Marco Revelli: Syriza, Podemos e noi. La grande onda mediterranea

| 13 Febbraio 2015 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da Il manifesto del 13 febbraio 2015

Oggi, a Roma, scendiamo in piazza per la vita, la dignità e la demo­cra­zia del popolo greco. È un ritorno – importante da non sot­to­va­lu­tare — della buona, antica solidarietà inter­na­zio­nale, dopo anni e anni di chiu­sura di ognuno in se stesso. Ma non è solo questo.

Per­ché mani­fe­stando per «sal­vare la Gre­cia», noi mani­fe­stiamo anche e soprat­tutto per sal­vare noi stessi: per sal­vare l’Italia. Per sal­vare l’Europa.

Se l’azione di Tsi­pras e Varou­fa­kis riu­scirà ad aprire una brec­cia nel muro di Ber­lino dell’austerità, ci sarà una spe­ranza anche per noi, che anna­spiamo sul pelo dell’acqua appena un poco più sopra di loro. E per gli spa­gnoli, i por­to­ghesi, gli irlan­desi, mas­sa­crati social­mente dallo stesso dogma feroce.

Se da Atene potranno dimo­strare che la volontà popo­lare non può essere can­cel­lata con un tratto di penna dai ban­chieri e dai politici-tecnocrati in una stanza dell’Eurotower, della Bun­de­sbank o della Can­cel­le­ria della Bun­de­sre­pu­blik, sarà un passo impor­tante nel pas­sag­gio dall’Europa della moneta e una vera Europa poli­tica. La sola che può sopravvivere.

Lo sanno benis­simo a Bru­xel­les, a Fran­co­forte, a Ber­lino, che se i greci ce la fanno – se rie­scono a dimo­strare che «si può» – potrà inne­scarsi una rea­zione a catena, nel fronte medi­ter­ra­neo dell’Europa, ma non solo, in grado di scar­di­nare i dogmi mor­tali che ci stanno sof­fo­cando. Per que­sto resi­stono con­tro ogni buon senso, negando l’evidenza, trin­ce­ran­dosi die­tro il ritor­nello delle «regole che vanno rispet­tate» anche se quelle regole si sono rive­late con tutta evi­denza deva­stanti. E per que­sto, dalla nostra parte, ci si mobi­lita nelle prin­ci­pali piazze del con­ti­nente: per dimo­strare che quella rea­zione a catena è già ini­ziata. Che il cam­bia­mento è già in corso.

Sfi­le­remo, in molti, con un nastro nero in segno di lutto per il nuovo ecci­dio di migranti, sapendo che non è, quella, una «tra­ge­dia del mare» ma una «tra­ge­dia degli uomini». Una tra­ge­dia nostra, dell’Italia e dell’Europa. Che quelle nuove cen­ti­naia di morti testi­mo­niano dell’egoismo, cri­mi­nale, di un’Europa che chiude occhi orec­chie e brac­cia di fronte alla parte più sof­fe­rente dell’umanità. E lesina gli spic­cioli, con spi­rito da usu­raio, tagliando per­sino sui soc­corsi, per­ché que­sto è il senso del pas­sag­gio da Mare nostrum a Tri­ton… In fondo, lo vediamo bene, un filo nero lega il modo con cui la Troika ha ridotto in que­sti anni di «com­mis­sa­ria­mento» la Gre­cia al coma sociale, e quello con cui le classi diri­genti euro­pee, impas­si­bili, hanno tra­sfor­mato il canale di Sici­lia in un cimi­tero liquido. La stessa logica, imper­so­nale, delle cifre e dei pro­to­colli «a distanza», con deci­sioni prese in luo­ghi aset­tici, dove non si sente la puzza della mise­ria e l’odore della morte per anne­ga­mento. Senza nep­pure guar­dare in fac­cia le pro­prie vit­time: la «bana­lità del male», appunto, come direbbe Han­nah Arendt.

Ora il nostro capo del governo, con cini­smo degno della sua bio­gra­fia, getta il pro­blema al di là del Medi­ter­ra­neo, dicendo che la que­stione sta in Libia, non qui o a Bru­xel­les. Che sono loro – loro chi? il caos che abbiamo con­tri­buito a creare? – non noi il pro­blema, come se non aves­simo nes­suna respon­sa­bi­lità e nulla da modi­fi­care, rin­viando tutto a una crisi nord-africana con tutta evi­denza ingo­ver­na­bile. È lo stesso atteg­gia­mento tenuto nei con­fronti della Gre­cia, quando ebbe a defi­nire non solo «legit­tima» ma anche «oppor­tuna» la deci­sione della Bce di togliere ossi­geno alle ban­che gre­che, pro­prio quando la minac­cia mag­giore era la fuga dei capi­tali dei grandi miliar­dari ed eva­sori greci, appena due giorni dopo aver abbrac­ciato – gesto degno del dodi­ce­simo apo­stolo – Ale­xis Tsi­pras a Palazzo Chigi…

Anche per dimo­strare che quest’uomo non ci rap­pre­senta, scen­diamo oggi in piazza a Roma.

Non è una mani­fe­sta­zione come tante altre. È il segno che una nuova poli­tica può nascere.

In un nuovo «spa­zio della poli­tica» ormai in ampia misura tran-nazionale, dove «si pensa» in qual­che modo oltre i confini.

Non dimen­ti­cherò mai il 25 gen­naio, in piazza Omo­nia ad Atene, quando Tsi­pras finì il pro­prio discorso di chiu­sura della cam­pa­gna elet­to­rale e salì sul palco Pablo Igle­sias, parlò poco più di un minuto, prima in inglese, poi in greco (fluen­te­mente) infine in spa­gnolo per dire «Syriza, Pode­mos, ven­ce­re­mos», e la piazza, tutta, attaccò a can­tare Bella ciao. In ita­liano! Allora, al di là dell’emozione e del groppo in gola che tutti ci prese, capimmo, con chia­rezza, che era­vamo ormai in un «oltre».

In un altro spa­zio in cui le vec­chie sca­tole degli stati nazio­nali si rom­pe­vano – senza che i popoli per­des­sero le pro­prie carat­te­ri­sti­che, anzi! — per lasciar con­fluire le nuove sfide in un’altra dimen­sione, vor­rei dire in un altro «para­digma», della poli­tica, che si muove ormai in uno spa­zio com­piu­ta­mente con­ti­nen­tale. E che si apriva per noi una grande occa­sione. Unita a una grande respon­sa­bi­lità: di alli­neare anche l’Italia all’onda di piena che avanza sull’asse medi­ter­ra­neo, con­tri­buendo anche nel nostro Paese alla costru­zione di una grande «casa comune» per que­sta nuova sog­get­ti­vità ribelle.

Roma, testi­mone il Colos­seo, è una prima occa­sione per mostrare che anche qui si apre un pro­cesso in cui «coa­li­zione sociale» e «coa­li­zione poli­tica» pos­sono – anzi devono – mar­ciare insieme, stret­ta­mente intrec­ciate, per­ché l’una è con­di­zione dell’altra.

E se sapranno farlo, pur nella con­sa­pe­vo­lezza delle grandi dif­fi­coltà — non tanto cul­tu­rali quanto «tec­ni­che», pra­ti­che, com­por­ta­men­tali e les­si­cali — dell’operazione, allora si potrà dire che avranno saputo far nascere il primo degno abi­tante di quel nuovo «spa­zio», in grado di offrire rap­pre­sen­tanza all’oceano di spae­sati e di home­less della poli­tica in Ita­lia come in Europa.

Il tempo – come si è detto ad Atene, come dicono in Spa­gna e come ripe­te­remo a Roma — è, dav­vero, ora!


 

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Category: Economia, Movimenti, Osservatorio Europa, Politica

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About Marco Revelli: Marco Revelli (Cuneo 1947) è uno storico e sociologo italiano titolare della cattedra di Scienza della politica dell'Università degli studi del Piemonte Orientale. Ha scritto, con Peppino Ortoleva, Storia dell'età contemporanea e La società contemporanea (Edizioni scolastiche Bruno Mondadori 1982, 1983). Tra i suoi ultimi libri: Poveri noi (Einaudi 2010), I demoni del potere (Laterza 2012), Non solo un treno.. La democrazia alla prova della Val di Susa , con Livio Pepino, (Gruppo Abele 2012), Finale di partito (Einaudi 2013)

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