Legambiente: Una petizione per fermare l’airgun e salvare i cetacei

| 8 Luglio 2015 | Comments (0)


 

 

 

Su www.inchiestaonline.it abbiamo pubblicato nella rubrica “ambiente” un articolo di Nello Rubattu del 10 maggio 2015 su i danni alla flora e fauna marina nel mare di Sardegna a causa dell’airgun che è il metodo di ricerca più utilizzato nel settore delle attività estrattive perchè permette l’ispezione dei fondali marini attraverso il rapido rilascio in mare di aria compressa. Il rumore che produce è pari a 100 mila volte quello del motore di un jet e per la fauna marina, in particolare per i cetacei, è dannosissimo: può provocare lesioni permanenti o addirittura letali.

Aggiorniamo questo tipo di notizie diffondendo due notizie: la possibilità di firmare una petizione via Change.org di Lega ambiente e un articolo dell’8 luglio 2015 sullo spiaggiamento di sette capodogli nella spiaggia di Vasto in Abruzzo che hanno fatto pensare subito all’air gun e  acuì si riferiscono le foto riportate (tr dei sette capodogli sono morti)


 

 

 

 

1. Petizione di Legaambiente che si può firmare su change .org per fermare l’airgun e salvare i cetacei

 

 

Chiediamo al Governo di vietare l’utilizzo dell’airgun per la ricerca di idrocarburi in mare, che non porta vantaggi alla collettività in termini economici, di conoscenza scientifica e ambientali, ed è a favore esclusivamente delle compagnie che detengono i titoli e le concessioni minerarie.

 

 

L’airgun è il metodo di ricerca più utilizzato nel settore delle attività estrattive per la sua capacità di fornire un rilievo dettagliato e affidabile della stratigrafia dei fondali marini. Il meccanismo prevede il rapido rilascio di aria compressa che, producendo una bolla che si propaga nell’acqua, genera onde a bassa frequenza. Il rumore prodotto da un airgun è pari a 100.000 volte quello di un motore di un jet.

Negli ultimi anni la comunità scientifica internazionale ha iniziato a porre attenzione al fenomeno dell’inquinamento acustico in ambiente acquatico, arrivando alla conclusione che questa attività ha effetti negativi sulla fauna marina, in particolare sui Cetacei. Gli impatti possono essere di tipo fisiologico, comportamentale, percettivo, cronico ed indiretto. Ci sono casi in cui dei rumori molto forti, come le esplosioni a breve distanza, hanno prodotto danni fisici permanenti anche ad organi diversi da quelli specificamente uditivi, portando in alcuni casi al decesso dell’esemplare colpito.

Si sono verificati, anche di recente, diversi casi di spiaggiamento di Cetacei e studi hanno accertato la connessione con le ricerche petrolifere attraverso airgun attive nell’area.

Nel 2008 un centinaio di esemplari di peponocefali – Peponocephala electra, dei delfini più grandi molto simili ai globicefali – si sono arenati lungo le coste settentrionali del Madagascar, nella laguna di Loza. Nel dicembre del 2009, lungo la costa garganica in prossimità della Laguna di Varano, in Puglia, nove capodogli si sono avvicinati alla costa in maniera anomala. Sette di questi si sono spiaggiati mentre solo due sono riusciti a riprendere il largo. Nei primi mesi del 2012 sono stati oltre 3.000 i delfini trovati morti sulle spiagge della regione peruviana di Lambayaque.

Gli effetti negativi sono visibili anche sulle attività di pesca. Uno studio del Norvegian Institute of Marine Research riporta come si sia registrata una diminuzione del pescato anche del 50% intorno ad una sorgente sonora che utilizza airgun, con evidenti impatti economici nelle realtà territoriali direttamente interessate e limitrofe.
Nel solo mese di giugno sono stati rilasciati 11 decreti per il nulla osta ambientale che riguardano tredici aree marine tra Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia che potranno essere sottoposte ad attività di prospezione e ricerca attraverso airgun. Ad oggi sono 52 le istanze di permesso di ricerca e le istanze di prospezione presentate dalle diverse compagnie petrolifere nei mari italiani, per un totale di oltre 122mila chilometri quadrati, corrispondenti all’estensione di tutta l’Inghilterra.

Al momento non esistono misure specifiche sulla problematica dell’airgun a livello europeo e nazionale, ma sono sempre di più gli studi, i rapporti e i regolamenti internazionali che ne descrivono gli impatti e ne chiedono una maggiore regolamentazione e soprattutto una riduzione nella sua applicazione. La stessa Commissione europea si è comunque dotata di una “strategia globale per il rumore sottomarino” e l’airgun rientra nel campo di applicazione di numerose norme quali la direttiva «Habitat», quella sulla Valutazione d’impatto ambientale, e la Strategia per l’ambiente marino.

Il tema dell’airgun è stato al centro del dibattito parlamentare durante l’iter di approvazione della legge n.68 del 19 maggio 2015 che inserisce i reati ambientali nel codice penale e i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari si sono schierati contro l’airgun.

Per questo chiediamo con forza al governo e alla maggioranza che lo sostiene di dare attuazione agli impegni presi in sede di dibattito parlamentare e ai diversi ordini del giorno approvati in materia al Senato e alla Camera, a cui fino ad oggi non è stato dato seguito. Siamo convinti che si deve costringere il governo a vietare una volta per tutte questa tecnica.

 

 

 

 

 

 

2. Abruzzo. Capodogli morti a Vasto. E’ colpa dell’air gun?

da www.primadamoi.it del 25 luglio 2015

 

VASTO. Un evento di sicuro molto raro e che forse non si ricordava a memoria d’uomo. Sette capodogli (non uno solo) si sono spiaggiati a Vasto. Per ora 3 sono morti e quattro a fatica sono stati allontanati dalla battigia e si spera possano prendere il largo.
La domanda centrale ovviamente è : come mai tutto questo è accaduto? C’entra forse l’uomo ed i suoi sempre più numerosi interventi sull’ecosistema? Domande a cui finora si possono solo dare risposte “probabili” ma non certe.

In particolare uno dei capodogli presentava delle ferite ed aveva in bocca una rete da pesca. Potrebbe essere questa la causa dello spiaggiamento?
Il presidente D’Alfonso ha fatto sapere che sta adoperando per gestire  sia  l’emergenza sia per capire le motivazioni e le concause dell’accaduto.

Secondo Sandro Marzariol, coordinatore della task force del ministero dell’Ambiente che opera in questi casi, il Cert (Cetaceans Emergency Response Team), «è probabile che i capodogli si siano persi nel mar Adriatico: non e’ un fenomeno frequente, dal 1500 a oggi abbiamo contato una decina di casi, l’ultimo nel 2009. Faremo l’autopsia dei cetacei morti per capire i motivi del decesso».
«Si orientano con il sonar – ha detto – ed e’ plausibile che il segnale inviato in corrispondenza della spiaggia di Punta Penna sia stato assorbito e non restituito, facendo perdere il senso dell’orientamento ai cetacei. Le operazioni di salvataggio sono molto difficili perche’ una volta spiaggiati le possibilita’ di salvataggio sono molto poche, si tratta di animali tra i 5 e i 10 metri di lunghezza, dal peso di circa una tonnellata. Faremo un’autopsia dei cetacei morti, per indagare le cause del decesso, se dipendono da fattori interni, come supponiamo e come i precedenti spiaggiamenti ci portano a pensare, o da agenti esterni. Per i risultati occorrera’ un anno, sono animali molto grandi e poco conosciuti».

«Si tratta – ha spiegato il contrammiraglio Luciano Pozzolano – di un episodio particolare, ma la presenza di questi animali dimostra però che il mare Adriatico sta tornando in salute. Erano anni che tali avvenimenti non accadevano dalle nostre parti. Si tratta di situazioni però già monitorate dai nostri uomini perché risulta che i capidogli fossero stati avvistati nei giorni scorsi lungo le coste croate».

Sta di fatto che uno spettacolo del genere ha fatto scatenare nuovamente chi è da sempre contrario ad interventi invasivi e “risolutivi” della storica vocazione naturale della regione.

L’assessore Mazzocca invita a «riflettere sull’utilizzo delle nostre coste» e anche la senatrice Pezzopane nel suo primo commento ha dichiarato che ora bisogna «ripensare al petrolio», probabilmente intendendo  come evitare di costruire nuovi pozzi.
Anche il consigliere regionale Pietro Smargiassi si produce in una ipotesi sulle possibili cause dopo essere stato sul luogo.
«Si tratta di un evento fuori dal comune che assomiglia a un fenomeno, di proporzioni ancora più tragiche, avvenuto nel 2008 in Madagascar: oltre cento balene si spiaggiarono sulle coste del nord est dell’isola. A 50 chilometri di distanza», ricorda il consigliere M5s, «la Exxon-Mobit aveva eseguito operazioni di air-gun, una tecnica sismica di riflessione impiegata per individuare giacimenti petroliferi. Senza andare geograficamente così lontani, ricordo i sette capodogli spiaggiati e morti a Peschici nel dicembre del 2009 e, sempre in provincia di Foggia, il recentissimo episodio del piccolo delfino arenato a Marina di Lesina lo scorso 27 agosto. Come spiega la prof. Maria Rita D’Orsogna, l’air-gun consiste in “spari fortissimi e continui, ogni 5 o dieci minuti, di aria compressa che mandano onde riflesse da cui estrarre dati sulla composizione del sottosuolo. Spesso, però, questi spari sono dannosi al pescato, perché possono causare lesioni ai pesci, e soprattutto la perdita dell’udito”. Ecco cosa sta succedendo anche nel nostro mare Adriatico, con la petrolizzazione di Ombrina Mare e Rospo Mare».

Certezze come detto non ce ne sono aggiunge Smargiassi «ma da semplici cittadini ci sembra legittimo avere il dubbio che esista un collegamento fra la petrolizzazione e uno spiaggiamento così anomalo di cetacei, che come è noto usano un sistema di ecolocalizzazione basato sui suoni per orientarsi».
Di certo i capodogli di Punta Penna facevano parte di un gruppo di cetacei noto e monitorato e allora sorgono ulteriori domande: possibile che nessuno si sia accorto della loro perdita di rotta? Non si poteva fare nulla per impedire la morte dei capodogli?
«La responsabilità di quanto avvenuto a Punta Penna investe tutta la classe politica, nessuno può sentirsi escluso», conclude Smargiassi, «è quindi opportuno cogliere questa triste occasione per invitare tutte le parti politiche a confrontarsi e collaborare per fermare l’avanzata delle trivelle nell’Adriatico, in modo da prevenire i danni all’ambiente e alla sua fauna (danni che presto o tardi si riversano anche su noi esseri umani), invece di essere costretti a intervenire a posteriori e in modo emergenziale, quando il guaio è già fatto ed è troppo tardi, come sta succedendo oggi a Punta Penna».

Il sindaco di Rocca S. Giovanni, Giovanni Di Rito(Udc), ripropone la sua contrarietà alle trivelle. «Ma scherziamo – dice Di Rito – sono stato sempre in trincea contro questa eventualità e non cambio idea, lo sarò sempre. A differenza del Pd che predica bene e ruzzola male. E’ una cosa assurda pensare al petrolio che è un danno per la nostra Costa. Bisogna continuare a mettere in atto ogni iniziativa per evitare la petrolizzazione».

Per il sindaco di Fossacesia, Enrico Di Giuseppantonio, « A prescindere dall’episodio dei capodogli bisogna essere assolutamente immuni da ogni progetto di trivellazione del nostro mare, come più vote ribadito. Vogliamo che in Abruzzo non vi siano questi tipi di insediamenti».

«È un vero e proprio grido d’allarme, gravissimo in un bacino chiuso e di piccole dimensioni, che», commenta il delegato regionale Wwf per l’Abruzzo Luciano Di Tizio, – dovrebbe indurci a rivedere profondamento il nostro atteggiamento nei confronti del mare Adriatico. Il nostro pensiero, anche se è chiaramente da confermare, – sottolinea Fabrizia Arduini, referente energia per il WWF Abruzzo – va all’intensa attività di ricerca geosismica attraverso l’air-gun da parte delle compagnie petrolifere, attualmente utilizzato soprattutto sulle coste dell’altra sponda dell’Adriatico. L’air-gun è una pratica che per l’intensità di suono prodotto nel sottofondo marino diviene micidiale per i cetacei e non solo, come dimostra una ampia letteratura a riguardo».


Category: Ambiente, Economia, Osservatorio Sardegna, Osservatorio Sud Italia

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