Roberto Romano, Paolo Pini, Stefano Lucarelli: Un futuro dopo le critiche degli economisti?

| 11 Settembre 2014 | Comments (0)

 

 

1. Roberto Romano e Paolo Pini: Proviamo a immaginare un futuro dopo la critica

da www.sbilanciamoci. info 19 agosto  2014

 

La sensazione e l’umore di molti economisti sono quelli delle cronache del “tormentato periodo che va dal 1929 al 1936 […] dove […] gli economisti accademici […] non avevano saputo offrire pressoché nessun suggerimento politicamente accettabile circa un piano d’azione governativo, in quanto essi erano fermamente convinti della capacità d’autoregolamentazione del meccanismo di mercato … l’economia prima o poi si sarebbe ripresa da sola, a patto che la situazione non venisse aggravata ulteriormente dall’adozione di un’errata politica economica, inclusa la manovra fiscale” (Hyman P. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, 2009).

 

Ma quest’umore non potrebbe essere diverso. Tanti anni di (tesi) politiche ed economiche fondate sulla concorrenza, sulla flessibilità e sui fallimenti dello Stato hanno eroso il senso comune e, aspetto ben più grave, compromesso quel vasto patrimonio di conoscenze che era alla base della risposta politica ed economica della crisi del ’29. Se dovessimo prendere per assolute le dichiarazioni di FMI (Lagarde e Blanchard), BCE (Draghi), Commissione Europea (Barroso e Juncker) e di molti opinionisti italiani tra cui Boeri, per non citare con le dovute distinzioni Alesina, Giavazzi, Tabellini e consimili, dovremmo chiudere baracca e burattini.

L’aspetto drammatico di queste tesi è l’effetto che hanno sugli economisti critici (liberal, strutturalisti, circuisti, keynesiani, anche in senso lato). Molti commenti riflettono l’impotenza e, sotto sotto, l’amarezza del dibattito. Ridursi a criticare il pareggio di bilancio, l’insensatezza della riduzione del debito o della esasperata flessibilità del lavoro, l’austerità espansiva, tra tutte crediamo la più indigesta perché non comprendiamo il nesso tra austerità ed espansione, e per ultima la precarietà espansiva, è un esercizio di buon senso e necessario. Lascia tuttavia un vuoto di progetto e prospettiva che riduce l’economista a mero “critico”, seppur diversamente declinato.

Quello che manca alla critica è un orizzonte minimo e condiviso. Saremo dei romantici, ma l’economia è una scienza sociale e, prima o poi, dovremo farci carico di una prospettiva diversa dalla gestione della crisi o dalla critica. Questo atteggiamento ha radici molto nobili: senza critica è difficile costruire un progetto alternativo. Pensiamo a Kalecki, Robinson, Sraffa Caffè, Garegnani, Sylos Labini, Graziani, Pasinetti, Leon, e potremmo continuare. Con tutta l’attenzione possibile, la critica svolta da questi è più che sufficiente. Non dobbiamo raffinare ciò che è già stato declinato in più modi. Erano (sono) personaggi enormi, ma non hanno costruito una idea organica di società diversa. Abbiamo delle intuizioni, delle suggestioni, ma possiamo dire che il progetto (futuristico) di società più avanzato è quello delle prospettive economiche dei nostri nipoti?

Non ci mancano i lasciti dei nostri maestri. Pensiamo ai “conti senza l’oste” di Graziani, alla “dinamica strutturale” di Pasinetti e alla “tecnica superiore” di Leon. Senza mancare di rispetto a nessuno il lascito più grande è forse di Sylos Labini quando afferma che “in una analisi dinamica lo sviluppo economico è da riguardare, non semplicemente come un aumento sistematico del prodotto nazionale concepito come aggregato a composizione data ma, necessariamente, come un processo di mutamento strutturale, che influisce sulla composizione della produzione e dell’occupazione e che determina cambiamenti nelle forme di mercato, nella distribuzione del reddito e nel sistema dei prezzi” (Progresso tecnico e sviluppo ciclico, 1993). Tecnicamente dovremmo avere molti più strumenti degli economisti mainstream per disegnare un futuro migliore per i nostri nipoti, ma il clima che ci circonda è invalidante e disarmante, con un lascito che annulla anche le più elevate buone intenzioni.

In un modo o nell’altro l’Europa è oggi il terreno e lo snodo che segnerà la fine o l’inizio di una nuova società. Abbiamo un compito gravoso e possiamo assumerlo se usciamo dalla logica della critica. Per il nostro paese significa qualcosa di più. Non la ripetizione di svalutazione (deflazione) del lavoro. Per la prima volta l’Italia deve assumersi delle responsabilità nuove e inedite se vuole rimanere un paese moderno, sia per quanto riguarda le politiche economiche interne e sia per quanto riguarda le politiche europee.

Si tratta di cambiare il motore della macchina senza fermarla (Riccardo Lombardi). Non si tratta di politiche dell’offerta, piuttosto della necessità di assecondare e guidare la dinamica di struttura di Pasinetti, i conti senza l’oste di Graziani e il segno del nostro PIL di Sylos Labini.

Tutti sosteniamo che l’intervento pubblico è indispensabile. Possiamo almeno declinare alcuni pezzi di questa necessità? Perché non prendere la ricerca e sviluppo pubblica, altra non né conosciamo, e industrializzarla al fine di modificare il segno del Pil, della struttura e del ben-essere? Possiamo affidare alla CDP, o chi per essa, il compito di anticipare il denaro necessario (Graziani) per spostarci dai settori in declino verso i settori a maggiore contenuto tecnologico e cognitivo? Se poi il privato ha voglia di spendere quel tanto o poco di buono che è rimasto, dobbiamo esserne solo felici. Il conflitto capitale-lavoro ritroverebbe l’agio descritto accuratamente dalla immensa Robinson.

Per l’Europa, dobbiamo spingerci oltre la flessibilità di bilancio, la moneta parallela o la ri-appropriazione della moneta. La sfida è quella di uno stato federale o uno stato europeo a tutto tondo. Lasciamo i multipli delle politiche territoriali. Sono giustappunto multipli. L’Europa non sarà mai l’Europa se non riuscirà a isti­tuire i prin­cìpi, le norme e le regole dell’economia pub­blica, cioè defi­nire l’insieme delle poli­ti­che di bilan­cio comu­ni­ta­rie con le quali indi­riz­zare il sistema eco­no­mico euro­peo verso obiet­tivi demo­cra­ti­ca­mente defi­niti. L’Europa, infatti, non pos­siede un bilan­cio auto­nomo e finan­ziato con entrate fiscali legate ad un’ampia base impo­ni­bile. Immaginiamo un bilancio comunitario pari al 5% del Pil dell’insieme dei paesi membri. Lo stato nasce e si consolida con le imposte. I coloni irlandesi hanno fondato gli Stati Uniti d’America proprio sulle imposte. In questo modo sarebbe possibile rimuovere il vincolo discre­zio­nale dei tra­sfe­ri­menti sta­tali. Se la crisi è strut­tu­rale, occorre creare isti­tu­zioni ade­guate per tenere in tensione la domanda effet­tiva, ridu­cendo il man­cato impiego delle risorse pro­dut­tive a comin­ciare dalla disoc­cu­pa­zione. Pen­sare ad un bilan­cio euro­peo molto più con­si­stente, finan­ziato con stru­menti come l’Iva, imposte ambientali ed una tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie, l’emissione di bond acqui­stati dalla Bce per soste­nere la cre­scita e gli inve­sti­menti neces­sari per Europa 2020, che deve ridurre il gap tra i Paesi, infine meccanismi di riequilibrio dei deficit ed avanzi commerciali tra i paesi che adottano la stessa moneta, non sarebbero strumenti cardine per un progetto di società o l’embrione di società europea?

Gli economisti mainstream hanno sempre la stessa proposta “naturale” di società ed economia, ma una qualche colpa gli economisti non-mainstream devono pur averla se i primi hanno tutto questo potere culturale. Proviamo a immaginare un futuro dopo la critica

 



2. Stefano Lucarelli: Dalla critica al progetto. Note a Romano e Pini

da www.sbilanciamoci.info 11 settembre 2014

 

L’agosto 2014 è stato un mese in cui l’incertezza geopolitica, innegabile dopo la creazione del nuovo Fondo Monetario per i BRICS, apre presumibilmente degli spazi analitici e politici che forse sta cogliendo anche il Presidente del Consiglio italiano, che tra i consueti “ma” e “però” tipici dei retori impegnati a non scivolare sugli specchi, mette di fatto in discussione la politica fiscale e monetaria europea.

Anche gli economisti mainstream nostrani, freschi dei fallimenti analitici che caratterizzano i tanti editoriali accumulati nell’ultimo decennio, sembrano supportare le critiche ovvie che si colgono non solo nelle parole confuse di Renzi, ma anche nelle uscite prudenti di Mario Draghi. In questo contesto Romano e Pini scrivono che “ridursi a criticare il pareggio di bilancio, l’insensatezza della riduzione del debito o della esasperata flessibilità del lavoro, l’austerità espansiva … per ultima la precarietà espansiva, è un esercizio di buon senso e necessario”.

Segnalano tuttavia la mancanza di un progetto alternativo, progetto che essi ci ricordano invece chiaro nel pensiero dei grandi maestri. Tra i maestri richiamati da Romano e Pini vengono nominati Kalecki, Robinson, Sraffa, Caffé, Garegnani, Sylos Labini, Graziani, Pasinetti, Leon. Con l’eccezione di Piero Sraffa, che persegue la strategia del silenzio – quanto meno in “Produzione di merci a mezzo di merci” – mostrando così i confini della teoria economica, è vero che gli economisti gravitati intorno alla Cambridge anglosassone all’ombra dell’ormai trapassato J.M. Keynes (di cui fanno parte Garegnani e Pasinetti, ma anche Leon) concepivano l’economia come come “a blend of economic theory with the art of statesmanship”. Con le non lievi differenze che caratterizzano il pensiero dei grandi, la categoria analitica comune all’interno dell’opera dei Cantarbridgensi e al centro della riflessione di Federico Caffé, di Augusto Graziani e di Paolo Sylos Labini è quella di domanda effettiva. Siamo certi però che questi pensatori concepissero la domanda effettiva allo stesso modo? Le conseguenze in termini di politica economica sono diverse se ad esempio si ritiene che la variabile più importante su cui agire per trasformare la capacità produttiva potenziale in prodotto sono i consumi rispetto agli investimenti privati. Noto inoltre che i rivoluzionari di Cambridge furono capaci di mettere sotto scacco la teoria economica mainstream negli anni ’60 e ’70 senza tuttavia mai riscuotere molti successi sul piano delle politiche economiche attuate anche in quegli anni (e non solo in Italia).

Richiamarsi ai lavori di Paolo Sylos Labini – come propongono Romano e Pini – costituisce una scelta precisa. Presuppone – mi pare – che all’interno della domanda effettiva si ponga particolare attenzione all’analisi qualitativa oltre che quantitativa degli investimenti, in una prospettiva di dinamica economica strutturale. Siamo in un contesto che va oltre il Keynes dellaGeneral Theory dove il ragionamento sulla domanda effettiva viene sviluppato “in un dato stato della tecnica, delle risorse e del costo dei fattori per unità di occupazione”. Ciò lascia aperti non pochi problemi. Ne nomino solo alcuni: qual è ad esempio l’impatto delle politiche monetarie e creditizie sull’evoluzione degli investimenti (un problema molto rilevante nel contesto teorico privilegiato soprattutto da Graziani)? Questi dipendono solamente dal confronto fra tasso di interesse monetario ed efficienza marginale del capitale (come si legge nella General Theory) oppure ciò che occorre indagare innanzitutto è la produttività (come per esempio mi pare suggerisca Sylos Labini)? E ancora, alla luce della critica sraffiana soprattutto nell’accezione che essa ha nei lavori di Garegnani, riferirsi all’efficienza marginale del capitale o alla produttività è lecito? Se sì entro quali confini teorici, e cosa comportano questi confini teorici per la definizione delle grandezze statistiche e per i problemi di contabilità nazionali? Mi pare che queste domande ridimensionino l’affermazione di Romano e Pini secondo cui “tecnicamente dovremmo avere molti più strumenti degli economisti mainstream per disegnare un futuro migliore per i nostri nipoti”. Abbiamo molti strumenti, ma non abbiamo un paradigma teorico alternativo coeso e in grado di imporsi significativamente nel dibattito di politica economica. Il peso da assegnare alla critica degli assetti istituzionali europei o la posizione da assumere rispetto all’uscita dall’Unione Monetaria Europea, dipende in parte anche dal modo in cui queste domande vengono affrontate, oltre che dal modo in cui si vuole concepire e analizzare la domanda effettiva.

È vero che “l’Italia deve assumersi delle responsabilità nuove e inedite se vuole rimanere un paese moderno, sia per quanto riguarda le politiche economiche interne e sia per quanto riguarda le politiche europee”. Tuttavia: siamo certi che la declinazione di una politica industriale che faccia perno sulla ricerca e sviluppo pubblica, insieme ad una intelligente politica creditizia che tenga conto della necessità di programmare la dinamica economica strutturale sostenendo l’occupazione nei settori a maggiore contenuto tecnologico e cognitivo, possa essere messa in atto in questa Unione Monetaria Europea caratterizzata da una BCE che non è prestatore di ultima istanza, dal Fiscal Compact, da una legge bancaria unica che una volta in atto rischia di dare il via ad un immenso processo di concentrazione dei capitali che acuirà il peso dei vincoli esteri di natura tecnologica che caratterizzano le bilance commerciali dei PIGS?

 

Category: Economia

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About Paolo Pini: Nato a Rimini nel 1956, laurea in scienze politiche indirizzo economico Università di Bologna e Master of Science in Economics alla London Shool of Economics and Political Science. Presidente del Centro di Ricerca sulla economia dell'Innovazione e della Conoscenza (CREIC) dell'Univresità di Ferrara, professore ordinario di Economia politica Università di Ferrara. Collabora a Sbilanciamoci e a Inchiesta

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