Mario Agostinelli: Come l’energia diventa un bene comune

| 26 Giugno 2013 | Comments (0)

 

 

 

Premessa

Ulrich Beck avanza in questi giorni una tesi scioccante, fin qui esorcizzata dagli estensori delle “istruzioni tecniche” che dovrebbero costringere il renitente 99% a condividere le medicine amare dell’1% che beneficia del trionfo del pensiero unico. Beck sostiene che un caldo autunno del Nord del mondo e non più solo negli stati in crescita come Brasile e Turchia – dall’America, all’Inghilterra, al Canada, all’Italia, alla Germania e al Giappone –potrebbe distruggere addirittura il credo di un sistema, quello che fino a non molto tempo fa veniva chiamato “libera economia di mercato” e che ora comincia a venir sottoposto a critica radicale come “capitalismo”. Sta forse esagerando o, comunque, scambiando troppo ottimisticamente l’uragano della crisi finanziaria per un’occasione che spinge alla discontinuità con il sostegno di moti democratici fino ad ieri impensabili? Non credo: anzi, gli eventi di questa fase, con il consolidarsi del concetto unificante di bene comune, stanno a dimostrare la giustezza di un allarme insistito per la divaricazione drammatica tra immobilismo della politica e attese della società.

E’ il centro della società, che si ritrova sempre più esclusa, che protesta nelle piazze o, perlomeno, empatizza in una sorta di comunità di destino, che si fa esperienza condivisa con il precipitare della crisi. Questa forma di mobilitazione incessante ha assunto tratti rilevanti e permanenti già da tempo in molti Paesi e nel nostro non ha assunto forme di piazza, ma è stata sostenuta da una torsione, direi, più matura e da un tratto più avanzato, consistente nell’individuare in ogni territorio una vertenza per i beni comuni, individuati di volta in volta in una relazione sociale e in un rapporto con la natura che la politica non sa e non vuole interpretare. Se li si indaga, ci si trova di fronte ad un cuneo di proposta attraverso cui si potrebbe davvero organizzare diversi piani di azione e chiamare a raccolta una pluralità di soggetti per l’alternativa. Purtroppo la cornice concettuale e istituzionale in cui si muove la politica italiana non entra in sintonia con questo movimento della società, che istituzionalmente si è espressa in modo inequivocabile coi referendum di due anni orsono. Non basterà, da questo autunno, esorcizzare il conflitto o ridurlo ad una questione tra legalità e illegalità, pur di ridurre tutta la dialettica democratica agli innominabili inciuci a cui è pervenuta la sceltadelle “larghe intese”.

La quasi totalità della politica è sorda al fatto che le contraddizioni del capitalismo finanziario si riversano a tal punto sull’esperienza quotidiana e locale da allontanare sempre di più quelli che provocano rischi e ne traggono profitto da quelli che ne subiscono solo le conseguenze. Sono ormai in gioco direttamente la vita, la dignità, la ricchezza che proviene dal lavoro e dalla natura – e qui sta il collegamento tra beni comuni e soluzioni della crisi finanziaria – che questo sistema mette a repentaglio in forme così estese da colpire capillarmente gli esclusi, ma non più solo loro: il rischio è potenzialmente per tutti, oltre le stesse appartenenze politiche tradizionali.

 

Intrecciare le parole d’ordine dei movimenti su suolo cibo acqua e energia

La forza di alcuni messaggi che oggi rimbalzano in più parti del mondo e in controtendenza rispetto all’immaginario collettivo sedimentato, fornisce la prova di una comune contestazione dell’egemonia liberista. Una confutazione estesa e in ripresa, in atto non più solo o principalmente in America Latina, come eredità metabolizzata di 10 anni del Forum Sociale Mondiale, ma, finalmente, anche, in forme inedite lungo le sponde sud del Mediterraneo, e in riscoperta nell’America del Nord ed in Europa. C’è una identità in formazione, la quale, a sua volta, sta ponendo le basi per una opposizione di massa intransigente. Non ancora frutto tuttavia di una analisi esauriente nè indicazione coerente di una via di uscita, visto che le responsabilità della crisi emergono ancora con una sommaria dose di componenti morali ed emotive. Al contrario, il concetto di “bene comune” e le forme di una sua riappropriazione sociale, intrecciati alla percezione e alla risposta realistica alla crisi, rappresentano oggi – a mio parere – il contributo più avanzato per ricostruire il blocco sociale che, in indispensabile alleanza con il lavoro, possa definire le forme di una democrazia che governi l’economia su scala immediatamente locale, ma in definitiva globale.

Provo a sostenere queste affermazioni in un ragionamento più esteso.

Innanzitutto, sarebbe utile non ridurre le responsabilità della crisi alla malvagità delle banche. Lo sviluppo ineguale e la crescita distorta non possono non chiamare in causa soprattutto le imprese e il capitale industriale privato che, specie dagli anni 90, si sono appropriati dell’esclusiva della politica economica e della gestione della ricchezza estratta dall’ambiente naturale e prodotta dal lavoro che mantiene l’intera società: compresi i servizi industriali, del mercato del lavoro e della intermediazione capitalistica bancaria. Il governo del capitale finanziario, in buona sostanza, è frutto di osmosi tra capitale industriale e banche tra loro inscindibili. Questo aspetto è in parte offuscato e, mentre le proiezioni mediatiche scandiscono un rapporto esclusivo tra stati e sistema bancario, manager, capitani di industria, lobbisti e commissari che agiscono in sedi internazionale per il sistema delle imprese, il capitale industriale rimane defilato, per ricomparire invece da protagonista nelle privatizzazioni, nelle delocalizzazioni, nel supporto al sistema energetico fondato sulle fonti fossili, nelle soluzioni politiche-sociali di distruzione dei diritti del lavoro, che procedono incontrastate per demonizzare quello che JP Morgan o l’AD di ABB o Marchionne o Tronchetti Provera, senza alcuna remora, definiscono “il disastro provocato dalla spesa pubblica”.

Si sta formando un blocco sociale numericamente di minoranza, ma politicamente dominante, costituito da un’alleanza tra Confindustria e le società anonime per azioni (fino alle municipalizzate dell’energia e dell’acqua quotate in borsa!) che vuole continuare a trasferire dal processo produttivo alla speculazione, tramite il sistema dell’intermediazione privata capitalistica, bancaria, finanziaria, borsistica, il profitto estorto anche con i bassi salari e il rifiuto della contrattazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Sto parlando di Bombassei, ma anche di Squinzi, di un sindacato remissivo – se si eccettua la FIOM – della Suez, della Fiat, della Danone della Nestlé, della Basf dell’ Eni, della British Telecom, di EDF-Edison-A2A, che si sono appropriati in anni di globalizzazione e di delocalizzazioni senza regole di un enorme plusvalore che, oltre a non restare nel processo produttivo e a non venire investito nell’economia reale, viene “bruciato” in grandi quantità quotidiane sulle piazze internazionali e ripagato agli avventurieri con la riduzione della spesa sociale e le privatizzazioni. Tutti questi attori sono impegnati oggi a trarre profitto dei quattro elementi empedoclei: il suolo, l’acqua, l’energia, l’aria che respiriamo. E a combattere una riconversione ecologica dell’economia che muova anche dal riconoscimento degli elementi naturali come beni comuni e dalla loro sottrazione al mercato, dato che l’acqua, le energie naturali, le conoscenze e le risorse ambientali hanno assunto un’importanza vitale per l’economia capitalista e la società globalizzata. Per tutte queste motivazioni è strategica la confluenza di obiettivi e di strategie dei movimenti che si rifanno ai beni comuni, ma che procedono purtroppo separati.

 

La trasformazione dell’energia come autogoverno di un bene comune

Il rischio che una nuova fase di privatizzazioni sia imposta all’Europa- e all’Italia in particolare – ci porta a riflettere sul fatto che i beni comuni, che fino a poco tempo fa consideravamo “naturalmente disponibili”, sono messi ulteriormente in discussione dalle ricette liberiste adottate per tamponare la crisi finanziaria, subendo così un degrado accelerato col venire progressivamente assorbiti nel ciclo economico. Vanno perciò ricostruiti coscientemente nella cornice di un movimento di massa che si unifica. L`alternativa a questa “ricostruzione” (dal basso), è la privatizzazione coatta, cioè la delega a qualcuno che organizza l`estrazione e la fruizione di “beni” trasformandoli in merce.

A titolo di esempio provo ad esaminare cosa comporta considerare le fonti di energia naturali un bene comune e ricorrere ad esse in sostituzione dell’energia fossile, “regina” del mercato nella prima e nella seconda rivoluzione industriale. Essendo diffuse e integrate nel territorio “appartengono” in effetti alla comunità. Rappresentano la “condizione per fare le cose”, una sorta di “misura del possibile” per l’organizzazione produttiva e sociale e, probabilmente, per la sua qualità. Sono fruibili in forma gratuita, mentre le infrastrutture che ne captano il contenuto energetico e le tecnologie di accesso possono far parte in forma consortile della dotazione della comunità, secondo i modelli (fiscalità e tariffe sociali) che in passato hanno regolato la costruzione degli acquedotti che tutti noi conosciamo. Oltre che consentire di organizzare l’accesso al “comune naturale” (ad esempio acqua e cibo) e al “comune intellettuale”, ovvero a tutta la complessità della produzione immateriale contemporanea, che definisce i diritti di cittadinanza più evoluti, non inficiano la salute dell’ecosistema (la capacità di rigenerare le condizioni per la vita) scongiurando cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e di fertilità.

Acquistano lo status di beni comuni quando l’intera comunità partecipa a progettare “la captazione” dell’energia dalle fonti naturali, attraverso la tipologia e il posizionamento degli impianti, la modifica dei piani regolatori, la creazione di spazi all’interno del disegno urbanistico, i piani di viabilità e i limiti del traffico, le aree per le attività lavorative e sociali: come sta già accadendo per il ridisegno integrale di alcuni nuovi quartieri (ad esempio nella città di Lienz).

In definitiva, nel caso del sistema energetico fondato sulle rinnovabili, sul risparmio e su una riconsiderazione degli stili di vita, la libertà e la democrazia non convivono necessariamente, come ha sempre affermato il pensiero liberale, con la proprietà privata, ma sono assicurate dall’accessibilità e dal realizzarsi della comunità intesa come sistema di relazioni e di autogoverno che assicura un contenuto di giustizia democraticamente perseguito.


Un appello per una svolta energetica

Concludo rifacendomi ad un appello per un mondo senza nucleare e non più basato sulle fonti fossili che viene lanciato a fine Giugno da una convergenza tra scienziati, mondo operaio e della produzione e, ovviamente, movimenti ambientalisti. L’appello si propone – a partire dalla necessità della svolta energetica – di organizzare una risposta alla crisi contemporaneamente sul fronte climatico, del lavoro e dell’occupazione, dell’estensione di una democrazia sociale, della salvaguardia della salute. Lo riporto per intero perché è significativo di una sintesi già matura, ma ancora difficile da far uscire da consessi tematici e far camminare su necessarie gambe di massa.

 

La crisi economica globale originata dal crollo finanziario del 2008, coi devastanti effetti occupazionali e sociali purtroppo ben noti nel nostro Paese, si è andata a sovrapporre alla crisi globale dell’ambiente, che ha nel cambiamento del clima il suo più attuale e drammatico riferimento.

Il coincidere di queste crisi avrebbe dovuto rimettere in discussione dalle fondamenta il modello di sviluppo, dal quale entrambe sono state generate, per muoversi con determinazione verso una tante volte evocata riconversione ecologica dell’economia e della società, attraverso una transizione difficile ma possibile.

In questa direzione si è espressa la maggioranza degli italiani solo due anni fa. Con la vittoria dei referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare, si è aperta una prospettiva che va anche oltre l’importanza indiscutibile delle due questioni, ancora aperte nella traduzione della volontà popolare in atti e leggi definitive: si è posto il problema della salvaguardia di alcuni “beni comuni” e “nuovi diritti”, che non possono essere governati solo dalle logiche del mercato.

Oggi questa battaglia deve continuare: analogamente alla ripubblicizzazione dell’acqua, che sta proseguendo con un articolato movimento dal basso, è necessario farla definitivamente finita col nucleare, in Italia e in Europa, anche introducendo una gestione trasparente e sicura (ad oggi non garantita dalla società deputata, Sogin) delle scorie, degli impianti e di quanto resta del ciclo nucleare.

Tuttavia non possiamo limitarci solo a questi importanti temi. Iniziative molto più corpose e propositive devono essere intraprese per effettuare il passaggio ad un nuovo modello di sviluppo. Parte significativa della transizione sarebbe compiuta se si imboccasse con decisione la strada dell’economia dei beni durevoli e sostenibili, in particolare nel settore energetico. L’attuale modo di produrre e consumare energia, con oltre l’80% di ricorso ai combustibili fossili su scala mondiale, è il massimo responsabile dell’incremento delle emissioni di CO2 e della sua concentrazione in atmosfera, alla base, appunto, dello sconvolgimento climatico.

Proprio per far fronte a questa situazione, che la rivista Nature denunciava nel 2012 come: “non è stata mai così grave”, la UE, dopo la convenzione di Aarhus, sui diritti alla giustizia ambientale, lanciò nel 2007 la strategia dei tre 20% al 2020, obiettivi vincolanti per i Paesi aderenti. Oggi in Europa, le road map e gli scenari in discussione vanno oltre le politiche del pacchetto “20 – 20 – 20” e chiedono obiettivi vincolanti al 2030 sulle emissioni di gas serra e sull’ energia: il taglio del 55% delle emissioni, rispetto al 1990; il contributo delle fonti rinnovabili al 45%; ulteriori misure di efficienza energetica per contenere la crescita dei consumi puntando alla completa “decarbonizzazione”, almeno della produzione elettrica, al 2050.

Dopo i referendum, non sentendosela di riproporre per la terza volta il nucleare, il governo Monti ha proposto, per di più a “tempo scaduto”, una Strategia Energetica Nazionale (SEN), che è stata per il momento assunta anche dal governo Letta. Ancora una volta, come in tutti i Piani Energetici Nazionali che si succedettero nel secolo scorso, la SEN rispecchia gli interessi aziendali dell’ENI e dell’Enel e dei finanziatori delle infrastrutture (gasdotti, depositi etc.), rispettivamente con il via libera alle trivellazioni per il petrolio, anche offshore, con la progettazione di facilities per il gas e con la promozione del carbone come alimentazione delle centrali termoelettriche. I colossali interessi di grandi gruppi prevalgono su quelli del Paese, dell’ambiente e della salute dei cittadini.

La proposta che la SEN fa poi dell’Italia come “hub” europeo del gas, non ha alcun assenso in sede UE – ogni Paese avendo una sua politica energetica raccordata solo parzialmente con gli altri –, e rivela la sua totale inconsistenza a fronte del nuovo ruolo che gli Stati Uniti stanno esplicitamente assumendo come leader mondiale per il gas, ottenuto nel loro sottosuolo tramite nuove tecnologie, soprattutto il “fracking”.

Ancora, in accoglimento delle lamentele, soprattutto degli operatori elettrici di Assoelettrica, per la competizione finalmente aperta nel settore elettrico dalle fonti rinnovabili, la SEN, col compiacente concorso dell’AEEG, ignora la gradualità con la quale vanno ridotti, sicuramente, gli incentivi (e sconfitte le speculazioni), deprimendo così gravemente uno dei pochi settori a forte sviluppo. L’Italia nel 2011 era stata la massima installatrice mondiale di Fotovoltaico, oggi, con la fine degli incentivi del V conto energia, servono misure regolamentari certe per mantenere lo sviluppo della filiera delle fonti rinnovabili .

È evidente che la SEN non è assolutamente in grado di far sì che l’Italia rispetti gli obiettivi europei del “20 – 20 – 20”. Chiediamo quindi che il Governo Letta non dia corso a questa SEN e che invece vari una strategia energetica di transizione, che in sintonia con le scelte europee, sostenga:

alt al carbone e alle trivellazioni per il petrolio,

no alla proliferazione di rigassificatori e depositi del gas,

un piano per la ricerca, a partire da quella pubblica, nei settori energetici più avanzati,

un piano industriale realistico per l’attuazione dei tre 20% e degli obiettivi della road map UE al 2030 in raccordo con i Piani energetici di cui, almeno alcune Regioni si sono già da tempo dotate e con una capacità di coordinamento dei PAES comunali.

È assolutamente necessario aprire un confronto fra le parti sociali per avviare una riconversione ecologica in tutti i settori produttivi, partendo anche dagli obiettivi di efficienza proposti già due anni fa dalla Confindustria e dalle tre Confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL. Sarà questo il miglior punto di partenza per dare occupazione “pulita e rinnovabile”, soprattutto ai giovani, e contemporaneamente fornire il contributo del nostro Paese alla lotta ai cambiamenti climatici.

Uscire completamente e con sicurezza dal nucleare, contribuire al controllo del clima, costruire un modello sostenibile, decentrato e democratico, è possibile se un movimento articolato si consolida dal basso, coinvolge lavoratori, cittadini, movimenti e associazioni, e investe tutti gli ambiti della produzione, del consumo, della organizzazione delle città, degli stili di vita collettivi e individuali”.

 

Alcune firme note a sostegno, oltre a quelle dei promotori e dei comitati e delle associazioni ambiente-energia, sono quelle di Baranes (Banca Etica), Biorcio (Univ.Milano), Parisi (univ. La Sapienza), Garibaldo (ricercatore), Mattioli (Unesco), Molinari (Comitato acqua), Rinaldini (Fiom), Silvestrini (Kyoto club), Tamino (Univ. Padova), Viale (economista), Zanotelli (comboniano).

Sul sito www.energiafelice.it si può trovare e sottoscrivere direttamente il documento

 

 

Category: Ambiente, Economia

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About Mario Agostinelli: Mario Agostinelli (1945) ha lavorato come ricercatore chimico-fisico per l’ENEA presso il CCR di Ispra. Dal 1995 al 2002 è stato Segretario generale della Cgil Lombardia e nel 2004 ha dato vita al movimento Unaltralombardia, con l’obiettivo prioritario di rinnovare dal basso le forme della rappresentanza. Ha ricoperto un incarico istituzionale come Consigliere regionale in Lombardia, eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, e nel 2009 ha aderito a Sinistra Ecologia Libertà. Sul piano internazionale si è contraddistinto per un intenso impegno nel Forum Mondiale delle Alternative e nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre.

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