Luigi Doria: Note sulle dimensioni monetarie del rapporto fra pandemia e capitalismo contemporaneo

| 2 Gennaio 2021 | Comments (0)

 

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Introduzione

Non è certo sorprendente il fatto che un fenomeno epocale come la pandemia da covid-19 abbia terremotato la riflessione socio-economica: nessun’area disciplinare è rimasta impermeabile all’impatto della crisi sanitaria come fonte di nuove questioni e nuove sfide intellettuali o come amplificatore di questioni antiche e irrisolte.

Se una delle principali piste di dibattito ha riguardato il rapporto fra economia, società e politica nei capitalismi contemporanei, queste note si concentrano – naturalmente in via provvisoria e senza alcuna pretesa di esaustività – sulle dimensioni monetarie di quel rapporto. Si tratta di un piano di problema rilevante anche perché le forme che sta assumendo l’intervento monetario durante la pandemia illuminano in una luce particolare alcuni temi di fondo concernenti la natura della moneta capitalistica e le sue funzioni – temi che già la stagione successiva alla grande crisi economico-finanziaria aveva portato all’attenzione del dibattito scientifico e politico.

 

Moneta e politiche monetarie nella pandemia

Che la crisi pandemica non debba essere intesa come un evento “esterno” alla vita del capitalismo (ma come invece qualcosa che chiama direttamente in causa la stessa architettura dei capitalismi mondiali1) è ciò che molteplici filoni di ricerca hanno cercato, fin dalle prime settimane dell’emergenza covid, di porre al centro del dibattito. In quest’ultimo questioni economiche e temi prettamente politici continuano a soprapporsi, disegnando trame interpretative complesse (si pensi, ad esempio alla riflessione sul rapporto fra la pandemia e le traiettorie recenti del populismo, Vieten, 2020).

Un piano di analisi certamente importante concerne la domanda su come alcune tendenze interne alle società capitalistiche abbiano creato le condizioni perché la pandemia producesse danni catastrofici. Il riferimento è, in primis, alla macroquestione che riguarda il ruolo che il dominio neoliberista (Saad-Filho, 2020) ha giocato nello spianare la strada al dilagare dell’incendio sanitario.

Il tema – molto frequentato negli ultimi decenni da un’ampia riflessione scientifica2 – delle conseguenze del dogma neoliberista in termini di impoverimento, disarticolazione e depoliticizzazione dell’intervento pubblico è e sarà molto presente nel dibattito sulla crisi covid, con riferimento tanto alla specifica realtà britannica e statunitense (in cui le recenti svolte neopopuliste hanno come è noto contribuito a soffiare sull’incendio pandemico), quanto alle conseguenze della penetrazione del poliforme discorso neoliberista in altri contesti, inclusi naturalmente quelli dell’europa continentale.

Un altro macro-versante concerne la crisi pandemica come evento che evidenzia linee di frattura sociale o ne crea di nuove, intervenendo su un tessuto già lacerato. A fronte dell’immagine popolare del covid come disastro che colpisce tutti allo stesso modo, un insieme di analisi hanno messo in evidenza come l’impatto della pandemia abbia reso plasticamente evidenti vecchie e nuove segmentazioni del corpo sociale. Come scrivono Adkins and Konings (2020) con riguardo alla grande questione degli essential workers:

[…] the responses by governments have put the very lives that have been deemed disposable in the service of protecting those whose lives are deemed valuable. In short, essential workers are enabling the valued to live and are themselves only attributed with any kind of recognition in as much as they sacrifice themselves and labour towards this end. The Covid crisis has, in other words, seen the labour and lives of essential workers both instrumentalized and sacrificed.

This state of affairs plays itself out in what have rapidly become familiar day-to-day rhythms: as non-essential white-collar professionals work safely from home, all the while receiving their pay-cheques, essential workers deliver food and other necessities to their door, collect their garbage, ensure their Wi-Fi keeps running and, if they fall sick, care for them.

Viene a tema, quindi, l’emergenza di una particolare politics of life come sottolineano Adkins and Konings (2020), rimandando sulla questione a Bobba (2020) e Tulumello (2020).

Se i percorsi e gli effetti della pandemia chiedono di essere letti come figli di una lunga stagione politica e di un complesso e pervasivo apparato ideologico, non sorprende che la crisi sanitaria ed economica si presti ad essere interpretata come momento di crisi strutturale dell’architettura neoliberista. In questo scenario, si fanno strada argomentazioni secondo le quali la pandemia si configurerebbe come punto di rottura della gabbia neoliberista o come evento capace di rafforzare una preesistente crisi di legittimazione del neoliberismo (Condon, 2020), in uno scenario in cui quest’ultima può spianare la strada a forme emergenti di radical pluralism o invece a manifestazioni di neopulismo reazionario (Ibidem).

Ora, come si iscrive la questione della moneta nel dibattito sul rapporto fra la pandemia e gli assetti istituzionali del capitalismo contemporaneo? In che direzione, in particolare, le trasformazioni delle politiche monetarie in tempi pandemici mettono in questione alcune linee di azione ben sperimentate che si sono negli ultimi sviluppate nel solco delle logiche di austerity, che a loro volta possono essere complici del discorso neoliberista?

Sin dall’inizio della crisi, il tema del finanziamento “urgente” degli interventi di natura sanitaria e di quelli di sostegno alle economie congelate dal lockdown è stato centrale sulla scena politica e mediatica.

L’immagine della liquidità pompata in emergenza per salvare sistemi sanitari e assetti economici al collasso ha rimbalzato da una parte all’altra del globo: e, in effetti, l’emergenza covid ha chiamato in causa interventi convenzionali ma sempre più spesso non convenzionali di politica economica (per alcuni versi simili, ma per altri diversi da quelli che hanno caratterizzato la lunga stagione successiva alla grande crisi).

Da una parte, i governi hanno dovuto mettere in campo misure di emergenza, anche in contesti in cui ciò ha voluto dire sospendere lunghe stagioni di austerity e ricorrere a interventi in deficit. Si sono moltiplicati, anzi, già dai primi mesi della crisi sanitaria, interventi caratterizzati da trasferimenti diretti dello stato ai cittadini e alle imprese (si veda Bank of Canada 2020, menzionata in Masciandaro 2020).

Dall’altra parte, il sostegno delle banche centrali ha dovuto moltiplicarsi, disegnando nuovi percorsi sulla scena dell’interventismo post grande crisi. Quei percorsi indicano spesso, almeno in alcune realtà, verso la soluzione – sul cui significato tornerò più avanti – della monetizzazione della spesa pubblica. Uno degli esempi (anche su questo tornerò brevemente nel seguito) che più attira l’attenzione e sollecita l’immaginario anche dei non esperti è quello degli interventi “non convenzionali” della Bank of England – un’istituzione che ha svolto lungo la sua storia e svolge ancora oggi un ruolo del tutto peculiare nel muovere il dibattito sui fondamenti stessi dell’istituzione monetaria.

Lo scenario assume tratti del tutto peculiari in ambito UE, in ragione della peculiarità dell’impianto istituzionale comunitario e dei vincoli che i trattati pongono alla BCE. Certamente l’emergenza sanitaria ha contribuito a stimolare ulteriormente gli interventi non convenzionali della BCE nell’acquisto di titoli. E certamente non sono da sottovalutare né il dibattito sulla mutualizzazione del debito e sugli eurobond (Lucarelli, 2020) né i passi compiuti per la costruzione del cosiddetto recovery fund.

Sul piano generale, si deve rilevare come, anche in ambito europeo, siano emersi (accanto al persistere di posizioni di chiusura conservativa, di difesa reattiva e di inerzia dogmatica) alcuni spiragli, sebbene costitutivamente fragili, di apertura. Queste aperture sembrano giocarsi sul duplice piano del riposizionamento del discorso accademico mainstream e della possibilità di arricchimento del dibattito pubblico.

Sul versante scientifico la pandemia sembra aver creato delle crepe nei muri della dogmatica ortodossa, forse più di quanto abbia fatto la grande crisi finanziaria, che pure chiedeva di essere riconosciuta (o, magari, al contrario necessitava di essere occultata) come crisi degli assetti istituzionali del capitalismo finanziario, con riguardo alla moneta, al credito e al debito3. La grande crisi ha aperto senza dubbio una stagione di ripensamento delle fondamenta del capitalismo (grazie in particolare alla reinterpretazione di linee di pensiero eterodosse) ed è stata al contempo il motore di una molteplicità di sperimentazioni istituzionali in campo monetario di segno e portata molto diverse (si veda, su alcune dimensioni della questione, Doria 2019). Sembra, però, che alcuni germogli possano venire a maturazione (specie sul versante della decostruzione dei dogmi mainstream) proprio in occasione della dolorosa emergenza pandemica.

Un primo tema concerne la questione della monetizzazione della spesa pubblica da parte delle banche centrali, un’operazione che, nelle diverse forme che può assumere, non era certo estranea all’orizzonte extra-UE, ma che oggi conquista, anche a livello europeo un’inedita visibilità. Si pensi, in primis, al dibattito che si è recentemente sviluppato sull’emissione di obbligazioni COVID-19 perpetue con la BCE come acquirente (Masciandaro, 2020; Giavazzi e Tabellini, 2020).

Siamo in presenza di una questione di non poco momento, se consideriamo quanto l’ipotesi della monetizzazione bypassi la percezione comune in merito al “normale” rapporto fra stato, debito pubblico e banca centrale. Come riassume Stirati (2020):

Mentre con le politiche adottate sinora la Banca Centrale Europea fornisce liquidità alle banche in cambio di titoli pubblici o privati, ma senza garanzia che ne rinnoverà l’acquisto quando essi vengono a scadenza, con il finanziamento monetario della spesa pubblica la Banca Centrale va a finanziare voci di spesa del Tesoro senza che sussista effettivamente un obbligo di rimborso, cioè crea direttamente potere d’acquisto. […] In condizioni di grave recessione e inflazione nulla o negativa ciò non ha controindicazioni ed è anzi giustamente sollecitato da più parti come assolutamente necessario per dare un reale impulso espansivo all’economia. Negli anni trascorsi il finanziamento monetario della spesa pubblica è stato un assoluto tabù, che oggi però appare superato da parte di molti autorevoli economisti.

È opportuno notare qui che il fatto che la monetizzazione avvenga in forme più o meno esplicite (Stirati, 2020) non è di poca importanza perché allude alla grande questione del particolarissimo statuto delle politiche monetarie; al fatto, cioè, che alcuni passaggi importanti di politica monetaria si compiano senza che il senso dell’intervento divenga oggetto di una comunicazione pubblica esplicita, per rimanere, invece, nella sfera del “sottointeso” per gli addetti ai lavori. Si tratta di un fenomeno che rimanda al tema della discrepanza fra teoria e pratica monetaria e anche, in particolare, alla distanza tra una sorta di percezione comune da parte del grande pubblico dei processi monetari e il modo in cui tali processi effettivamente si dispiegano – si veda l’importante contributo di Braun (2016, p. 1067) a proposito delle “ideas about money that circulate among the general public and that, when put together, amount to a ‘folk theory of money’ (Muir, 2015: 319)”. La questione – che tocca anche l’esistenza di un doppio canale di comunicazione delle banche centrali, uno rivolto al grande pubblico e uno ai player del mondo finanziario; si veda su questi temi ancora Braun, 2016 – è colma di implicazioni sociologiche importanti perché indica in direzione dello statuto delle credenze, delle aspettative, delle convenzioni e delle narrative in campo monetario.

Il tema assume rilevanza particolare nelle stagioni “emergenziali” e appare particolarmente caldo nel dibattito pubblico britannico, proprio a fronte dei rapporti “diretti” fra Bank of England e Tesoro e al modo in cui essi chiamano in causa percezioni ben diffuse sul debito pubblico e sul suo ripagamento. Si veda come Stevenson (2020b, grassetti nell’originale) rappresenta la questione:

Technically, these loans have end dates upon which these loans have to be paid back, from the government to the Bank of England. But these loans have been happening since 2009 now in the UK, Europe and the USA, and since the 1990’s in Japan, and, so far, every single time these loans have started to reach maturity, the central banks have chosen to extend the loans. In fact, not only have the central banks extended the loans, but they have actually chose to increase the loan amounts and decrease the interest rates charged. It is an open secret amongst traders and economists that these loans will be extended indefinitely.

[…]

Ultimately, “how will we pay the debt back” is asking the wrong question. Everybody in financial markets is aware now that this debt will never be paid back, and will never have to be. It is new money, created by the Bank of England and lent, permanently to the government. Paying it back will never be a problem because it will never happen. That is an open secret amongst economists and traders now. Everybody knows it.

Tornando al piano del dibattito accademico, la crescente legittimazione di interventi di monetizzazione riaccende il faro sulla nota metafora dell’helicopter money. L’helicopter money esce dal novero delle provocazioni intellettuali o delle ipotesi meramente accademiche per far segno verso una possibilità di pensare in modo diverso le politiche monetarie. Siamo in presenza di qualcosa che assomiglia allo smantellamento di alcuni tabù. Come scrive Masciandaro (2020): “In economic thinking, the COVID-19 pandemic forces swept away many of the conventional taboos, such as the radical idea of a helicopter drop – that is, printing money and handing it out to people with no strings attached (Financial Times, 2020; Yashiv, 2020)”. Per saggiare il tono del dibattito si veda quanto scrive una figura di primissimo piano sulla scena mondiale dell’economics:

Fortunately, there is an alternative to a strategy based on higher taxes and/or more government debt in order to finance such an emergency fiscal programme, albeit one that has remained a taboo among most economists and policymakers – namely, direct, unrepayable funding by the central bank of the additional fiscal transfers deemed necessary, an intervention commonly known as ‘helicopter money’ (Gali, 2020, p. 232)

[….]

In the current context, the central bank could credit the government’s account (or governments, in the case of the ECB) for the amount of the additional transfers and for the duration of the programme. That credit would not be repayable, i.e. it would amount to a transfer from the central bank to the government. (Ibidem, p. 232)

È significativo, in particolare, il tono con il quale si fa fronte alla classica obiezione concernente i rischi di dinamiche inflazionistiche:

But this should not be a concern in the current context, since the reliance on money financing would be strictly restricted to the duration of the emergency measures linked to the health crisis. This is a commitment for which fulfilment can always be guaranteed by the central bank, which would put its reputation at stake. (Ibidem, p. 233)

Il fatto stesso che il dibattito sulla definizione e concettualizzazione dell’helicopter money (si veda Masciandaro, 2020) abbia trovato recentemente nuova linfa testimonia dell’importanza della posta in gioco. Il dibattito definitorio mette anzi in evidenza la ricchezza della questione e i modi molteplici in cui l’intervento di politica monetaria anticonvenzionale par eccellence chiama in causa ruoli e campi di azione della banca centrale e degli stati. Come diverse sono le modalità dell’helicopter money (Masciandaro, 2020), diverse sono le possibilità di implementazione, con riguardo ai destinatari principali del flusso monetario (e la questione non è certo secondaria dal punto di vista teorico e politico). Il problema viene a tema in modo peculiare in clima pandemico quando si apre la partita del supporto diretto a particolari categorie di famiglie o di imprese. Come scrive Couppey-Soubeyran (2020): “In the current phase, to rescue the economy during this containment period, helicopter money should go to the States, to monetise public spending. Then, in a second phase, to reboot the economy, helicopter money could be paid to households and businesses to increase private spending without delay and without transmission failure, while continuing public spending to counter the depression and prepare for the future”.

Sul piano generale, ciò che qui vorrei sottolineare è che una serie di percorsi e di trasformazioni indicano in direzione di un possibile cambiamento di scenario, tanto sul piano del dibattito scientifico, quanto su quello del dibattito pubblico. La spinta della crisi pandemica (che in qualche misura, potremmo dire, rivitalizza alcuni stimoli riformatori della grande crisi, che erano rimasti in buona parte inattivati4) offre un’occasione che, se non merita di essere certo di essere caricaturizzata come momento di svolta salvifica, richiede certo di essere considerata con attenzione.

Non mancano, certamente, delle ombre pronte ad addensarsi alle spalle di questa apertura di possibilità. È forse perfino pleonastico ricordare come il dibattito a scala europea sul recovery fund abbia fatto riemergere approcci culturali improntati al più bieco conservatorismo e alla mera riproduzione, nello spazio della propaganda nazional-sovranista, di ben note concezioni della moneta, del debito pubblico dei paesi europei (si veda su temi connessi Realfonzo 2020) e delle colpe dei paesi debitori. Tra queste concezioni (che sono radicate nel senso comune di parte dell’opinione pubblica europea e che incorporano il terrore degli esiti inflazionistici di qualsivoglia politica monetarie espansiva) troviamo quelle che la Schnabel (2020) ha puntualmente contribuito a decostruire. Non mancano quindi timori, non certo ingiustificati, che, specie in ambito europeo, la chiusura della dolorosa parentesi pandemica lasci spazio per un ritorno a logiche ispirate all’austerity. Secondo il Foundational Economy Collective (2020, p. 14, corsivi nell’originale):

Qualunque sarà il corso della pandemia, c’è da aspettarsi una controffensiva – “non si può pagare, non sarà pagato” – da parte della destra economica. Si sosterrà che questa pandemia non è un problema dei mercati o un fallimento del capitalismo, ma un’emergenza sanitaria una tantum, che è già costata abbastanza da richiedere al più presto il ripristino di una solida gestione finanziaria, la riduzione della spesa pubblica ai minimi termini, il primato dei mercati. Prometteranno il mercato, e quel che otterremo sarà più capitalismo finanziarizzato e più austerità.

Ma non si tratta solo di questo. Proprio a fronte delle possibilità non convenzionali di creazione di moneta legate alla pandemia, riemerge, in alcune prospettive teoriche, la grande questione che concerne il modo in cui la moneta circola e le direzioni che prende – questione che già gli anni successivi alla grande crisi finanziaria hanno illuminato in tutta sua profondità e portata.

Alcune dimensioni di quella questione verrebbero a tema, secondo alcune prospettive analitiche, in modo peculiare nello scenario pandemico. In particolare, uno dei rischi in agguato sul cammino delle politiche post-covid concernerebbe la generazione di significative dinamiche di asset inflation. La struttura di fondo del capitalismo contemporaneo (tesa a riprodurre e allargare le distanze fra salariati e asset owner, Adkins e Konings, 2020) farebbe sì che gli interventi di pompaggio monetario rischino di generare inflazione sul piano dei prezzi degli asset (e in particolare di quelli immobiliari) e di aumentare le diseguaglianze. Secondo Adkins e Konings

(Ibidem), “if the post-Covid era sees another wave of asset inflation driven by the upscaled quantitative easing and associated policies we are now witnessing from the Federal Reserve, the Bank of England and the European Central Bank, and if homeownership remains the only realistic way for ordinary people to buy into that logic to some extent”, si assisterà a un ulteriore aumento delle diseguaglianze asset-based.

Durante la pandemia le fasce più abbienti della popolazione hanno conosciuto una radicale contrazione delle spese non essenziali; contrazione che, a giudizio di Stevenson (2020a), condurrebbe a un rigonfiamento dei risparmi, destinato a rovesciarsi sul mercato degli asset producendo asset inflation.

Secondo Stevenson (2020c) le persone ricche e ad alto reddito hanno accumulato risparmi, e invece le persone più povere hanno accumulato debiti.

The savings of the rich are already being channelled into buying stocks and properties, pushing their prices up, which will increase inequality. (Ibidem)

Ancora Stevenson, con tono decisamente allarmato rispetto a quelli che sarebbero i percorsi della moneta creata a seguito della pandemia:

Who are the winners and losers here? Working people receive their incomes from the government, although they lose out a bit as their incomes are not fully subsidised. The rich also end up with the money they would have received anyway via rents, interest and corporate incomes. Crucially, however, the spending of the rich has decreased massively. This means that the rich end up profiting as their income has stayed the same but their outgoings have fallen (Stevenson 2020a).

[…]

The new money that has been created by central banks ends up accumulating in rich individuals’ bank accounts (Ibidem)

[…]

The rich tend to use excess income to buy houses and other assets, and will likely do so at very low prices in the immediate aftermath of the crisis. This will likely push asset prices up, increasing inequality further (Ibidem).

Si tratta, naturalmente, di argomenti e di previsioni che meritano e meriteranno puntuale e rigorosa verifica critica, vista la complessità delle dinamiche in ballo.

Non si può negare, però, che il tema dell’asset inflation e del rapporto fra creazione di moneta e (in)capacità di circolazione della stessa chiami in causa la questione (oggetto, peraltro, negli ultimi lustri di un dibattito molto vivace in cui un ruolo importante è stato svolto dagli studi sociologici si veda Ingham, 2004; Dodd 2014) che concerne la natura della moneta capitalistica e le sue funzioni.

Per dirla in maniera molto concisa: sullo sfondo delle politiche monetarie si staglia il problema di una moneta che (e in quest’orizzonte viene a tema una vena importantissima della lezione Keynesiana, si veda su questioni connesse Amato e Fantacci, 2012) non è strutturalmente in grado di svolgere il suo ruolo: quello, cioè, di circolare in modo adeguato a servire le esigenze dell’economia. La moneta così come la conosciamo tende invece inevitabilmente a ristagnare in qualche luogo, che è per definizione un luogo sbagliato.

Una suggestione in questo senso giunge dal campo dell’analisi degli usi della moneta. Come sottolinea in una recente intervista Bill Maurer (2020)5, gli scenari della vita monetaria durante la pandemia propongono una situazione paradossale. Nonostante gli straordinari sviluppi della moneta digitale, si assiste a una corsa agli sportelli bancomat per accumulare contante come protezione di ultima istanza dalla crisi. In tempi emergenziali la ricerca di protezione nei confronti dell’incertezza si dirige verso il “vecchio” contante.

Non è certo agevole, ancora nel mezzo della pandemia, leggere con precisione gli orizzonti operativi e interpretativi che la pandemia stessa aprirà in tema di politiche monetarie. Quello che qui vorrei sottolineare è il carattere molteplice del compito che si prefigura: si tratta infatti, al contempo, di leggere i precari spazi di opportunità che si aprono sul fronte dell’intervento monetario non convenzionale, di rinnovare la domanda abissale sulla natura della moneta e infine di valutare i percorsi di riforma della moneta stessa e il modo in cui l’innovazione monetaria contemporanea può ad essi contribuire.

 

Note

1 Sul rapporto fra pandemia e globalizzazione si veda McNamara e Newman (2020).

2 Si veda, per alcune linee di dibattito, Moini (2015), Borghi (2016), Barbera, Dagnes, Salento e Spina (2016).

3 Per un contributo recente sul rapporto fra il debito e il capitalismo contemporaneo, si veda Perulli (2020).

4 Naturalmente gli anni successivi alla grande crisi e al suo configurarsi come crisi dei debiti sovrani europei avevano già visto proposte di ristrutturazione complessiva del debito nell’Eurozona, come ad esempio quella avanzata da Paris e Wyplosz (2014), menzionata in Gali (2020).

5 Così Maurer (2020) nella sua intervista con Jonathan Hack:

We’re going more digital, but people are also taking more cash out of the ATM. What’s up with that?. It was happening before the pandemic. Some of that can be attributed to interest rates being at historic lows, and, in parts of Europe and Japan, interest rates are even negative. Folks were starting to hoard cash as a means of savings, as a means of protecting their assets. When the pandemic hit and when people started hoarding toilet paper, they also upped their hoarding of cash, which is really curious.

La domanda di cash, sottolinea ancora Maurer, è aumentata nonostante i posti in cui la gente usa il contante siano diminuiti drammaticamente.

 

 

Bibliografia

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Luigi Doria è ricercatore a tempo determinato (Rtda) presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Università Ca’ Foscari Venezia e fellow del Center for the Humanities and Social Change della stessa università.

Category: Economia, Economia solidale, cooperativa, terzo settore, Epidemia coronavirus, Osservatorio internazionale

About Luigi Doria: Luigi Doria, oltre che di monete complementari – tema sul quale ha insegnato nel 2016 come visting faculty member all’International University College di Torno –, si è prevalentemente occupato dei rapporti fra la nozione di qualità e i processi di calcolo e di dinamiche e politiche territoriali. In passato è stato, tra l’altro, assegnista di ricerca presso l’Università IUAV di Venezia, fellow presso l’Institut d’Etudes Avancées di Nantes, ricercatore a tempo determinato presso il CNRS-Centre Maurice Halbwachs (CNRS-EHESS-ENS) di Parigi e docente a contratto presso l’Università Bocconi di Milano e presso l’Università della Calabria.

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