Ricerca sulle condizioni di vita delle famiglie e degli anziani sfollati dopo il terremoto dell’Aquila

| 4 Febbraio 2013 | Comments (0)

 

 

 

 

Pubblicazione integrale del Rapporto di Ricerca su Condizioni di vita delle famiglie e degli anziani sfollati dopo il terremoto dell’Aquila redatto da Stefano Boffo, Enrico Rebeggiani, Francesco Pirone,  Enrico Pugliese per conto dello Spi Cgil  presentato il 14 marzo 2012. A questo Rapporto presentato nel 2012 è stata scritta dai quattro autori questa premessa che attualizza e chiarisce i risultati del Rapporto

 

PREMESSA

Le domande che ci si deve porre nel valutare oggi la situazione dell’Aquila e del processo di ricostruzione sono varie. In primo luogo se è possibile rimediare ad alcuni danni – o quanto meno ai più gravi – dell’intervento passato. In secondo luogo, volendo salvare il salvabile, quali sono i punti principali sui quali intervenire in questa direzione. In terzo luogo se la nuova gestione dell’intervento – della quale oggi si vedono solo i punti programmatici sia di merito che istituzionali – sarà capace di invertire le linee di tendenza e dare un nuovo sbocco alla situazione.

Se si osserva la situazione all’Aquila oggi – alla fine del 2012 – l’impressione è ancora terribile. I reportages giornalistici – si pensi a quello di Gabriele Polo su “Il Manifesto” (24 novembre 2012) – mostrano ancora un centro storico fantasma, nonostante l’inagurazione del discusso auditorium progettato da Renzo Piano, una situazione delle cosiddette new towns assolutamente invivibile e in generale una realtà urbanistica irrazionale con nuovi insediamenti sparsi e mal collegati nonché privi di servizi e, per effetto di ciò, un mobilità più intensa e difficile perché la vita sociale ed economica si svolte in una città più estesa che implica spostamenti enormi che moltiplicano il traffico. Il fallimento dell’utopia berlusconiana della ricostruzione istantanea, con l’enorme spreco di denaro pubblico, peraltro sottratto ad altri impegni di spesa già assunti, è davanti agli occhi di tutti.

L’eco degli scandali, i ritardi infiniti nel vero processo di ricostruzione, le difficoltà nella vita cittadina hanno creato anche una sorta di immagine negativa della città e della popolazione. E dopo il terremoto dell’Emilia Romagna L’Aquila non solo è stata in parte dimenticata, ma sono cominciati i paragoni tra il modo in cui si sono affrontati due eventi, tralasciando il diverso clima politico e istituzionale e il nefasto ruolo del governo e dei responsabili dell’intervento. Il nostro rapporto si ferma alla primavera del 2012. Il giudizio corrente su quanto è stato fatto nel periodo precedente alla pubblicazione del rapporto è assolutamente negativo su tutta la linea. Il nostro contributo mette in evidenza la situazione così come determinata dai danni del sisma e da quelli che si sono aggiunti per la scelta “miracolistica” di Berlusconi (con lo slogan “dalle tende alle case, subito”), per l’operato della Protezione Civile di Bertolaso e per le dissennate scelte urbanistiche fino ad ora condotte. Esso mette anche in evidenza la grave carenza dell’intervento non solo sul piano degli indirizzi di politica economica e di sviluppo, ma soprattutto sul piano alle politiche sociali e della loro incapacità a venire incontro alle nuove esigenze determinate anche dalla dispersione della popolazione sul territorio. Quella parte della popolazione collocata negli insediamenti del sistema c.a.s.e. – 12.840 persone a luglio 2012 – non solo è stata allontanata dai servizi di prossimità, ma anche dalle abitudini e relazioni della quotidianità con la possibilità di aiuto scambio e solidarietà reciproci che comunque riducevano significativamente le difficoltà di vita: difficoltà aumentate con la collocazione dei nuovi insediamenti. Lo sprawl urbano – come si definisce solitamente il tipo di diffusione degli insediamenti nel territorio quale quello determinato dalla scelta di costruire le cosiddette “new trowns” – è stato rafforzato anche da una diffusione di edilizia privata altrettanto spontanea e mal governata nella stessa area. Nel frattempo – come è scritto nel rapporto e com’è noto – il processo di ricostruzione del centro storico è stato praticamente fermo. Così, alla caduta del governo Berlusconi, non era assolutamente chiaro con quali fondi, con quali prospettive e con quali tempi si sarebbe provveduto alla ricostruzione del centro storico che era stata sacrificata alla ideologia delle case subito.

Detto per inciso, è paradossale notare come un tipo di proclama del genere era stato considerato irrazionale già trent’anni addietro dal responsabile dell’intervento post-terremoto del Friuli onorevole Zamberletti e che, in assonanza con questo orientamento il vescovo di Gemona (Arcidiocesi di Udine), aveva indicato come priorità nel processo di ricostruzion: “prima il lavoro, poi le case, poi le chiese”. Sembra che all’Aquila si sia voluto invertire l’ordine. È certo che i più importanti monumenti, compresi i luoghi di culto, sono ancora indietro nel processo di recupero, come tutto il resto della ricostruzione che è andata a rilento, se si esclude l’intervento a tamburo battente del sistema c.a.s.e.. Di lavoro non si è proprio parlato, dato che il miracolo berlusconiano doveva consistere nel passaggio dalle tende alle case. E così è stato, almeno per quella componente della popolazione che ha potuto godere di questa possibilità, rivelatasi un frutto avvelenato. Ma a tutt’oggi, o comunque a tre anni abbondanti dal momento del terremoto, c’è ancora gente collocata in sistemazioni ancora precarie.

La svolta avviene all’inizio del 2012 con l’assunzione diretta di responsabilità da parte del Ministro per la coesione territoriale con un impegno significativo del governo sui diversi livelli della ricostruzione, puntando anche a riorientare rilevanti risorse provenienti dai fondi strutturali europei. Si può parlare di un’inversione di tendenza, anche se è troppo presto per valutarne i risultati. Si possono comunque commentare alcuni punti determinanti, anche se di carattere programmatico.

È bene richiamare e tenere a mente alcune decisioni e scadenze significative. All’origine i commissari straordinari per la ricostruzione nominati dal governo Berlusconi erano stati il sindaco dell’Aquila e il presidente della Regione. In questo contesto, le istituzioni e le norme per l’intervento si caratterizzavano per un aspetto autoritario e verticistico con una concentrazione di potere nelle mani dei commissari, così come autoritaria era stata la gestione della prima fase dell’emergenza da parte della protezione civile di Bertolaso. Successivamente il sindaco Cialente aveva ritenuto che i margini di intervento democratico fossero troppo ristretti e aveva rinunciato al ruolo di commissario con l’effetto che la gestione straordinaria dell’intervento si concentrava nelle mani del presidente la Regione Chiodi nella veste di commissario straordinario. Quest’ultimo, in effetti, ha continuato la sua attività all’interno della concezione originaria fino a quando il suo mandato non è stato dichiarato scaduto dal nuovo governo. Nel documento A.C. 5312 “Misure urgenti per la chiusura dell’emergenza determinatasi nella Regione Abruzzo a seguito del sisma del 6 aprile 2009, nonché per la ricostruzione, lo sviluppo e il rilancio dei territori interessati” del 11 luglio 2012 (emendamento del decreto legge “Misure urgenti per la crescita del paese”, artt. da 67-bis a 67-spetiem) a firma del Ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca si fissano tanto il nuovo quadro istituzionale che generali linee di intervento completamente nuove in termini di prospettive economica e di scelte relative alla ricostruzione. Il documento stabilisce che il commissario straordinario, presidente della Regione, resta in carica sino alla data del 15 settembre 2012 solo allo scopo di consentire il passaggio delle responsabilità alle istituzioni competenti e che entro quella data il commissario uscente dovrà presentare una relazione dettagliata sullo stato degli interventi realizzati e in corso di realizzazione.

E in effetti tale relazione sullo stato degli interventi è disponibile in internet, compresa una illustrazione sintetica che presentato una impeccabile, all’apparenza, documentazione tecnica sulle realizzazioni dell’intervento straordinario che – a dire il vero – contrasta con l’immagine tragica visibile dappertutto dell’Aquila e del territorio. Le innumerevoli tabelle e slides presentate nel resoconto sommario mostrerebbero una efficacia del lavoro svolto e un’efficienza della macchina della ricostruzione in contrasto con tutto quello che si è visto, sia sa e si vede. Tanto per fare un esempio si può prendere in considerazione nel resoconto la questione della rimozione delle macerie con indicazione dei milioni di tonnellate rimosse ogni anno e con l’accelerazione della rimozione nell’ultimo periodo. Tutto bene – sembrerebbe – se non si ricordasse la storia del come e del quando della rimozione. All’epoca in cui venne fuori lo scandalo delle “iene” (gli imprenditori che ridevano soddisfatti per la prospettiva di far soldi sulla tragedia) a un anno dal terremoto i cittadini, non vedendo alcun intervento (neanche la rimozione delle macerie) si erano mossi in alternativa ai responsabili istituzionali con l’iniziativa nota come la “manifestazione delle carriole” (per rimuovere i rifiuti). Questo perché nel quadro prospettico berlusconiano il centro storico e la sua ricostruzione passava in secondo ordine, essendo tutto l’interesse del governo e degli imprenditori vicini concentrato sulla costruzione di nuove abitazioni nel devastante quadro urbanistico di diffusione degli insediamenti deciso d’imperio. E i ritardi e i cattivi criteri di rimozione delle macerie si sommavano, nella continua denuncia dei comitati e dei cittadini più attivi.

Ciò che si può dire ora, con riferimento alle domande iniziali, è che al mal fatto si può riparare solo in parte. La struttura urbanistica, con i nuovi insediamenti sparsi senza criterio urbanistico, è decisamente e per sempre devastata e il tempo perso rispetto alla ricostruzione dei centri storici ha determinato un vulnus irreparabile per lo meno per una componente della popolazione, in particolare gli anziani. E poi il danaro sprecato in opere e attività inutili e dannose nella fase dell’emergenza non potrà essere recuperato.

Ma passiamo all’oggi e alle prospettive. La nuova fase dell’intervento – indirizzata con il citato documento A.C. 5312 – è stata presentata in due momenti pubblici di confronto e discussione sulle prospettive della ricostruzione: il Forum OCSE-Università di Groningen del 16-17 marzo 2012 e l’assemblea pubblica del 15 giugno 2012 in cui le istituzioni locali e i cittadini sono stati chiamati a confrontarsi sulle proposte di tre commissioni di esperti, incaricate dal Ministro Barca, per la ricostruzione e il rilancio del territorio abruzzese.

Il primo momento è stato accompagnato da una notevole messa in scena con incontri e cerimonie pubbliche e con il lancio di una nuova e diversa fase dell’intervento, con proposte di impegno a tutto campo per lo sviluppo dell’area. In occasione di incontri pubblici in quei giorni (sotto la direzione del Ministro per la coesione territoriale Barca e la presenza del Presidente del consiglio Monti, oltre ai ministri Profumo e Cancellieri) fu presentato con enfasi in un grande convegno il documento “Abruzzo verso il 2030: sulle Ali dell’Aquila” redatto da esperti dell’OCSE e dell’Università di Groningen. In esso venivano esposte in maniera molto generale e un po’ futuribile le grandi linee di intervento per un futuro di sviluppo economico e sociale della zona. Il documento, e soprattutto alcune specificazioni illustrate nel convegno, proponevano un generale e articolato piano di rinascita secondo la visione delle smart cities, promuovendo forme di partecipazione democratica della popolazione. Si è trattato di un momento simbolicamente molto importante che ha dato una certa fiducia alla popolazione. Anche la scenografia con la quale è stata avanzata la nuova fase è stata notevole. D’altra parte però il metodo e i criteri di analisi volti a stimolare alla partecipazione la popolazione presentati nel primo giorno di forum (con illustrazione di questionari) – in una sorta di ricerca azione – apparivano francamente piuttosto ingenui e per qualche verso retorici. Detto questo, conta però la sostanza pratica: insomma la disponibilità di fondi per la ricostruzione e la produzione di un quadro istituzionale meno devastante di quello della gestione precedente. In primo luogo è importante sottolineare la cessazione del ruolo delle istituzioni e delle figure che avevano caratterizzato l’intervento straordinario, in particolare la Struttura tecnica di missione (STM) e quella del commissario-presidente della regione. Il commissario-sindaco della città dell’Aquila aveva, invece, rinunciato a questo tipo di prerogativa proprio per liberarsi dai condizionamenti determinati dalla persistenza della cornice istituzionale imposta nella fase di gestione dell’emergenza.

In concreto quello che ora si nota è, da una parte, l’inaugurazione finalmente di una fase nuova nel processo di ricostruzione affidato alle istituzioni locali, supportate da uffici speciali per la ricostruzione, uno per il comune dell’Aquila e uno per i comuni del cratere. In secondo luogo, si riprende a parlare di ricostruzione in maniera più realistica, soprattutto con la disponibilità di nuovi stanziamenti. Con riferimento ai documenti e ai provvedimenti più importanti, oltre al citato decreto, vanno menzionate due coppie di decreti riguardanti la ricostruzione del comune dell’Aquila e dei comuni del cratere. Si tratta dell’Atto di intesa con il Ministero per la coesione territoriale e altri ministeri competenti per la costituzione dell’Ufficio speciale per il comune dell’Aquila e integrato dall’atto di intesa tra il commissario-presidente della regione e il sindaco dell’Aquila per la predisposizione del Piano di ricostruzione dei centri storici della città (con relativo allegato per le norme attuative) e di analoga coppia di documenti per i comuni del cratere.

Come accennato, la documentazione legislativa così come le proposte degli esperti espresse in tre documenti – rispettivamente di analisi giuridica (curata da Antonio D’Aloia), di analisi socio-economica (curata da Antonio Calafati) e di analisi urbanistica (curata da Federico Oliva) – presentate in occasione dell’Assemblea pubblica del 15 giugno 2012 rappresentano solo la cornice nella quale l’intervento si dovrà realizzare. Ed è perciò ancora presto per poter giudicare. Così come si tratterà di vedere quali saranno i risultati dei piani per la ricostruzione dei centri storici dell’Aquila e frazioni.

Non era nostro compito nella fase in cui abbiamo terminato il nostro lavoro, né lo è ora, quello di entrare nel merito di queste proposte. C’è solo da augurarsi che l’inversione di rotta sia davvero tale e che sia significativa. Gli spazi ci sono e comincia a intravedersi la speranza che la gente possa riprendere un vita normale come prima del terremoto e – per le 12.800 persone confinate negli insediamenti più improbabili del sistema c.a.s.e. o almeno per una parte di loro – di poter tornare in case vere in quartieri normali, meglio se nei quartieri di origine o in situazioni simili. Insomma che in prospettiva le condizioni di vita della gente e soprattutto degli anziani – la cui drammaticità noi abbiamo analizzato e documentato cercando di capirne le cause e le implicazioni nel nostro rapporto – possano finalmente migliorare.

 

INDICE DEL RAPPORTO

Introduzione

1. La popolazione sfollata

1.1. Il terremoto: le vittime, gli sfollati e i danni agli edifici

1.2. La situazione dell’assistenza alle persone sfollate

1.3. Le condizioni di vita delle persone ricollocate negli alloggi del progetto C.A.S.E. e nei M.A.P.: le ricerche

 

2. Problematiche e criticità sociali legate alla ricostruzione

2.1. Indicazioni sulla dinamica demografica post-sisma

2.2. L’approccio alla ricostruzione

2.3. Prospettive dell’economia e del mercato del lavoro del cratere sismico

 

3. Vita quotidiana e bisogni emergenti della popolazione anziana negli alloggi degli insediamenti del progetto C.A.S.E. e nei M.A.P.

3.1. L’habitat sociale degli insediamenti C.A.S.E. e nei nuclei M.A.P.

3.2. Le condizioni di vita negli alloggi C.A.S.E. e nei M.A.P.

3.3. I costi economici aggiuntivi legati alla locazione negli alloggi temporanei

3.4. La carenza di servizi di welfare e le prospettive d’intervento

 

4. Rischi sociali connessi alle prospettive di riassetto urbanistico di L’Aquila

4.1. I costi sociali del progetto C.A.S.E.

4.2. Rischi di “gentrification” del centro città e di creazione di “rural slum” nel territorio aquilano

 

5. Processi politici e partecipazione

Note metodologiche

Appendice

Bibliografia

 

INTRODUZIONE

La ricerca di cui si prestano i risultati ha riguardato le condizioni di vita delle famiglie de L’Aquila colpite dal terremoto del 6 aprile del 2009, che attualmente vivono negli alloggi del progetto C.A.S.E. – acronimo di “Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili” – e in quelli dei nuclei M.A.P. – Moduli Abitativi Provvisori – soprattutto nel territorio del comune de L’Aquila: i due principali tipi di insediamento della popolazione sfollata per effetto del terremoto. Lo studio ha seguito l’approccio dell’inchiesta e si è focalizzato sui problemi legati al processo di sradicamento dai luoghi storici di domicilio a seguito del terremoto e delle modalità – soprattutto delle criticità – di insediamento nei nuovi contesti di ricollocazione. Esso si è sviluppato attraverso un lavoro di campo intrecciato con l’analisi dei caratteri del contesto sociale locale e delle dinamiche di trasformazioni socio-spaziali emergenti dopo il terremoto.

Nel primo capitolo del rapporto è ricostruita la condizione degli sfollati a oltre due anni dal terremoto sulla base delle informazioni disponibili. Gli ultimi dati diffusi dalla Struttura per la Gestione dell’Emergenza (SGE) il 13 settembre mostrano che attualmente sulle 35.800 persone assistite circa 13.300 si trovano negli alloggi del progetto CASE, tutti concentrati nel comune de L’Aquila, essendo tale soluzione – com’è noto – sperimentata solo per i residenti della città; un terzo circa della popolazione assistita percepisce il “contributo di autonoma sistemazione”: 10mila persone nel comune de L’Aquila e altre 2.100 nei comuni del cratere sismico; la restante parte è alloggiata nei nuclei MAP (circa 2.800 persone a L’Aquila e 4.200 nei comuni del cratere), oppure beneficia di altre misure meno rilevanti in termini numerici, quali gli affitti concordati e le strutture alberghiere e di permanenza temporanea. Insomma una parte della popolazione colpita è alloggiata in sistemazioni – discutibili, come vedremo – di medio lungo periodo, un’altra è ancora collocata in sistemazioni di emergenza.

L’inchiesta di campo ha cercato di far emergere le condizioni di vita quotidiana e soprattutto le specifiche situazioni di disagio incontrate dalla popolazione anziana negli insediamenti CASE e nei MAP che vanno anche oltre al rilevante disagio psicologico e al rischio elevato di desocializzazione forzata, soprattutto gli anziani soli e le famiglie (in genere coppie) di soli anziani. Come illustrato nel rapporto, le condizioni di vita sono fortemente differenziate tra i CASE e i MAP e all’interno dei due sistemi di alloggi provvisori in ragione soprattutto della loro localizzazione territoriale e della loro composizione sociale. Uno dei problemi principali degli insediamenti CASE riguarda l’assenza di servizi di prossimità che abbiamo ricondotto ai seguenti tipi: (a) assenza di servizi di prima necessità; (b) insufficienza e inadeguatezza del trasporto pubblico; (c) assenza di strutture di distribuzione di beni di consumo; (d) assenza dei luoghi di svago; (e) carenza di luoghi di incontro informali di comunità; (f) assenza di spazi associativi e di partecipazione. Si tratta di una carenza più o meno grave secondo il grado d’integrazione dell’insediamento nel tessuto urbano preesistente il terremoto, quindi, per i MAP che sono tutti collocati in posizioni migliori tale problema si attenua un po’, mentre per gli insediamenti CASE, man mano che ci si allontana dai quartieri centrali, la situazione diventa molto problematica. Ciò ha comporta anche un aggravio di costi economici che pesano di più sulla componente a più basso reddito della popolazione sfollata, non soltanto anziana.

Per quanto riguarda gli anziani, con riferimenti al progetto CASE e ai nuclei MAP a L’Aquila, le persone con oltre 65 anni, pari a circa 3 mila soggetti, incidono per il 18% sul totale degli sfollati, con una distribuzione disomogenea tra i diversi insediamenti. Di queste persone con oltre 65 anni, circa il 40% vive da sola (Comune de L’Aquila, 2010). L’attenzione sulle persone più anziane è motivata dal fatto che si tratta di una quota di popolazione che in queste situazioni risulta più esposta a rischi di disagio psicologico e a quello di marginalizzazione sociale, come abbiamo osservato nell’indagine di campo e come è stato anche mostrato da altre ricerche precedentemente realizzate sulla popolazione sfollata. La perdita della casa e poi la ricollocazione, più o meno temporanea, rappresentano per gli anziani – soprattutto la quota che vive da sola e con intensità maggiore per i grandi anziani – motivo di più forte disagio psicologico e relazionale e di più rilevanti problematiche nella gestione della vita quotidiana.

Questi aspetti della ricerca e questi risultati vengono affrontati nei diversi capitoli del rapporto a cominciare dal primo che fornisce una analisi dei danni del terremoto alle persone e alle case analizzando in dettaglio la documentazione istituzionale sullo stato attuale della sistemazione, con riferimento alle diverse fasi, mostrando quindi i cambiamenti nella condizione della popolazione sfollata che convenzionalmente –seguendo la dizione burocratica – è definita assistita. Il quadro dei danni è presentato in dettaglio con riferimento al livello di gravità della situazione delle abitazioni colpite anche perché le prospettive di ritorno – e la tempistica – nell’originario alloggio, o di quello ricostruito – e quindi di uscire dalla situazione alloggiativa attuale – sono anche in rapporto a questa variabile. In questo capitolo sono illustrati e discussi anche i criteri seguiti nella assegnazione degli alloggi nel sistema CASE e nei MAP Al riguardo va notato come il meccanismo di assegnazione degli alloggi basato sul dispositivo della graduatoria non ha considerato tra i suoi criteri nessun parametro che potesse tener conto della struttura relazionale del tessuto sociale aquilano, con la conseguenza che la distribuzione delle persone tra i CASE e i MAP ha penalizzato gli abitanti del centro città che sono stati ricollocati in maniera frammentata e dispersa sul territorio con effetti di atomizzazione sociale. Ciò ha fortemente penalizzato questi cittadini e in particolare le persone anziane sole che vivevano in autonomia nel centro città e avevano una rete sociale fortemente radicata nello spazio sociale di residenza abituale, nei rapporti di prossimità e di vicinato, nella dinamica vita sociale del centro storico. Per tutte queste persone la ricollocazione nei CASE e nei MAP periferici ha prodotto effetti disabilitanti per la vita quotidiana e una desocializzazione accelerata. L’utilizzo del dispositivo della graduatoria, non integrato da considerazioni legate alla antecedente struttura di legame sociale, incluso quello familiare, ha inoltre prodotto dei meccanismi selettivi che nel distribuire gli aggregati familiari tra i diversi siti disponibili secondo le priorità della graduatoria ha creato insediamenti omogenei solo secondo questi criteri e quindi ad esempio con effetti di segregazione di alcune tipologie. È il caso tra gli altri delle famiglie di anziani soli che, per la loro posizione relativa rispetto ai criteri adottati per la definizione della graduatoria sono stati allocati in specifiche aree, quelle consegnate per ultime e tra l’altro più distanti dal centro. Su queste tematiche si ritorna nel capitolo quarto.

Nel capitolo secondo invece si analizzano le trasformazioni socio-demografiche del contesto avvenute nel periodo successivo al terremoto, anche in considerazione del fatto che in generale eventi catastrofici come un sisma tendono a causare significativi esodi di popolazione. Questo non sembra essere il caso dell’Aquila dove allo stato attuale delle cose gli spostamenti sembrano essere avvenuti all’interno del territorio cittadino o nelle aree circostanti. Ma ci sono molti motivi amministrativi che portano a guardare con una certa cautela i dati relativi ai cambiamenti di residenza. Lo stesso riguarda in generale i dati demografici sia per quel che riguarda il movimento naturale che il movimento sociale della popolazione.

Occorre operare una distinzione tra gli insediamenti CASE e i MAP; questi ultimi consistono in sistemazioni meramente provvisorie, seppure spesso di buona qualità, mentre i primi hanno una migliore qualità edilizia, un ciclo di vita sensibilmente più lungo e un carattere palesemente non provvisorio. I maggiori deficit di vivibilità si osservano quindi nelle aree CASE che si presentano come dei semplici aggregati di alloggi in cui si esprime una visione riduttiva dell’abitare limitata alla sola dimensione fisica e esclusivamente individualistica senza alcun riguardo per le altre implicazioni relazionali, lavorative e di servizio.

Da questo punto di vista è opportuno richiamare una distinzione di base che si opera nella sociologia dell’abitare, vale a dire la distinzione tra “l’abitazione nella vita sociale” e la “vita sociale nell’abitazione” (Gasparini, 1976, p. 25). Tale distinzione ci permette di passare dal rapporto con il contesto socio-spaziale più ampio (condominio, quartiere e città) all’organizzazione della vita familiare nell’ambito domestico. Come già detto le principali difficoltà sono vissute in relazione allo scardinamento del rapporto tra abitazione e tessuto urbano. Tuttavia anche la seconda dimensione si presenta problematica, in particolare per gli anziani che devono affrontare la perdita della casa anche in termini di sottrazione di routine quotidiane e di riferimenti identitari che sono gli oggetti, i mobili, tutti quei supporti della memoria e dell’identità familiare che sono andati perduti insieme alla casa e rimpiazzati dall’arredamento standardizzato degli alloggi assegnati.

Le condizioni osservate negli insediamenti CASE e nei MAP, nella loro variabilità documentata nel rapporto, presentano degli elementi critici per la ricostruzione della vita sociale della città de L’Aquila. Di questo ci si è occupati in dettaglio soprattutto nel capitolo terzo. Qui si sono ripresi anche alcuni concetti introdotti negli studi precedentemente citati, tra cui quello di “resilienza” che si riferisce a un processo attivo di autoriparazione o autorigenerazione e di sviluppo attuato come risposta a una situazione di crisi; si tratta della capacità di fronteggiare i traumi e le perturbazioni connesse alle conseguenze di un evento catastrofico e di mettere in atto un comportamento adattivo adeguato a produrre i necessari cambiamenti per preservare innanzi tutto la propria identità e, successivamente, per riprendere un percorso di sviluppo soddisfacente (Mela, 2010). La resilienza di una comunità non è una caratteristica specifica e costante, ma soprattutto in situazioni di catastrofi come il terremoto che ha colpito L’Aquila, dipende molto dalle modalità d’intervento e dalle condizioni in cui le persone si ritrovano nella fase di gestione della prima emergenza e poi della ricostruzione (Vale, Campanella, 2005). Questa fase è cruciale in tutte le teorie sul disaster management. Si sono confrontati all’Aquila due differenti modelli di intervento. C’è infatti un’ampia letteratura in tema di disastri che segnala come la possibilità data alla popolazione di essere attiva nella ricostruzione e di risollevarsi anzitutto con le proprie forze (empowered), sia cruciale nel generare processi virtuosi sia sul piano operativo che su quello della riparazione del danno psicologico (OMS, 2007). In una prospettiva analoga, si tratta di consentire ad una popolazione che ha sofferto il disastro di riappropriarsi della capacità di aspirare, con ciò ristabilendo al medesimo tempo il circuito democratico (Appadurai, 2011). A questo si contrappone un modello di intervento che tende a massimizzare l’efficacia per mezzo di un accentramento e una verticalizzazione delle linee di comando e controllo, in una logica di tipo militare, che non tiene in alcun conto anzi tende a ridurre gli elementi di complessità e i meccanismi della partecipazione. Questo modello è quello che la Protezione civile aveva predisposto da alcuni anni e che ha applicato qui per la prima volta ad un evento calamitoso1, le idee guida sono quelle contenute nel cosiddetto Metodo Augustus2 e che ha portato secondo molti osservatori a una autentica militarizzazione del territorio colpito dal terremoto e a una parziale sospensione dei diritti democratici (De Marco, 2009; Crespellani, 2009; Allegretti, 2009; Frisch, 2009).

Le indicazioni raccolte dal lavoro di campo, lette nella prospettiva analitica della resilienza comunitaria offrono come si vedrà indicazioni a supporto di una tesi che vede negli insediamenti CASE, con intensità superiore in quelli territorialmente più lontani dalla struttura urbana preesistente, le condizioni per una riduzione della resilienza, con particolare riferimento ai soggetti socialmente più deboli e tra questi gli anziani soli o le coppie di anziani.

La ricostruzione della città de L’Aquila è per ora ancora abbozzata sia per quanto riguarda il recupero dell’edificato e delle infrastrutture, sia per quanto riguarda la vita sociale e politica. Il recupero del centro storico procede con una forte inerzia e deve far i conti con l’aggravamento dei danni alle strutture prima colpite dal terremoto e poi lasciate esposte alle intemperie stagionali per oltre due anni. L’assenza di una visione strategica, ma soprattutto di un efficiente sistema di governance, tale da garantire un coordinamento operativo dei diversi attori istituzionali coinvolti, delle strutture emergenziali e degli operatori privati – professionali e imprenditoriali – hanno finora generato conflitti interistituzionali e inerzie burocratico-amministrative. D’altra parte, è opportuno sottolineare che, oltre ai problemi esistenziali, la tempistica così dilatata e la limitazione delle risorse finanziarie per la ricostruzione sono tra le conseguenze inevitabili del progetto CASE, a sua volta frutto della pesante ipoteca che la gestione emergenziale, in capo alla Protezione Civile, ha lasciato sui tempi e le risorse per la ricostruzione.

La ricostruzione sconta anche l’assenza di una strategia di sviluppo. Gli scenari costruiti, per esempio dal CLES (2010) di Paolo Leon, oppure le indicazioni date a caldo dalla missione dell’OCSE (2009) subito dopo il terremoto, esprimevano – con orientamenti e indicazioni diverse – la necessità di elaborare una strategia economica di sviluppo di medio periodo entro la quale inquadrare le scelte di ricostruzione post-terremoto. Tali indicazioni sono rimaste per ora lettera morta. Nonostante i principali indicatori economici e del mercato del lavoro facciano registrare nell’immediato alcuni segnali positivi di ripresa del sistema economico aquilano, le analisi più dettagliate evidenziano che si tratta di effetti prevedibili di una dinamica economica gonfiata dalla spesa per l’emergenza, non indirizzata ad affrontare i problemi strutturali dell’economia locale già esistenti prima del terremoto e incapace di avviare fenomeni di qualificazione e specializzazione produttiva che potrebbero essere alla base di processi autopropulsivi di crescita economica. Di tale strategia vi è al contrario assoluto bisogno perché possano articolarsi scelte – quali ad esempio i piani di sviluppo elaborati in autonomia dalle aree omogenee – atte a favorire strategie differenziate e localmente fondate, che possono utilmente articolare una prospettiva strategica unitaria.

La struttura urbanistica della città risulta oggi radicalmente modificata e non soltanto come effetto del terremoto, ma soprattutto in relazione agli interventi previsti dal progetto CASE e dal ritardo con cui si sta procedendo al recupero del centro città: L’Aquila si presenta senza il suo tradizionale centro storico che funzionava da centro gravitazione per il territorio costante, e la popolazione e le funzioni sono dislocate in una vasta area periurbana. La vita sociale urbana risulta quasi azzerata, ma si leggono i segni di profonde trasformazioni urbanistiche, specie quelle legate all’impatto territoriale degli insediamenti del progetto CASE In primo luogo, sono evidenti i rischi di un processo di sprawl urbano che assecondano un processo di diffusione residenziale già in corso prima del terremoto, ma oggi diretto soprattutto lungo le linee tracciate proprio dall’infrastrutturazione di supporto agli insediamenti del progetto CASE In secondo luogo, è opportuno sottolineare i rischi che corre la città e che vanno da un permanente abbandono o semi-spopolamento del centro storico a un possibile processo di gentrification e di parallela emersione di aree di degrado sociale proprio negli insediamenti CASE più periferici, dove potrebbero rimanere intrappolati i soggetti socialmente più fragili. Nel frattempo il “territorio provvisorio” della città de L’Aquila risulta segnato prevalentemente da aree in attesa di recupero, da un traffico di autoveicoli urbano molto elevato e da un periurbano costellato da insediamenti CASE, dove la qualità della vita è notevolmente peggiorata.

In questa prospettiva si rileva una forte incertezza tra i cittadini che, a prescindere dalle specifiche condizioni soggettive, è alimentata dalla indeterminatezza che segna la strategia e i programmi di ricostruzione. La ricostruzione è percepita come un processo ancora fortemente indefinito e di difficile interpretazione. L’indagine di campo evidenzia che le persone assistite hanno avuto e continuano ad avere rapporti problematici sia con l’attore pubblico – istituzioni e agenzie coinvolte nei diversi aspetti di governo del post-terremoto – sia con i soggetti pubblico-privati, soprattutto quelli che gestiscono i servizi pubblici. Queste difficoltà assumono un peso maggiore nel caso dei soggetti tradizionalmente deboli e si presentano con caratteristiche specifiche in relazione alle capacità e ai bisogni di tali soggetti, come gli anziani. I rapporti con le istituzioni pubbliche sono difficoltosi e l’interlocuzione con i poteri locali è ostacolata da una difficoltà della rappresentanza politica di farsi carico delle esigenze della popolazione disagiata e gli spazi di partecipazione sono molto limitati dalla ridotta disponibilità delle istituzioni ad allargare i processi politici a nuove forme ispirate a nuove pratiche di democrazia partecipativa.

In conclusione per comprendere la complessità delle problematiche legate alla ricostruzione de L’Aquila è utile riprende la distinzione introdotta da Salzano (2008) tra Urbs, Civitas e Polis per sottolineare la necessità di approcciare la ricostruzione della città tenendo conto dell’intreccio e l’interdipendenza tra la struttura fisica e funzionale della città (Urbs), la società che la abita e la vive (Civitas) e le istituzioni e le comunità politiche che in essa agiscono (Polis). Fin dalla gestione dell’emergenza, considerando anche il ruolo dominante che ha avuto il progetto CASE sul piano finanziario e della rappresentazione mediatica, la ricostruzione è stata soprattutto pensata nella sua dimensione fisica. Tra l’altro anche in maniera piuttosto riduttiva e semplicistica, intendendola come progetto edilizio e sottovalutando le questioni urbanistiche legate al recupero del centro città e all’intervento sul più vasto territorio colpito dal terremoto. Di contro scarsissima attenzione è stata dedicata a tutti gli aspetti della vita sociale e relazionale che colmano la distanza tra l’abitare e il vivere. Ad oggi, tuttavia, guardando all’avanzamento dei lavori di recupero del centro storico de L’Aquila, si può sostenere che anche la ricostruzione dell’Urbs soffre di gravi inerzie e stenta a trovare una prospettiva realistica di tempi e modalità operative di recupero. La dinamica sociale urbana, la Civitas, che aveva il suo fulcro nel centro storico de L’Aquila risulta d’altra parte, completamente ridimensionata e snaturata. Lo sradicamento delle popolazioni urbane che insistevano sul centro città ha prodotto una lacerazione nel tessuto dei reticoli sociali e una dispersione territoriale con un forte ridimensionamento delle attività sociali, culturali ed economiche. La stessa Polis infine è rimasta gravemente colpita dall’intervento post-terremoto, soprattutto nella marginalizzazione delle istituzioni politiche locali durante la fase di gestione emergenziale controllata dall’alto dal Dipartimento della Protezione Civile e nella insufficiente capacità delle forze politiche di rappresentare adeguatamente gli interessi della popolazione colpita dal sisma. Anzi, lo stesso modello di intervento della Protezione civile ha costituito un vulnus radicale per la comunità aquilana, che “ha intaccato alla radice il principio di sussidiarietà” (De Marco, 2009, p. 137) ed ha ristretto in modo assai significativo l’ambito di esercizio della democrazia, tanto in forma rappresentativa che diretta. Nell’attuale fase di ricostruzione le istituzioni locali scontano anche loro un’inerzia nel trovare un efficace sistema di governance capace di integrare l’intervento straordinario per la ricostruzione con la pratica ordinaria di governo democratico del territorio. Emerge con forza, infatti, la necessità di riaffermare la centralità dei principi democratici nell’orientamento dell’azione pubblica, valorizzando le istanze di partecipazione venute dal basso, tra i movimenti e i comitati autorganizzati, nell’affanno delle tradizionali forme di rappresentanza politica.

 

 

1. LA POPOLAZIONE SFOLLATA

 

1.1. Il terremoto: le vittime, gli sfollati e i danni agli edifici

Il bilancio del terremoto che il 6 aprile 2009 colpisce la città de L’Aquila e altri 56 comuni abruzzesi è pesante e drammatico sia in termini di vittime che di danni agli edifici. Perdono la vita a seguito dell’evento sismico 308 persone. I feriti stimati si aggirano intorno alle 1.600 persone. La città de L’Aquila e gravemente danneggiato e il centro storico largamente crollato con una drammatica emergenza: le prime stime sugli sfollati del terremoto contano circa 65mila senzatetto. Si tratta della più grave emergenza dopo il terremoto del 1980 in Irpinia, sia in termini di vittime e ferite, sia in termini di sfollati (Tab. 1).

I soccorsi perentori attivati dalla Protezione civile portano ad allestire circa 140 campi di tendopoli dove troveranno prima sistemazione circa 20mila sfollati, mentre una quota simile verrà destinata in strutture alberghiere e altre strutture di permanenza temporanea. La restante parte degli sfollati, circa un terzo, troverà un’autonoma sistemazione. Già durante i primi mesi dell’estate del 2009 viene programmata la ricollocazione della popolazione sfollata in sistemazioni provvisorie, dismettendo le tendopoli e riducendo l’utilizzo delle strutture alberghiere e le altre strutture di sistemazione temporanea. Oltre alle sistemazioni nei moduli abitativi provvisori (MAP) – prefabbricati leggeri in legno – per i residenti del comune de L’Aquila viene prospettata la possibilità per gli sfollati di passare “dalle tende alle case” con il progetto CASE – acronimo di Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili – con una capacità programmata di circa 15 mila persone. Nel frattempo si avvicina l’inverno e l’attenzione pubblica viene assorbita dalle campagne mediatiche governative che catalizzano l’attenzione sulla costruzione delle new town e sul grande evento del G8 spostato proprio a L’Aquila. La ricostruzione della città non parte, nemmeno nei suoi aspetti programmatici, e il centro storico de L’Aquila viene recintato e definito come “zona rossa” non accessibile, sottoposto a controllo militare con limitazioni fortissime all’ingresso.

I sopralluoghi effettuati dopo il sisma per la stima del danno mostrano che su un patrimonio immobiliare di circa 63.500 edifici sottoposti a verifica circa due terzi avevano subito dei danni e poi che un un terzo del totale – circa 20mila edifici, perlopiù case private – risultavano inagibili (classificati E o F) (Tab. 2). D’altra parte, però, i dati evidenziano che i danni non sono distribuiti equamente nel cratere sismico, ma che anzi la maggior parte dei danni gravi sono concentrati nel centro storico de L’Aquila: i dati dei sopralluoghi registrano che tre quarti degli edifici del centro storico sono inagibili (edifici classificati E e F), mentre nel resto del cratere trale quota non arriva al 20% del totale degli edifici controllati (Tab. 3). In termini economici, le prime stime sul danno patrimoniale parlano di 10 miliardi di euro. Le stime successive, calcolando danni diretti e indiretti, vanno ben oltre tale cifra (CLES, 2010) ed, inoltre, evidenziano le specificità dei danneggiamenti al patrimonio storico ed artistico della città che andrebbero valutati separatamente.

Tabella 1 – Tabella comparativa di quattro rilevanti eventi sismici in Italia

Eventi sismici

Commissario per l’emergenza

Intensità Scala Richter

Morti

Feriti

Senzatetto (dopo una settimana)

Spese procapite per senzatetto nel primo anno dal sisma (in euro)

Campania e Basilicata

23-11-1980

Zamberletti

6,9

2.914

8.800

280.000

7.889 *

Umbria e Marche

26-9-1997

Barbieri

5,6

11

136

25.000

4.810 *

Molise

31-10-2002

Bertolaso

5,4

29

50

2.995

27.027 *

Abruzzo

6-4-2009

Bertolaso

5,8

308

1.600

65.704

23.718

* Cifre rapportate al valore lire/euro secondo i coefficienti Istat 2009

Fonte: Osservatorio permanente sul doposisma della Fondazione MidA, (Ventura, 2010).

Tabella 2 – Classificazione degli edifici a seguito del censimento per la valutazione dei danni del terremoto a L’Aquila e nei comuni del cratere sismico

 

 

Edifici per tipologia d’uso

Classificazione

Totale

Privati

Pubblici

Ospedali

Caserme

Scuole

Attività produttive

 

Valori assoluti (N)

A

33.393

31.235

672

23

122

334

1.007

B

8.371

7.630

193

18

40

188

302

C

1.752

1.609

48

6

5

16

68

D

530

477

16

1

0

17

19

E

16.163

15.498

265

6

10

114

271

F

3.175

3.040

43

0

0

13

79

TOTALE

63.505

59.609

1.237

54

177

682

1.746

 

Valori percentuali (%)

A

52,4

52,4

54,3

42,6

68,9

49,0

57,7

B

13,2

12,8

15,6

33,3

22,6

27,6

17,3

C

2,8

2,7

3,9

11,1

2,8

2,3

3,9

D

0,9

0,8

1,3

1,9

2,5

1,1

E

25,6

26,0

21,4

11,1

5,6

16,7

15,5

F

5,0

5,1

3,5

1,9

4,5

TOTALE

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

Fonte: DICOMAC, Rapporto attività di sopralluogo effettuate al 25/07/2009, Dipartimento della Protezione Civile, Funzione 1 – Tecnica di valutazione e censimento danni, L’Aquila, 26 luglio 2009; nostra elaborazione.

Tabella 3 – Classificazione degli edifici a seguito del censimento per la valutazione dei danni del terremoto nel Centro Storico del Comune de L’Aquila e nella restante parte del cratere sismico

 

Valori assoluti (N)

 

Valori percentuali (%)

Classificazione

Totale

Centro Storico L’Aquila

(Zona rossa)

Cratere sismico escluso centro storico L’Aquila

 

Totale

Centro Storico L’Aquila

(Zona rossa)

Cratere sismico escluso centro storico L’Aquila

A

33.393

298

33.095

 

52,6

11,9

54,2

B

8.371

275

8.096

 

13,2

11,0

13,3

C

1.752

54

1.698

 

2,8

2,2

2,8

D

530

13

517

 

0,8

0,5

0,8

E

16.163

1.567

14.596

 

25,5

62,8

23,9

F

3.175

288

2.887

 

5,0

11,5

4,7

TOTALE

63.505

2.495

61.010

 

100,0

100,0

100,0

Fonte: DICOMAC, Rapporto attività di sopralluogo effettuate al 25/07/2009, Dipartimento della Protezione Civile, Funzione 1 – Tecnica di valutazione e censimento danni, 26 luglio 2009; nostra elaborazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Legenda

 

 

 

 

 

 

 

A = edificio AGIBILE

B = edificio TEMPORANEAMENTE INAGIBILE (tutto o in parte) ma agibile con provvedimenti di pronto intervento

C = edificio PARZIALMENTE INAGIBILE

D = edificio TEMPORANEAMENTE INAGIBILE da rivedere con approfondimento

E = edificio INAGIBILE

F = edificio INAGIBILE per rischio esterno

 

1.2. La situazione dell’assistenza alle persone sfollate

Le persone rimaste senza casa censite a L’Aquila e nei comuni del cratere sismico nei giorni immediatamente successivi al terremoto sono state circa 67.500; di queste – a più di due anni dal sisma – poco più della metà sono in carico alle strutture che si occupano dell’assistenza agli sfollati. La base informativa sulla situazione della popolazione sfollata assistita è costituita dall’attività di monitoraggio, coordinata dalla Struttura per la Gestione dell’Emergenza (SGE) – che fa capo al Commissario delegato per la Ricostruzione – la quale diffonde settimanalmente un comunicato ufficiale. In base ai dati pubblicati il 28 giugno 2011, risultano assistite 36.468 persone, di cui il 79% nel comune di L’Aquila e il 19% negli altri comuni del cratere, mentre il restante 3% (circa mille persone) sono collocate ancora in strutture ricettive o nelle strutture di permanenza temporanea3. Rispetto all’anno precedente alla stessa data, si osserva una riduzione del numero delle persone assistite del 32,7% (pari a 17.719). Non sono disponibili informazioni sui caratteri dei flussi di uscita dalla condizione di assistito, tuttavia, in linea generale si può ipotizzare che le fuoriuscite dall’assistenza siano da ricondurre in qualche modo alla progressiva soluzione del bisogno abitativo emergenziale delle persone con danni alle abitazioni meno gravi o con altre possibilità di far fronte al bisogno abitativo4.

L’assistenza alla popolazione sfollata prevedeva un ventaglio di misure (Tabella 4). L’ampiezza di tale ventaglio si è ampliata nel tempo, in relazione alla disponibilità delle soluzioni alloggiative aggiuntive, e il peso specifico delle diverse misure si è anch’esso modificato nel tempo sia in misura della capacità delle famiglia di uscire dalla condizione di bisogno, sia per il trasferimento da soluzioni emergenziali verso soluzioni più o meno transitorie pensate per fronteggiare il bisogno abitativo durante il periodo più lungo della ricostruzione. Guardando in dettaglio i dati disponibili sulle singole misure si osserva che nel caso del “Contributo di autonoma sistemazione”5 i beneficiari attualmente sono 12.943 (10.756 nel comune di L’Aquila e 2.178 nei comuni del cratere) con una drastica riduzione rispetto a quanto registrato alla stessa data l’anno prima, quando usufruivano del contributo 28.526 persone (-54,6%, pari ad una riduzione di 15.583 persone assistite in meno).

Più complesso è il quadro rispetto alle diverse situazioni alloggiative che si diversificano significativamente territorialmente tra il comune di L’Aquila e quelli del cratere. Nel comune di L’Aquila 13.508 persone risultano oggi collocate negli insediamenti del progetto CASE (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) – che ricordiamo si tratta di 185 edifici (4.449 alloggi) realizzati su 19 aree del Comune di L’Aquila (cfr. Appendice) – mentre 2.843 persone si trovano nei campi di M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori); ci sono poi 822 persone nelle abitazioni del Fondo Immobiliare AQ6 e infine 750 persone si trovano in abitazioni il cui affitto – a carico dello Stato – è stato concordato con il Dipartimento Protezione Civile (DPC). Guardando alla situazione un anno prima, si registra una riduzione del numero di persone alloggiate nei CASE (una riduzione del 6,6%, pari a 951 persone in meno) – indicativo sia della disponibilità immediata di posti, sia di un flusso in uscita piuttosto consistente – e si dimezza quello delle persone con affitto concordato con DPC; al contrario cresce il numero delle persone alloggiate nei MAP (+23,7%, 544 persone in più) e nelle case del Fondo Immobiliare AQ (+26,1%, pari a 170 persone), due soluzioni rese disponibili in un tempo successivo rispetto agli alloggi CASE e quindi anche occupate dopo.

Nei comuni del cratere, invece, la popolazione alloggiata si trova sostanzialmente nei MAP: 4.231 persone assistite, in crescita del 64,8% rispetto all’anno prima, quando le persone alloggiate erano 2.567. La crescita è legata alla progressivo completamento dei lavori di costruzione di alloggi resi disponibili per ricollocare gli sfollati. Si contano poi 315 persone in alloggi con affitto concordato con il DPC e 52 persone in strutture comunali provvisorie.

Ad oltre due anni dal terremoto – giugno 2011, ma la situazione attuale resta sostanzialmente simile – infine, resta ancora una quota di persone alloggiate negli alberghi sulla costa o in località montane (778 persone), e nelle caserme (226 persone). Si tratta di situazioni che, seppur ridotte numericamente, esprimono in certi casi un livello di disagio estremamente alto e prolungato nel tempo per la precarietà della condizione e lo sradicamento radicale dal contesto residenziale. Oltre a ciò non va trascurata l’incidenza economica di tale misura.

Tabella 4 – Popolazione assistita del comune di L’Aquila e in quelli del cratere

Tipo di assistenza

Numero persone

 

Variazione 2010-2011

28 giugno 2010(a)

28 giugno 2011

 

N

%

 

Totale

Contributo di autonoma sistemazione

28.526

12.943

 

-15.583

-54,6

Progetto C.A.S.E.

14.459

13.508

 

-951

-6,6

M.A.P.

4.866

7.074

 

2.208

45,4

Altre strutture comunali (area del cratere)

89

52

 

-37

-41,6

Affitti fondo immobiliare

652

822

 

170

26,1

Affitti concordati con DPC

1.621

1.065

 

-556

-34,3

Strutture ricettive

3.378

778

 

-2.600

-77,0

Strutture di permanenza temporanea

596

226

 

-370

-62,1

TOTALE

54.187

36.468

 

-17.719

-32,7

 

L’Aquila

Contributo di autonoma sistemazione

25.534

10.756

 

-14.778

-57,9

Progetto C.A.S.E.

14.459

13.508

 

-951

-6,6

M.A.P.

2.299

2.843

 

544

23,7

Affitti fondo immobiliare

652

822

 

170

26,1

Affitti concordati con DPC

1.407

750

 

-657

-46,7

TOTALE

44.351

28.679

 

-15.672

-35,3

 

Comuni del cratere(a)

Contributo di autonoma sistemazione

2.992

2.187

 

-805

-26,9

M.A.P.

2.567

4.231

 

1.664

64,8

Altre strutture comunali (area del cratere)

89

52

 

-37

-41,6

Affitti concordati con DPC

214

315

 

101

47,2

TOTALE

5.862

6.785

 

923

15,7

 

Altro

Strutture ricettive

3.378

778

 

-2.600

-77,0

Strutture di permanenza temporanea

596

226

 

-370

-62,1

TOTALE

3.974

1.004

 

-2.970

-74,7

Fonte: Il Commissario delegato per la Ricostruzione – Presidente della Regione Abruzzo, Struttura per la Gestione dell’Emergenza (S.G.E.), Report sulla situazione della popolazione post-sisma; nostra elaborazione.

(a) I dati 2010 comprendono L’Aquila e solo 40 degli altri 56 comuni dell’area del cratere.

 


1.3. Le condizioni di vita delle persone ricollocate negli alloggi del progetto C.A.S.E. e nei M.A.P.: le ricerche

Non sono state realizzate, finora, molte ricerche sulle condizioni di vita della popolazione sfollata da L’Aquila e nei comuni del cratere sismico. Le principali informazioni disponibili, oltre a quelle di fonte amministrativa raccolte a fini di gestione dell’emergenza e della ricostruzione (accessibili ai fini di studi e ricerche solo in minima parte e in forma aggregata), sono state prodotte da due ricerche: la prima promossa dal Comune dell’Aquila (2010), Settore Politiche Sociali, Diritto allo studio e Politiche Giovanili, pubblicata a giugno 2010; la seconda è stata la survey condotta dal consorzio MICRODIS (2010) attraverso il centro di ricerca Cespro dell’Università degli Studi di Firenze, con la partecipazione dell’Università dell’Aquila, dell’Università Politecnica delle Marche e dell’Istituto Superiore di Sanità.

L’indagine del Comune de L’Aquila (2010) ha sviluppato un’analisi sella situazione della popolazione post-sisma nei 19 insediamenti del progetto CASE e nei nuclei MAP del Comune dell’Aquila, soffermandosi in primo luogo sui dati demografici relativi alla popolazione ricollocata nei nuovi insediamenti e sulla loro condizione di vita, attraverso interviste qualitative7.

Lo studio rileva la presenza di 5.221 nuclei familiari a fronte, però, di intensi flussi di uscita e rimpiazzo dagli alloggi CASE e MAP. La popolazione anziana – identificata con l’insieme delle persone con oltre 65 anni – viene quantificata in 2.939 persone su un totale di 16.444 persone sistemate al momento della rilevazione in CASE o MAP (circa il 18%8), con una distribuzione tra i diversi siti molto diversificata in quanto in alcuni siti si va oltre un terzo della popolazione ricollocata (ad esempio Roio Poggio, Preturo, Camarda) ed in altri si scende drasticamente a livelli intorno ad un sesto. Nel caso degli insediamenti del progetto CASE si tratta di un effetto emergente del modo di funzionare del dispositivo dei criteri di formazione della graduatoria (Tabella 5), per gli insediamenti MAP lo studio evidenzia che si tratta di un riflesso della precedente struttura demografica locale. La tabella illustra in dettaglio i criteri alla base della graduatoria per la ricollocazione dopo la fase definita dell’emergenza delle famiglie nel sistema CASE e nei MAP in astratto e in generale c’è poco da obiettare ai criteri scelti nella misura in cui si è scelto di operare sulla base di indicatori formali a carattere socio-economico e demografico (comunque sostanzialmente burocratici). La critica più accorta e competente – si veda ad esempio quanto scrive Betti Leone – mette in evidenza la discriminazione implicita operata nei confronti degli anziani. Ma questo rimanda al nocciolo della questione del reinsediamento, vale a dire il suo carattere gerarchico e autoritario in assenza di partecipazione. L’esigenza imprescindibile di garantire un minimo di relazioni sociali e di qualità di vita per soggetti particolari quali gli anziani non può essere tradotta in indicatori paragonabili a numero dei figli nella scuola dell’obbligo o alla proprietà o meno di un’abitazione in comune. Un’altra questione collegata che qui va citata per inciso è stata la scarsa informazione denunciata da molti nostri intervistati sui criteri di attribuzione che a sua volta a finito per generare convinzioni diffuse – e molto probabilmente esagerate – relativi ai criteri di assegnazione degli alloggi tanto all’inizio che nelle fasi di nuova sistemazione negli alloggi risultati nel tempo vuoti.

Anche la composizione per età della stessa popolazione anziana non è omogenea nei diversi insediamenti. In alcuni siti prevale la componente dei cosiddetti grandi anziani, ad esempio nei casi di Coppito2, Roio Colle, Cese di Preturo, dove si registra l’età media più alta: rispettivamente 80,9 anni, 79,7 anni e 79,2 anni. Nei siti, invece, dove si registra la popolazione anziana con età media più bassa si ritrovano Sassa-Poggio Santa Maria (68,4 anni), Colle di Sassa (73,5 anni), Cansatessa (73,6 anni). Altra dimensione socialmente rilevante è quella relativa alle persone anziane sole (famiglie monocomponente) che esprimono bisogni diversi e più articolati rispetto agli anziani in coppia o in famiglie allargate. Negli insediamenti CASE e MAP si contano 1.180 famiglie monocomponente di persone con più di 65 anni. Questa componente è pari al 40% delle persone con più di 65 anni ricollocate dopo il terremoto.

L’indagine qualitativa sulle condizioni di vita delle persone ricollocate evidenziano maggiori difficoltà socio-ambientali negli insediamenti del progetto CASE In primo luogo viene evidenziata l’assenza di attività commerciali e di servizio e l’insufficienza del trasporto pubblico urbano. Inoltre gli abitanti degli alloggi CASE hanno evidenziato una percezione di maggiore frammentazione identitaria rispetto a quelli residenti nei MAP dove la vicinanza alle frazioni sembra aver attutito il senso di isolamento. La ricerca evidenzia un problema diffuso relativo alla mancanza di luoghi di aggregazione. Le uniche soluzioni aggregative rilevate riguardano gazebo e teloni donati o lasciati dalla protezione civile, ma appaiono ampiamente insufficienti alla richiesta di spazi sociali. La sensazione dominante tra gli sfollati è di immobilismo e disorientamento oltre che per i tempi lunghi della ricostruzione, anche per la percezione di procedure burocratiche lunghe e complesse a livello economico e burocratico.

Tabella 5 – Punteggi per l’individuazione delle priorità temporali per l’assegnazione di alloggi e la formazione delle graduatorie

Punteggio

 

Titolo

Punti

 

A.

Numerosità nucleo

 

Nucleo in coabitazione

1

per ogni componente

B.

Componenti lavoratori

 

Componenti lavoratori

1,5

per ogni lavoratore

C.

Componenti con età scolare, universitaria e componenti anziani

Fascia pre-obbligo

4

per ognuno fino a 5 anni

Fascia obbligo scolastico

3

per ognuno da 6 a 16 anni

Fascia scolastica post-obbligo

2

per ognuno da 17 a 19 anni

Fascia universitaria – iscrizione UAQ e AFAM

1,5

per ogni iscritto

Quarta età

 

1,5

da 75 a 84 anni

Oltre

 

2

da 85 anni in su

D.

Disabilità

Handicap grave

 

5

per ogni componente

Invalidità-disabilità 100%

 

1

per persona

E.

Nuclei con vittime del sisma

Nucleo familiare con vittima del sisma interno allo stato di famiglia

5

per vittima

F.

Nuclei monoparentali

 

Nucleo monoparentale con figli minori

3

per nucleo familiare

G.

Residenza o stabile domicilio

Residenza o stabile domicilio ultradecennale del nucleo familiare nel comune dell’Aquila

2

per nucleo familiare

Residenza o stabile domicilio ultraquinquennale del nucleo familiare nel comune dell’Aquila

1

per nucleo familiare

H.

Proprietà dell’abitazione

 

Proprietà dell’abitazione

2

Per nucleo familiare

Fonte:Commissario delegato per la Ricostruzione, Linee-guida per la determinazione del fabbisogno alloggiativo e criteri di priorità temporale ai fini dell’assegnazione di abitazioni, 2009; nostra elaborazione.

In termini operativi la ricerca suggerisce, in base alle evidenze empiriche raccolte, la necessità di interventi progettuali prioritariamente nell’area giovani e anziani come categorie potenzialmente più a rischio di conseguenze negative in rapporto alla rispettiva fase del ciclo di vitale. In particolare per la popolazione anziana viene sottolineata una maggiore difficoltà di adattamento. Ciò sarebbe dovuto a difficoltà di natura fisica e psicologica che creano inerzie nella rimodulazione rapida ed efficace delle appartenenze che chiamano in gioco le reti sociali e territoriali. L’adattamento alla nuova condizione richiede soprattutto una proiezione verso il futuro che l’età e la perdita dei propri luoghi di vita, rende per i più anziani difficoltosa e soggetta a incognite di possibili e pericolose involuzioni comportamentali e psicologiche, con ad esempio sindromi depressive.

L’altra indagine che utile richiamare ai fini del nostro studio è la survey condotta dal consorzio MICRODIS, i cui risultati sono stati diffusi a dicembre 2010, e che ha riguardato un campione (281 soggetti) di assegnatari del progetto CASE e di MAP Essa si focalizza in particolare sul disagio psicologico rilevando per poco meno della metà del campione una condizione di stress post-trauma, con una percentuale significativamente più elevata tra le donne. Le analisi mostrano le maggiori difficoltà di adattamento degli anziani e anche allo stato di benessere psicologico, i dati raccolti evidenziano una condizione peggiore per il gruppo d’età più anziano che presenta valori significativamente peggiori rispetto agli altri gruppi d’età ed in particolare fa registrare più frequentemente segni di depressione. Ciò concorre ad una minore resilienza9 ovvero la capacità di reagire all’evento traumatico del terremoto, con una condizione relativamente peggiore delle donne.

L’indagine rileva, d’altra parte, dati sul livelli di soddisfazione degli assegnatari degli alloggi del progetto CASE e, in misura più limitata, dei MAP Rispetto all’attribuzione del sito si registra un basso livello di soddisfazione, in quanto c’è una concentrazione di preferenze10 degli sfollati per alcuni siti – in primo luogo Sant’Antonio (oltre il 30% di coloro che avevano case E, F o in “zona rossa”) il più centrale rispetto agli altri siti – la cui richiesta supera largamente l’offerta di alloggi. Ampie quote degli assegnatari, quindi, una volta saturati i siti più richiesti (S.Antonio, Coppito2, S.Elia1, Gignano), sono stati collocati – in base alla graduatoria di assegnazione – negli insediamenti disponibili che però non corrispondevano alle loro scelte. A ciò si lega anche i risultati negativi che sono stati registrati in merito alla valutazione dei criteri seguiti per l’assegnazione degli alloggi. In sintesi le dimensioni più problematiche sono risultate: (a) la bassa possibilità di partecipazione dei beneficiari ai processi di costituzione dei criteri; (b) il modo di considerare i bisogni familiari e individuali ritenuto inadeguato; (c) trattamenti considerati ingiusti, provocati dall’adozione dei criteri. Al contrario si registrano elevati livelli di soddisfazione sui tempi di assegnazione degli alloggi e sulla gestione amministrativa considerata molto semplice11.

Sulla vita nei nuovi insediamenti, infine, la ricerca evidenzia che si tratta di luoghi dove si ritiene difficile ricostruire relazioni sociali e una nuova comunità di appartenenza, mentre si considera, nella maggioranza dei casi, che sia andata persa la precedente rete di relazioni. I livelli di integrazione ed adattamento alla nuova sistemazione risultano più elevati tra le persone appartenenti ai gruppi d’età centrali che hanno maggiori risorse per riorganizzare la vita personale e familiare, mentre decisamente valori più bassi di integrazione si osservano tra gli anziani e in particolare tra i grandi anziani (oltre 70 anni). La ricerca fornisce risultati di assoluto buon senso e non presenta nessun dato a carattere controintuitivo. Sia pure nei criteri asettici di presentazione, mostra una situazione effettivamente drammatica e di scontento anche se la sottolineatura della resilienza corregge un’immagine di rabbia e frustrazione che è quella da noi verificata nella nostra ricerca di campo e che in fondo traspare anche dai loro. è interessante il fatto che la ricerca sia stata pubblicizzata dal Commissariato straordinario per la ricostruzione che però è stato ben lontano dal prendere atto delle indicazioni che il quadro presentato comportava.

 

 

2. PROBLEMATICHE E CRITICITA’ SOCIALI LEGATE ALLA RICOSTRUZIONE

 

2.1. Indicazioni sulla dinamica demografica post-sisma

I disastri naturali in generale danno adito a spostamenti di popolazione di natura e caratteristiche diverse. Non sempre si ha la fuga dalle aree disastrate e non sempre le decisioni di spostamento avvengono in tempi brevi. L’esperienza del terremoto dell’Irpinia (con le sue duemila e oltre vittime) non diede adito al paventato spostamento di popolazione e alla ripresa dell’emigrazione di massa verso il Nord. Ma spostamenti ce ne furono comunque, anche se prevalentemente all’interno della regione stessa.

Vediamo ora cosa succede invece a L’Aquila da questo punto di vista. Qualche segno già si vede. Per valutare come stanno le cose c’è un’utile indagine condotta sulla base del materiale statistico disponibile e pubblicato nelle note congiunturali del CRESA (2011). Da essa è già evidente per il comune dell’Aquila un “effetto terremoto” sull’andamento della popolazione nell’area comunale. La perdita ufficiale di popolazione è tutto sommato modesta ma, come avverte l’articolo, le notizie riguardano solo la popolazione ufficialmente residente – e si sa – le cancellazioni anagrafiche avvengono sempre dopo un lasso di tempo significativo dal momento del trasferimento definitivo e della sua decisione. E poi nel caso specifico si possono ipotizzare una serie di motivi che sconsigliano il trasferimento di residenza per non perdere diritti e le forme di indennizzo e benefici in questa fase post-catastrofe12. Comunque dall’indagine citata è evidente la fine con il terremoto della grande capacità attrattiva che la città era stata capace di esercitare nel quindicennio precedente. Dall’aprile del 2009 al settembre del 2010 la popolazione passa da 73.203 a 72.487 abitanti con una perdita di 718 unità: piccola cosa si potrebbe obiettare se questo cambiamento non fosse avvenuto dopo una vera e propria esplosione nel periodo precedente. Infatti l’Aquila ha perso, per effetto del terremoto e delle scelte della ricostruzione, una grande spinta allo sviluppo economico e demografico. D’altra parte un indicatore indiretto di un calo demografico è rintracciato dai ricercatori del CRESA (2011) nel calo del 1% della popolazione scolastica tra il 2009 e il 2010.

Vediamo più in dettaglio i dati con riferimento alla Tabella 6 che riporta le principali notizie relative alle vicende anagrafiche nell’ultimo quinquennio. Come si diceva, la popolazione è andata aumentando prima del 2009 in maniera sistematica e relativamente sostenuta. Ovviamente tra il 2008 e il 2009 abbiamo invece una perdita per cui si passa nel corso dell’anno 72.988 a 72.696 con una perdita relativamente modesta, ma significativa e purtroppo da attribuire sostanzialmente ai morti del terremoto. Infatti nell’anno 2009 il numero dei morti è di ben 873, contro valori sempre inferiori a settecento degli anni precedenti. Nell’anno successivo al terremoto il numero dei morti, ancorché superiore a quello di tutti gli anni precedenti all’evento, si colloca comunque sotto le settecento unità. Per quel che riguarda invece la natalità non risulta esserci stati cambiamenti di rilievo, anzi nel 2010 si registra un leggerissimo incremento rispetto alla media.

L’incremento della popolazione registrato nel periodo pre-sisma è dovuto naturalmente non al saldo naturale della popolazione (essendo ormai da tempo i morti superiori in numero ai nati), bensì alla differenza tra immigrati ed emigrati. Prendiamo per un confronto i due anni più distanti dal sisma: il saldo migratorio nel 2006 era positivo e pari a 290 unità, il che significa che l’immigrazione superava l’emigrazione. Nel 2010, il saldo era negativo di 109 unità: modesto in effetti se si considera quanto detto prima, ma pure sempre indicativo di una nuova tendenza. La cosa interessante è che la mobilità della popolazione non riguardava solo il territorio regionale e nazionale, ma anche i paesi esteri; anzi il numero degli iscritti provenienti dall’estero già significativo aumentato tra il 2006 e l’oggi, sia pure attraverso andamenti tutt’altro che regolari. Per la precisione c’è stata un’ascesa fino all’anno precedente al sisma poi un crollo nell’anno del sisma e una ripresa nel 2010.

Anche il numero di persone residenti in convivenze che si poteva presumere aumentato in realtà non è variato di molto: c’è ovviamente un leggero trend in ascesa che riflette l’andamento del fenomeno a livello regionale e nazionale.

Tabella 6 – Movimenti demografici del comune de L’Aquila. Anni 2006-2010

 

2006

2007

2008

2009

2010

Popolazione*

72.222

72.550

72.988

72.696

72.511

 

 

 

 

 

 

Nati

563

585

566

562

618

Morti

620

663

676

873

694

Saldo Naturale

-57

-78

-110

-311

-76

 

 

 

 

 

 

Iscritti da altri comuni

1.143

1.069

968

710

620

Iscritti dall’estero

260

527

592

286

322

Altri iscritti

2

0

2

58

8

Cancellati per altri comuni

1.014

1.111

926

964

987

Cancellati per l’estero

95

59

62

37

31

Altri cancellati

6

20

26

34

41

Saldo Migratorio

290

406

548

19

-109

Fonte: ISTAT, Bilancio demografico, Comune de L’Aquila, anni vari; nostra elaborazione.

* Popolazione residente al 31 dicembre.

Sotto questa apparente staticità – a parte i movimenti non registrati – si registra invece una dinamica fortissima riguardante la mobilità all’interno del comune. Si ricorderà che il comune de L’Aquila è per storia – antica e recente – molto esteso, anche perché antiche frazioni sono state poi inglobate all’interno del territorio del comune. Conseguentemente le stesse dimensioni territoriali de L’Aquila sono molto vaste: si pensi che l’area complessiva del comune corrisponde grosso modo a quella della città di Roma all’interno del raccordo anulare.

Entreremo più in dettaglio sui cambiamenti nella struttura urbanistica del comune e nella distribuzione della popolazione nei vari centri che lo compongono valutandone anche le implicazioni sul piano sociale e della vita quotidiana. Ora qui vale solo la pena sottolineare che almeno tutte le persone che risiedono all’interno degli insediamenti CASE vanno considerate almeno per un lungo periodo abitanti fuori dal nucleo urbano. Sia che queste persone in futuro tornino a L’Aquila (almeno la quota di essi costituita da aquilani), sia che esse si trasferiscano altrove, fuori comune o fuori regione, sia infine che restino negli attuali insediamenti, l’esito relativo alla distribuzione della popolazione nel territorio, come argomentato da De Lucia (2011; Comitatus Aquilanus, 2009), sarà comunque univoco: il rapporto tra residenti nel centro storico e residenti negli aggregati territoriali esterni al centro si modificherà a vantaggio dei secondi.

2.2. L’approccio alla ricostruzione

L’attività di ricostruzione è stata significativamente condizionata dal progetto CASE che, oltre ad essere accompagnato dalle criticità sociali viste sopra e da nuove questioni urbanistiche su cui ci focalizzeremo nel prossimo paragrafo, ha assorbito un quota rilevante di risorse economiche sottratte alla ricostruzione della cosiddetta “zona rossa”, i cui tempi di avvio effettivo sono stati ritardati di ben oltre un anno. Per quanto riguarda l’aspetto economico, i dati elaborati dall’Osservatorio permanente sul doposisma della Fondazione MidA (Ventura, 2010) evidenziano, in primo luogo, la rilevanza della spesa per la realizzazione della progetto CASE che a maggio del 2010 aveva raggiunto un costo di 725,2 milioni di euro (rivisto ad agosto a 809 milioni di euro) (Tabella 7). Una lettura superficiale dei dati potrebbe indurre a pensare ad un uso efficiente delle risorse, considerando che il costo sostenuto appare sostanzialmente in linea con il limite superiore dei riferimenti di mercato e che tali spese sono state realizzate in condizioni di estrema emergenza che ha richiesto una compressione estrema dei tempi di realizzazione delle opere. Tuttavia tali dati assumono un altro valore se si ragiona, in primo luogo, in termini di costo-opportunità, per esempio se lo stesso numero di alloggi fosse stato ottenuto facendo ricorso ai MAP13, e se poi si considerano i costi ambientali (consumo di suolo, danni al paesaggio) e sociali (frammentazione delle reti sociali, desocializzazione) connessi al progetto CASE e le diseconomie esterne che ha indotto sul territorio (dispersione urbana, congestionamento delle infrastrutture stradali). Non meno rilevante, inoltre, è poi il deficit democratico che ha contrassegnato l’azione della Protezione civile che, oltre a inibire la partecipazione della comunità politica e sociale locale, ha creato spazi per comportamenti opportunistici e probabilmente oltre i limiti di legge (Bonaccorsi, 2009; Bonaccorsi et al., 2010) come le indagini giudiziarie ancora in corso stanno accertando.

Tabella 7 – Riassunto del costo di realizzazione degli edifici del progetto C.A.S.E.

Voci di spesa

Costo totale (milioni di euro)

Parametri

Costi parametrici (euro)

Riferimenti mercato

Realizzazione edifici

563,6

Incidenza costo a mq di superficie convenzionale: 427.615 mq

 

1.318 per mq

1.100/1.300 per mq

Urbanizzazione aree

93,7

Incidenza costo a mq di superficie territoriale: 1.600.000 mq

 

58 per mq

40/60 per mq

Fornitura arredi complementari

55,4

Incidenza media per alloggio (4.449 alloggi)

 

12.452 per alloggio

10.000/20.000 per alloggio

Superamento barriere architettoniche: istallazione ascensori esterni

3,1

Impianto istallato (165 impianti)

18.788 per impianto

17.000/20.000 per impianto

Spese tecniche di gestione

9,4

Incidenza % sul costo dei lavori

1,31%

10,00%

Importo totale

725,2

 

 

 

* Dati aggiornati al 12.5.2010, che hanno subito una crescita successiva: al 13 agosto 2010 il totale delle spese è stato stimato in 809milioni di euro.

Fonte: Osservatorio permanente sul doposisma della Fondazione MidA, (Ventura, 2010).

L’analisi dell’Osservatorio, comparando i dati di spesa tra le esperienze più recenti di intervento post-terremoto, evidenzia che la spesa pro-capite nel primo anno per senzatetto nel recente terremoto dell’Abruzzo, pari a 23.718 euro, è stata alta, ma comunque inferiore a quella del Molise del 2002 (27.027 euro) – anche in quel caso gestita dalla Protezione Civile guidata da Bertolaso – in virtù delle economie di scala, garantite dalla diversa portata del fenomeno degli sfollati nei due eventi sismici, ma sensibilmente inferiore a quella che ha riguardato l’Umbria e le Marche nel 1997 (4.810 euro) e prima ancora nel 1980 la Campania-Basilicata (7.889 euro)

D’altra parte, nel calcolo dell’aggravio dei costi della ricostruzione legati all’approccio adottato bisogna considerare anche quelli che possiamo definire i “danni dell’inerzia”, diretti e indiretti. Il mancato intervento tempestivo nelle aree rientranti nella zona rossa (sia nel centro storico di L’Aquila, sia nelle frazioni) ha creato le condizioni per un aggravamento del livello del danneggiamento alle strutture abitative colpite dal terremoto, soprattutto per l’esposizione alle intemperie stagionali. Si tratta di un danno diretto molto rilevante soprattutto per gli immobili storici del centro della città de L’Aquila. A questo va aggiunto un danno indiretto di natura economica che riguarda l’arresto delle attività economiche urbane che per il riavvio richiedevano non soltanto il recupero degli immobili, ma anche la ricomposizione della dinamica sociale e quindi delle relazioni economiche localizzate nel centro città.

La ricostruzione, partita con grande ritardo, procede tra difficoltà ed inerzie dovute sia alla complessità tecnica del processo da governare, sia all’instabilità del sistema di governance della ricostruzione: appaiono ancora fragili i rapporti interistituzionali e l’organizzazione delle relazioni tra gli organismi politici, amministrativi e tecnici; la predisposizione degli strumenti e delle procedure operative per la ricostruzione risultano tuttora in fase di implementazione, con disorientamento anche degli operatori professionali che si relazionano con le istituzioni pubbliche14; e soprattutto persiste un ampio margine di incertezza sulla disponibilità effettiva delle risorse finanziarie dedicate alla ricostruzione.

In termini operativi, mentre prosegue il dibattito tra gli addetti ai lavori sulle modalità di ricostruzione più efficienti, i cittadini si affidano a tecnici e professionisti di fiducia, con una delega completa. Tale affermazione, benché scontata, non va sottovalutata in quanto le logiche professionali sono condizionate e distorte dalla natura e dai meccanismi di funzionamento dei dispositivi di rimborso statali – ivi comprese le spese tecniche – con effetti perversi inattesi per l’efficacia complessiva del governo della ricostruzione. Le interviste realizzate evidenziano, per esempio, che con il passare del tempo, soprattutto per le persone che si trovano in situazioni alloggiative emergenziali, c’è stato un cambio di priorità nella gerarchia dei bisogni: se inizialmente era la sicurezza la preoccupazione principale degli sfollati, successivamente questo bisogno è stato progressivamente scavalcato dal desiderio di recuperare il più rapidamente possibile il proprio immobile e le condizioni ambientali e di vita precedenti al terremoto. È cresciuta, quindi, una domanda di accelerazione delle pratiche nei confronti dei tecnici fiduciari che si sono adoperati in tal senso: ad esempio in alcuni casi di immobili inagibili (classificati E) si è proceduto con perizie private per chiedere la riclassificazione nella categoria B che consente di intervenire in tempi più rapidi e con procedure d’intervento meno vincolate. In un contesto in cui il piano complessivo di ricostruzione rimane ancora abbozzato e la fiducia dei cittadini sui tempi ragionevoli di intervento risulta sempre più ridotta, emerge una sorta di “deflazione del rischio”, vale a dire la subordinazione della sicurezza all’esigenza di recuperare immediatamente l’operatività sui propri immobili. Ciò ci consente di riportare l’attenzione, da una parte, sulle logiche di azione dei gruppi professionali coinvolti nella ricostruzione, e dall’altra parte, sui dispositivi amministrativi e procedurali che gli organismi istituzionali di natura tecnica e amministrativa implementano.

2.3. Prospettive dell’economia e del mercato del lavoro del cratere sismico

La struttura produttiva aquilana è caratterizzata da un’elevata incidenza del settore edile e del terziario, soprattutto terziario pubblico, e dall’incidenza di una consistente attività legata all’agricoltura, soprattutto nell’area del cratere sismico. L’evento catastrofico del terremoto è arrivato in una fase di crisi economica che ha caratterizzato in particolar modo l’economia de L’Aquila nell’ultimo decennio: per la città, infatti, la deindustrializzazione non è stata compensata dallo sviluppo di un equivalente settore terziario privato avanzato, sia in termini di valore economico prodotto, sia in termini di occupati; di conseguenza l’andamento dell’economia e del mercato del lavoro nel sistema economico locale ha fatto registrate andamenti meno dinamici del resto del territorio regionale (CLES, 2010; CRESA, 2011).

Le conseguenze economiche del terremoto sono state ingenti, sia in termini di “danno diretto” (strutture, macchinari e impianti economici), sia in termini di “danno indiretto” sulla capacità economica. Una stima elaborata dal CLES (2010, p. 15) – considerata dagli autori stessi come una sottostima – calcola che nell’area urbana de L’Aquila a seguito del terremoto siano state danneggiate 2 mila imprese commerciali ed artigiane, di cui il 90% è stata costretta a chiudere l’attività con la conseguente riduzione di circa 540 milioni di euro (pari ad un valore aggiunto di circa 213 milioni di euro) e la perdita occupazionale di 3.240 posti di lavoro. Tale stima non considera un migliaio di studi professionali localizzati nel centro città la cui attività non è possibile per ora sapere se e dove è stata rilocalizzata e il flusso economico legato alla presenza degli studenti (al 2008 circa 27mila iscritti, di cui circa la metà studenti fuori sede e circa 3,5mila pendolari) la cui presenza – è stato calcolato da Alberto Bazzucchi (CRESA, 2011, pp. 11-12) – generava un volume d’affari per il centro storico de L’Aquila pari a circa 100 milioni di euro in media per anno.

I dati più aggiornati al 2010 sugli andamenti dell’economia del cratere sismico, in maniera particolare per il comune de L’Aquila, evidenziano segni di ripresa con caratteri contraddittori che possono essere ricondotte all’intreccio di fenomeni tipici post-sismici e le condizioni macro-economiche negative legate alla crisi economica internazionale. La dinamica imprenditoriale fa segnare valori positivi nei settori dell’edilizia e nei comparti dei servizi (pubblici servizi e ristorazione), mentre difficoltà si riscontrano ancora nell’ambito dell’industria manifatturiera e dei servizi industriali. Si tratta, tuttavia, di una ripresa fortemente condizionata dalla spesa pubblica e soggetta ad alcuni prevedibili fenomeni quali (a) una tensione inflazionistica sui prezzi sia dei beni di produzione sia su quelli di consumo, (b) una tensione locale sui fitti, sul prezzo dei suoli e dei fabbricati; (c) una tensione concorrenziale sul mercato del lavoro, in relazione al ricorso a forza lavoro non locali.

I segnali positivi di ripresa di alcuni settori dell’economia della provincia de L’Aquila fanno registrate qualche segnale positivo nel mercato del lavoro nel 2010. I dati ISTAT sul mercato del lavoro (Tabella 8) evidenziano che nel 2010 i principali indicatori migliorano rispetto all’anno precedente, anche se si mantengono inferiori ai valori pre-sisma del 2008: il tasso di occupazione, in particolare, sceso dal 57,7% del 2008 al 54,1% nel 2009, è risalito al 56,8% nel 2010: si recuperano rispetto all’anno precedente circa 6 mila posti di lavoro, soprattutto nell’ambito dei servizi, mentre la dinamica occupazionale continua ad essere negativa nell’industria manifatturiera.

Con riferimento soprattutto a questo ultimo settore bisogna considerare i dati relativi al ricorso alla cassa integrazione (CIG), poiché – lo ricordiamo – i cassintegrati vengono formalmente conteggiati tra gli occupati. Le elaborazioni di Italia Lavoro (2011) sui dati sulla CIG di fonte INPS evidenziano che nell’area del cratere sismico i valori più elevati sono stati registrati a seguito del terremoto nello stesso mese di aprile 2009 : 2.300 imprese interessate per 11.200 lavoratori; tali valori sono poi scesi notevolmente già a settembre del 2009 (1.600 unità produttive per circa 3.000 lavoratori) e all’ultima rilevazione disponibile (febbraio-aprile 2011) risultavano interessati da CIG 296 unità produttive, per un totale di 1.122 lavoratori.

Come è stato evidenziato fin dai primi mesi successivi al terremoto (OECD, 2009) e nei documenti programmatici della STM (2010), la ricostruzione può avere effetti duraturi sulla capacità di sviluppo economico dell’area colpita da sisma soltanto se gli interventi vengono inquadrati in una strategia più complessiva di posizionamento e specializzazione del sistema economico locale. Da qui la necessità, sostenuta ad esempio da Paolo Leon di un piano strategico di sviluppo territoriale con la motivazione che “Una prospettiva economica e un progetto di sviluppo condiviso contribuirebbero ad evitare che la ricostruzione riproducesse lo status quo e facesse emergere di nuovo i fattori di debolezza ed i problemi del passato, non garantendo quel rilancio di cui il territorio aquilano ha oggettivamente bisogno, e disperdendo le opportunità di lungo periodo offerte dalla ricostruzione” (2010, p. 1).

Tabella 8 – Principali indicatori del mercato del lavoro in provincia de L’Aquila

 

2008

2009

2010

 

Totale

Occupati

118.332

111.350

117.480

Disoccupati

11.084

12.170

8.906

Inattivi

176.534

183.828

181.091

 

 

 

 

Tasso di occupazione

57,7%

54,1%

56,8%

Tasso di attività

63,2%

60,0%

61,1%

Tasso di disoccupazione

8,6%

9,9%

7,0%

 

Maschi

Occupati

71.285

67.710

68.486

Disoccupati

4.923

5.873

5.181

Inattivi

72.729

76.029

76.211

 

 

 

 

Tasso di occupazione

55,0%

52,0%

52,5%

Tasso di attività

73,6%

70,6%

70,3%

Tasso di disoccupazione

6,5%

8,0%

7,0%

 

Femmine

Occupati

47.047

43.640

48.994

Disoccupati

6.161

6.297

3.725

Inattivi

103.805

107.799

104.880

 

 

 

 

Tasso di occupazione

34,0%

31,4%

35,2%

Tasso di attività

52,6%

49,3%

51,8%

Tasso di disoccupazione

11,6%

12,6%

7,1%

Fonte: ISTAT, Rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, anni vari; nostra elaborazione.

Nel primo biennio post-terremoto la prospettiva di sviluppo auspicata, non ha trovato una elaborazione compiuta . Nella fase emergenziale si è proceduto soprattutto all’indennizzo delle attività economiche colpite dal terremoto. Ad esempio nel Comune de L’Aquila si è proceduto ad erogare 27,6 milioni di euro per l’indennizzo dei danni accertati; 19,5 milioni di euro sono stati impegnati in contributi che coprivano il periodo di sospensione delle attività; 554 mila euro sono stati spesi per le perizie tecniche e 173 mila euro per sostenere il trasferimento di attività. La somma complessiva spesa ammonta a circa 48 milioni di euro (dati SUAP Comune dell’Aquila, elaborati dal CRESA). Oltre agli indennizzi altre misure sono state previste dalla Regione Abruzzo attraverso la rimodulazione del POR-FESR 2007-2013. L’intervento ha previsto l’introduzione di un nuovo asse strategico denominato “Asse VI – Recupero e rivitalizzazione economica e sociale del territorio solpito dal sisma”, con un budget complessivo di 83,4 milioni di euro. Nell’ambito di tale asse strategico a dicembre 2009 è stato finanziato un bando (VI 1.1 “Interventi di riattivazione dell’attività produttiva delle imprese”) finalizzato all’accelerazione della riattivazione di attività economico-produttive danneggiate dal terremoto, con una disponibilità finanziaria di 35 milioni di euro. I dati disponibili su tale bando, aggiornati a marzo 2011, registravano un’erogazione di risorse pari a 27,7 milioni di euro nei confronti di soli 145 beneficiari, su un totale di 619 aventi diritto (dati Autorità di Gestione del POR 2007-2010 elaborati dal CRESA). L’orientamento emerso nel corso degli ultimi mesi, attraverso la definizione delle “aree omogenee” è stato quello di rinunciare a definire dall’alto un orizzonte strategico comune per tutto il cratere sismico, ma di identificare invece soltanto le aggregazioni di comuni che dovranno concordano e seguire un piano di sviluppo locale condiviso. Si tratta nell’insieme di 9 aree omogenee di cui una è rappresentata dal Comune de L’Aquila, quest’ultimo quindi è titolato ad elaborare in autonomia un proprio autonomo piano strategico.

 

 

3. VITA QUOTIDIANA E BISOGNI SOCIALI DELLA POPOLAZIONE ANZIANA NEGLI ALLOGGI DEL PROGETTO C.A.S.E.  E NEI M.A.P.

 

3.1. L’habitat sociale degli insediamenti C.A.S.E. e nei nuclei M.A.P.

I nuovi quartieri creati con il progetto CASE presentano già nel loro piano progettuale un limite molto rilevante, almeno nella prospettiva di garantire un livello minimo di vivibilità, legato all’assenza di servizi di base, strutture commerciali e spazi di aggregazione. L’intenzione iniziale di fornire i singoli insediamenti di aree polivalenti dove poter localizzare attività di servizio non è stata poi seguita nella realizzazione effettiva. Il progetto, infatti, ha avuto l’obiettivo di offrire “abitazioni” nel senso più restrittivo del termine, vale a dire di fornire una risposta immediata al bisogno primario delle famiglie di un luogo dove poter svolgere le proprie funzioni basilari di riproduzione sociale, senza preoccuparsi troppo delle implicazioni per la vita sociale degli sfollati e degli effetti sul territorio.

La difficoltà di ricostruzione della vita sociale nei nuovi insediamenti è stata poi accentuata dai criteri seguiti per l’assegnazione degli alloggi che, nel loro disegno, hanno trascurato il complesso problema di tutelare le trame relazionali largamente informali sedimentate nei quartieri di residenza. Se poi si considera che gli insediamenti CASE sono stati diffusi sull’intero territorio comunale, la dispersione conseguente ha reso ancora più complicato la ricomposizione e la rivitalizzazione delle relazioni sociali, soprattutto per le persone che abitavano nel centro della città de L’Aquila. Si tenga conto che la distanza media tra i diversi insediamenti del progetto CASE è di circa 12 chilometri con un ampia variabilità, considerato che i valori medi delle distanze tra siti oscillano tra 3,4 Km e 23 Km (si veda Appendice), con alcuni siti estremamente disagiati da questo punti di vista: ad esempio l’insediamento di Assergi e quello di Arischia. Rispetto a questa dimensione di analisi il disagio sociale varia molto in funzione della capacità di mobilità, dalla disponibilità di mezzi di trasporto privati e dalla presenza e adeguatezza del trasporto pubblico.

Una parte del disagio sociale che si registra negli insediamenti CASE è quindi dovuto alla modifica radicale e spesso all’impoverimento della trama relazionale che prima del terremoto ruotava intorno alla residenza abituale, ma a ciò si unisce la condizione abitativa degli insediamenti CASE che non favoriscono la resilienza né individuale, né tantomeno comunitaria. Il disagio è molto più accentuato, inoltre, tra le persone provenienti dal centro di L’Aquila, soprattutto quelle avanti con gli anni, che più degli altri avevano delle routine di vita quotidiana fortemente radicate nell’area urbana, agevolate dall’ampia disponibilità di servizi di prossimità di diversa natura e da un’intensa socialità, tipica del centro cittadino. Il disagio relazionale si presenta con minore intensità, invece, negli insediamenti più “centrali” realizzati in prossimità dei centri abitati preesistenti, come nel caso di Coppito 2, dove la vita sociale nei nuovi insediamenti CASE si è intrecciata a quella già esistente.

Il problema dell’assenza di servizi di prossimità negli insediamenti CASE emerge come una prima essenziale problematica di vita quotidiana, che si manifesta con intensità variabile a seconda dei bisogni familiari e della capacità di mobilità territoriale. Prima però di entrare nella parte analitica è opportuno sottolineare l’ambiguità di fondo del progetto CASE nella sua prospettiva temporale, in quanto strutture durevoli, e quindi a metà strada tra il provvisorio e il permanente. In questa prospettiva, il problema dei servizi negli insediamenti CASE riguarda la possibilità di pensare ad un sistema di servizi di prossimità coerente con la funzione che a tali strutture si vorrà dare nel tempo (durante e dopo la ricostruzione) soprattutto, nel riassetto urbanistico del comune di L’Aquila, tema su cui si ritornerà in seguito. L’assenza di servizi di prossimità negli insediamenti CASE è di cruciale rilevanza nel condizionare la vivibilità, anche transitoria, degli alloggi; tale problema oltre ad incrociarsi con quello dei trasporti, va poi rapportato al fatto che non c’è più il centro città dove poter incanalare la domanda – e i relativi flussi di persone – e in alternativa ad esso si sono affermati alcuni centri commerciali, tipicamente dei “non luoghi” (Augé, 1992) ovvero spazi urbani in grado di rispondere alla domanda di consumo, ma incapaci di fornire supporti identitari e relazionali alla comunità territoriale.

Di seguito riportiamo i disagi e i bisogni che la popolazione – in particolare quella più avanti con gli anni – avverte nella vita quotidiana e alcuni espedienti adattivi emergenti per reagire a tali disagi. Per sintetizzare le indicazioni emergenti dalla ricerca empirica utilizziamo analiticamente una tipologia di servizi:

A) Insufficienza e inadeguatezza del trasporto pubblico. La dispersione degli sfollati su un’area territoriale molto vasta rende il tema della mobilità cruciale per la vivibilità degli insediamenti CASE e mette sotto tensione il sistema comunale dei trasporti pubblici. La situazione di disagio minima si registra nelle famiglie dotate di un numero di mezzi privati (soprattutto automobili) sufficiente per garantire la mobilità a tutti i suoi componenti, nonostante tutte le difficoltà di coordinare i tempi di vita familiari nell’attuale situazione di ricollocazione abitativa e dei luoghi di lavoro, di consumo e di vita sociale. All’estremo opposto le persone con maggiori disagi sono quelle sole che non guidano o non hanno un mezzo proprio di trasporto ed hanno problemi di accedere autonomamente ai mezzi pubblici, condizioni in cui rientrano frequentemente gli anziani. In mezzo a questi due estremi si colloca tutti i quelli che non hanno disponibilità sufficiente di mezzi privati (famiglie con una sola automobile) e persone che hanno come unico modo per muoversi i mezzi pubblici di trasporto. Quest’ultimo rappresenta una leva di importanza cruciale nel determinare i rapporti tra gli insediamenti CASE e le altre zone urbane, in particolare del centro e soprattutto per le fasce deboli di popolazione, e quindi nel contribuire a definire i livelli di vivibilità degli insediamenti. L’attuale sistema di trasporto pubblico – finora gratuito, ma in via di tariffazione – ha garantito il collegamento degli insediamenti CASE con il resto della città, ma dalle interviste emergono problemi pratici legati soprattutto agli orari, alla frequenza delle corse, alla razionalizzazione degli interscambi tra le diverse linee, ai punti e alle strutture delle fermate autobus15. Il problema è di grande rilevanza per le persone anziane che prima del terremoto vivevano nel centro città e si muovevano prevalentemente a piedi e non avevano esigenze che li spingevano con frequenza fuori dal centro; nella condizione attuale queste stesse persone hanno perso diversi gradi di autonomia nella mobilità territoriale, spesso oggi sono dipendenti da familiari non presenti in loco e devono sottostare alle loro disponibilità, con la conseguenza di autocomprimere le proprie richieste al limite del bisogno, nella consapevolezza – ci dicono più intervistati – “di dare fastidio”. Si tratta di processi di costruzione sociale della disabilità e della dipendenza della persona anziana che passano per le condizioni dell’habitat residenziale che nel caso degli insediamenti CASE non offrono nessun servizio, come vediamo nei punti successivi.

B) Assenza di servizi di prima necessità. Negli insediamenti CASE non ci sono – e non sono stati previsti – spazi per servizi di prima necessità. In primo luogo non ci sono servizi sanitari: ambulatori medici, farmacie e pronto soccorso. Si tratta di una carenza particolarmente rilevante per le persone anziane che, in media, hanno una maggiore frequenza di bisogno di consulti medici e di medicinali e che, soprattutto negli insediamenti decentrati sono costretti a lunghi e gravosi spostamenti (si rimanda all’Appendice), per i quali non tutti hanno l’autonoma capacità di mobilità e che pertanto devono dipendere dall’aiuto di parenti o amici per raggiungere i servizi più prossimi agli insediamenti.

Non ci sono spazi – stabili o mobili – per unità operative decentrate delle principali amministrazioni pubbliche, in particolare degli uffici che sono più frequentati dalla popolazione collocata negli alloggi CASE, in particolar modo quelli che si occupano degli aspetti amministrativi e gestionali dell’assistenza agli sfollati e della ricostruzione. Le circoscrizioni, d’altra parte, non si occupano degli insediamenti che rientrano nel loro territorio e rimandano per qualsiasi aspetto al Comune o al Commissariato.

Disagio analogo riguarda l’assenza di uffici postali decentrati che si somma con l’inefficienza del recapito postale presso i domicili CASE Ciò costringe le persone a recarsi presso gli uffici postali centrali, dove il servizio risulta accentrato e per questo spesso congestionato con disagi per gli utenti, soprattutto in termini di tempo da impiegare e di difficoltà d’interazione sia per problemi di routine che per questioni speciali legate alle specificità della condizione di sfollato e alloggiato temporaneamente negli insediamenti CASE Nel caso dell’insediamento di Collebrincione, ad esempio, dalle testimonianze raccolte emerge che Poste Italiane non sempre consegna la corrispondenza negli insediamenti CASE che il reindirizzo della posta non è automatico, ma viene offerto su richiesta e a pagamento per periodi temporanei (servizio “Seguimi”) con la necessità di rinnovare periodicamente il servizio (e quindi il pagamento), con il rischio di perdere la corrispondenza in caso di dimenticanza, come è successo ad una nostra intervistata che alla scadenza del periodo coperto dal pagamento – sei mesi – non ha più ricevuto la posta, senza nessun preavviso da parte della Società.

Sempre con riferimento alle comunicazioni, è opportuno sottolineare che gli alloggi del progetto CASE visitati non dispongono di telefono fisso e di collegamento alla rete internet. La copertura della rete mobile risulta poi a macchia di leopardo e variabile a seconda dell’operatore di telecomunicazione. Tali condizioni concorrono ad accentuare l’isolamento sociale degli insediamenti, per le limitate possibilità di comunicazione, informazione e di partecipazione, con riferimento soprattutto ai social network e agli altri strumenti messi a disposizione dalla rete internet.

C) Assenza di strutture di distribuzione di beni di consumo. Tra i problemi della vita quotidiana più diffusi tra le persone anziane, soprattutto quelli con ridotta mobilità che non guidano o non hanno l’automobile, c’è quello degli acquisti sia di generi di prima necessità e di uso quotidiano (soprattutto alimentari, ma anche il giornalaio), sia di altri beni di consumo. Neanche i negozi sono stati previsti negli insediamenti CASE e il commercio ambulante, nei casi in cui c’è (per i generi alimentari in alcuni insediamenti) – secondo i nostri intervistati – ha dei prezzi troppo alti e con una varietà d’offerta troppo limitata, non soltanto rispetto all’offerta dei centri commerciali, ma anche nel confronto con i prezzi e la varietà dei dettaglianti del centro città prima del terremoto. La mancata convenienza economica dell’offerta degli ambulanti risulta un fattore determinante nella scelta dei centri commerciali, soprattutto per gli anziani e per le famiglie con redditi più bassi. In questi casi gli anziani sono costretti ad adottare nuove routine nella vita quotidiana per gestire gli acquisti (periodicità, tipo di prodotti, quantità acquistata, etc.), costretti a farsi accompagnare da un familiare, secondo la disponibilità di quest’ultimo, e rinunciando alla socialità autonoma e informale che accompagnava la “piccola spesa quotidiana”.

Mancano spazi per le attività di servizi alla persona di prossimità (tipicamente a carattere artigianale) e l’accessibilità di tali attività in altre aree della città sono difficoltose sia per già citati problemi di mobilità, ma anche per le difficoltà di ritrovamento degli operatori di fiducia a cui ci si rivolgeva prima del terremoto; l’esempio più volte emerso durante gli incontri è quello della difficoltà di trovare ad esempio un parrucchiere che nel caso delle donne anziane spesso rappresenta un fattore di disagio relazionale, perché “non ci si sente in ordine”.

Particolare rilevanza ha anche l’assenza di laboratori artigianali, come ad esempio quelli di sarti, stiratrici, riparazioni elettrodomestici e simili, tradizionalmente diffusi nel centro città. La stretta regolamentazione contenuta nei contratti di comodato d’uso degli alloggi e l’assenza di spazi dedicati, impedisce – comprensibilmente per l’inadeguatezza degli spazi – l’avvio di attività domiciliari. Tuttavia la dinamica sociale spontanea in presenza di bisogni insoddisfatti travalica il rigido steccato della regolamentazione formale ed infatti, visitando alcuni siti del progetto CASE, sono stati notati per esempio cartelli che informano della presenza di sarte (nel caso di Assergi) o di riparatori di elettrodomestici (nel caso di Bazzano). Si tratta di processi di adattamento spontanei della popolazione alle nuove condizioni insediative.

D) Assenza dei luoghi di svago. Non sono stati previsti spazi di svago, con funzioni aggregative, ludico e ricreativo, fatta eccezione per i giochi per bambini all’aperto, negli spazi verdi tra le piattaforme antisismiche16. Particolarmente sentita, soprattutto per le persone anziane – ma non in maniera esclusiva – è l’assenza di un centro sociale all’interno dell’insediamento CASE Si tratta di un’esigenza diffusa e che appare a tutti gli intervistati come un intervento minimo per garantire la ricostruzione di una trama sociale all’interno dei nuovi insediamenti che mancano di un luogo pubblico d’incontro dove i diversi gruppi d’età e d’interesse si possano ritrovare e dare sostanza al tempo libero.

Ci sono esperienze che vanno in controtendenza. È il caso dell’insediamento CASE di Roio Poggio dove nelle aree verdi a ridosso delle piattaforme antisismiche sono stati allestiti degli orti gestiti dai locatari degli alloggi; per molti di essi l’orto serve ad occupare attivamente il tempo libero, a produrre per il consumo familiare, ma anche e soprattutto come mezzo per la socializzazione e la facilitazione della ricostruzione di una trama relazionale di vicinato. Qui, infatti, la ricomposizione di una nuova comunità di vicinato che ha integrato molti pensionati ed anziani è arrivata ad organizzare anche una nuova festa nell’insediamento che ad inizio luglio è arrivata alla seconda edizione.

E) Carenza di luoghi di incontro informali di comunità. Non ci sono e non sono previsti luoghi d’incontro: negli insediamenti CASE non ci sono spazi per bar, chiese o altri luoghi di aggregazione. Le aree d’incontro sono limitate agli ampi spazi verdi interstiziali tra le piattaforme, dove le persone s’incontrano – in pochi e casualmente, quando le condizioni atmosferiche lo permettono – quasi sempre portando a spasso i cani. Capita di vedere qualche persona, di solito anziana, che cammina per i marciapiedi lungo le vie che dalle strade esterne all’insediamento vanno nei parcheggi sotto le piattaforme antisismiche e in quelli esterni ad esse, ma più frequentemente si osservano persone che vanno e vengono con le automobili e che velocemente si spostano tra le aree di sosta sotto le piattaforme antisismiche e gli alloggi. La vita sociale si limita ad incontri casuali negli spazi comuni condominiali e alle visite private a casa – poche, in verità, per la limitatezza degli spazi domestici – tra le persone che si sono ritrovate o tra quelle che si sono conosciute dopo il terremoto.

Nemmeno tutte le parrocchie locali esprimono una particolare sensibilità verso la condizione di isolamento di una parte degli abitanti degli insediamenti CASE: nel caso di Collebrincione, ad esempio, le donne anziane intervistate hanno raccontato con rammarico il fatto che le case non sono state benedette dal parroco come avviene di consueto per le festività pasquali e ciò veniva appunto raccontato a testimonianza dello stato di emarginazione sociale in cui si sentono costrette a vivere.

Le eccezioni si riscontrano nei luoghi dove le reti sociali di appartenenza territoriale non sono state spezzate e, pur nella limitatezza degli spazi, si rilevano nuove dinamiche relazionali in spazi improvvisati. Nel caso di Coppito 2, dove si sono ritrovate persone di simile provenienza territoriale, l’assenza di spazi di socializzazione viene compensata dalla iniziativa di piccoli gruppi.

F) Assenza di spazi associativi e di partecipazione. Di particolare rilevanza, segnaliamo a parte, l’assenza di spazi dove poter localizzare associazioni, partiti e altre forme di gruppi organizzati. Tali iniziative non trovano luoghi fisici d’accoglienza negli insediamenti CASE, nemmeno con strutture leggere esterne all’edificato. La partecipazione politica e l’azione collettiva risulta significativamente limitata da tale situazione che accentua l’inerzia degli abitanti degli alloggi CASE; inerzia già prodotta nel periodo dell’emergenza quando lo sradicamento sociale si è accompagnato alla gestione direttiva (e rassicurante) della vita quotidiana – tra le tende e gli alberghi – da parte degli uomini della protezione civile.

Non sono nemmeno previsti spazi aggregativi condominiali – per esempio una sala riunioni – dove potersi incontrare e confrontare periodicamente come accade tradizionalmente in qualsiasi condominio, anche perché non è prevista nessuna forma di partecipazione alla gestione degli stabili da parte degli occupanti. Anche la gestione condominiale è fatta in un regime straordinario. Per esempio nel caso di problemi strutturali e per la manutenzione negli alloggi, negli spazi comuni e nelle aree esterne è necessario che qualcuno contatti il numero verde dedicato17.

Gli insediamenti CASE possono considerarsi dei “quartieri dormitorio”, cioè habitat sociali costituiti da una sommatoria di alloggi, che sono sì all’avanguardia da diversi punti di vista tecnici, ma privi di servizi di prossimità e di luoghi di socialità che riducono al mimino la vivibilità degli insediamenti e non assicurano una soddisfacente vita di comunità. Un habitat sociale con tali caratteristiche, inoltre, riduce la resilienza individuale e collettiva, diventando nei casi più problematici un nuovo ostacolo alla ricostruzione del tessuto sociale urbano.

Passiamo ora a vedere, invece, le differenze e le specificità della vita sociale nei nuclei MAP. Gli insediamenti MAP, infatti, presentano una vita sociale sensibilmente diversa rispetto a quelle osservata nei quartieri del progetto CASE sia per una dinamica relazionale più densa ed articolata, sia per una condizione di disponibilità o più agevole accessibilità di servizi di prossimità.

In relazione alla dinamica sociale, è opportuno sottolineare che le condizioni di vita quotidiana all’interno degli insediamenti di MAP si differenziano sensibilmente in relazione alla provenienza degli sfollati: le situazioni di maggiore disagio socio-psicologico, infatti, riguardano soprattutto le persone provenienti dal centro di L’Aquila – in particolare degli anziani soli – rispetto agli sfollati delle frazioni o dei comuni del cratere sismico. Per questi ultimi, infatti, la ricollocazione nei MAP non ha comportato lo sradicamento sociale e la dispersione territoriale che invece hanno vissuto gli abitanti del centro de L’Aquila.

Le caratteristiche tecniche dei MAP sono tali da non richiedere particolari caratteristiche del suolo per essere istallati, ciò ha consentito ai comuni del cratere e alle frazioni di allestire i moduli abitativi in opportune aree libere a ridosso dei spazi urbani già esistenti in tutta sicurezza. Tale soluzione, a differenza di quanto visto per il progetto CASE, ha avuto il duplice vantaggio di mantenere coesa la comunità locale e conservare un rapporto socio-spaziale18 con il proprio tradizionale ambiente abitativo, più o meno danneggiato a seconda dei casi. La condizione di prossimità ha garantito, dopo la fase di emergenza, la possibilità di riprendere alcune dinamiche relazionali di comunità e di conservare una continuità di presenza nei piccoli centri urbani (o ridosso degli stessi) in attesa della ricostruzione. Nei casi da noi analizzati, si è osservato ad esempio che ad Onna gli sfollati hanno libero accesso alle macerie e possono seguire immediatamente le operazioni di rimozione delle macerie e di messa in sicurezza delle parti restanti del paese; nel caso di Pianola gli abitanti dei MAP possono recarsi a piedi nel paese ed accedere alle abitazioni parzialmente danneggiate, attraversare le strade del paese messe in sicurezza e così alimentare una dinamica sociale che, seppur ridotta, ha permesso di rianimare subito dopo l’emergenza la comunità locale; analoga dinamica riguarda il comune di Fossa. Queste situazioni hanno costituito un rilevante fattore di potenziamento della resilienza delle piccole comunità delle frazioni e dei comuni del cratere che hanno conservati intatti l’identità locale e il senso di appartenenza territoriale e, a partire da tali risorse, affrontano i problemi, più o meno gravi, della ricostruzione, i disagi della localizzazione temporanea, e i relativi conflitti sociali.

I problemi di isolamento sociale e di impoverimento della trama relazionale si ripropongono, invece, per le persone provenienti dal centro de L’Aquila, soprattutto nel caso degli anziani. Si tratta in particolare di anziani soli, pensionati, con meno di 75 anni, senza disabilità che, in base ai criteri che definiscono le priorità di assegnazione delle sistemazioni alloggiative, sono slittati in basso nella graduatoria e sono stati collocati in base alle disponibilità residue. Per loro si osservano situazioni di difficoltà d’integrazione con la comunità locale: nel caso di Pianola, ad esempio, le anziane donne incontrate nei MAP si autorappresentano come una “minoranza” svantaggiata e discriminata, ignorata dalla maggioranza locale con forte solidarietà interna; le intervistate evidenziano la difficoltà di ricostruzione di rapporti di vicinato, al punto che durante l’inverno – racconta una di essa – è stata in casa per diverse settimane senza che nessuno bussasse alla porta per sincerarsi della sua condizione; mentre un’altra donna racconta che è rimasta bloccata in casa dopo una nevicata, perché nessuno si è premurato di spalare la neve per liberarle la porta d’ingresso; donne anziane sole che aspettano di buttare la spazzatura per fare quattro passi nella speranza d’incrociare qualcuno con cui scambiare un saluto; o che prendono il pulmino per evadere dall’isolamento sociale in cui si ritrovano.

I racconti delle esperienze familiari evidenziano che finita l’esperienza dell’emergenza, usciti cioè dai campi di tende dove c’erano spazi e servizi in comune che erano spazi di socializzazione e di confronto, con la delocalizzazione prima negli alberghi e poi il trasferimento nelle soluzioni alloggiative – prevalentemente CASE, ma in maniera meno intensa anche nei MAP – si sia generata un’atomizzazione sociale delle famiglie che si sono chiuse nel loro privato. Si è ridotta la solidarietà comunitaria che pure aveva caratterizzato tutta la fase dell’emergenza e i mesi successivi al terremoto vissuti nelle tendopoli (almeno fino al termine dell’estate), come è stato registrato in altre ricerche (Mastropaolo, 2010).

La situazione dei servizi di prossimità e degli spazi di socializzazione è più articolata, anche se in generale migliore rispetto a quanto rilevato negli insediamenti del progetto CASE Il problema della mobilità territoriale, in primo luogo, pur mantenendo la sua importanza nell’organizzazione della vita quotidiana (soprattutto in relazione ai caratteri urbani de L’Aquila e della sua provincia), non assume il carattere cruciale che ha invece chi vive negli alloggi CASE I servizi di prima necessità e alcuni spazi di socialità sono presenti in loco e risultano più o meno adeguati a seconda dell’area considerata. Nel caso di Onna i servizi di base sono stati collocati nell’area industriale adiacente in prossimità dell’insediamento MAP ed è stato messo a disposizione uno spazio sociale polifunzionale denominato “Casa Onna”; nel caso di Fossa, invece, i moduli abitativi sono stati integrati con gli spazi di servizio e di socialità di prossimità (una chiesa, un mini-market, un bar, una farmacia, un ufficio postale – non ancora funzionante – strutture sportive); diversa ancora la situazione di Pianola dove servizi non sono presenti immediatamente nel campo, ma alcuni di essi sono presenti a qualche chilometro nel paese, ma per gli anziani risultano di difficile accesso.

Se il livello minimo di servizi di base è in parte assicurato, la vita sociale ricostruita negli insediamenti MAP è, soprattutto per la popolazione anziana, caratterizzata da dinamiche relazionali tradizionali, tipiche dei piccoli paesi. Per questo le persone provenienti dal centro città esprimono un disagio consistente nella perdita della vita relazionale e delle opportunità di vita attiva che erano garantite dal trovarsi ad abitare nel centro città; con le parole di un’intervista: “la vita cittadina del centro storico ci manca più della casa… Ci hanno dato una casetta, ma ci manca tutto il resto”. In alcune situazioni c’è anche il rifiuto di adattarsi ad una vita di paese che viene considerata espressione di un’altra cultura e di un diverso stile di vita sociale rispetto a quello di cui sono portatori gli abitanti del centro città: “Quando sono arrivata qui, mi facevo dei pianti, notte e giorno, non ero abituata alla vita di paese; è stato triste”.

 

3.2. Le condizioni di vita negli alloggi C.A.S.E. e nei M.A.P.

Gli alloggi CASE rispondono adeguatamente al bisogno di “avere un tetto sicuro sotto cui dormire”, come ci è stato ripetuto più volte dagli intervistati. Per molti è il bisogno di sicurezza e il desiderio della “casa subito” a motivare la scelta dell’alloggio nei nuovi quartieri del progetto CASE nell’agosto del 2009, quando nemmeno un cantiere era stato concluso e nessuno aveva ancora un’idea precisa di cosa sarebbero stati i nuovi quartieri o new town – per usare il linguaggio ufficiale di quei giorni – oltre ovviamente alla rappresentazione mediatica offerta dal Presidente del Consiglio e dalle strutture del Dipartimento della Protezione Civile.

Gli alloggi del progetto CASE si sono dimostrati nei fatti delle buone “macchine per abitare”, rispondendo ai bisogni e alle funzioni primarie delle famiglie. Le dinamiche psico-sociali esperite negli alloggi presentano però anch’esse delle criticità, soprattutto in una prospettiva di permanenza che attualmente appare tutt’altro che transitoria.

In primo luogo la limitatezza19 degli spazi con il passare del tempo viene sempre più avvertita come con disagio, soprattutto per anziani che vivono in famiglia e in generale per aggregati domestici numerosi. La dimensione e la composizione degli alloggi, infatti, è stata commisurata al numero dei componenti familiari, ma senza considera le esigenze specifiche legate alla composizione dell’aggregato domestico, per esempio legate al genere, all’età, alle condizioni di salute e così via. Ciò spesso determina l’indisponibilità di sufficienti zone funzionali distinte, tali da permettere una separazione tra spazi di isolamento e spazi di cooperazione, con differenti gradi di intimità. D’altra parte la limitata possibilità di intervenire sulla struttura dell’abitazione – regolata dal contratto di locazione – e l’assenza di modularità della stessa, impedisce forme autonome di adattamento funzionale, anche in relazione al mutare nel tempo delle esigenze dei componenti dell’aggregato domestico. Si tenga conto del fatto che tale rigidità riguarda anche tutto l’arredamento che, lo ricordiamo, è parte integrante dell’alloggio e che pertanto è soggetto alle stesse restrizioni d’uso. Gli alloggi non si prestano a funzioni articolate (quelle per esempio legate ad un hobby, ad attività di autoproduzione domestica e simili) ed anche la vita sociale, per esempio ricevere semplici visite di parenti ed amici, è limitata dalla disponibilità di spazi adeguati.

La stessa armonia coniugale può essere turbata dalla limitatezza degli spazi domestici e dal grado di affollamento. La litigiosità coniugale che secondo i nostri intervistati è cresciuta tra gli sfollati, può essere ricondotta allo stress individuale dovuto alle costrizioni funzionali dell’alloggio, sommato alla perdita delle consolidate routine familiari di vita quotidiana e alla perdurante condizione di precarietà abitativa con tutte le implicazioni esistenziali e progettuali che conseguono da tale instabilità.

L’assenza di una prospettiva chiara sui tempi e le modalità della ricostruzione non consente, in generale, alle persone attualmente assistite di pianificare adeguatamente le scelte da fare nel breve e nel medio periodo. Per le persone anziane, già l’attesa di ridefinire una prospettiva temporale più chiara sui tempi di ricostruzione del centro storico è diventata elemento cruciale di disagio, soprattutto in relazione all’aspettativa di vita personale che per alcuni, visto anche come sono trascorsi gli ultimi due anni, appare insufficiente per poter sperare nel ritorno ad una vita quotidiana analoga a quella precedente il terremoto.

Non va poi trascurato il significato simbolico della casa che, in sé e per la funzione di contenere le “cose” della famiglia, è parte essenziale dell’identità e della rappresentazione sociale soggettiva e familiare, poiché veicola segni di prestigio, status sociale, stili di vita e preferenze culturali. L’arredamento messo a disposizione negli alloggi ha avuto sicuramente il vantaggio di renderli immediatamente abitabili. In questo modo, però, si è assolta la semplice funzione strumentale, mortificando le esigenze simboliche ed espressive dei locatari. Da una parte, hanno dovuto rinunciare a portare con sé la parte recuperata dell’arredamento che avrebbero potuto in parte adattare ai nuovi alloggi, anche in via transitoria, ed hanno avuto una limitata possibilità di personalizzare gli spazi nella composizione dell’arredo20. Dall’altra parte, per la disponibilità limitata di spazio, hanno dovuto rinunciare ad una parte consistente delle proprie cose: oggetti di varia natura, più o meno funzionali, ma che incorporano elementi simbolici di rappresentazione del sé e del proprio stile di vita; altri oggetti che supportano e materializzano la memoria; oggetti che in ultima istanza contribuiscono a definire l’identità sociale dei soggetti e delle famiglie che in questo situazione risultano significativamente impoverite nei loro aspetti simbolici e espressivi. Emblematica a tale proposito è l’espressione di una donna pensionata intervistata: “tutta una vita finita in quattro scatole”. Riprendendo le parole di Carla Landuzzi, “l’abitare non pretende solo il costruire, ma anche il significare” (2010, p. 12), vale a dire che per la comprensione del disagio e del bisogno attuale degli sfollati è necessario considerare per ognuno di essi il senso che aveva assunto la casa abitata quando c’è stato il terremoto.

Il significato della casa per gli individui si modifica lungo il ciclo di vita in funzione delle età e delle condizioni di vita (Farneti, 2010). Per gli anziani, in particolare per i grandi anziani, la casa diventa lo spazio centrale della vita, principalmente il luogo d’incontro con i propri familiari ed il luogo dove ci si sente al sicuro. La perdita della casa porta quindi ad un senso di disorientamento e di depressione anche perché la propria casa offre le condizioni di continuità e di routine che rassicurano: da una parte, esse permettono una vita quotidiana semplificata da automatismi consolidati nel tempo (soprattutto per le persone con condizioni sensoriali deteriorate), dall’altra, gli oggetti della casa sono custodi della memoria e della storia soggettiva (Bodei, 2009). Tutte queste condizioni sono state perse nella ricollocazione e nel distacco dalla propria abitazione tradizionale.

Il contratto di comodato d’uso presenta, infine, diversi aspetti problematici che, come già visto in alcuni passaggi precedenti, limitano alcune forme autonome di utilizzo e sistemazione dell’alloggio (per il mobilio per esempio). Ma la regolamentazione degli alloggi CASE presenta delle norme che mal si adattano ad una permanenza prolungata nel tempo. Tra le clausole ritenute particolarmente difficoltose da gestire c’è quella tesa a garantire che l’assegnatario dimori effettivamente nell’alloggio (Obbligo di dimora stabile): le autorità locali – i vigili urbani – verificano l’utilizzo effettivo degli assegnatari dell’alloggio, in caso di tre assenze consecutive, l’assegnatario perde il diritto all’alloggio; ciò implica che per qualsiasi motivo gli assegnatari si allontanano per più giorni dall’alloggio sono tenuti a darne comunicazione preventiva agli uffici preposti, specificando il periodo di assenza. Meccanismi rigidi di gestione degli alloggi, d’altra parte, riguardano poi i casi di modifica del numero dei componenti del “nucleo di coabitazione”, per cui è previsto d’obbligo il trasloco (si pensi al caso comune del decesso di un anziano); e ancora nel nei casi in cui l’abitazione di provenienza venisse riclassificata in maniera diversa da E o F, oppure si rendesse accessibile seppur in “zona rossa”, gli assegnatari perderebbero il diritto all’alloggio e sarebbero invitati al trasloco entro trenta giorni, trascorsi i quali l’amministrazione provvede allo sgombero, pur non assicurandosi della effettiva possibilità dei diversi membri del nucleo in coabitazione di avere una alloggio accessibile e sicuro in cui stare.

D’altra parte una questione particolarmente sentita negli insediamenti CASE più disagiati è quello della gestione dei trasferimenti all’interno degli alloggi del progetto e tra il progetto e i MAP Tali richieste vengono gestite dalla SGE facendo sostanzialmente riferimento alla graduatoria costruita per l’assegnazione degli alloggi ed affiancati da una commissione che valuta caso per caso specifiche esigenze dell’aggregato familiare (per esempio particolari condizioni di salute di uno dei membri dell’aggregato). Tale procedura viene svolta senza aver mai reso pubblico il quadro dettagliato del numero, del tipo e della localizzazione degli alloggi disponibili. Il problema dei trasferimenti, d’altra parte, si complica per il fatto che tutte le richieste di trasferimento sono indirizzate verso gli insediamenti centrali – per esempio Sant’Antonio, Sant’Elia – cioè quelli che fin dall’inizio, come visto in precedenza, hanno il più alto livello di preferenza, mentre più rare risultano richieste per spostamenti verso altri insediamenti, in particolare quelli più periferici rispetto alla vita cittadina e più disagiati.

Passiamo adesso ad illustrare alcune specificità che riguardano le condizioni di vita nei MAP I moduli abitativi assicurano una sistemazione provvisoria confortevole e sicura. Le criticità, tuttavia, riguardano – soprattutto il relazione all’allungamento dei tempi di permanenza – nella limitatezza degli spazi che condiziona le relazioni tra i membri del nucleo familiare e riduce all’essenziale le funzioni che possono essere svolte in ambito domestico.

Le caratteristiche strutturali dei campi dove sono insediati i MAP nel caso di Fossa ad esempio, comportano per alcune componenti della popolazione un certo grado di miglioramento delle condizioni abitative e di vita: in primo luogo per gli immigrati che prima trovavano alloggio nelle abitazioni di più scarso valore e di peggiore abitabilità e che invece nei campi MAP hanno avuto riconosciuto il diritto all’alloggio e l’uguaglianza di trattamento, alleggeriti temporaneamente anche delle spese dell’affitto (perlopiù non si trattava di proprietari); in secondo luogo, un miglioramento si registra anche per i più anziani e per le persone con disabilità motorie che prima vivevano in vecchie case del centro storico, di difficile accesso, con diverse barriere architettoniche e di ridotta funzionalità; queste persone con capacità motorie ridotte negli insediamenti MAP hanno trovato un contesto domestico e “urbanistico” di migliore funzionalità rispetto a quello del centro storico di Fossa: tutto a piano terra, senza scale, senza pendenze, accessibili immediatamente con l’automobile fino a pochi metri dall’ingresso di casa.

Questi aspetto di carattere urbanistico, tuttavia, non riduce le costrizioni funzionali che sono implicate dalla sistemazione nel modulo provvisorio, come già visto in precedenza anche per gli alloggi del sistema CASE Le abitazioni, soprattutto per le persone che vivono fuori dal centro città – nelle frazioni e nei paesi nell’area del cratere – hanno funzioni articolate di autoproduzione di beni e servizi e, in assenza di un’intensa vita sociale nell’ambito pubblico – la maggior parte del tempo viene trascorso in ambito privato e anche le forme di socialità (parentale e amicale) si svolgono entro lo spazio domestico. Nei MAP lo spazio è limitato e quindi sono precluse le possibilità di riprendere funzioni articolate in ambito domestico. L’autoproduzione e la conservazione di prodotti alimentari, gli hobby artigianali, gli incontri collettivi richiedono, ad esempio, la disponibilità di spazi (quali cantine, garage, giardini, mansarde, ecc.) adeguatamente attrezzati (con frigo, forni, tavoli da lavoro, etc.). Gli intervistati ad Onna e a Fossa avvertono l’impoverimento della loro vita attiva in relazione alla indisponibilità di questi spazi in cui realizzare attività produttive, espressive e sociali.

Le aspettative temporali nei MAP sono molto diverse rispetto a quelle che si percepiscono tra gli abitanti del progetto CASE La temporaneità degli insediamenti è inscritta nel loro progetto e la vicinanza degli sfollati alle aree di proveniente, e quindi l’immediata percezione dello stato e delle problematiche della ricostruzione, consentono una realistica previsione rispetto ai tempi di permanenza nella sistemazione provvisorio, anche nel caso di ricostruzioni complicate21 e di periodi di attesa sicuramente non brevi. Situazione opposta, invece, per le persone che provengono dal centro de L’Aquila che, invece, soffrono della stessa situazione di precarietà esistenziale, legata soprattutto all’incertezza su tempi e modalità di ricostruzione del centro città, con il conseguente disorientamento su quali scelte compiere nell’immediato futuro.

3.3. I costi economici aggiuntivi legati alla locazione negli alloggi temporanei

Il bilancio delle famiglie che attualmente si trovano negli alloggi del progetto CASE e nei MAP deve sopportare un aggravio di costi e di spese aggiuntive che pesano naturalmente di più sui nuclei domestici con redditi bassi e tra questi sui nuclei di persone anziane che vivono di pensione che si colloca nelle fasce medio-basse. La stessa indagine MICRODIS (2010) evidenzia che ben il 70% dei pensionati dichiara una riduzione del reddito che è legata, come vedremo in seguito, alla perdita del potere d’acquisto , più che alla effettiva riduzione delle entrate soprattutto ad una crescita delle spese e ad un aumento del costo della vita segnalato.

La spesa aggiuntiva che coinvolge tutti, ma in maniera sensibilmente variabile a seconda dell’insediamento di collocazione, è il trasporto privato come già visto in precedenza. Nei casi limite di Collebrincione la spesa per carburante e, in alcuni casi, per l’autostrada ha un peso tutt’altro che trascurabile. Finora, d’altra parte, il trasporto pubblico, con tutte le problematiche evidenziate, è stato garantito in regime di gratuità, ma si tratta di una condizione temporanea poiché il meccanismo di proroga è destinato ad esaurirsi in tempi abbastanza brevi per lasciare posto ad un regime di tariffazione che per ora non è stato ancora formulato ufficialmente e che rappresenta un terreno di contrattazione territoriale di cruciale rilevanza soprattutto per garantire la mobilità alle fasce sociali deboli, in particolare gli anziani a basso reddito, in relazione ad una situazione di dispersione urbana che nella prospettiva di una ricostruzione lenta è destinata a perdurare nel tempo.

Altri costi riguardano la spesa quotidiana. Gli intervistati lamentano una crescita significativa dei prezzi al dettaglio, un fenomeno prevedibile (CLES, 2010) su cui non c’è stata adeguata attenzione. A tale situazione gli anziani, quando possono, rimediano con il cambio delle abitudini di spesa, passando dalla piccola spesa quotidiana calibrata sul consumo giornaliero, alle spese periodiche con la formazione di piccole scorte domestiche (nel limite degli spazi a disposizione, per esempio del frigo) realizzate spesso solo quando si ha la disponibilità dell’aiuto di un parente. Si tratta di modalità di consumo che se permettono di avere accesso ad offerte promozionali e prezzi più convenienti, spesso risultano comunque anti-economiche perché per gli anziani soli o in coppia le scorte si rivelano sovradimensionate rispetto ai consumi effettivi, soprattutto per i beni alimentari che deperiscono in periodi piuttosto rapidi.

Ci sono poi i costi aggiuntivi della comunicazione. In primo luogo c’è il problema della corrispondenza postale. Una volta ottenuto l’alloggio CASE, per poter ricevere a domicilio la posta inviata all’indirizzo della vecchia abitazione inagibile è necessario individualmente chiedere l’attivazione in via transitoria di un servizio a pagamento a Poste Italiane denominato “Seguimi” che va rinnovato periodicamente. Non ci sono servizi postali contrattati collettivamente per gli sfollati del terremoto, se non quello di rinunciare al servizio del recapito a domicilio – un servizio che Poste Italiane dovrebbe garantire in maniera universalistica – e recarsi all’ufficio centrale con i disagi già raccontati in precedenza. C’è poi il problema delle comunicazioni telefoniche e dell’accesso alla rete internet che non sono presenti negli insediamenti visitati, costringendo così i locatari ad utilizzare i servizi mobili di telefonia e connessione alla rete che sono molto più costosi e di qualità spesso inferiore.

Un’altra spesa aggiuntiva riguarda il trasloco e la custodia del mobilio dell’abitazione di residenza danneggiata, per metterli a riparo dagli agenti atmosferici e per conservarli in buono stato. È previsto un contributo pubblico per le spese di trasloco, ma quest’ultimo in molti casi non copre i costi sostenuti e, soprattutto, non può coprire il canone pagato ad imprese specializzate per la custodia dei propri beni, per un periodo che per ora risulta non ancora definibile.

Altro capitolo di spesa aggiuntiva riguarda le utenze domestiche delle abitazioni inagibili. Gli sfollati, infatti, hanno avuto di fronte due possibilità: la prima, quella di chiedere la chiusura del contratto di fornitura del servizio, pagando i relativi costi di chiusura e, ovviamente, in futuro anche quelli di riattivazione; la seconda possibilità, quella di chiedere la sospensione del servizio di fornitura, dovendo però continuare a pagare il relativo canone di fornitura. Molti sfollati, non avendo informazioni sufficienti sulla tempistica di rientro nelle abitazioni danneggiate, non hanno potuto fare scelte razionali ed ottimizzati delle spese e si sono piuttosto indirizzati su base emotiva, in base all’orientamento più o meno ottimistico e al livello più o meno elevato di fiducia istituzionale, orientandosi caso per caso verso la sospensione oppure la cessazione delle forniture. Anche in questo caso sono mancate mediazioni collettive con i gestori dei servizi. Situazione ancora più gravosa riguarda le persone che avevano abitazioni in condomini o parchi che hanno dovuto continuare ad affrontare le spese condominiali.

Un altro capitolo riguarda infine le utenze e le tasse arretrate che finora non sono state pagate e di cui non si conosce ancora le modalità – in particolare i tempi di pagamento del dovuto – che saranno seguite per estinguere i debiti accumulati.

3.4. La carenza di servizi di welfare e prospettive d’intervento

Abbiamo visto nei paragrafi precedenti il modo in cui si esprime la difficoltà di vita quotidiana per la rottura delle reti di socialità quotidiana e di quelle di solidarietà a livello di vicinato negli insediamenti CASE e, in parte, nei nuclei MAP. Abbiamo evidenziato come il sistema di assegnazione degli alloggi – e poi le pratiche di ri-assegnazione per effetto di cambiamenti nella struttura familiare o per decisione di trasferirsi in autonomia – abbiano reso molto difficile la ricostituzioni di reti sociali analoghe. La dimensione e la struttura degli alloggi e l’assenza di spazi comuni di incontro e di aggregazione aggrava ulteriormente la condizione di sradicamento e isolamento sociale.

In un quadro di forzata de-socializzazione – quando la famiglia e le reti di vicinato e la stessa prossimità di accesso ai luoghi di socialità, di svago e di servizi vengono meno – i servizi istituzionali di welfare e le politiche sociali pubbliche acquistano un peso e un ruolo più importanti, anche se inevitabilmente con costi crescenti. Un intervento nell’ambito del sistema di welfare locale risulta perciò impellente così come risulta importante la presa d’atto della necessità di un più elevato livello di spesa in questo ambito. La situazione di intervento che abbiamo riscontrato allo stato attuale delle cose nella città de L’Aquila e in particoalre negli insediamenti CASE risulta assolutamente inadeguata. Alla fase della spesa senza vincoli iniziale si è sostituita una fase di riduzione della spesa degli stessi fondi originariamente stanziati. Nella fase iniziale di autocelebrazione da parte del governo e della protezione civile per l’immediatezza del passaggio “dalle tende alle case” si parlava per ogni insediamento del sistema CASE della realizzazione di aree polivalenti per ospitare servizi e centri di aggregazione. Con poche e tardive eccezioni, di tutto ciò fino ad ora non si è realizzato nulla. È necessaria dunque una decisione politica che sblocchi i fondi disponibili e provveda a garantirele risorse finanziarie per la fornitura dei servizi di welfare di cui dovranno poter beneficiare anche e soprattutto gli anziani.

Naturalmente non si tratta solo di questo. Non è solo una questione economica: c’è una questione di qualità e di organizzazione dei servizi; c’è una questione di rapporto tra soggetti fornitori (pubblico, privato, non-profit); c’è una questione di “individualizzazione” del servizio con riferimento a caratteristiche specifiche dei destinatari; c’è una questione di partecipazione; c’è infine una questione di rapporto tra urgenze e obiettivi di più lungo periodo. Ed è inutile dire che per gli anziani il problema di questa ultima alternativa neanche si pone: essi non possono aspettare. Ma con il cortocircuito emergenza-ricostruzione determinato dal sistema CASE e l’impostazione data alla collocazione delle famiglie, è poco probabile che una larga parte degli anziani possano ritornare nelle loro case ricostruite, soprattutto nel centro de L’Aquila, dato il dilatarsi dei tempi della ricostruzione.

C’è la questione degli impegni presi sia in termini di stanziamento di fondi per interventi nell’ambito dei servizi sociali, sia sul piano delle soluzioni urbanistiche per quel che riguarda la localizzazione dei servizi. C’è da valutare cosa si è fatto – per bene e per male – e quali sono i problemi aperti. Lo scandalo di questi ultimi mesi con le gravissime accuse nei confronti della Fondazione Abruzzo solidarietà e sviluppo onlus22, che coinvolgono anche la Curia Vescovile per la vicenda degli appalti per i centri polifunzionali è rilevante non solo per il fatto che pone in evidenza responsabilità politiche e morali nell’ambito della ricostruzione, ma anche perché spiega il meccanismo di allocazione-ritiro di fondi, dei criteri ufficiali di assegnazione degli stessi e della sostanza delle proposte avanzate. È perciò bene entrare nel merito di questo tema – aldilà dell’imbarazzante sviluppo ed esito legale della vicenda – per definire quali erano gli obiettivi e quali possono essere tutt’ora le possibilità di intervento per quel che riguarda grandi e specifici investimenti. In altri termini è opportuno valutare – aldilà dei meccanismi clientelari e delle implicazioni in termini di illegalità – l’effettivo valore e significato degli interventi proposti. Per quanto riguarda i risvolti giudiziari della vicenda si rimanda alle cronache della stampa nazionale e soprattutto locale. Qui è invece il caso di riferire per sommi casi la vicenda dal punto di vista istituzionale, le proposte in campo (e la loro natura) nonché la tempistica. I fondi stanziati dal Dipartimento delle politiche per la famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri diretto da Carlo Giovanardi, pari a 12 milioni di euro da destinare ad attività sociali per i comuni colpiti dal terremoto, sono state in larga parte intercettati dalla Fondazione Abruzzo solidarietà e sviluppo: 7 milioni di euro sono stati impiegati per una “Casa di accoglienza per la famiglia e la gioventù” a Villa Sant’Angelo e per “un Centro servizi polifunzionale per la famiglia, le persone anziane e disabili” a San Demetrio, cui si aggiungono altri dodici centri nelle circoscrizioni aquilane; un altro progetto per un valore di 3,5 milioni di euro, era stato approvato per realizzare interventi di carattere sociale all’interno dei territori di nove comuni dell’aquilano23. Le indagini, tuttavia, hanno bloccato le risorse del cosiddetto “Fondo Giovanardi” avendo riscontrato il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato perpetrata attraverso la Fondazione. Oltre al sistema di corruzione che si è organizzato intorno al flusso di risorse stanziato a sostegno delle politiche sociali nel cratere sismico, l’indagine evidenzia come l’intero impianto messo in piedi abbia di fatto sottratto risorse ad altri tipi di interventi sociali più appropriati per rispondere ai bisogni sociali della popolazione colpita dal terremoto e in particolare degli anziani.

Un secondo punto, per quel che attiene a spese previste e realizzazioni, riguarda i piani urbanistici o, più precisamente, le localizzazioni per attrezzature che avrebbero dovuto essere insediate nei diversi nuclei del sistema CASE. Erano stati previsti, oltre alle strutture abitative, anche spazi da destinare a servizi per le esigenze di vita collettiva nelle cosiddette “aree polivalenti” secondo quanto nel corso dell’indagine di campo ci ha confermato l’assessore alla ricostruzione Pietro di Stefano. Ma di ciò ora non c’è nulla e non c’è più traccia in documenti istituzionali. È importante ricostruire tale vicenda per comprendere le responsabilità istituzionali e per valutare le possibilità di spesa in questa direzione e individuare l’ente erogatore. Risulta che nel piano originario negli insediamenti fossero stati previsti degli spazi per non meglio definiti centri polifunzionali. Oggi, a parte qualche precaria struttura realizzata in alcuni insediamenti da organizzazioni di volontariato, non c’è – e non sembra essere stato previsto nulla – che rientri in un piano organico.

Dell’esigenza di un intervento sociale urgente negli insediamenti CASE è consapevole anche il Comune de L’Aquila che dispone di un piano per i servizi sociali prodotto da ricercatori della Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli “Federico II”. Ma la sua eventuale realizzazione dipende da fondi che attualmente non sono stati ancora individuati. C’è finanche un problema relativo alle aree da destinare a queste strutture e degli eventuali criteri di esproprio: problemi che implicano tempi non brevi in una situazione dove invece l’urgenza dell’intervento è elevatissima.

Così come tutti gli aspetti del vivere civile e delle necessità della vita quotidiana, nell’effettiva realizzazione degli insediamenti CASE i servizi sociali non sono stati presi in considerazione. E non è stata condotta neanche un’analisi del tipo di bisogni e di esigenze che possono avere le persone insediate e – per quanto ci riguarda – specificamente gli anziani. Nella ricostruzione dei servizi sociali, anche negli interventi dei “donatori” – realizzati cioè attraverso la beneficenza privata – ha prevalso la realizzazione di strutture fisiche a discapito del funzionamento dell’attività dei servizi stessi. Così, ad esempio, contributi che appaiono di grande interesse per la comunità (e che esprimono le buone intenzioni delle organizzazioni che li hanno forniti), rischiano di risultare assolutamente inadeguati se non inopportuni. Questo è messo ben in evidenza ad esempio di recente da Betti Leone in un numero della rivista “Progetto città” dedicato appunto al tema della ricostruzione. Scrive a questo proposto Leone: “Persino quei donatori come la Croce Rossa o il Lions Club, che hanno pensato di incrementare i servizi, non sono riusciti ad andare oltre la donazione di poliambulatori, in concorrenza con quelli pubblici, che probabilmente diventeranno solo dei moltiplicatori di spesa” (2011, p. 27).

L’esempio è importante anche perché suggerisce una riflessione sui limiti in generale dell’intervento dei donatori. Lo slancio di solidarietà per una situazione come quella del terremoto si esprime ovviamente in primo luogo con la volontà di contribuire alla ricostruzione. Le strutture fisiche sono molto importanti nel processo di ricostruzione, ma i servizi sociali hanno bisogno, oltre che delle strutture, anche di personale: non c’è solo il problema di fornire una struttura, ma anche di valutare la possibilità di gestione della stessa e dei vincoli che entro i quali essa si esercita. E qui si pone il problema dei costi della gestione della struttura di servizio fornita (scuola, ambulatorio, o quant’altro che sia).

Ma torniamo alle esigenze della popolazione, ai bisogni espressi, e alla possibilità che essi possano venire soddisfatti recuperando al massimo i livelli di qualità della vita precedenti il terremoto. Come abbiamo mostrato in altre parti di questo rapporto, le persone da noi intervistate mostrano rimpianto per quello che hanno perso non solo in termini socialità ma anche in termini di funzionamenti della vita quotidiana. Fare la spesa e incontrare amici sono – nella fattispecie erano – spesso la stessa cosa. La impossibilità di raggiungere un negozio riduce anche questa possibilità, almeno fino a quando non si creano alternative nuove di socializzazione. Anche lo svolgere le usuali attività quotidiane per garantirsi i servizi di welfare – recarsi a un ambulatorio, andare a chiedere un certificato, uscire per ritirare la pensione, per fare esempi banali ma concreti – sono occasioni d’incontro. Ora mancano le une e le altre: le occasioni di incontro e le possibilità di accesso ai servizi. Si tratta spesso di esigenze comuni e facilmente individuabili, ma si tratta anche di esigenze più complesse e individualizzate a seconda dell’età, delle condizioni di salute e dell’inserimento delle persone interessate nelle reti sociali. Tra i bisogni espressi più comunemente – e registrati nel corso delle nostre interviste ai residenti del sistema CASE – c’è quello di spazi comuni per socializzazione. Se abbiamo ben registrato e compresa l’esigenza così come espressa dagli interlocutori, si tratta di spazi per qualcosa come una sorta di “centro anziani” di quartiere: in questo caso di “frazione” (delle nuove frazioni) del comune, termine che potrebbe sostituire l’orrenda e provinciale espressione di new town. È difficile valutare se la semplice disponibilità del luogo fisico basti a soddisfare l’esigenza. Comunque – con tutte le cautele del caso – si potrebbe utilizzare per questo un qualche appartamento resosi libero negli insediamenti.

Più in generale le aree possibili di intervento che sono suggerite dal nostro lavoro di inchiesta vanno da un adeguamento del sistema dei trasporti pubblici – che renda più economico e fruibile l’accesso per gli anziani a servizi necessari e al contempo distanti – a interventi mirati per l’ accompagnamento soprattutto dei grandi anziani e per facilitare l’accesso ai servizi socio-sanitari. C’è poi l’esigenza espressa sistematicamente dalle persone intervistate di potere acquistare beni per il consumo quotidiano (insomma di poter “fare la spesa”). Non si tratta di produrre soluzioni in astratto. E forse è necessaria una fase di sperimentazione. Ma si può trarre profitto da qualche esperienza di volontariato già in atto sulla quale ci soffermeremo alla fine di questo paragrafo.

C’è poi da tenere conto della responsabilità e dei vincoli di spesa. La questione aperta è: a chi spetta la responsabilità, in questa fase di trapasso, di gestire le iniziative in materia di welfare e servizi e a chi compete la spesa. Fino ad ora la gestione della spesa (e quindi le decisioni di intervento) anche in questo ambito sono state di competenza delle istituzioni per l’intervento di emergenza rispetto alle quali l’ente locale democratico (il comune) si trova in una situazione subalterna, sotto controllo e con carenza di disponibilità finanziaria. Ed è difficile capire come andrà evolvendosi la situazione con il passaggio alla “normale amministrazione” e il trasferimento delle competenze a un comune che si troverà gravato da una esigenza di spesa per politiche sociali, dovuta anche alle scelte della emergenza-ricostruzione fino ad ora operate. Infine l’indicazione del volontariato come istituzione capace di intervenire in maniera efficace e poco costosa non sembra una ipotesi praticabile. Non che manchino spazi per l’intervento volontario, ma innanzitutto questi dovrebbero avere carattere complementare e integrativo, superando l’idea che esso possa diventare una sorta di toccasana e che, peggio, diventi un modo per estendere la possibilità di influenza sul territorio di varie lobbies, religiose o laiche, che – sostituendosi all’intervento del pubblico e spesso con il sostegno finanziario del pubblico – occupino posizione di monopolio escludente altre soggetti, cooperative sociali, non meno capaci di fornire i servizi di welfare necessari.

Al volontariato spetta il compito di agire in modo complementare e integrativo con iniziative eventualmente capaci di potere essere replicate e generalizzate, se necessario. Queste poi, proprio per la loro natura più flessibile, possono attivare maggiormente la possibilità di partecipazione dei diretti interessati, con l’obiettivo quindi di una – almeno parziale – autogestione dell’attività. Ma una rete di servizi sociali di base – estesa, finanziata e gestita democraticamente e con trasparenza – è la condizione essenziale perché anche l’intervento volontario funzioni.

Un esempio per molti aspetti condivisibile è quello rappresentato dal progetto dell’Auser dal titolo “Aiutare i singoli. Ricostruire la comunità”. Torneremo più in avanti sul significato del titolo del progetto che esprime un modello di intervento generalizzabile. Entrando nel merito, il progetto si fonda sul lavoro volontario dell’Auser che in base ad un servizio di ascolto telefonico (il servizio Filo d’argento) raccoglie le richieste di anziani e cerca di rispondere nel modo più appropriato possibile. C’è dunque un fondamentale elemento di individualizzazione che riesce a incontrare le esigenze specifiche delle persone interessate. Nella descrizione che ne fa Betti Leone, il contatto telefonico serve a raccogliere i bisogni e le richieste degli anziani a cui dare risposta non solo ricorrendo alle strutture messe a disposizione dalla CGIL e dalle associazioni cooperative che aderiscono al progetto ma anche organizzando un servizio di trasporto, con mezzi dell’Auser per espletare piccole incombenze quotidiane, come fare la spesa, ritirare i certificati, pagare le bollette, andare dal medico o per frequentare luoghi di incontro animati dalle associazioni aderenti al progetto.

Il progetto riflette una linea generale di orientamento dell’Auser, già consolidata e ben radicata in altre esperienze regionali, che consiste nell’impegno degli anziani (si tratta ovviamente degli anziani più giovani) a vantaggio di altri anziani. Ma, come recita il titolo del progetto, l’utente non è considerato solo il semplice beneficiario del servizio fornito bensì anche un attore nel processo di ricostruzione della comunità. Si può ben notare come questo contrasti con una visione del servizio basato sulla standardizzazione, oppure con l’idea che, una volta installate delle strutture per servizi nei diversi insediamenti, tutto sia risolto. Per concludere – sempre rimandando al contributo di Betti Leone – “C’è necessità di riorganizzare i servizi sociali e sanitari in modo che si possano assistere queste persone (gli anziani e soprattutto i grandi anziani, n.d.a.) mantenendole in un contesto familiare ed evitando la loro segregazione in strutture dedicate” (2011, p. 27). Infatti, per quanto non risulti ancora dalla documentazione statistica, sarebbe interessante valutare l’entità dei trasferimenti di anziani in case di riposo e le modalità del trasferimento.

In questo ambito dunque la ricostruzione è molto indietro e la situazione è aggravato dalla scarsa chiarezza in termini di prospettive del futuro degli insediamenti CASE. In altri termini è difficile allo stato attuale definire per quanto tempo ancora le famiglie e gli anziani dovranno restare in queste strutture pensate al contempo come temporanee e definitive. In quadro con tali incertezze anche per gli attori istituzionali diventa ancora più importante un intervento al contempo garantito e flessibile che si fondi su soggetti “attivatori” dell’intervento sociale, con un ruolo significativo del volontariato. Quest’ultimo non deve sostituirsi al pubblico e soprattutto non deve fondarsi su megastrutture rigide quali quelle proposte per impiegare le risorse del cosiddetto “fondo Giovanardi”.

L’esigenza di fondi per sostenere le sperse di ricostruzione del welfare è urgente. Ma non si tratta solo di un problema di risorse. Si tratta anche di innovazione dei modelli e della filosofia di intervento, e in questa direzione allargare la partecipazione è una scelta essenziale. D’altronde è altrettanto essenziale che si individuino elementi attivatore di un processo di aiuto agli anziani che sia allo stesso tempo capace di sviluppare anche la comunità.

 

 

4.  RISCHI  SOCIALI CONNESSI ALLE PROSPETTIVE DI RIASSETTO URBANISTICO DI L’AQUILA

 

4.1. I costi sociali del progetto C.A.S.E.

Nei capitoli precedenti ci siamo soffermati sugli effetti che la ricollocazione della popolazione colpita dal terremoto ha avuto in termini di disgregazione sociale e di difficoltà di riorganizzazione della vita quotidiana e successivamente sulle conseguenze sociali della ricostruzione de L’Aquila. In questo paragrafo, invece, focalizzeremo l’attenzione sulle conseguenze urbanistiche dell’intervento post-sisma che attualmente si osservano sul territorio e le implicazioni sociali connesse.

È stato già osservato in precedenza che nel caso del terremoto a L’Aquila l’intervento emergenziale ha avuto diverse peculiarità24, ma dal punto di vista urbanistico quella più rilevante ha riguardato la decisione di implementare il progetto CASE e di sperimentare per gli sfollati del terremoto un percorso inedito, pubblicizzato con lo slogan “dalle tende alle case” che saltava la fase transitoria della sistemazione in condizioni alloggiative provvisorie. La soluzione originale ha previsto la costituzione di 19 nuovi quartieri, come visto in precedenza, di varie dimensioni e in generale distanzi dai centri abitati; localizzati in aree non urbanizzate selezionate secondo criteri peculiari – vale a dire la compatibilità con la soluzione ingegneristica delle piastre antisismiche su cui sono stati sistemati i condomini del progetto CASE – in deroga alla programmazione territoriale vigente e senza un progetto urbanistico complessivo per l’area del comune de L’Aquila e del suo comprensorio. Si è trattato di un esempio di quella che è stata giustamente definita la “urbanistica di emergenza” (Nimis, 2009), in altre parole, di un progetto d’intervento indifferente sia alle dinamiche sociali e urbanistiche, sia alle pratiche fino ad allora correnti di governo del territorio. La ricostruzione de L’Aquila è stata ridotta a semplice “questione edilizia”, mentre è stata responsabilmente sottovalutata la dimensione urbanistica e territoriale del problema. La stessa cura degli interni, d’altra parte è sintomatico di una sensibilità culturale che ha posto l’accento sulla casa in sé e non sulla sua collazione nel contesto urbano e territoriale, che esprime una visione politica che antepone le esigenze individuali rispetto a quelle collettive, come ben argomentato dal Comitatus Aquilanus (2009).

D’altra parte come è stato da più parti osservato la scelta del progetto CASE è avvenuta a prescindere da un’analisi dei danni del terremoto, del fabbisogno abitativo, e della valutazione comparativa dei costi/benefici di altre diverse e alternative risposte al problema dell’alloggio per gli sfollati e così – è opportuno ricordarlo – il progetto si è dimostrato anche inadeguato dal punto di vista quantitativo rispetto al bisogno alloggiativo post-terremoto, con la conseguenza che anche per gli abitanti del comune de L’Aquila è stato poi necessario allestire dei nuclei di MAP C’è da osservare, tuttavia, che a lungo andare l’incapacità di valutazione in questo ambito è quindi il fallimento dell’obiettivo delle “case vere per tutti subito”, ha rappresentato in qualche modo una fortuna, data la sostanziale insensatezza rispetto alle esigenze della popolazione della costruzione di quelle che furono definite new town il cui ruolo non è mai stato chiaro rispetto alle prospettive future di insediamento della gente. Come abbiamo notato, infatti, non si riesce a capire dalla documentazione ufficiale se si tratta di insediamenti definitivi o provvisori. Ma la sofferenza di chi ne ha per così dire beneficiato mostra quanto sia stata inopportuna la soluzione. Un maggior numero di new town o di abitazioni di quelle esistenti avrebbe solo aumentato il numero di persone non solo in lunga condizione di provvisorietà, ma anche in condizione di indeterminatezza. Sembra esserci accordo che la soluzione CASE abbia rappresentato un danno. Un numero maggiore di insediamenti del genere avrebbe rappresentato un danno maggiore. E ciò non solo per questo riguarda le condizioni di vita della gente, ma anche per gli effetti in termini di devastazione urbanistica e di spesa eccessiva e inopportuna.

La decisione di realizzare il progetto CASE ha fortemente pregiudicato la ricostruzione della città, in primo luogo – come visto già in precedenza – per le risorse di tempo ed economiche che ha assorbito25, posticipando colpevolmente l’intervento sul centro storico della città. Il dibattito stesso sulle modalità di ricostruzione del centro storico e sugli strumenti amministrativi e operativi da mettere in campo è stato rimandato nel tempo. Ciò ha minato le basi un approccio alla ricostruzione ispirato dall’idea del “come prima e dove prima” (De Lucia, 2010). D’altra parte, la prima tendenza urbanistica chiaramente registrata già ad un anno dal sisma è stata quella di un forza centrifuga che, sotto il governo delle istituzioni preposte alla gestione dell’emergenza, spingeva prima la popolazione sfollata lontano dalla città per poi ricollocarla ai margini della stessa26. Nel frattempo il centro storico svaniva, come conseguenza dello stato di abbandono e di inaccessibilità della zona rossa, della rottura della dinamica sociale e della impossibilità della ricostruzione della trama relazionale in assenza degli spazi in cui ri-radicarsi.

L’attuale dibattito sulle prospettive urbanistiche è, inoltre, fortemente condizionato dal progetto CASE Si tratta, infatti, di un intervento che per sua natura non è reversibile, o almeno non lo è a costi contenuti come nel caso dei nuclei MAP Si pensi in particolar modo alle piattaforme antisismiche (che tra l’altro rappresentano anche il costo di realizzazione più alto degli insediamenti), al costo per rimuoverle e allo spreco di risorse che tale investimenti avrebbe rappresentato nel caso di un utilizzo soltanto transitorio. Infatti l’eventuale riutilizzo adattato ad altra destinazione degli insediamenti deve tener conto del fatto che si tratta pur sempre di strutture “durevoli”, vale a dire progettati per un ciclo di vita di durata intermedia tra il provvisorio e il permanente, con costi crescenti nel tempo di manutenzione. Fino alla primavera di questo anno, la manutenzione è stata assicurata dalla gestione commissariale, poi è stata trasferita al Comune che deve trovare il modo di farvi fronte con proprie risorse economiche, organizzative ed operative. In altri termini si pongono qui due problemi distinti, ma entrambi di grande rilievo. Il primo riguarda l’esito e il futuro di queste strutture edilizie, anche nella prospettiva, purtroppo improbabile di un abbandono da parte delle famiglie che attualmente vi sono insediate per il riottenimento della loro precedente abitazione riparata o ricostruita. L’altro riguarda i costi di manutenzione di queste strutture un po’ improbabili dal punto di vista tecnico e architettonico, trattandosi di fragili e in sostanza modesti “contenitori”, alcuni di questi già oggi malandati, posti sopra costose strutture ultrasolide di costo enorme. La gestione dei “contenitori”, cioè delle abitazioni dove oggi la gente vive, diventa sempre più costosa e lo sarà sempre di più man mano che passa il tempo e impianti e strutture si usurano.

L’attuale programmazione territoriale deve pertanto confrontarsi, oltre che con le questioni più generali della ricostruzione post-terremoto, anche con i problemi creati dal progetto CASE: in primo luogo ripensare gli insediamenti, caso per caso, in una logica urbanistica coerente ed unitaria, contrastando i processi di dispersione degli insediamenti che hanno avuto luogo finora.

Lo sviluppo della città de L’Aquila ha seguito a partire già dal secondo dopoguerra una tendenza alla diffusione urbana27. Dopo cinquant’anni di ininterrotta crescita, il territorio aquilano prima del terremoto si presentava coperto da una nebulosa urbana, articolata ma continua, che occupava buona parte dei terreni pianeggianti della valle dell’Ateno (Frisch, 2010a; 2010b). Si tratta di un fenomeno di urban sprawl28 (di espansione urbana del tessuto urbano con densità decrescente allontanandosi dal nucleo denso) con caratteri analoghi a quelli che si registrano nel resto del territorio nazionale (Castignanò, Pieretti, 2010) e che sono quantificati dal discrepanza che in dato territorio si registra tra la crescita demografico e quella dell’urbanizzazione.

Con il terremoto, tuttavia, il progetto CASE ha creato le condizioni per un ulteriore espansione del tessuto urbano attraverso un processo particolare di sprawl urbano. Si tratta, tra l’altro, di un caso peculiare in cui è lo Stato che pianifica le condizioni per un ulteriore processo di sprawl che invece solitamente è regolato dalle dinamiche del mercato.

Mentre alcuni analisti suggerivano di proteggere e considerare insormontabile il perimetro urbano esistente al momento del terremoto, ovvero la linea ideale che separa lo spazio urbanizzato dallo spazio aperto (Frisch, 2010a; De Lucia, 2011), il progetto CASE ha ricollocato nell’ampio agro del comune la popolazione che in buona parte prima viveva nel centro storico e comunque nel centro città, facendolo in deroga alle norme e agli strumenti di governo del territorio. L’infrastrutturazione di servizio agli insediamenti CASE, in particolare a quelli realizzati in aree a destinazione agricola, rappresenta oggi l’avamposto e la traccia per un ulteriore processo di sprawl urbano. Visti in questa prospettiva gli insediamenti CASE, soprattutto quelli più periferici, tracciano le direzioni per un pericoloso sviluppo spontaneo del periurbano, con il rischio di ulteriore diffusione e frammentazione urbana. Tale rischio si somma a un danno ambientale e paesaggistico particolarmente sensibile in alcune località e ad una maggiore dispersione territoriale della popolazione che ha accresciuto la mobilità privata su gomma e la congestione urbana tutta intorno al centro città.

Nel corso degli ultimi due anni a L’Aquila si è osservato un ribaltamento del rapporto tra centro e periferia. Il centro denso è rimasto inabitato a vantaggio di diverse aree periferiche. La popolazione, in particolare quella proveniente dal centro de L’Aquila, si è ritrovata in nuovi insediamenti, privati dei caratteri della vita urbana (Hannerz, 1980): non soltanto assenza di servizi, ma anche segregazione socio-spaziale, indebolimento del tessuto relazionale, crisi del senso del collettivo nelle fruizione e nell’attribuzione di significato agli spazi pubblici, come è stato argomentato nei capitoli precedenti. In questo senso, per la città de L’Aquila il progetto CASE è stato “un altro terremoto” che ha aumentato la dispersione territoriale e devastato il paesaggio (Frisch, 2010b).

4.2. I Rischi di “gentrification” del centro città e di creazione di “rural slum” nel territorio aquilano

La documentazione istituzionale esistente sulla ricostruzione non consente di tracciare uno scenario esaustivo delle possibili tendenze di sviluppo urbano della città de L’Aquila. In particolare non sono ancora chiari i criteri di ricostruzione del centro storico della città e quale sarà il nuovo equilibrio sociale ed economico tra il centro città, la periferia e la più generale area e popolazione che, al di là dei confini amministrativi, insiste su L’Aquila. Due problematiche, tuttavia, si pongono prioritariamente all’attenzione dei cittadini. Il primo riguarda appunto il centro storico e il secondo, come già visto in precedenza, gli insediamenti del progetto CASE

Per quanto riguarda il centro storico de L’Aquila è evidente dai dati sul livello dei danni degli edifici che è proprio lì che è concentrata la quota più rilevante in termini di volume, ma anche ragione delle caratteristiche qualitative (valore storico-artistico degli immobili, complessità della struttura urbana, etc.), del lavoro di ricostruzione materiale. Oltre la metà degli edifici gravemente danneggiati si trova a L’Aquila: come già visto nel capitolo iniziale nel centro storico gli edifici classificati E arrivano al 63%, mentre nell’area del cratere si registra un’incidenza del 25%. La domanda di ricostruzione per questo riguarda soprattutto il centro de L’Aquila, l’area recintata su cui il processo di recupero si è fermato ai puntellamenti.

Data la lentezza del processo di ricostruzione del centro storico che ha determinato l’abbandono per un biennio del cuore sociale ed economico della città e dell’area, si può ragionevolmente immaginare – in analogia a quanto affermato per il progetto CASE – che tale condizione di spopolamento sarà perlomeno “durevole”. L’allungamento del periodo di recupero dell’agibilità degli spazi del centro città comporta uno sfilacciamento progressivo e accelerato delle reti sociali radicate nel centro città che si sono rotte e disarticolate con lo sfollamento post-terremoto. L’ingente spesa per la costruzione degli insediamenti del progetto CASE non ha solo rallentato il processo di ricostruzione della città a partire dal centro storico, ma ha anche sottratto risorse per l’attuale fase di ricostruzione effettiva. Se si considera l’età media dei titolari delle case del centro storico attualmente confinati nei mal collegati dormitori del progetto CASE si può dire che per molti di loro è stata decretata la sorte per cui dovranno morire senza poter più tornare alle usuali abitudini e relazioni di vita quotidiana nei quartieri di residenza prima del terremoto, come per altro si evince da quello che è stato illustrato nei capitoli precedenti.

I caratteri del centro de L’Aquila ricostruito saranno determinati dall’approccio, più o meno conservativo, che sarà seguito per la ricostruzione; è probabile che la dinamica sociale ed economica del centro storico vada verso processi di gentrification (trasformazione della composizione sociale con prevalenza delle classi sociali medio-alte e espulsione delle classi basse), secondo una tendenza consolidata già in passato, tuttavia, accentuandola. Le caratteristiche della città de L’Aquila, come ha argomentato Erbani (2010), la espongono ad un processo di ulteriore valorizzazione del centro storico con l’attrazione di ceti sociali medio-alti che oggi insistono sull’area metropolitana di Roma29 e lo sviluppo di servizi urbani ad essi rivolti, con la marginalizzazione di popolazioni urbane tradizionali. Tale processo, d’altra parte, potrebbe realizzarsi con un livello di conflittualità molto basso, dato che le popolazioni in questione sono già state sradicate dalla dinamica socio-spaziale del centro città. Insomma quel processo di resilienza che ha permesso di resistere, sia pure con una forza sempre minore, agli effetti del sisma, non sarà certo capace di dare la forza per resistere al secondo colpo determinato dalle scelte urbanistiche anche e soprattutto per l’assenza di condizioni materiali e organizzative necessarie per dare luogo a processi di resistenza.

Una questione parallela è rappresentata dalle prospettive, tutte ancora da pensare, per gli insediamenti del progetto CASE Si tratta di un problema articolato in primo luogo perché le condizioni sociali e l’integrazione urbanistica dei singoli insediamenti è molto variegata e richiede pertanto un’analisi articolata e un approccio d’intervento diversificato. Dalle osservazioni qualitative compiute – che andrebbero ulteriormente approfondite con analisi sulla composizione sociale dei singoli insediamenti e sul grado di integrazione sociale degli stessi – si possono individuare alcune dimensioni critiche. La prima riguarda la distribuzione delle famiglie non proprietarie: queste ultime esprimono un’inerzia maggiore ad uscire dal sistema CASE in relazione anche alla ridotta capacità economica. Si pensi al caso degli anziano soli o in coppia a basso reddito che, vista anche l’inflazione sugli affitti, avranno maggior difficoltà a trovarsi una sistemazione autonoma. La seconda riguarda il grado di inclusione degli insediamenti del sistema CASE nel tessuto urbano: alcuni di essi, infatti, consentono delle condizioni di vivibilità più alte dovute all’accesso meno difficoltoso ai servizi commerciali, ai trasporti e così via (è il caso ad esempio di quelli costruiti a ridotto della città: S.Antonio, S.Elia e simili) da opporre a situazioni, invece, di estremo isolamento territoriale (gli insediamenti di alta montagna in primo luogo: Assergi e Collebrincione). A ciò si aggiunge il problema della incompatibilità di alcuni insediamenti con il territorio dal punto di vista urbanistico, paesaggistico o ambientale. Si tratta solo di alcune principali indicazioni che segnano un percorso di analisi ed intervento differenziato da approfondire.

Nel medio periodo, tuttavia, c’è il rischio concreto per una parte degli insediamenti CASE che si creino delle aree periferico di degrado sociale che potremmo chiamare di rural slums30: da una parte tale rischio è connesso direttamente al degrado fisico progressivo delle strutture abitative – degrado più rapido rispetto ad un’abitazione tradizionale – dall’altro ad una progressiva trasformazione della composizione sociale degli insediamenti. È probabile, infatti, che i flussi in uscita riguardino la componente con maggiori risorse, mentre una più lunga permanenza riguarda la componente economicamente più debole e socialmente meno dinamica (come gli anziani), con la conseguenza di una omogeneizzazione verso il basso della popolazione allocata negli insediamenti CASE (alimentata anche dal rimpiazzo delle famiglie che lasciano gli alloggi). Si tratta ovviamente di ipotesi che andranno confrontate con l’effettiva destinazione d’uso degli immobili che, tuttavia, per ora sembra essere quelle residenziale per un periodo decisamente non breve.


5. PROCESSI POLITICI E PARTECIPAZIONE

L’indagine di campo evidenzia che le persone assistite hanno avuto e continuano ad avere rapporti problematici sia con l’attore pubblico – istituzioni e agenzie coinvolte nei diversi aspetti di governo del post-terremoto – sia con i soggetti pubblico-privati, soprattutto quelli che gestiscono i servizi pubblici. Queste difficoltà assumono un peso maggiore per gli anziani e altri soggetti tradizionalmente deboli. Gli anziani, infatti, sono portatori di specifici bisogni – legati allo stato di salute, alla condizione di isolamento sociale, etc. – e una limitazione di alcune capacità, si pensi tra l’altro, all’accesso ai mezzi di comunicazione digitale (siti web istituzionali, accessibili tramite internet) che, pur non essendo il principale bisogno espresso dalla gente come si evince dai capitoli precedenti, richiederebbe comunque da parte delle istituzioni strategie diverse di comunicazione e di interazione.

I racconti delle persone intervistate evidenziano che i rapporti con le istituzioni pubbliche risultano difficoltosi e l’interlocuzione con i poteri locali è ostacolata anche da una difficoltà della rappresentanza politica di farsi carico delle esigenze della popolazione disagiata. Gli spazi di partecipazione, inoltre, sono molto limitati dalla ridotta disponibilità delle istituzioni verso un allargamento dei processi decisionali a nuove forme ispirate ai principi della democrazia partecipativa.

Informazione. I colloqui con le persone intervistate – alcune delle quali anche attive politicamente – hanno evidenziato un livello d’informazione relativamente basso, anche in relazione ad aspetti pratici della gestione della popolazione assistita e della ricostruzione. La disponibilità di informazioni è un nodo problematico, sia sotto l’aspetto della diffusione delle informazioni richieste da parte della popolazione, sia sotto l’aspetto dell’accessibilità delle stesse. Sul primo punto ricordiamo, per esempio, l’indisponibilità di informazioni sugli alloggi non occupati nel sistema CASE che rappresenta un dato molto sensibile in relazione alle aspettative di trasferimento delle persone che si trovano in condizione di disagio negli attuali alloggi assegnati. Per quanto riguarda il tema dell’accessibilità, come già accennato sopra, molta comunicazione istituzionale risulta di scarsa efficacia, soprattutto in relazione alle quote della popolazione più fragile; è il caso degli anziani, per esempio, che non hanno abilità informatiche e che abitualmente non consultano internet, ma ricordiamo anche che nel progetto CASE la connessione alla rete telematica via cavo non è disponibile ed è quindi limitata a quella mobile che però è più costosa. C’è quindi un deficit informativo su tutte le informazioni minute che riguardano la gestione ordinaria della quotidianità, ma emerge anche una criticità più importante nella capacità delle strutture politiche e amministrative di rendere conto delle scelte strategiche e degli aspetti gestionali più immediati (accountability). Si tratta di un problema di non poco conto in relazione alle scelte che riguardano il futuro degli anziani e delle famiglie che non avendo un quadro chiaro sulle prospettive di ricostruzione, non riescono a razionalizzare ed ottimizzare le proprie scelte. L’opacità dei processi decisionali, delle pratiche di gestione e di amministrazione, genera sentimenti di diffidenza e avversione verso le istituzioni pubbliche (con accuse ad esempio di favoritismi, corruzione, inefficienza) e alimentano spazi di mediazione di soggetti terzi tra le istanze della popolazione – impossibilitati ad agire in autonomia – e la pubblica amministrazione. Ciò non solo aumenta il rischio di incentivare pratiche clientelari e di ridurre l’efficienza dell’azione pubblica, ma riduce gli spazi di crescita di una cittadinanza consapevole. In questa prospettiva è necessario riflettere sulle strategie di comunicazione più appropriate al bisogno informativo della popolazione interessata dalla ricostruzione post-terremoto, in considerazione dei differenti bisogni, della diversa dotazione di risorse materiali e cognitive e dei vari interessi e aspirazioni.

Accompagnamento sociale. L’indagine di campo evidenzia una difficoltà persistente a districarsi quotidianamente nei percorsi burocratici della pubblica amministrazione e dei soggetti privati che gestiscono servizi pubblici. La frattura segnata dal terremoto nelle pratiche routinizzate delle burocrazie pubbliche e private è stata ricomposta secondo logiche e modalità operative che spesso non risultano chiare ed accessibili ai cittadini e in alcuni casi non rispondono ai loro effettivi bisogni, creando ulteriori disagi e difficoltà nella vita quotidiana. Gli esempi a cui già abbiamo accennato sopra riguardano i rapporti con i gestori delle utenze domestiche per gli alloggi dichiarati inagibili, come pure la gestione dei condomini; oppure il modo in cui opera il servizio postale; o ancora le modalità operative della struttura di gestione dell’emergenza del commissariato alla ricostruzione. Più in generale emerge la necessità di un accompagnamento sociale che sia in grado di supportare, in maniera personalizzata, gli anziani e le loro famiglie nel rapporto con le istituzioni pubbliche e private. Se la ricostruzione fisica è diventata purtroppo perlopiù questione tra tecnici pubblici e privati tal che ormai prevede un coinvolgimento minimo dei cittadini, tutti gli altri aspetti della ricomposizione della vita sociale delle persone sfollate sono lasciati alla loro capacità autonoma di affrontare le istituzioni pubbliche e i soggetti privati, con maggiore problematicità proprio per le persone e le famiglie con meno risorse materiali, culturali e relazionali. Gli anziani più deboli, ovvero quelli in condizioni di difficoltà socio-sanitarie e con ridotte possibilità materiali e culturali di interlocuzione con le istituzioni pubbliche richiederebbero servizi aggiuntivi di accompagnamento sociale all’interno del sistema di supporto agli sfollati e a quello tradizionale dei servizi sociali, differenziandosi caso per caso.

Partecipazione e rappresentanza. La gestione del post-terremoto, è stato osservato (Mastropaolo, 2010), ha seguito una modalità top-down – cioè in sostanza gerarchica – molto esasperata, aggirando i circuiti del potere alimentato dalla rappresentanza politica e quelli dell’azione burocratica tradizionale. L’intervento della Protezione civile dopo il terremoto dell’Aquila appare infatti un caso paradigmatico di sperimentazione in corpore vili della nuova filosofia che è alla base di questa struttura d’intervento così come riorganizzata dopo la trasformazione, operata dal governo Berlusconi nel 2001, della precedente Agenzia in Dipartimento della Presidenza del Consiglio. Con tale trasformazione si è inteso infatti investire la concezione stessa della funzione della Protezione civile, secondo un disegno che prende forma con il varo della nuova normativa sismica nel 2003 e che definisce una modalità operativa rispondente a logiche di militarizzazione emergenziale. Così, nelle questioni di prevenzione come negli interventi di emergenza, l’operatività viene attribuita al Dipartimento che si organizza per via di ordinanze saltando tutte le procedure previste dalle leggi urbanistiche e di tutela del suolo “scatenando conflitti istituzionali con le Regioni e con il Ministero delle infrastrutture esautorati delle loro competenze, e ignorando completamente i ruoli delle istituzioni scientifiche previste per legge… e degli ordini professionali nell’emanazione di nuove norme”31 (Crespellani, 2009, p. 147). Questo approccio si basa su di una prospettiva di forte accentramento e di sottolineata gerarchizzazione dell’intervento, che si fonda su una concezione di fatto “ militare” dell’intervento della Protezione civile, in barba alle proclamate volontà di devoluzione e di sussidiarietà, come struttura operativa atta a superare i contenuti della normativa attraverso una catena di comando e controllo altamente unificata e basata sullo strumento decisionale delle ordinanze. Una logica che porta più in generale a superare sia la partecipazione attiva della popolazione locale – mentre la legge istitutiva della Protezione civile, la n. 225 del 1992, faceva esplicito riferimento al principio costituzionale della partecipazione – sia i controlli espressi attraverso le istituzioni elettive come quelle giudiziarie. Allo stato di emergenza sono stati dati tempi molto lunghi, sino al dicembre 2010 ed alla Protezione civile sono stati assegnati dei compiti che mescolano le attribuzioni tipiche di una fase di emergenza con quella di una fase di ricostruzione. È questa enorme dilatazione di compiti della Protezione civile e l’estensione inusitata, anche sotto il profilo temporale, del suo modello di intervento che sostanziano il caso aquilano fino alla scoperta della “cricca” ed alle conseguenti vicende giudiziarie di Bertolaso e del suo gruppo. È così che il Dipartimento arriva ad assorbire attribuzioni tradizionalmente allocate in altri Enti -ministeriali, regionali e locali- competenti, in condizioni di normalità, in materia urbanistica e di difesa del suolo. Come è stato opportunamente notato da Crespellani (ibidem, p. 152-154) si è verificata così un’inversione del modello applicato ai terremoti verificatisi nel secondo dopoguerra. In questi ci si era basati sulla salvaguardia della memoria storica (secondo il principio di ricostruire come era e dove era), su di un coinvolgimento pieno della popolazione e degli enti territoriali nelle scelte post-terremoto e nella ricostruzione ed infine su un di un generale principio di rispetto, fisico, culturale e produttivo, del territorio. Al contrario, il modello applicato all’Aquila ha visto anzitutto la precedenza alle nuove costruzioni rispetto alla ricostruzione, una gestione rigorosamente centralizzata anche di fondi e donazioni privati, una assoluta mancanza di coinvolgimento dei terremotati ed un radicale prescindere dai vincoli della pianificazione urbanistica e paesaggistica. Si è dunque realizzata quella che è stata definita “un’appropriazione indebita delle funzioni di pianificazione ordinaria” (Frisch, 2009, p. 123) ed è per questa via che si è affermato un approccio sistematicamente derogatorio, così che infine “…sulla ricostruzione dell’Aquila hanno pesato come un macigno i poteri straordinari della Protezione Civile [e] le decisioni sono state prese in modo autoritario attraverso l’istituto delle ordinanze, in deroga a qualsivoglia disposizione o norma vigente. A l’Aquila, il potere amministrativo non è stato temperato da nessun soggetto democraticamente eletto” (ibidem, p. 121).

Il caso dell’Aquila appare evidenziare in questo modo, sotto il profilo della democrazia, una doppia espropriazione. Da un lato essa si sostanzia nella difficoltà di rappresentanza, politica ma anche sociale, dei terremotati, che non hanno trovato nei partiti tradizionali adeguate vie di canalizzazione ed espressione delle loro esigenze e del loro malcontento. Le istanze della popolazione sfollata che sono emerse durante la ricerca appaiono infatti trovare difficoltà, secondo gli intervistati, ad individuare un interlocutore politico capace di farsene carico. Sono pochi i soggetti riconosciuti e considerati interlocutori credibili e si rileva una condizione diffusa di discredito delle organizzazioni politiche locali che hanno una ridotta influenza in una condizione in cui c’è uno spazio di rappresentanza politica di interessi comuni molto ampio Dall’altro questa espropriazione che si realizza sul terreno della democrazia prende corpo nella prolungata sterilizzazione operativa delle istituzioni elettive presenti nel territorio, operata dall’intervento della Protezione civile in base alle prerogative d’emergenza. In definitiva, è possibile affermare che all’Aquila, come è stato giustamente sottolineato, siamo stati in presenza di “[…] un’alterazione profonda della forma di governo, con il sovvertimento delle fonti del diritto, e anzi della stessa forma di stato, nella decisiva parte di salvaguardia dei diritti fondamentali” (Allegretti, 2009, p. 14).

Anche il trasferimento, dopo circa un anno, dei poteri dalla Protezione civile al Commissario delegato per la ricostruzione (il presidente della regione Abruzzo) non ha prodotto un coinvolgimento più ampio delle istituzioni locali, sia per un’impostazione che conserva nelle strutture di vertice un quota rilevante del potere decisionale e gestionale, sia per una debolezza politica, ma soprattutto finanziaria delle amministrazioni locali, a cominciare emblematicamente dal comune di L’Aquila. La persistenza di un modello di gestione della ricostruzione ancora segnato dall’impostazione iniziale data dalla Protezione civile rappresenta ormai un problema per la stessa Struttura Tecnica di Missione che non per caso nel documento dell’autunno scorso dal titolo “Azioni a breve termine” esprime in linea teorica un riconoscimento esplicito del valore del coinvolgimento degli attori territoriali, scrivendo: “negli interventi sullo spazio urbano e territoriale, l’azione, per esser efficace, deve avere carattere plurale, essere condivisa dagli Attori pubblici e privati che ne sono protagonisti” (STM, 2010, p. 4). I rischi di un processo di ricostruzione gestito “dall’alto”, quale è stato finora l’intervento pubblico a L’Aquila dopo il terremoto, riguardano l’inibizione delle capacità politica della popolazione locale, cioè della possibilità di partecipare in maniera democratica e consapevole alle formazione delle scelte politiche. La progettazione realizzata fuori dal controllo democratico, senza prevedere forme di partecipazione popolare, ha generato un deficit di democrazia e ha creato le condizioni per un deficit di trasparenza che ha consentito pratiche opportunistiche e un uso distorto e corrotto delle risorse pubbliche. Bisognerebbe invece incentivare la partecipazione attiva della società locale per garantire un equilibrio tra qualità tecnica ed equità sociale, tra efficienza economia e controllo democratico. D’altra parte le modalità di gestione “dall’alto” trasformano la società locale in “ceto di domanda” con il rischio di promuovere logiche distributive di tipo selettivo, clientelismo e corruzione. Incentivare la partecipazione, serve al contrario a far crescere la cultura democratica e la cittadinanza attiva, sperimentando anche nuove modalità di esercizio dei propri diritti di cittadinanza, con la crescita della democrazia locale e l’irrobustimento delle spazio pubblico di confronto. L’alternativa della ricostruzione basata su una più ampia partecipazione rappresenta un approccio capace di valorizzare la capacità della comunità nella ricostruzione di sé stessa in una logica bottom-up (De Filippi et al., 2010) termine con cui si intende una rivalutazione nei processi decisionali e nelle scelte politiche della partecipazione dal basso. D’altra parte, le informazioni qualitative raccolte evidenziano una capacità di reazione di alcune aree della comunità locale che si sono attivate fin dai primi mesi del post-terremoto attraverso l’organizzazione di movimenti, comitati e associazioni32 che in alcuni casi hanno trovato forme di dialogo con le istituzioni locali, ma in misura molto minore sono entrati in relazione (fatte salve le forme esplicite di conflitto sociale) con le strutture di gestione dell’emergenza (la Dicomac della Protezione Civile) e di quelle attuali del Commissario delegato per la ricostruzione. La stessa rappresentanza politica a livello locale risulta, come detto, molto indebolita. Si tratta di un terreno dove sarebbe auspicabile un’azione collettiva ampia ed articolata, con il coinvolgimento e la partecipazione di larghe quote della popolazione sfollata, tra cui gli stessi anziani, e che non trova una risposta nel campo delle organizzazioni politiche.

Le energie sociali sono state disperse ma non dissolte dal terremoto: appare urgente trovare delle forme di espressione politica di tali energie capaci di raccoglierle, tenerle vive e indirizzarle verso una più ampia partecipazione alle scelte di ricostruzione materiale, economica e sociale del territorio aquilano.

NOTE METODOLOGICHE E ILLUSTRAZIONE DEL LAVORO DI CAMPO

 

La ricerca è stata focalizzata sulle tematiche relative alla gestione della vita quotidiana da parte delle persone anziane e delle famiglie sfollate dopo il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila, con particolare attenzione alle persone che sono state ricollocate negli alloggi del progetto CASE e nei MAP, sia in riferimento alla condizione attuale, sia alle prospettive future di ricostruzione.

La ricerca è stata condotta con un approccio ispirato all’inchiesta sociale33 (Pugliese, 2008). Quest’ultima non è propriamente un metodo di ricerca sociologica, né esprime una strategia metodologica univoca, piuttosto l’inchiesta si contraddistingue per un orientamento di ricerca che si esprime nel modo di porsi nei confronti del tema di ricerca e dei soggetti sociali che ne sono coinvolti. L’inchiesta, infatti, è orientata da una spinta etica e politica che è posta alla base della ricerca e degli obiettivi di cambiamento che essa si pone. Essa presuppone quindi un rapporto con la pratica politica e sociale, ma anche una diversa relazione con l’interlocutore che non può essere considerato un puro e semplice oggetto di ricerca. Il ricercatore nell’inchiesta deve cercare di assumere un rapporto di fiducia con l’interlocutore, basato sulla esplicitazione della collocazione di parte del ricercatore, tale da abbattere la distanza e la contrapposizione dei ruoli tradizionali tra il ricercatore e l’oggetto della ricerca. Tale orientamento è alla base dell’inchiesta sociale che non esprime strategie univoche di ricerca né scelte metodologiche a priori; al contrario le indicazioni di metodologia e tecnica si devono precisare e articolare in relazione alle condizioni specifiche dell’inchiesta, coniugando il rigore scientifico dell’analisi con uno specifico mix di scelte di metodo e di tecniche funzionali all’orizzonte operativo della ricerca che è quello non solo di arricchire il quadro conoscitivo, ma anche di incidere sulla pratica politica e sociale. Pertanto è opportuno sottolineare che questa inchiesta, promossa dallo SPI-CGIL, si è proposta di incidere sui processi politici e sociali relativi alla gestione della popolazione sfollata e delle attività di ricostruzione della città de L’Aquila e dei comuni del cratere sismico nella prospettiva di migliorare le condizione di vita delle persone anziane – e più in generale delle famiglie colpite dal terremoto – e di contribuire alla crescita democratica, oltre che alla ricostruzione della vita sociale, economica e politica della città.

La ricerca, in coerenza con l’approccio dell’inchiesta, è stata condotta utilizzando una strategie d’indagine articolata e facendo riferimento a diverse tecniche di ricerca. In primo luogo è stata condotta una rassegna della letteratura scientifica più rilevante rispetto alle tematiche d’indagine, con particolare attenzione agli studi e le ricerche condotti su L’Aquila dopo il terremoto con riferimento alle problematiche di ordine sociale, economico, urbanistico e relative ai processi politici. Allo stesso tempo è stata raccolta, selezionata ed analizzata la documentazione istituzionale relativa alla gestione e ricostruzione post-sismica, prodotta sia dagli enti locali sia dalle istituzioni costituite ad hoc prima per la gestione dell’emergenza e dopo per la ricostruzione. L’indagine sulla documentazione esistente è seguita in interazione continua con l’indagine di campo. Quest’ultima si è incentrata su colloqui in profondità con persone singole e in piccoli gruppi. Le persone intervistate sono state contattate soprattutto attraverso la mediazione dello SPI-CGIL aquilano, e sono state poi incontrate dai ricercatori presso i loro alloggi nel progetto CASE o nei MAP; nel caso frequente di interviste realizzate a piccoli gruppi, le persone si sono riunite nell’alloggio di uno degli intervistati. I colloqui sono stati condotti dai ricercatori seguendo una traccia d’intervista che è stata gestita con ampia flessibilità per meglio adattarla alle condizioni, ambientali e soggettive, degli intervistati e per ottenere il massimo del rendimento cognitivo dagli incontri, lasciando lo spazio a tematiche emergenti non immediatamente previste dalla traccia d’intervista e per poter approfondire gli aspetti di maggiore rilevanza per l’inchiesta. La costruzione della traccia d’intervista partiva da alcuni assunti sugli effetti dello sfollamento di un’ampia parte della centro della città de L’Aquila che sintetizziamo nei seguenti punti: (a) la trasformazione delle relazioni sociali in funzione del nuovo assetto territoriale delle strutture insediative residenziali e istituzionali; (b) ridefinizione delle dinamiche lavorative e produttive, attività di consumo e di domanda di lavoro/servizi; (c) ridefinizione delle dinamiche della vita sociale: comunità di prossimità nel quartiere, reti parentali e amicali, partecipazione associativa (politica, sindacale, civile, culturale, ludico-ricreativa); (d) ridefinizione delle dinamiche di interazione con le istituzioni territoriali e di accesso ai servizi pubblici: amministrazioni, scuole, ospedali, trasporti pubblici, e simili.

I colloqui sono stati condotti da ricercatori in coppia e, quando possibile, sono stati registrati. Nel corso delle interviste i ricercatori hanno preso delle note di campo che hanno poi integrato a quelle sviluppate lavorando in un secondo momento sulle registrazioni integrali.

La campagna di interviste è stata integrata con l’osservazione diretta dei luoghi terremotati, della struttura urbanistica della città de L’Aquila e delle frazioni, degli ambienti interni ed esterni nei diversi insediamenti del progetto CASE e dei campi MAP visitati. Nel dettaglio riportato sotto nella tabella riassuntiva si può rilevare che le interviste sono state condotto in otto siti, di cui 5 sono rappresentati da insediamenti CASE e i restanti tra da aree di M.A.P, nel periodo che va da metà aprile a fine luglio 2011.

L’indagine di campo è stata preceduta da un focus group con militanti sindacali che è stata propedeutica alla definizione di alcuni nodi problematici da cui è partito il lavoro di ricerca. Infine nel corso dell’indagine sono stati condotti incontri con testimoni qualificati con cui sono state discusse le ipotesi interpretative emergenti dalla indagine di campo e sono state raccolte informazioni aggiuntive e valutazioni sui principali temi oggetto di indagine.

 

Scheda riassuntiva dei siti dove sono state realizzate le interviste

Sito

Tipo amministrativo

Tipo di insediamento

Tipo di interlocutore

Periodo

Coppito 3

Frazione di L’Aquila

C.A.S.E.

18 piastre

Abitanti e militanti sindacali

Aprile 2011

Onna

Frazione di L’Aquila

M.A.P.

Abitanti e militanti sindacali

Maggio 2011

Roio Poggio

Frazione di L’Aquila

C.A.S.E.

6 piastre

Abitanti e militanti sindacali

Maggio 2011

Pianola

Frazione di L’Aquila

M.A.P.

Abitanti e militanti sindacali

Maggio 2011

Collebrincione

Frazione di L’Aquila

C.A.S.E.

3 piastre

Abitanti

Giugno 2011

Fossa

Comune del cratere sismico

M.A.P.

Abitanti e rappresentati istituzionali

Giugno 2011

Assergi

Frazione di L’Aquila

C.A.S.E.

4 piastre

Abitanti

Luglio 2011

Cappito 2

Frazione di L’Aquila

C.A.S.E.

5 piastre

Abitanti

Luglio 2011

 

 

APPENDICE

 

A1. Il progetto C.A.S.E.

Le abitazioni del progetto CASE – acronimo di Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili – sono per i cittadini de L’Aquila con una casa distrutta o inagibile (abitazioni classificate come E, F o in “zona rossa”). I tratta di 185 edifici, per un totale di circa 4.500 appartamenti che hanno una capacità di circa 15.000 persone, localizzata in 19 aree (Tabella A).

Il 64%: dei nuclei familiari sfollati dopo il terremoto ha espresso la preferenza per un alloggio del piano CASE nella rilevazione del fabbisogno abitativo ad agosto del 2009. Le assegnazioni sono state effettuate in base a dei criteri ufficiali sulla base dei quali sono state generate le liste provvisoria attraverso un sistema di calcolo matematico; successivamente i nuclei familiari sono stati contattati dalla Linea Amica – gestita dalla Protezione Civile – che ha fissato un appuntamento per la verifica dei requisiti. Le consegne delle CASE sono iniziate il 29 settembre 2009 e gli ultimi edifici sono stati consegnati a febbraio 2010. Il 31 marzo 2010 la gestione di tutti gli edifici è passata al Comune dell’Aquila.

Tabella A1 – Insediamenti del progetto C.A.S.E.

N.

Località

N. Piastre

Alloggi previsti

Superficie territoriale (ha)

Sistema territoriale

1

Bazzano

21

575

20,6

agricolo

2

Cese di Preturo

20

550

13,8

agricolo

3

Sassa Zona NSI

16

385

13,5

agricolo

4

Coppito 3

14

380

11,1

agricolo

5

Paganica 2

13

360

9,0

agricolo

6

Sant’Antonio

11

300

7,2

urbano

7

Pagliara di Sassa

11

300

14,4

agricolo

8

Tempera

8

220

4,7

agricolo

9

Sant’Elia 1

7

190

6,8

agricolo

10

Roio Poggio

6

165

7,0

agricolo

11

Roio 2

6

165

3,9

agricolo

12

Camarda

5

140

4,1

agricolo

13

Coppito 2

5

140

3,6

agricolo

14

Paganica Sud

4

110

2,2

agricolo

15

Sant’Elia 2

4

110

2,8

urbano/agricolo

16

Arischia

4

110

3,4

agricolo

17

Assergi 2

4

110

5,7

urbano/agricolo

18

Gignano

4

110

3,4

agricolo

19

Collebrincione

3

80

1,7

agricolo

Fonte: Dipartimento Protezione Civile e Comitatus Aquilanus (2009), nostra elaborazione.

A2. Gli insediamenti di M.A.P.

I MAP – acronimo di Moduli Abitativi Provvisori – ospitano le persone che hanno la casa distrutta o inagibile nei Comuni abruzzesi colpiti dal terremoto (tutti i comuni del cratere sismico, con l’aggiunta di cinque comuni fuori dal cratere), compresi gli abitanti delle frazioni de L’Aquila con casa E, F o in “zona rossa”. L’allestimento dei MAP nel comune de L’Aquila è stata decisa quando ci si è resi conto dell’impossibilità di allocare tutti gli sfollati negli alloggi del progetto CASE per far fronte alle richieste emerse nella rilevazione sul fabbisogno abitativo.

La capacità dei MAP istallati è di circa 7000 persone ripartiti tra 2.262 moduli abitativi nei comuni abruzzesi del cratere sismico (di questi 209 donati) e 1.273 nel comune de L’Aquila (di cui 160 donati), per un totale di 3.535 moduli abitativi. Sono stati predisposti tre tipi di MAP che variano di dimensione a seconda del numero di persone da ospitare: (a) MAP-40, di circa 40mq, per una persona; (b) MAP-50, di circa 50mq, per 2-3 persone; e (c) MAP-70, di circa 70mq, per 4-6 persone.

Tabella A2 – M.A.P. istallati nel comune di L’Aquila

Località

N. M.A.P. consegnati

Arischia

50

Tempera e San Giacomo

76

San Vittorino-Cansatessa

55

Preturo

31

Bagno e a San Gregorio

231

Pescomaggiore

2

Poggio di Roio

29

Pianola

96

Colle di Roio

21

Filetto

9

Santa Rufina

82

Camarda

34

Bazzano

46

Filetto

9

Pianola

40

Monticchio

50

Bagno

103

Collefracido

11

Sassa/Colle Sassa

14

Coppito

18

Onna

94

Vigili del fuoco

45

in via di istallazione

127

TOTALE

1.273

Fonte: Dipartimento Protezione Civile, aggiornato al 31.3.2010, nostra elaborazione.

 

Tabella A3 – M.A.P. istallati nel comune del cratere sismico, escluso L’Aquila

Comune

Area

N. M.A.P. consegnate

Acciano

Succiano; San Lorenzo in Beffi

2

Arsita

Arsita; Arsita Colle Cerri

15

Barete

Barete

16

Barisciano

Villa di Mezzo; Barisciano

165

Bussi sul Tirino

Bussi sul Tirino

24

Campotosto

Poggio Cancelli

11

Capestrano

Capestrano

10

Capitignano

Capitignano

8

Caporciano

Bominaco; Caporciano

19

Carapelle Calvisio

Carapelle Calvisio

12

Castel di Ieri

Castel di Ieri

8

Castelvecchio Calvisio

Castelvecchio Calvisio

6

Castelvecchio Subequo

Castelvecchio Subequo

13

Cugnoli

Cugnoli

9

Esercito

Caserama Rossi

18

Fagnano Alto

Campana; Opi; Castello; Pedicciano 1; Vallecupa; Pedicciano 2; Ripa 1; Colle; Termine; Corbellino; Ripa 2

60

Fontecchio

Località dell’AIA; Località della Fuliana

43

Fossa

Lotto Fossa 1; Lotto Fossa 2

107

Goriano Sicoli

Area 1

12

Lucoli

Casamaina; Peschiolo; Vado di Lucoli; Colle 1; Collimento; Francolisco

81

Montebello di Bertona

Montebello di Bertona

8

Montereale

Montereale

12

Navelli

Navelli; Civitaretenga

58

Ocre

S. Panfilo; S. Felice; S. Martino

31

Pietracamela

Pietracamela

10

Pizzoli

Pizzoli

109

Poggio Picenze

Poggio Picenze B; G; E; F; A; H; C; D

120

Popoli

Popoli

15

Prata d’Ansidonia

Tussio; San Nicandro

11

Rocca di Cambio

Rocca di Cambio

30

Rocca di Mezzo

Terranera

1

S. Benedetto in Perillis

S. Benedetto in Perillis

10

S. Eusanio Forconese

Casentino; S. Eusanio Forconese

107

San Demetrio ne’ Vestini

Collarano Tatozzi; Subequana; Cardamone

165

San Pio delle Camere

Castelnuovo 2; San Pio delle Camere 1; San Pio delle Camere 2; Castelnuovo 1

106

Scoppito

Civitatomassa; Capoluogo; Sella di Corno

22

Tione degli Abruzzi

Tione degli Abruzzi

28

Tornimparte

Colle S. Maria; Colle S. Vito; Forcelle; Piè di Costa; S. Nicola

18

Tossicia

Tossicia

8

Villa Sant’Angelo

Villa Sant’Angelo

94

Vigili del fuoco

Vigili del fuoco

27

Vittorito

Vittorito

15

In via di allestimento

 

618

TOTALE

 

2.262

Fonte: Dipartimento Protezione Civile, aggiornato al 31.3.2010, nostra elaborazione.

 

 

Tabella A4 – Distanze tra gli insediamenti del progetto C.A.S.E. : percorso stradale più veloce senza utilizzare strade con pedaggio (dati in Km)

 

Sant’Antonio

Collebrincioni

Cese di Preturo

Pagliare di Sassa

Paganica

Tempera

Bazzano

Sant’Elia

Sassa

Camarda

Arischia

Roio Poggio

Roio

Assergi

Gignano

Coppito

 

Min

Max

Media

Sant’Antonio

 

9,2

8,3

5,7

10,4

9,1

7,9

6,0

7,0

14,6

12,7

7,2

6,7

18,7

4,7

3,8

 

3,8

18,7

8,8

Collebrincioni

8,9

 

17,0

10,4

12,2

13,6

15,2

10,9

15,6

8,9

21,5

14,7

14,2

12,5

9,5

13,2

 

8,9

21,5

13,2

Cese di Preturo

8,2

17,2

 

3,1

19,6

18,3

17,9

15,3

5,6

23,0

9,9

11,4

10,2

24,8

12,7

3,8

 

3,1

24,8

13,4

Pagliare di Sassa

5,7

10,4

3,1

 

13,3

12,2

12,0

9,4

1,2

15,8

8,1

5,9

4,2

17,9

9,7

3,3

 

1,2

17,9

8,8

Paganica

11,1

12,2

19,1

13,0

 

1,4

2,9

6,1

19,7

4,2

24,7

13,0

15,7

7,7

6,4

15,6

 

1,4

24,7

11,5

Tempera

9,9

11,6

19,0

12,2

1,4

 

4,3

7,4

16,4

5,5

23,6

13,8

14,6

9,1

5,2

14,5

 

1,4

23,6

11,2

Bazzano

8,6

12,8

19,4

12,0

2,9

4,3

 

2,9

15,3

7,1

24,0

9,9

12,6

10,6

3,3

3,3

 

2,9

24,0

9,9

Sant’Elia

6,7

10,9

15,3

9,4

6,6

7,9

3,4

 

14,0

10,7

19,3

7,2

9,4

14,2

3,5

10,3

 

3,4

19,3

9,9

Sassa

6,8

15,8

5,6

1,2

19,7

15,8

16,6

14,0

 

22,4

11,8

7,8

6,6

24,1

11,4

5,7

 

1,2

24,1

12,4

Camarda

15,2

8,9

24,3

15,8

4,2

5,5

7,1

10,2

23,0

 

27,8

15,6

19,9

3,8

10,6

19,8

 

3,8

27,8

14,1

Arischia

12,7

21,6

9,9

8,1

23,9

22,7

23,2

18,4

11,5

27,1

 

19,8

19,0

30,6

17,2

11,2

 

8,1

30,6

18,5

Roio Poggio

7,1

14,8

12,0

5,9

13,0

13,6

9,8

7,2

8,4

15,6

19,7

 

2,6

20,6

9,1

12,1

 

2,6

20,6

11,4

Roio

6,6

14,3

10,2

4,2

15,7

13,9

12,6

9,4

6,6

19,4

19,0

2,6

 

23,4

9,5

8,5

 

2,6

23,4

11,7

Assergi

19,4

12,5

25,2

17,9

7,7

9,1

10,6

13,8

23,9

3,8

29,8

25,4

14,2

 

14,1

20,7

 

3,8

29,8

16,5

Gignano

5,4

9,6

13,4

9,7

6,3

5,1

3,3

5,2

12,1

10,4

18,0

9,3

9,4

13,8

 

9,0

 

3,3

18,0

9,3

Coppito

3,7

12,9

3,8

3,3

13,9

12,7

3,1

10,8

5,7

19,4

10,9

11,1

8,6

21,1

8,2

 

 

3,1

21,1

9,9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Min

3,7

8,9

3,1

1,2

1,4

1,4

2,9

2,9

1,2

3,8

8,1

2,6

2,6

3,8

3,3

3,3

 

3,4(a)

 

 

Max

19,4

21,6

25,2

17,9

23,9

22,7

23,2

18,4

23,9

27,1

29,8

25,4

19,9

30,6

17,2

20,7

 

 

23,0(b)

 

Media

9,1

13,0

13,7

8,8

11,4

11,0

10,0

9,8

12,4

13,9

18,7

11,6

11,2

16,9

9,0

10,3

 

 

 

11,9(c)

Fonte: Nostra elaborazione su dati prodotti attraverso Google Maps Italia;

(a) Media dei valori minimi di riga e di colonna.

(b) Media dei valori massimi di riga e di colonna

(c) Media dei valori medi di riga e di colonna

 

 

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1 La nuova Protezione civile di Bertolaso aveva già avuto modo di sperimentarlo in parte in alcuni “gradi eventi” che le erano stati affidati nel 2005 (la Pre-regata Vuitton Cup a Trapani e Campionati mondiali di nuoto a Roma) e nel 2007 (G8 a La Maddalena) e successivamente (2009) nel l’emergenza rifiuti in Campania.

2 Il cosiddetto metodo “Augustus” è la dottrina di coordinamento dell’intervento in situazioni di calamità ai vari livelli, nazionale e locale, che si è dato il Servizio nazionale di Protezione civile (si veda documento di Galanti citato in biliografia).

3 Si tratta della Caserma della Guardia di Finanza e della Caserma di Campomizzi, quest’ultima sgomberata dalla SGE durante i mesi estivi (gli ultimi sfollati sono usciti il 15 settembre e trasferiti presso la Caserma della Guardia di Finanza) per far posto agli studenti universitari fuori sede. La struttura è stata data in gestione all’Azienda per il diritto allo studio universitario (ADSU) de L’Aquila e vedrà crescere i posti letto da 250 a 400.

4 Per la popolazione anziana assistita bisogna anche considerare i decessi successivi al terremoto, su cui non ci sono ancora dati e studi approfonditi per avere un quadro oggettivo di analisi; la percezione degli intervistati, tuttavia, è che nel periodo post-terremoto gli anziani si siano lasciati andare, avendo minore capacità di reagire allo sradicamento e subendo un maggiore stress dalla perdita della propria casa e del proprio ambiente sociale e per questo siano morti prima.

5 Contributo istituito per i residenti nel comune di L’Aquila e nel cratere alla data del terremoto che ammonta fino a un massimo di 600 euro mensili per nucleo familiare e, comunque, nel limite di 200 euro per ogni componente del nucleo familiare; ricevono, invece, 300 euro i nuclei monocomponente. Inoltre, per ogni anziano ultra 65enne e per ogni persona con disabilità o invalidità almeno al 67%, è previsto un contributo aggiuntivo di 200 euro. I nuclei che hanno espresso preferenza per il contributo hanno provveduto a trovare una sistemazione abitativa autonomamente.

6 Abitazioni acquistate dal Fondo AQ e concesse in affitto; gli oneri sono a carico dello Stato che trasferisce fondi attraverso il Commissario e il Comune di L’Aquila.

7 Lo studio presenta i risultati di una ricerca psico-ambientale sugli insediamenti dei progetti CASE, di nuclei MAP e dei quartieri più rappresentativi del Comune dell’Aquila. I siti in cui è stata svolta la ricerca sono: Camarda, Paganica, Bazzano 1 e 2, S.Elia, Coppito 1, 2 e 3, Cese, Preturo, Sassa, Pagliara di Sassa, Arischia, S.Rufina, Roio Piano, L’Aquila: S. Antonio, quartieri di Torrione, Torretta, Via Strinella, Pettino e Pile. Le attività svolte, fanno parte di un contributo tecnico dell’Ufficio Servizi Psicologici dal titolo “La città con-divisa, ri-orientarsi al futuro” finalizzato alla nuova pianificazione sociale partecipata.

8 L’incidenza percentuale della quota delle persone con oltre 65 anni nella popolazione riallocata negli alloggi del progetto CASE e nei nuclei MAP è sostanzialmente simile a quella che si è registrata nella popolazione aquilana nel 2009, circa il 19% (CRESA, 2011).

9 La resilienza è stata misurata chiedendo il grado di accordo o disaccordo con le affermazioni (a) “A volte la vita mi sembra senza senso” e (b) “A volte mi sento impotente”.

10 I nuclei di coabitazione, all’atto della presentazione della richiesta, hanno potuto esprimere la preferenza circa la tipologia inerente la sistemazione abitativa e, nel caso del Piano CASE l’ordine di preferenza rispetto alle localizzazioni dei villaggi del piano stesso (cfr. art. 6 di “Linee guida per la determinazione del fabbisogno alloggiativo e criteri di priorità temporale ai fini dell’assegnazione di abitazioni”).

11 Qui si ritrovano gli aspetti contraddittori e ambivalenti del modo verticistico di operare della Protezione Civile nella gestione dell’emergenza che ha generato un certo consenso popolare; per una trattazione più ampia si veda Erbani (2010); Caporale (2010).

12 Anche le analisi più recenti del CRESA (2011), curate da Alberto Bazzucchi, avvertono che a partire dal 2009 i dati relativi alle residenze e i relativi indicatori sono da considerarsi poco utili per ricostruire una fotografia attendibile del numero dei residenti e dei flussi migratori della popolazione. La causa è identificata nell’inerzia a cancellare la residenza per non perdere benefici potenziali legati alla ricostruzione.

13 Si tenga conto che l’importo per la fornitura a base di gara per un MAP è stata fissata dalla Protezione Civile a 760 euro per mq.

14 Emblematico in tal senso è il sistema di supporto tecnico straordinario implementato per la valutazione tecnica delle pratiche di ristrutturazione che chiama in gioco, oltre che l’amministrazione pubblica locale, Fintecna SpA (Finanziaria per il settori industriali e dei servizi) con operatori in loco e a distanza i due consorzi universitari ReLUIS (consorzio interuniversitario Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica) e Cineas (Consorzio Universitario per l’ingegneria nelle Assicurazioni). L’efficienza percepita dagli operatori risulta bassa soprattutto per la lentezza, dovuta alla inadeguatezza delle risorse, e per l’inappropriata modalità di valutazione delle pratiche che non prevede risoluzioni delle controversie in presenza.

15 Le fermate dei bus di non facile accesso sono quelle che prevedono la percorrenza di lunghi tratti a piedi (come accade negli insediamenti di grandi dimensioni) e quelle che, invece, sono localizzate a monte o a valle di rilevanti dislivelli che risultano inaccessibili soprattutto quando si portano dei piccoli carichi (come per la spesa). Una speciale problematicità si riscontra nei siti di alta montagna – in particolare Assergi e Collebrincione – dove le condizioni atmosferiche richiederebbero una soluzione pensata per ridurre l’esposizione alle intemperie.

16 Il Progetto CASE, oltre agli edifici, ha previsto per l’insieme dei 19 insediamenti l’allestimento di 30 aree gioco all’aperto dedicate ai bambini, 8 campi sportivi polivalenti e 62 ettari di aree a verde.

17 La manutenzione CASE è gestita dalla società Manutencoop raggiungibile soltanto attraverso un numero verde attivo tutti giorni a tutte le ore; dalle interviste emerge, tuttavia, che gli interventi di manutenzione non sempre sono tempestivi e i locatari degli alloggi CASE continuano a rivolgersi ai vigili del fuoco in caso di urgenza o di ritardi negli interventi, soprattutto per le strutture esterne.

18 La rilevanza della maggiore o minore distanza è teoricamente concettualizzata dall’approccio della “sociologia spazialista” (Mela, 2006, p. 251 e ss.) che sviluppa una strategia teorica in cui l’azione sociale va interpretata come azione situata entro specifici riferimenti spaziali, intesi come raggi d’azione e di significato sociale.

19 Il problema della limitatezza degli spazi ha un’incidenza variabile a seconda dell’insediamento sia per la variabilità progettuale delle costruzioni, sia soprattutto per un diverso livello di affollamento delle abitazioni che risulta più elevato negli insediamenti “centrali” che hanno avuto una maggiore richiesta da parte degli sfollati e che sono stati assegnati – per il meccanismo di funzionamento della graduatoria – a nuclei di coabitazione di dimensioni maggiori. Negli insediamenti “periferici”, quelli meno graditi dagli sfollati, sono stati assegnati a nuclei di coabitazione con un minor numero di membri.

20 Sulla rilevanza delle costrizioni derivanti dall’arredamento standardizzato, si tenga conto che “arredare l’ambiente domestico significa mettere in relazione spazi e oggetti con l’uomo attraverso modalità interpretative multiformi e non certo codificate, si tratta infatti di definire un abitare determinato da esigenze e necessità diverse e rapidamente mutevoli” (Landuzzi, 2010, p. 12).

21 Per esempio è il caso di Fossa dove, prima della ricostruzione del paese, c’è un problema di messa in sicurezza del costone della montagna, franato durante il terremoto, sotto il quale si trova collocato il vecchio paese.

22Partecipano alla Fondazione: la Diocesi de L’Aquila, la Provincia de L’Aquila, nove comuni del cratere, Confcooperative, Confcommercio; per ulteriori informazioni si rimanda al sito sito della Fondazione <http://www.abruzzosolidarietasviluppo.org/>. Per informazioni sulla vicenda giudiziaria si rimanda agli articoli apparsi su “Il Centro”.

23Si tratta dei Comuni di Acciano, Barisciano, Castelvecchio Calvisio, Castel del Monte, Fagnano Alto, Ocre, Poggio Picenze, Tione degli Abruzzi e Tornimparte.

24 Nel caso de L’Aquila c’è stata un’innovazione radicale del metodo di gestione e delle scelte tecniche sia nella fase di emergenza che in quella della ricostruzione, tralasciando le esperienze e buone pratiche emerse nelle precedenti esperienze di gestione del post-terremoto in Italia (Nimis, 2009; Ventura, 2010) e aggirando la discussione democratica delle scelte istituzionali. Il progetto CASE è stata una soluzione imposta che ha negato l’autodeterminazione, privilegiando il tecnicismo asettico con una semplificazione estrema della ricostruzione, ridotta a questione di edilizia, deprivata di contenuti culturali e sociali.

25 La costruzione degli edifici del progetto CASE ha tempi più lunghi rispetto a quelli richiesti per l’allestimento dei nuclei MAP o di un altro tipo di sistemazione provvisoria con prefabbricati leggeri. Nel costo complessivo del progetto CASE, quindi, va anche inclusa la spesa che lo Stato ha sostenuto per mantenere per un periodo più lungo gli sfollati negli alberghi.

26 La gestione dell’emergenza post-terremoto nel caso de L’Aquila contiene diversi elementi che potrebbero essere interpretati anche alla luce dell’ipotesi di Naomi Klein (2007) della Shock economy che fornisce una chiave di lettura che mette in relazione le condizioni di shock collettivo successiva a un evento eccezionale disastroso con l’imposizione di scelte impopolari o normalmente soggette a resistenze e proteste popolari, senza incorrere nell’opposizione che probabilmente si sarebbe avuta in condizione normali, anzi incontrando subordinazione e consenso.

27 Una forma di città che si sviluppa verso l’esterno, nelle fasce periurbane, in modo incrementale e che si caratterizza per una bassa densità residenziale e, di solito, per una vicinanza alle vie di comunicazione autostradali veloci e ai centri commerciali; cfr Mela (2006)

28 Per una lettura critica del fenomeno dello sprawl urbano si rimanda al saggio di Ingersoll (2004); più specificamente per una lettura articolata del caso italiano si rimanda al volume curato da Gibelli e Salzano (2006).

29 Già oggi, come rileva Palo Leon il rapporto gli aquilani e l’area metropolitana di Roma è molto intenso: “Una parte dell’occupazione aquilana si svolge nella capitale, e lì spende una parte del proprio reddito. Inoltre, nelle funzioni direzionali e nei mercati di alta specializzazione, di nuovo la capitale attrae parte della domanda locale”, tuttavia la ricostruzione potrebbe seguire traiettorie virtuose e avviare un percorso di autonomo sviluppo urbano, come spiega ancora Leon: “Ciò può indicare qualche elemento per le prospettive future: se la crescita a L’Aquila riprendesse, attirerebbe aquilani ora occupati a Roma; se si creassero nel territorio del capoluogo attività in concorrenza con quelle romane, si rafforzerebbe l’autonomia del processo di sviluppo.” (2010, p. 3)

30 Per la definizione di slum si rimanda alla concettualizzazione utilizzata dalle United Nations nel Human Settlements Programme (2003).

31 E’ il caso di ricordare che la legge istitutiva della PC, quella n. 225 del 24 febbraio 1992) specificava che “…le azioni della Protezione Civile devono armonizzarsi , in quanto compatibili con le necessità poste dalle emergenze, con i programmi di risanamento e tutela del territorio” (comma 6).

32 È rilevante notare che a Bazzano, il più grande insediamento CASE, a ottobre scorso si è costituita un’associazione di quartiere denominata “Comitato di quartiere progetto C.a.s.e. di Bazzano” che si propone di affrontare i più frequenti e comuni problemi dell’insediamento. Prima ancora è nota l’esperienza del “Comitato per la rinascita di Pescomaggiore” che ha promosso la progettazione partecipata per la costruzione di un eco villaggio autocostruito (EVA) (bioedilizia, autosufficienza energetica, basso impatto ambientale) da destinare agli sfollati di Pescomaggiore e poi da destinare a uso turistico, una volta che le persone saranno rientrate nelle loro case ristrutturate (www.pescomaggiore.org) (Tommasi, 2011).

33 L’indagine si sviluppa anche sulla scorta di precedenti esperienze d’inchiesta ed in particolare di quella promossa dal Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno (1981) nelle zone dell’Irpinia colpite dal terremoto del 1980.

 

 

 

 

 

 

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Category: Economia, Osservatorio Sud Italia

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