La crisi finanziaria/politica italiana giova all’economia europea?

| 19 Novembre 2011 | Comments (0)

La presente analisi trae spunto da due andamenti fondamentali: il rapporto di cambio euro/ dollaro (GRAF. 1) e il differenziale di rendimento  dei btp decennali italiani rispetto ai titoli bund  tedeschi  (GRAF.2).

 

 

 

 

 

Grafico 1: rapporto di cambio euro/dollaro (nella asse delle ordinate i dollari scambiati per 1 euro) nel periodo inizio luglio 2011 metà novembre 2011 (fonte Bloomberg)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grafico 2: differenziale di rendimento (spread) in ordinata destra tra i titoli di Stato (BTP decennali) italiani e il Bund tedesco di pari durata nel periodo gennaio novembre 2011 (dati Bloomberg)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I due grafici  fotografano due  situazioni diverse: il primo (cambio euro/dollaro) una condizione di variabilità della competitività esterna dell’Europa;  il secondo una crescente fragilità del sistema Italia sintetizzata nella crescita esponenziale della quotazione del rischio paese Italia rispetto a quello  Germania.

Lo spread btp/bund ha subito un’impennata da luglio scorso in concomitanza dell’accentuarsi della crisi greca. Una condizione di contagio finanziario che ha accentuato le spinte speculative sulle economie più fragili per una crisi di fiducia sulla capacità della politica di far rientrare i pesanti livelli di debito pubblico. L’effetto indotto sul cambio euro/dollaro (indebolimento dell’euro) si è palesato da agosto scorso  e verso la fine estate il cross ha raggiunto un livello minimo per poi riprendersi  e scendere di nuovo con la crisi politica italiana.

La crisi finanziaria di alcune economie europee i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna)  genera indubbie preoccupazioni: per alcuni di essi  prende consistenza lo spettro del default e tra gli osservatori c’è chi ipotizza la necessità di un pilotaggio del default (Loretta Napoleoni).  Tuttavia sembra emergere un ‘effetto positivo’, molto gradito dalla Germania in quanto paese esportatore, ovvero un tendenziale deprezzamento dell’euro che migliora la competitività esterna del made in Europe.

Significativa al riguardo l’affermazione del Nobel per l’economia Mundell che già nel febbraio scorso dichiarava: «Per l’Eurozona  sembrano del tutto ingiustificati gli allarmi di chi preconizza una spaccatura dell’unione monetaria. Anzi l’Eurozona dovrebbe continuare a crescere arrivando a includere anche l’Inghilterra. Nell’immediato tuttavia le autorità europee “non devono mai permettere per almeno dieci anni” all’euro di superare quota 1,40 sul dollaro perché questo rischia di penalizzare fortemente le esportazioni e di conseguenza l’economia continentale».

È sotto gli occhi di tutti che la turbolenza / speculazione finanziaria internazionale si sta accanendo in modo diretto sui paesi più esposti dell’Eurozona ed indirettamente cerca di minare la stabilità dell’Euro forte concorrente del dollaro come moneta di scambio internazionale. Ciò ha reso palese l’incapacità di uomini politici locali di manovrare le economie più a rischio ( i citati PIGGS) su di un sentiero più “virtuoso” riducendo le asimmetrie di competitività e di efficienza dei singoli mercati. La crisi della politica nasce proprio dal contrasto tra una realtà economica finanziaria divenuta globale ed una view politico-strategica prettamente localistica se non conservatrice di uno status quo di potere e di privilegi. Una tendenza al localismo che interessa i governanti ma anche le istituzioni sindacali e di categoria.

L’Unione Europea ha avuto il merito di consentire un allargamento dei confini commerciali ed economici, nel presupposto che l’ancoraggio all’euro delle sorti economico finanziarie dei 17 paesi aderenti potesse rappresentare una potenziale cintura di sicurezza e di sostegno reciproco. In realtà il perdurante ciclo negativo dell’economia mondiale e l’ingresso nello scenario di paesi terzi fortemente competitivi ha acutizzato le contraddizioni strutturali e congiunturali all’interno del sistema Europa facendo emergere alcune  importanti condizioni di fragilità:

1) Forti asimmetrie delle economie e delle finanze pubbliche, condizione il cui risvolto enfatico di tipo finanziario è l’impennata nei rendimenti dei titoli pubblici nazionali che incorporano, come nel caso btp/bund, un forte incremento del rischio paese. In altri termini i paesi più indebitati devono offrire tassi di rendimento sempre più elevati per attirare investimenti di capitale alimentando una perversa parabola debitoria. È paradossale che in un sistema monetario unificato i singoli paesi continuino ad emettere debito prestando il fianco della stabilità dell’Euro alla speculazione internazionale e allo tesso tempo siano strangolati dal rispetto dei principi della legge di stabilità.

2) Una difforme gestione politica delle risorse pubbliche sia a livello di governance che di corruzione e  malgoverno.

Nel recente turbinio finanziario italiano il presidente della Ue Herman van Rompuy ha sottolineato  la necessità di una sorveglianza continuativa sull’evoluzione dei conti italiani e lo stato di applicazione delle misure di riforma promesse ai partner europei.  Egli sostiene che «Il caso italiano evidenzia come i problemi di un paese siano diventati problemi dell’intera Eurozona», spiegando che per l’Italia «è giunto il momento della verità» e che ogni paese sarà chiamato a lasciare un pezzo della propria sovranità per creare una vera Unione economica.

Ciò in parte sembra spiegare perché “uomini” della Banca centrale europea quali Monti in Italia e Papademos in Grecia abbiano assunto la direzione di governi  nazionali fedeli ad un mandato della  Comunità europea e del Fondo. Nell’attuale impasse finanziaria i “governi tecnici” hanno sostituito quelli dei politici di carriera o di imprenditori pseudo politicizzati.

Un pezzo di sovranità scambiato per la pacificazione dei mercati finanziari?

Un golpe dei mercati finanziari come affermano alcuni politici della vecchia guardia?

È inutile fare della dietrologia politica, si può solo osservare che i fatti dimostrano che uomini politici italiani (o greci o spagnoli) non erano in grado di garantire la tenuta dell’Europa. Se questo permane un obiettivo valoriale (e su questo si può essere più o meno d’accordo)  occorre sperimentare forme nuove di convergenza politica che possono significare l’oscuramento di una classe politica finora incapace di riconciliarsi con la realtà nazionale e sovranazionale.

 

Category: Economia, Osservatorio Europa

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About Luciano Fiordoni: Luciano Fiordoni, dopo gli studi in ambito economico-finanziario, ha svolto assistenza universitaria in Economia aziendale presso l’Università di Siena. Successivamente ha lavorato al Monte dei Paschi di Siena occupandosi di finanza (specializzandosi in finanza islamica) , ricerca e studi macroeconomici e congiunturali a livello nazionale ed internazionale. Redattore della rivista MPS «Economic Trends», è stato responsabile dell’analisi rischio paese a livello di gruppo MPS. Ha svolto collaborazioni con il Sole 24 ore pubblicando settimanalmente studi sui paesi emergenti. Attualmente collabora al Master per l’internazionalizzazione dell’Università per stranieri di Perugia dove tiene un ciclo di lezioni sulla finanza islamica in rapporto con quella convenzionale.

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