerebbe stare vincendo.

Per questa ragione Paul Singer[24] ha affermato che le pratiche di ES hanno bisogno di essere sostenute da azioni educative, di empoderamento. I soggetti dell’ES sono storicamente vulnerabili e non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale. Per questa ragione tra gli elementi di fragilità dell’ES si elencano l’esclusione dal sistema educativo formale, la marginalizzazione di persone con handicap fisico e mentale, la ghettizzazione dei popoli indigeni (per altro sotto rappresentati  e qua si nota uno dei limiti paradigmatici dell’Economia Solidária) e delle minoranze razziali, la discriminazione sessuale, la lontananza delle comunità tradizionali o periferiche.

Un dato di novità registrato nel II Censimento[25] è l’entrata in massa nell’ES di persone appartenenti alla categoria dei catadores negli ultimi anni. Tra i più impoveriti, tra i più esclusi questo segmento sociale pone tutti i problemi di inclusione sociale immaginabili. Tra di loro si contano homeless, consumatori di droga o alcool, donne capofamiglia e persone con fragilità mentale. La loro richiesta di partecipazione organizzata è sintomo delle richieste di inclusione, ma pone sfide enormi all’ES: “Infine bisogna considerare che l’economia solidale continua ad espandersi in tutto il territorio nazionale, specialmente, tra i settori della popolazione più vulnerabili. Le difficoltà nella riproduzione delle condizioni necessarie di sopravvivenza e nel miglioramento delle condizioni di esistenza delle imprese non ha reso impossibile la sua crescita principalmente nell’organizzazione dell’agricoltura famigliare, delle attività artigianali e nella raccolta e riciclaggio delle materie prime. Queste tre attività comprendono praticamente l’80% dell’economia solidale nel paese. In questo contesto, gli agricoltori famigliari/ contadini, gli artigiani e i catadores sono i segmenti più rappresentativi dell’economia solidale” (III CONAES, Texto de Referencia p. 17[26])

Nel 2014 si contano molte leggi statali e locali per la promozione dell’ES, ma la mancanza di formalizzazione degli emprendimentos è un fronte aperto e non è facile riassumerne le sfaccettature. Da un lato c’è l’inadeguatezza degli strumenti legislativi e delle forme organizzative, troppo burocratici o che non prevedono reali agevolazioni, che lasciano aperte le questioni del tipo di impresa, dei diritti del lavoro e della protezione sociale, della strutturazione degli EES per accedere al credito e al mercato. Dall’altro c’è la domanda di riconoscere una differenza. L’ES non è solo economia o finanza, non è solo numeri, fatturati, ma è pratica differente che parte dalle persone, dalla loro capacità di essere protagonisti della loro storia personale e collettiva. Le parole guida non sono profitto, speculazione, management o marketing, ma associatività, solidarietà, autogestione, sostenibilità, lavoro, comunità.

Alla nuova cornice legale viene chiesto di semplificare le norme per la costituzione e la gestione degli EES e di studiare una nuova figura giuridica adeguata agli EES, di diminuire l’imposizione fiscale, di aprire spazi per la commercializzazione attraverso programmi di Compras Publicas che privilegino gli EES secondo i principi del Commercio Equo. Una grande questione aperta riguarda le cooperative sociali. Si chiede il registro legale delle cooperative sociali, ma sopratutto la costruzione di una politica pubblica intersettoriale di sostegno alla cooperazione sociale per l’inserimento nel mondo del lavoro e nella società con pieni diritti di portatori di handicap fisico e mentale ed altri gruppi socialmente svantaggiati (ex carcerati, ex consumatori di droghe ecc).

Alcune categorie si spingono fino a chiedere che la nuova legge preveda l’esenzione totale dal pagamento delle imposte. Questa richiesta che potrebbe sembrare assistenzialista credo invece proponga di fare i conti con una sorta di debito sociale che le società, quella brasiliana nella fattispecie, hanno nei confronti degli esclusi. Dopo la formulazione del concetto di debito ecologico[27] infatti è il momento di riconoscere che  la povertà e l’esclusione sono fenomeni provocati dalla mancata redistribuzione di ricchezza e riconoscimento di diritti.  Su questa premessa si propone: “Asse 4 Ambiente istituzionale: Legislazione e integrazione delle Politiche Pubbliche, Proposta N. 39:  Creazione e applicazione di leggi che differenzino l’agroindustria famigliare e l’economia solidale in ambito nazionale, statale e municipale vincolate al Ministero dello Sviluppo Agrario, MDA con esenzione 100% dei tributi”.

La pressante richiesta di nuove leggi rappresenta la maturità raggiunta dall’ES. Movimenti e bisogni rimasti silenti o nascosti per anni hanno ragionato sulle loro domande e le esprimono pubblicamente in forma organizzata. Ad oggi, solo associazioni e cooperative hanno la loro cornice legale, che non è adatta per le imprese nate nel paese nelle ultime decadi e i cui obiettivi, strutture e dinamiche sono simili a quelle delle imprese sociali, […]. Queste nuove imprese cercano identità istituzionale e una cornice legale compatibile. Come partecipanti in una nuova onda di solidarietà sociale ed economiche, esse vanno contro i formati tradizionali istituzionalizzati, particolarmente nel caso delle cooperative.[28]

Ma qual’è questa identità che gli EES stanno domandando di fissare attraverso nuovi dispositivi legislativi? Le persone che compongono l’ES si percepiscono finalmente come soggetti economici e sociali, come cittadini e cittadine, come protagonisti. Si sono riconosciuti come soggetti capaci di costruire la propria storia. Il lavoro solidale si contrappone alle relazioni di sfruttamento. La pratica dell’autogestione, anche in settori nuovi come quello del piccolo artigianato, della selezione e riciclaggio di residui, ha messo in evidenza uno scollamento con l’idea del lavoro subordinato e sprovvisto di significato. L’autogestione praticata dagli EES implica l’appropriazione dell’intero processo di produzione – trasformazione – commercializzazione – guadagno – investimenti. Questa pratica è anche quella della resistenza nei movimenti di occupazione di terre e negli assentamentos della Riforma Agraria e nelle fabbriche recuperate:  “Una prima dimensione di questa relazione è rispetto alla democratizzazione della ricchezza prodotta socialmente che, nel capitalismo, è espropriata ai lavoratori in forma privata e in nome della moltiplicazione del lucro di pochi. Nell’economia solidale, la difesa del lavoro associato impone una visione radicale di appropriazione collettiva dei processi e mezzi di produzione, e del lavoro come centro di produzione di ben-essere. Da qui, l’idea di democrazia non si limita a ciò che si considera la sua dimensione politica, ma come un principio di uguaglianza che deve essere alla base dell’economia, dello stato e della vita in società”.(III CONAES, Conferência Temáticas. Documentos Finais p. 56)

La domanda di inclusione che connota l’ES non pone solo il problema dell’integrazione economica delle persone, bensì apre la riflessione su quale modello di sviluppo per il Brasile del futuro: “In questo contesto, si verifica che la povertà è un fenomeno a dimensioni multiple che si esprime nell’insufficienza del reddito, nell’accesso precario ai servizio sociali di base (acqua, energia elettrica, salute, abitazione, ecc), nella bassa scolarità, nell’insicurezza alimentare, nelle forme precarie di inserimento nel mondo del lavoro, tra le altre cose. Con questa definizione, il superamento della povertà estrema richiede un approccio multidimensionale con politiche emancipatorie intersettoriali. Oltre al superamento delle necessità immediate, si deve promuove l’aumento delle capacità delle persone attraverso azioni di ridistribuzione del reddito, del miglioramento generale dell’accesso e della qualità dei servizi pubblici e attraverso l’ampliamento delle opportunità di inclusione nel mondo del lavoro, sia attraverso l’auto-impiego, con accesso alle risorse necessarie per la promozione dell’iniziativa di reddito e lavoro, sia attraverso l’ottenimento di un lavoro salariato.”. (III CONAES, Texto de Referencia p. 26[29])

I documenti preparatori della III CONAES registrano infatti l’inserimento di un importante elemento di dibattito: lo sviluppo locale sostenibile quale elemento di contesto dell’ES. Questo orizzonte non si basa su elementi totalmente nuovi, ma riprende teorie già sviluppate di sviluppo endogeno, rilanciandole e ricontestualizzandole. Il concetto di territorio ad esempio viene ripreso e messo in relazione alla costruzione delle politiche: “Questo presuppone che l’elaborazione dei piani locali e nazionali di economia solidale guardino la realtà nella quale sono immersi i soggetti dell’economia solidale, per i quali la comprensione del proprio territorio e la percezione dell’identità territoriale possono essere presi come punti di partenza per l’azione trasformatrice.” (III CONAES, Conf. Temáticas, Documentos Finais p. 15)

E lo rilancia come fondamento per il rafforzamento dell’ES in un contesto più ampio: “La dimensione di Territorio e dell’Approccio Territoriale, come metodo di rafforzamento dell’economia solidale per la costruzione dello Sviluppo Sostenibile, ha preso spazio e forza tanto nell’agenda del movimento quanto del governo.” (III CONAES, Conf. Temáticas, Documentos Finais p. 20)

Un esempio pratico è la Mozione per la convivenza con il seminarido che recita: “Questo strumento istituzionale ha l’intenzione di rendere pubblico l’accordo ed il riconoscimento dell’agroecologia come dimensione sostenibile dello sviluppo locale puntando al rafforzamento delle pratiche sostenibili in Agricoltura Famigliare e nella Riforma Agraria come tecnologie sociali rivolte alla Convivenza con la regione semiarida brasiliana, regione che comprende 9 stati del Nord Est e l’area nord del Minas Gerais, composta da 1103 comuni, coprendo un area geografica di  966.589,4 km², nella quale vivono circa 22 milioni di persone che rappresentano l’11,8% della popolazione brasiliana, secondo IBGE. (..) Regione che storicamente è stata vittima di una concezione incoerente di confronto con la stagione  secca che si basa sulla lotta alla siccità, quando l’azione efficace deve avere come obiettivo la convivenza con il semiarido, capendo che il clima non si combatte, ma si convive con esso. In questa mozione affermiamo: (a) l’agroecologia come principio di vita, credenza e valori giusti e sostenibili; (b) la riforma agraria come pratica di democrazia e di diritto alla terra, basata nei principi dell’Economia Solidale; (c) il seminarido brasiliano come regione strategica per l’Economia Solidale”. (Moção em defesa da afirmação e conhecimento da agroecologia e convivência com o semiárido proposta da  Delegados e Delegadas da 3ª CONAES)

Il territorio ha acquisito protagonismo perché i movimenti di ES sono una realtà eminentemente locale. Essi partono dai bisogni e dalle risorse che le micro-comunità (reti di vicinato, di produttori, di disoccupati, di donne, di portatori di handicap) hanno espresso e che sono alla base della loro forma organizzativa solidale. Il territorio è mappato attraverso coordinate multidimensionali relative alla situazione sociale ed economica delle persone e alla sostenibilità delle loro pratiche in relazione alle risorse naturali. In verità questo ultimo punto è il più debole in tutta l’analisi e in tutte le proposte. L’aspetto di sostenibilità sociale primeggia ancora su di esso. L’aspetto più interessante di tutto questo ragionamento è il vincolo tra sviluppo territoriale e metodologie partecipative e  pianificazione ascendente. Il Piano Nazionale di ES è infatti dovrà essere multistrato, dalle comunità al governo della Nazione: “In questo modo l’Economia Solidale si configura come strategia e politica di sviluppo in una prospettiva sostenibile e solidale che si sostiene nelle dinamiche territoriali.”(III CONAES, Conf. Temáticas, Documentos Finais p. 23)

 

Conclusione (o forse cosa c’è da apprendere)

La partecipazione alla III  Conferenza di Economia Solidale è stata una vera esperienza. Non solo un bagno intellettuale tra bolle di idee e schiuma di proposte, ma un’esperienza di vita con un popolo in cammino alla ricerca di una vita differente da quella basata su sfruttamento ed interesse individuale e che resiste all’idea di essere solo manodopera subordinata a decisioni altrui.

Abbiamo osservato che in Brasile la domanda di reddito ed inclusione non corrisposta dal sistema capitalista dialoga con una visione avanzata da parte delle politiche pubbliche e dei leaders. Il processo si basa sulla partecipazione, la costruzione collettiva di un progetto alternativo, ed è realizzato da persone che pensano e vivono quello che pensano. In Brasile esistono comunità umane non completamente asservite alle logiche del consumo e del capitale. In parte per mancanza di potere di acquisto, ma anche perché la povertà sembra portare in se’ semi resistenti e di trasformazione. La povertà dignitosa in un ambiente abilitante stimola la ricerca di risposte e la sua combinazione con governi illuminati, non ideologicamente schiavi del neoliberismo, sta offrendo al Brasile la possibilità di ricercare e praticare soluzioni alternative alle pratiche economiche che producono esclusione sociale, basate sullo sfruttamento delle persone e sulla mercificazione delle risorse naturali.

Non si può nascondere che, nel contesto di una visione globale di sviluppo locale sostenibile profondamente legata a processi endogeni, si avverte la presenza di alcune importanti fragilità: persistente richiesta di assistenza e dipendenza da politiche pubbliche, l’ambiente è ancora in gran parte solo una risorsa, i gruppi non sono adeguatamente empoderados, le popolazioni indigene non sono state pienamente coinvolte nella riflessione, i diritti possono aspettare rispetto al reddito, i gruppi femministi non hanno ancora espresso una reale alternativa di pensiero, optando però con forza almeno per le pari opportunità.

Quindi per quale ragioni possiamo definire l’economia solidale brasiliana come un’esperienza trasformativa? Innanzitutto perché non è solo ricerca di lavoro e reddito. E poi rifiuta la relazione capitale-lavoro rifiutando il lavoro subordinato, la dipendenza che obbliga ad organizzare la vita in funzione del lavoro. Rifiuta la divisione del lavoro per costruire un reddito attraverso l’integrazione di ruoli produttivi e sociali (artigiano locale, vicinato). Integra il lavoro nelle relazioni e l’economia in un sistema composto da altre strategie per rispondere ai numerosi bisogni umani e alla multidimensionalità della povertà.

L’economia solidale brasiliana preferisce l’autogestione comunitaria (anche non formalizzata, dando risalto al contenuto e alle pratiche) basata sulle risorse locali. E’ locale e non globalizza l’organizzazione sociale della produzione ed il mercato. Forse nasce in luoghi a cui la globalizzazione non si interessa o da persone scartate dalla globalizzazione o che non hanno trovato posto in essa. In ogni caso le sue idee ed esperienze sono di interesse

Questo testo è stato pubblicato in PAPELES de relaciones ecosociales y cambio global Nº 110 2010, pp. 67-76

 

 

 

 


[1] FBES, «Carta de Principios»,

en http://www.fbes.org.br/index.php?option=com_content&task=view&id=63&Itemid=60 [acceso  el 17 de mayo de 2010].

[2] SENAES, «Economía solidaria. Outra economia acontece», Brasile, folleto institucional de divulgación.

[3] Cfr. www.riless.org

[4] E. Letelier, «Economía Solidaria en America Latina: una década ganada”,

en http://mercadojustola.org/index.php?

option=com_content&view=category&layout=blog&id=2&Itemid=3&lang=es [acceso el17 de mayo de 2010].

[5] A. Bertucci, y M. Roberto, 20 años de Economia Popular Solidaria. Trayectoria de Cáritas Brasilera de los PACs a la EPS, Cáritas, Brasilia, mayo de 2004, p. 67.

[6] P. Singer, «Economía Solidaria» en D. Cattani (org.), A outra economía, Veraz, Porto Alegre, 2003, pp. 116-125.

[7] J. L. Coraggio, «Economía do Trabalho», en D. Cattani (org.), ibidem, pp. 88-95.

[8] Sobre el debate conceptual cfr. P. Guerra, «¿Cómo denominar a las experiencias  económicas solidarias basadas en el trabajo? Diálogo entre académicos latinoamericanos acerca de la polémica conceptual», Revista Latinoamericana de Economía Social y Solidaria, vol. 1, núm. 1, 2º semestre, 2007.

[9] P. Guerra (org.), Instrumentos para el desarrollo económico y la protección social. Análisis comparado de experiencias de economía popular y solidaria, Kolping, Montevideo, 2009, pp. 57-69.

[10] Nonostante questo, la nuova Costituzione approvata sotto la leadership di Evo Morales include aspetti di dottrina  economica comunitaria che cambiano il posizionamento delle leggi precedenti e permetteranno avanzare verso un modello ampliato. Così ad esempio l’art. 8 stabilisce: «lo Stato assume e promuove come principi etico-morali della società plurale: ama qhilla, ama llulla, ama suwa (non essere pigro, non essere bugiardo, non fare il ladro), suma qamaña (buon vivere), ñandereko (vita armoniosa), teko kavi (vita buona), ivi maraei (terra senza male) e qhapaj ñan (cammino o vita nobile)». Al momento di scrivere questo articolo, inoltre, il governo della Bolivia studia la creazione di un vice Ministero dell’Economia Solidale e Commercio Equo.

[11] Su questo tema, di grande attualità tra le comunità native andine, si veda Coordinadora Andina de Organizaciones Nativas: Buen Vivir / Vivir Bien. Filosofía, políticas, estrategias y experiencias regionales andinas, Mamani, Lima, 2010.

[12] F. Zerbini, « Relatorio final da pesquisa SNCJ », Faces, Brasile, mimeo, diciembre 2008

[13] “Questo ampliarsi di orizzonti accresce le possibilità ‘trasformative’ del principio di solidarietà, nel senso che non esprime soltanto qualcosa che proviene dal fondo della società, un bisogno tante volte descritto come ‘naturale’, ma consente, o impone, un confronto continuo con una società da trasformare attraverso una altrettanto continua riflessione critica sui concetti e una conseguente produzione di istituzioni adeguate.” Stefano Rodotà, Solidarietà. Un’utopia necessaria, Laterza, Bari,  2014

[17] “A Economia Solidaria no Brasil. Uma analise de dados nacionais”, Luiz Inacio G. Gaiger et al, 2014.

[18] Espaço e cadeias produtivas solidárias. O caso da reciclagem. V. Schiochet, M.Edegar Brandes.

[19] “Per produrre solidarietà, serve un ambiente ‘abilitante’ considerato dal punto di vista delle condizioni e degli strumenti istituzionali, piuttosto che la ricerca di modalità d’azione che portino genericamente verso un rafforzamento di propensioni individuali di cooperazione”, Stefano Rodotà, Solidarietà. Un’utopia necessaria, Laterza, Bari 2014.

[23] Stefano Rodotà, Solidarietà. Un’utopia necessaria, Laterza, Bari 2014 .

[24] Direttore del SENAES – Secretaria Nacional de Economia Solidária e stimato economista.

[25] Cfr. nota 5

[27] Nel 1992, al Vertice della Terra di Rio de Janeiro, gli ecologisti approvarono un documento nel quale veniva stabilita una relazione tra il debito estero, che grava sui Paesi del Sud nei confronti di quelli del Nord, e il debito ecologico, che i Paesi del Nord hanno contratto con quelli del Sud.

[28] The International Comparative Social Enterprise Models –ICSEM PROJECT- Solidarity Economy Enterprises in Brazil: An overview from the second national mapping, A. Ferrarini, L.I. Gaiger, M. Veronese.

 

Category: Economia, Economia solidale, cooperativa, terzo settore, Osservatorio America Latina

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About Sabina Breveglieri: Sabina Breveglieri è responsabile per la ong Nexus di Bologna, emanazione della Cgil di Bologna, dei progetti America Latina e Mediterraneo

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